Internazionale
Editoriale

Una “ripresa” costruita sullo sfruttamento

Fra di loro, banchieri e industriali si raccontano che la ripresa si sta consolidando. Il governo Gentiloni se ne attesta il merito, non dimenticando di spartirlo con Renzi. Ma, come al solito, se di ripresa si tratta, non sono certo le condizioni dei lavoratori che si “riprendono”. Anzi, proprio i dati che dovrebbero dimostrare la fine della crisi, mostrano invece che per maggioranza della popolazione, per usare un’immagine abusata, siamo sempre nel bel mezzo del tunnel e la luce non si vede nemmeno da lontano. L’Istat ha scritto nel suo rapporto di luglio che l’Italia è ritornata al livello pre-crisi per quanto riguarda il numero di occupati: 23 milioni. Ma lo stesso rapporto dice anche che nel 2017 più di tre quarti dei nuovi assunti hanno firmato un contratto a termine. Significa che, finiti gli incentivi del jobs act,i datori di lavoro non si accontentano nemmeno più dei contratti “a tutele crescenti”, cioè a tempo indeterminato ma con piena libertà di licenziare. Preferiscono quelli a tempo determinato, molto più “flessibili” e con un potere di ricatto sulla manodopera ancora più grande.

Ma quando parliamo di queste cifre parliamo di esseri umani, parliamo di noi, dei nostri familiari, dei nostri figli. Parliamo del loro avvenire che si consuma nella speranza che…qualcosa migliori.

Un dirigente sindacale della Uil, Guglielmo Loy, intervistato da Repubblica, a proposito delle 166 vertenze sul tavolo del Ministero dello Sviluppo economico, con duecentomila posti di lavoro a rischio, ha parlato di una “diversa dinamica delle crisi aziendali”, per cui ora “le ristrutturazioni, anche drastiche, spuntano in settori non colpiti dalla crisi o addirittura all’interno di aziende che fanno utili, come dimostrano i casi di Sky e Perugina”. Ma senti un po’! Ma non ci avevano raccontato, anche i dirigenti sindacali, che tutto il problema stava nel far ripartire l’economia, nel raggiungere la tanto agognata “competitività”? Ora viene fuori che si può perdere il posto di lavoro nonostante la ripresa economica, nonostante si facciano profitti. La verità è che una buona fetta di questi profitti si fanno proprio intensificando lo sfruttamento nelle aziende. Quindi si fanno grazie alla diminuzione dei posti di lavoro. Per continuare con la citazione del dirigente Uil, “dobbiamo abituarci all’idea che anche con un Pil in crescita ci saranno ristrutturazioni dolorose”.

Insomma, nonostante la ripresa, vera o presunta, il futuro si annuncia pieno di ombre per la maggior parte dei lavoratori, specie per i più giovani. Ma se la condizione attuale non è il risultato di leggi naturali, ancora meno lo è quella futura. I gruppi dominanti dell’economia, in Italia e nel mondo, hanno saputo imporre alla società i loro interessi e le loro pretese. Questa storia va avanti da decenni e tutti i governi vi si sono piegati. Eserciti di politici, giornalisti, filosofi, intellettuali ed economisti si sono prestati, consapevolmente o meno, ad abbellire quello che è il puro e semplice esercizio di un rapporto di forza del capitale contro il lavoro. La crisi finanziaria iniziata dieci anni fa, in fin dei conti, ha ulteriormente rafforzato le posizioni della grande borghesia mentre ha moltiplicato la povertà e il lavoro precario.

Le urgenze sociali più evidenti, nella misura in cui diventano problemi per l’economia capitalistica nel suo complesso, vengono riconosciute e descritte nelle “grandi occasioni” dai portavoce del capitale e spesso dagli stessi imprenditori. La precarietà diffusa, ad esempio, scoraggia il ricorso a prestiti e mutui, o espone le banche a rischi che potrebbero diventare fatali, i bassi salari deprimono il consumo e, con questo, tutta la filiera produttiva che ci sta dietro. L’aumento dei disoccupati o dei semi-occupati e più in generale l’aumento del numero dei poveri, porta con sé la formazione di sacche di sottoproletariato nelle città, con la diffusione della piccola delinquenza e porta, fatto economicamente rilevante, alla svalutazione di appartamenti, condomini, intere vie e quartieri. Ma saper riconoscere determinati guasti sociali non significa avere la capacità di risolverli. Ogni singolo capitalista pensa sempre che debbano essere gli altri ad alzare i salari o a trasformare i rapporti di lavoro in stabili e garantiti. I governi, da parte loro, succubi degli interessi e degli argomenti dei capitalisti, raccontano che a queste urgenze si può dare una risposta senza mettere loro le mani nel portafoglio.

Ma è chiaro che la tutela di condizioni minime di dignità per chi lavora e per chi si ritrova disoccupato richiede l’adozione di provvedimenti vasti e radicali. Oggi questo non si può fare senza intaccare il tempio del profitto. Occorre, ed è una questione vitale per milioni e milioni di persone, un lavoro stabile. Occorrono salari che consentano di vivere da esseri umani. Occorre una legge che proibisca i licenziamenti, a cominciare dalle aziende che fanno profitti. Occorre la garanzia di una indennità di disoccupazione commisurata ai salari. Tutte cose che non si possono più rimandare, né si può aspettare, lo abbiamo visto, che vengano come risultato della ripresa.

I rapporti di forza non sono scritti nel libro del destino. In passato sono cambiati e possono cambiare di nuovo. La classe lavoratrice, nel suo complesso, deve tornare a farsi sentire, consapevole dei propri interessi comuni, per le strade e nei luoghi di lavoro, con le manifestazioni e con gli scioperi, riacquistando fiducia nella propria immensa forza.


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