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Volantini e documenti

:: UNA "RIPRESA" CHE CREA DISOCCUPATI

Basta morire per il lavoro

90° anniversario della Rivoluzione Russa

:: Volantino contro il rigassificatore

:: Pensioni: Una vicenda vergognosa

:: Legge 194: Niente è conquistato per sempre

 

Sei nella pagina : Volantini e comunicati

UNA “RIPRESA” CHE CREA DISOCCUPATI

 

Governo ed economisti da alcuni mesi sbandierano una “ripresa” in atto che sta disincagliando l’economia italiana dalla crisi economica.

 

Ma questa cosiddetta ripresa sta producendo non meno disoccupati della crisi. Lo ammettono con ipocrita “preoccupazione” le stesse fonti ufficiali del padronato. Anzi si può dire che uno dei principali motivi che ha portato alla “ripresina” è stato lo “sfoltimento” di quella che i padroni chiamano manodopera in esubero.

 

Questa è una crisi causata dalla troppa produzione, le “vecchie” contraddizioni del capitalismo si ripresentano, milioni di persone vengono messe sul lastrico non perché non si è in grado di produrre merci per soddisfare i loro bisogni, ma al contrario perché se ne producono troppe. La sovraproduzione ha messo in crisi l’industria.

 

Per i lavoratori porre speranza sulla “salute dell’economia” per salvarsi dalla crisi è quindi inutile. Prima di tutto perchè la “salute dell’economia” per i capitalisti non corrisponde alla “salute dell’economia” per i lavoratori. Inoltre, anche se così non fosse, nel capitalismo ogni fase di “prosperità” economica è l’anticamera di nuove e più devastanti crisi.

 

Per i lavoratori, l’unica via d’uscita sta nella lotta organizzata per difendere ed ampliare i propri diritti oggi. Sta nella battaglia per costituirsi in partito politico indipendente e nella lotta per superare il modo di produzione capitalistico domani.

 

Su questi temi invitiamo i compagni a partecipare alla fase pubblica della nostra Conferenza di Organizzazione.

 

 

Domenica 21 febbraio, ore 10,15

Sala Circoscrizione 4

Via Menasci 4 Livorno

 

Circolo Operaio Comunista

L’Internazionale

 

 

 

 

 

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BASTA MORIRE PER IL LAVORO

Quattro operai morti e sei feriti, tre dei quali stanno lottando tra la vita e la morte. E’ il tragico bilancio dell’incendio divampato mercoledì notte alla linea 5 della Thyssenkrupp di Torino, colosso multinazionale dell’acciaio.

Non è stato un infortunio, ma una strage criminale. Antonio, Roberto, Angelo e Bruno sono morti, uccisi grazie allo sfruttamento imposto dall’azienda, pronta a sacrificare vite umane pur di macinare profitti prima di chiudere i battenti della fabbrica.

L’accordo del luglio scorso sanciva la fine della storica acciaieria torinese, un tempo Fiat Ferriere, entro 15 mesi. I 380 lavoratori rimasti (negli anni settanta erano 13000) si trovavano di fronte all’inevitabilità del licenziamento o del trasferimento a Terni e a Milano.

I 200 operai attualmente in forza sono stati sottoposti a turni massacranti e ad orari di lavoro di 12 e, a volte, di 16 ore consecutive al fine di garantire la produzione che a luglio si faceva con 380 lavoratori. E ciò avveniva in un contesto di totale insicurezza sul lavoro, con gli impianti privi della necessaria manutenzione. Lo provano gli idranti guasti, gli estintori vuoti, l’allarme non funzionante al momento della tragedia.

In questo periodo, uomini politici e rappresentanti del mondo padronale apparivano interessati solo ad un genere di sicurezza, quella reclamata dai ricchi a difesa delle loro proprietà, anche a costo di leggi razziste e liberticide come l’ultimo “pacchetto sicurezza” varato dal governo Prodi con il sostegno di tutti i partiti della maggioranza. Ora, questi signori piangono lacrime di coccodrillo ed esprimono il loro ipocrita cordoglio per le morti bianche della Thyssenkrupp. Uno dei pochi a tacere (finalmente!) è stato Montezemolo, che da tempo non perde occasione per pontificare su come si deve produrre di più e per dare dei fannulloni ai dipendenti pubblici. E’ così intento a scalare le vette della politica, che forse non si è nemmeno accorto che sono morti degli operai. Ad ogni buon conto, noi non vogliamo il lutto di chi vuole farci produrre di più allungando l’orario di lavoro giornaliero e l’età della pensione, di chi firma accordi che detassano gli straordinari, di chi elargisce salari da fame e, così facendo, ricatta i lavoratori costringendoli non solo a lavorare di più, ma anche a morire di più.

Rispediamo ugualmente al mittente il cordoglio espresso dai responsabili della Thyssenkrupp, quegli stessi che hanno definito l’accaduto “una tragica fatalità”. Evidentemente, costoro sperano di restare impuniti. Quattro anni fa, i dirigenti dell’azienda furono condannati in primo grado per incendio colposo, ma è probabile la prescrizione, visti i tempi della giustizia.

Dall’inizio dell’anno, i morti sul lavoro in Piemonte sono già 75. Nel 2006 le morti bianche in Italia sono state 1280 e nei primi otto mesi di quest’anno già 811. Gli operai non vanno al lavoro, ma in guerra! In Italia come nel resto del mondo. Nello stesso giorno del tragico incendio alla Thyssenkrupp, in Cina esplodeva una miniera di carbone provocando la morte di 105 operai. Purtroppo, è un bilancio ancora provvisorio.

I motivi delle morti bianche sono gli stessi in Cina, in Italia come altrove. Si muore in miniera, nelle fabbriche, nei cantieri, nei porti. Si muore negli ipertecnologici impianti del XXI secolo tanto quanto si moriva nelle fabbriche dell’archeologia industriale dell’800. E si muore di più là dove più forti sono il ricatto della miseria e la paura di non vedere confermato il contratto a termine o interinale. Salari dignitosi, orari e ritmi di lavoro più umani e stabilità occupazionale daranno la forza ai lavoratori di imporre ai padroni condizioni di lavoro più sicure.

Circoli operai comunisti

L’Internazionale

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1917-2007: 90° anniversario della Rivoluzione Russa

La via dell’Ottobre

Questa prima vittoria non è ancora una vittoria definitiva ed è stata ottenuta dalla nostra rivoluzione di Ottobre attraverso ostacoli e difficoltà senza uguali, sofferenze inaudite, attraverso una serie di insuccessi e di errori grandissimi da parte nostra. Come se, da solo, un popolo arretrato avesse potuto vincere senza insuccessi e senza errori le guerre imperialiste dei paesi più potenti e più avanzati del mondo! Noi non abbiamo paura di riconoscere i nostri errori e li esaminiamo spassionatamente per imparare a correggerli. Ma il fatto rimane: per la prima volta, dopo migliaia di anni, la promessa di “rispondere” alla guerra tra gli schiavisti con la rivoluzione degli schiavi contro tutti gli schiavisti è stata mantenuta fino in fondo…ed è stata mantenuta malgrado tutte le difficoltà. Noi abbiamo cominciato quest'opera. Quando, entro che termine precisamente, i proletari la condurranno a termine? Ed a quale nazione apparterranno coloro che la condurranno a termine? Non è questa la questione essenziale. È essenziale il fatto che il ghiaccio è rotto, la via è aperta, la strada è segnata.

Lenin, ottobre 1921

 

Sabato 18 novembre

ore 10.00

Conferenza-dibattito

presso la sede Cobas Mirafiori

Via Cercenasco, 23/C — Torino

 

 

Circoli operai comunisti

L’Internazionale

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 Volantino diffuso a Livorno il 16 dicembre 2006 alla     manifestazione cittadina contro il rigassificatore.

 

NESSUNA DECISIONE SOPRA LA TESTA DELLA CITTADINANZA

 

Il Comitato contro il rigassificatore ha richiamato più volte l’attenzione della cittadinanza sui pericoli che correrebbe l’ambiente e la stessa popolazione nel caso di installazione dell’impianto off-shore.

L’Amministrazione locale, direttamente coinvolta nella vicenda, ha fatto poco o nulla per chiarire, spiegare, dissipare le paure.

Non si tratta essere contro il progresso. Si tratta di non voler essere le possibili vittime di scelte dettate da tornaconto di pochi nel disprezzo della salute e dell’incolumità di molti.

Nell’appoggiare la mobilitazione di oggi, crediamo che la popolazione debba rivendicare:

1-    L’accesso più libero alle informazioni, ai documenti, agli studi sugli effetti del rigassificatore, sui rischi reali, sui motivi che hanno portato alla scelta del terminal a Livorno.

2- La successiva consultazione attraverso referendum dal cui esito dovrà dipendere la prosecuzione o meno dei lavori per il rigassificatore.

 

Circolo Operaio Comunista

L’Internazionale

 

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 PENSIONI: UNA VICENDA VERGOGNOSA

 

Tutta la vicenda della contrattazione su scalone e pensioni è stata segnata da un’arroganza governativa spregiudicata: dopo mesi di martellamento pre-elettorale sulle famiglie che non arrivano alla fine del mese, sulla redistribuzione delle quote di ricchezza sociale prodotta, sull’abolizione dell’iniquo scalone, alla prova dei fatti il discorso è stato semplice. Se volete l’abolizione dello scalone, ve lo pagate.

E in realtà i vantaggi per alcuni lavoratori – pochi, solo quelli più vicini alla pensione - si trasformano negli svantaggi per tutti gli altri. Dal 2013 si potrà andare in pensione solo con 61 anni di età e 36 di contributi, oppure con 62 anni e 35 di contributi. Lo “sconto” di tre anni concesso ai lavoratori “usurati” è destinato a soli 5.000 lavoratori l’anno. Con la Maroni, si arrivava a 62 anni nel 2014, ma solo salvo verifica dei conti. Non è ancora chiaro in questo contesto che fine farà l’età pensionabile per le donne, ma sembra ampiamente aperta la strada per un aumento.

Anche la copertura finanziaria dell’intera operazione è a carico nostro. I soldi infatti verranno presi per la quota maggiore dalla cosiddetta razionalizzazione degli Enti previdenziali: che cosa vorrà mai dire se non ristrutturazione e quindi perdita certa di posti di lavoro? Comunque, qualora i risparmi previsti non vengano realizzati, c’è già pronto un aumento dei contributi dello 0,09%. Poi c’è l’aumento dei contributi ai parasubordinati e la sospensione per un anno dell’indicizzazione delle pensioni superiori a 8 volte il minimo. Senza contare che c’è già stato un aumento dei contributi dello 0,3%.

E fino a qui ci siamo pagati l’abolizione dello scalone. Ma c’è di più, perché è stata istituita una vera e propria scala mobile a rovescio sulle pensioni, con una revisione triennale dei coefficienti di rendimento delle pensioni, sulla base di parametri che non hanno niente a che vedere con lo stato di salute delle casse di Previdenza, ma dipenderanno da criteri che dovrà stabilire una apposita commissione, non più contrattabili e con un meccanismo automatico di applicazione. Tutto questo mentre con i contributi dei lavoratori si continua a finanziare l’assistenza e i fondi in passivo, come quelli dei lavoratori autonomi. Nonostante ciò, l’INPS continua a essere in attivo, e lo sarà di sicuro per almeno altri 30 anni.

A tutto questo va aggiunta la decontribuzione sui premi di produzione e sullo straordinario, che oltre a creare ovvi problemi alle casse di Previdenza, apre la porta a un ulteriore smantellamento del contratto nazionale e a livelli più intensi di sfruttamento. Di abolizione della legge 30 non si parla, ma del resto nemmeno di superamento, e nemmeno di parziale modifica, perché l’unica cosa che sembra verrà eliminata è il lavoro a chiamata, del resto quasi mai usato. Nemmeno lo staff leasing hanno mollato, nonostante sia poco usato anche quello. Si era parlato di abolizione della reiterazione dei contratti a tempo determinato, ma in definitiva nemmeno quello si è ottenuto.

Per chiunque abbia fatto almeno una volta contrattazione, questo è chiaramente un accordo in perdita, perché davvero non abbiamo ottenuto niente. E non poteva essere diversamente, perché se avessimo voluto ottenere qualcosa, a questo punto avrebbero dovuto esserci i lavoratori in piazza a difendere le loro pensioni e le loro condizioni di lavoro.

Finchè non trovano ostacoli, questi vanno avanti, non c’è speranza che si fermino. Continuano a riproporre il confronto con l’età pensionabile all’estero, che tra l’altro solo in teoria è più alta, di fatto è più o meno la stessa, ma non fanno mai confronti con i salari europei, che sono quasi il doppio dei nostri, e con le forme di tutela sociale, che sono semplicemente incomparabili.

Resta il referendum tra i lavoratori. Ma sia chiara una cosa, non deve essere un referendum farsa. Se i criteri saranno gli stessi del ’95, se il referendum coinvolge i pensionati oltre ai lavoratori attivi, l’esito è scontato: è un’ennesima riforma che non riguarda i lavoratori già pensionati, nella quale non hanno niente da perdere, e quindi devono essere consultati solo i lavoratori attivi.

 

Circolo Operaio Comunista

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L’OFFENSIVA CLERICALE E LA DERIVA CONSERVATRICE RIMETTONO  IN DISCUSSIONE IL DIRITTO DELLE DONNE A INTERROMPERE UNA GRAVIDANZA INDESIDERATA.

 

Le manovre in corso ancora non si propongono di attaccare la 194, ma tastano il terreno. E lo fanno a tutto campo, mettendo  sul tavolo più “morali”, come se il problema non riguardasse strettamente il vissuto concreto e reale delle donne, ma si collocasse in una dimensione astratta, buona per fare dissertazioni accademiche o per imbastirci sopra campagne elettorali;  le donne dovrebbero mettere a disposizione di queste “morali”  il proprio corpo, la propria salute, la propria vita

Solo le donne possono procreare, e di questa loro immensa prerogativa  la società nel suo insieme ha sempre tentato di appropriarsi, rendendo l’aborto un terreno di scontro storico in tutti i sensi,  sia che lo si volesse impedire, sia che lo si volesse imporre.  Da sempre e in tutte le società sull’aborto si esercita un controllo sociale che è un controllo sulle donne, nella nostra impugnato dalle gerarchie ecclesiastiche a tutti i livelli, dal parroco al papa.

Nessuna donna sceglierà mai di abortire a cuor leggero, e di sicuro  non ha bisogno di chi la renda edotta sul rispetto della vita, sul valore della vita, sul diritto alla vita, sul momento esatto in cui comincia la vita, perché lo sente davvero dentro di sé. 

Meno che mai ha bisogno di sentirsi dare lezioni da chi difende una società divisa in classi in ogni parte del mondo,  una società di sfruttati e di sfruttatori dove il diritto alla vita dipende molto spesso da dove si nasce; dove milioni di bambini già nati hanno diritto solo alla morte per malattie banali come la dissenteria, o per semplici infezioni non curate per mancanza di medicinali; dove queste realtà  non sono solo una prerogativa africana, ma anche di paesi occidentali dove manca l’assistenza sanitaria e i diritti più elementari non sono garantiti.  Sulla bocca di questa gente, qualsiasi disquisizione teorica sul diritto alla vita di poche cellule indifferenziate manca totalmente di consistenza:    o è  moralismo ipocrita piccolo borghese, o è aperto servilismo del potere vaticano.

Diritto alla vita lo hanno sicuramente le donne, che fino al 1978 abortivano violando la legge, in una situazione di rischio estremo, in condizioni igieniche disastrose,  rischiando oltre al carcere anche la vita e con danni psicologici enormi. Sulla loro pelle si arricchivano ginecologi  senza scrupoli, molti dei quali hanno in seguito esercitato il diritto all’obiezione di coscienza, che la Legge 194 consente. Per questo siamo per la moratoria contro l’obiezione di coscienza del personale sanitario negli ospedali pubblici.

BASTA CHIACCHIERE SULL’ABORTO: A DECIDERE DEVONO ESSERE LE DONNE!

Ci sono voluti anni per ottenere questo diritto,  lo abbiamo difeso nel 1981 contro il referendum che voleva abrogarlo. Non ci rinunceremo.

 

Circoli operai comunisti

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