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Periodico comunista

Bisogna lottare per non subire e anche per avere diritto a...lottare.

Un operaio di 37 anni, Adil Belakhdim, è stato investito e ucciso da un camion davanti al magazzino della Lidl davanti al quale era stato organizzato un sit-in di protesta. Adil era un sindacalista del Sicobas, un sindacato di base impegnato da sempre nelle lotte dei lavoratori della logistica. Il fatto è avvenuto a Biandrate, vicino a Novara. I lavoratori stavano lottando nel deposito di Biandrate, come in tutte le imprese del settore, per ottenere la revoca dei 245 licenziamenti della Fedex-Tnt nel Piacentino. Il crimine è stato compiuto da un camionista che forse era fuori di sé, ma questo non può mettere in ombra nè le ragioni delle lotte dei lavoratori, nè la repressione, nè l’isolamento politico che le hanno accompagnate, assieme a un disinvolto utilizzo dei manganelli polizieschi.

Non vale la pena di commentare le “indignazioni” ufficiali di ministri e politicanti vari. Li avevamo già ascoltati qualche giorno fa, quando una serie di violenze avvenute nel corso di un picchetto operaio a Lodi aveva fatto “scoprire” ai giornali, alla televisione e perfino al ministro del Lavoro, il mondo di sfrenato sfruttamento che prospera sulla pelle di decine di migliaia di facchini e piazzalisti. Moltissimi di loro sono immigrati, sottoposti al ricatto permanente del rinnovo del permesso di soggiorno e anche questo spiega perchè nessuno, a parte il sindacalismo di base, se ne sia mai occupato seriamente.

Le colpe di questo stato di cose sono certamente di padroni e padroncini che, col sistema degli appalti, dei sub-appalti e delle cooperative fittizie, hanno portato i salari ben sotto i minimi contrattuali e prolungano gli orari di lavoro oltre ogni limite accettabile in un paese civile. Non c’è la solita “crisi” da incolpare perchè il settore, già in forte espansione prima della pandemia, ha conosciuto grazie a questa un’ulteriore spinta. Quindi i datori di lavoro si sono riempiti i portafogli prima e dopo.

Ma non si possono tacere le responsabilità dello Stato. Tutti i governi degli ultimi trent’anni hanno contribuito a spianare la strada a una borghesia imprenditoriale particolarmente priva di scrupoli, con un insieme di leggi che ha consentito ogni forma di precarizzazione. Ma sempre più spesso i padroni non si accontentano nemmeno più di questa specie di eden che ha loro preparato la legislazione italiana. Vogliono ancora di più e non rispettano nemmeno le scarsissime tutele legali e contrattuali rimaste agli operai. Anche l’apparato giudiziario e quello repressivo, quindi hanno le loro responsabilità. Il codice penale prevede l’obbligo di esercitare l’azione penale quando il Pubblico ministero abbia notizia di un reato. Ora, per quanto riguarda le condizioni dei lavoratori, specialmente in settori come la logistica, l’agricoltura e l’edilizia, le “notizie di reato” sono talmente tante che ci si sono scritti sopra dei libri, sono stati fatti reportage in televisione e sulla carta stampata, ci sono centinaia di interviste, ecc.

Dunque, tutto questo dimostra che esistono due “partiti” in lotta: quello dei padroni e quello dei lavoratori. Abbiamo visto da che parte stanno i governi, i partiti, gli apparati di Stato. I vertici dei grandi sindacati, quelli che contano a milioni i loro iscritti, fino ad oggi sono stati troppo preoccupati di mantenere una qualche “rispettabilità” agli occhi delle classi dirigenti per affrontare seriamente, con la durezza che le circostanze impongono, il problema della difesa dei diritti di questi lavoratori.

Ma la precarietà, i licenziamenti e la miseria non minacciano solamente facchini, braccianti o manovali dell’edilizia. Se in un anno, dal 2019 al 2020, sono aumentati di un milione le persone in povertà assoluta in Italia, questo significa che un enorme serbatoio di senza-lavoro preme su tutte le categorie del lavoro salariato e contribuirà a peggiorarne ulteriormente le condizioni se non ci sarà una reazione collettiva. Già oggi il 13% delle famiglie considerate povere dall’Istat hanno un capofamiglia operaio. La precarietà si sta allargando come una macchia d’olio. Sta diventando la condizione normale nella quale si lavora in Italia. E le morti sul lavoro in aumento ne sono un altro indice.

Le linee di una lotta generalizzata discendono dalle esigenze concrete imposte dalla situazione: a uguale lavoro, uguale salario ,stabilizzazione del lavoro al posto dei vari contratti “flessibili”, spartizione del monte ore di lavoro a parità di trattamento economico nelle aziende che subiscono cali di ordinativi, riduzione contrattuale degli orari di lavoro, blocco effettivo e senza scadenze dei licenziamenti collettivi, salari decenti e assegni familiari che non siano elemosine!

Dal facchino all’infermiere, dal metalmeccanico al muratore, tutti sono interessati a questi obiettivi.

Nel passato, la classe lavoratrice ha saputo mettere sul piatto della bilancia tutta la sua forza e i risultati sono venuti. Oggi si tratta di impegnarsi perché si torni a questo genere di mobilitazioni. È un impegno che riguarda direttamente chi almeno ne comprende la necessità. Dal disimpegno non nasce niente. Bisogna intanto organizzarsi tra lavoratori che condividono questa prospettiva, bisogna imparare di nuovo a mettere insieme le intelligenze e le volontà, formando gruppi attivi di lavoratori che facciano proprio questo programma e che lo diffondano tra i propri compagni, che non smettano di darsi da fare per convincere, per persuadere, per infondere fiducia.

19 giugno 2021

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