Internazionale

La campagna di Nathalie Arthaud all’elezione presidenziale francese

Da “Lutte de classe” n° 184 – Maggio- Giugno 2017

L’elezione presidenziale francese, il 7 maggio, si è conclusa con la vittoria di Em­manuel Macron sulla candidata dell’estrema destra Marine Le Pen. Macron è un servo emerito della grande borghesia, successiva­mente nella grande finanza e nella politica. Questo ex banchiere diventato ministro, è un nemico della classe operaia alla pari della Le Pen. Nonostante la brevità del suo passag­gio al governo, ha avuto il tempo di darne prova con la legge che porta il suo nome, che estende il lavoro festivo, e con la legge El Khomri (“legge lavoro”) che avrebbe voluta ancora più dura. Si presenta come un “uomo nuovo”, né di destra né di sinistra, e come un argine contro l’ascesa del FN. È una menzogna. Pienamente al servizio degli interessi dei più ricchi, non farà nulla che possa rispondere alla rabbia crescente nelle classi popolari, che la Le Pen ha cercato di strumentalizzare. Con Macron come presi­dente, l’FN potrà soltanto rafforzarsi.

All’estrema sinistra due candidati erano presenti al primo turno dell’elezione, il 23 aprile. Philippe Poutou, candidato del NPA (Nuovo Partito anticapitalista) ha preso l’1,09% dei voti. Nathalie Arthaud, candidata di Lutte ouvrière (Lotta operaia) in nome del “campo dei lavoratori”, ha preso 232 428 voti (0,64%). Ha annunciato che al secondo turno avrebbe votato scheda bianca, cioè né per la Le Pen, né per Macron, aggiungendo che l’essenziale era di avere la coscienza che, qualunque fosse il risultato del voto del secondo turno, gli sfruttati, i pensionati, i disoccupati, avrebbero avuto un nemico all’Eliseo. Potranno difendersi solo trovan­dosi insieme, domani, nell’esplosione sociale che la rapacità padronale finirà per suscitare.
Queste elettrici ed elettori costituiscono certo una piccola minoranza nell’elettorato, ma hanno contribuito a far sì che si manife­stasse, in occasione di queste presidenziali, la corrente comunista. Ciò che segue è la traduzione del discorso di campagna di Nathalie Arthaud a Lilla, il 19 aprile, cioè pochi giorni prima del voto.

* * * * * * * *

Lavoratrici, lavoratori, cari amici, cari compagni,

La minoranza capitalistica ed il grande padronato ci fanno una guerra sempre più selvaggia. I miliardi che accumulano sono realizzati a colpi di licenziamenti, di sop­pressioni di posti di lavoro, di blocco dei salari, di aumento dell’orario di lavoro e di peggioramento dello sfruttamento. Sono profitti realizzati con un grande ricorso al lavoro interinale e al subappalto, in cui i sala­riati sono più flessibili e sottopagati. Sono realizzati a danno dei lavoratori delle imprese più piccole, invitati a non contare le ore di lavoro perché il loro proprietario è vessato dal grande capitale.

Le regioni devastate dalla disoccupazione, i centri delle città abbandonati perché il piccolo commercio è moribondo, milioni di donne e di uomini, di giovani che sopravvi­vono con piccoli lavori, i pensionati il cui reddito è inferiore alla soglia di povertà: ecco il risultato dell’insaziabile avidità della classe capitalistica.

La borghesia conduce la lotta di classe

Ci dicono che la lotta di classe è superata. Essa però è vissuta ogni giorno nelle imprese con minuti di pausa rubati, premi diminuiti, ore non pagate, riduzioni dell’orario di lavoro cancellate, movimenti e posture ripetuti che rovinano la salute. E questo ogni giorno, per milioni di salariati, nel privato come nel pubblico.

Perché denuncio la grande borghesia, perché descrivo l’opposizione tra il mondo del lavoro e la classe capitalistica, mi accusano di essere schematica, caricaturale e persino violenta, come ha detto la padrona Sophie de Menthon, che per questo mi vorrebbe proibire di insegnare… Ma è la realtà vissuta dalle classi popolari, ignorata da questa signora, che è caricaturale e violenta!

Ventun miliardari possiedono l’equivalente di ciò che detengono 20 milioni di donne e di uomini in questo paese. Bernard Arnault, l’uomo più ricco di Francia, proprietario della LVMH, ha aumentato il suo patrimonio di 7 miliardi nel 2016, per arrivare a 38,5 miliardi. Il magnate delle telecomunicazioni Drahi ha raddoppiato il suo, passando da 5,4 miliardi a 12 miliardi. Quello di Besnier, colui che presiede la Lactalis, è passato da 7 a 10,5 miliardi.

Com’è stato possibile in pieno periodo di crisi, mentre l’economia è stagnante e la concorrenza impazza? A tutto ciò c’è una sola spiegazione: hanno peggiorato lo sfrut­tamento in ogni angolo del loro impero.

Ci presentano sempre questi patrimoni come il frutto del meritato lavoro di imprenditori valorosi. In realtà sono ricchezze costruite sul furto del lavoro di centinaia di migliaia di salariati come sull’appropriazione sistematica del denaro pubblico.

Sì, perché la grande borghesia saccheggia anche le casse pubbliche, a spese degli ospedali, dell’istruzione, dei trasporti. E lo Stato accetta volentieri di svuotare le proprie tasche. Si tratta della moneta sonante delle sovvenzioni o delle esenzioni, ma anche di tutti i servizi resi quando i ministri si trasfor­mano, ad esempio, in agenti commerciali per i Dassault o i Bouygues.

Ebbene sì, la grande borghesia comanda lo Stato, domina l’economia e influisce su tutto il cammino della società. E ci fa schiantare contro il muro spingendo le classi popolari verso la decadenza materiale e la società verso la disumanizzazione, poiché la disoc­cupazione e la miseria favoriscono la concor­renza, l’individualismo, il rifiuto o addirittura l’odio degli altri.

Dunque, in questa campagna, dobbiamo dire ai lavoratori che ci stanno intorno: non lasciatevi ingannare da tutti questi politici che fanno a gomitate per andare all’Eliseo. Guardate chi tira i fili, osservate la classe capitalistica che tiene le nostre vite tra le sue mani: è una classe parassitaria, anacroni­stica ed irresponsabile. E la guerra sociale che ci fa continuerà. Allora, approfittiamo di queste elezioni per denunciare la dittatura della borghesia, per portare avanti i nostri interessi di classe ed affermare la nostra coscienza di doverci battere per imporli.

Le elezioni presidenziali, una truffa

In questa campagna elettorale, nulla è avvenuto come previsto. A quattro giorni dal voto nessuno può predire quale sarà il duello del secondo turno. Sì, ciò è piuttosto inedito, ma allo stesso tempo si ricade nella buona e vecchia commedia elettorale.

È un eterno ricominciare: ciascuno brandisce il suo programma, promette di far ripartire l’economia. Tutti, ovviamente, dicono di parlare in nome del popolo! E come sono bravi nel farlo credere! Ciascuno finge di es­sere arrabbiato di fronte alla disoccupazione. Tutti hanno un pensiero per chi è a salario minimo, per le donne, per i pensionati, per le persone disabili, per gli agricoltori, per i com­mercianti, per i giovani.

Ma quante elezioni ci sono state? E quanti presidenti e maggioranze di governo differenti? Quante volte gli stessi personaggi, o il loro partito, ci hanno fatto le stesse pro­messe, per dimenticarle una volta al potere?

Si potrebbe mettere alla prova tutti gli aspi­ranti all’Eliseo, uno dopo l’altro. Certamente l’esercizio del potere di ognuno di loro sareb­be diverso, ma nel campo sociale sarebbe il medesimo.

Questo perché anche i più attenti nei confronti delle classi popolari non vogliono cambiare nulla dell’ordine sociale e della nostra condizione di sfruttati. Tutti vogliono governare nell’ambito di questa economia capitalistica, accettando la dittatura che la grande borghesia impone sull’economia e sulla vita di milioni di lavoratori.

Conoscete certamente l’espressione molto popolare nel maggio 1968: “la dittatura è: stai zitto, la democrazia è: parla, chi se ne frega!”. È proprio così, poiché i grandi candi­dati ci vogliono illudere con i loro programmi elettorali pieni di cifre e le loro scadenze. Ma i programmi che saranno realmente applicati sono quelli decisi al momento e nel segreto dei consigli di amministrazione delle grandi imprese e delle banche. E non ci saranno vo­tazioni organizzate su questi programmi che ci riguardano in primo luogo.

Ci parlano di democrazia, ma i veri padroni dell’economia e della società sono Peugeot, Bouygues, Arnault, Dassault, Mittal, e non ci sono elezioni per contestare le loro decisioni o per rovesciare questi re dei tempi moderni.

Chiamo dunque i lavoratori a non lasciarsi trascinare nel gioco truccato delle elezioni. Utilizziamo la nostra scheda elettorale per alzare la bandiera della coscienza di classe e delle lotte collettive! Con Macron, Fillon, Le Pen, Hamon e Mélen­chon, ci si presenta un arcobaleno di partiti, dal più liberale al più statalista, dal più xeno­fobo al più tollerante. Nessuno di loro rappre­senta gli interessi dei lavoratori, e bisogna dirlo.

Fillon e Macron

Nel caso di Fillon, non ci sono dubbi. Egli stesso rivendica di essere il servo devoto della borghesia, l’uno e l’altra somiglianti come due gocce d’acqua. Sapete del resto che Fillon, nonostante gli affari sporchi in cui è coinvolto e l’aver ricevuto un avviso di ga­ranzia, rimane il candidato preferito dei più ricchi. Bisogna però dire che, se paragonato alla grande borghesia, in materia di abusi e di privilegi gioca in serie B. Ed è il candidato preferito innanzitutto perché propugna il pro­gramma sognato dal grande padronato: la fine delle 35 ore, la soppressione di 500 000 posti di dipendenti pubblici, la pensione a 65 anni, più tasse per i poveri, di meno per i ricchi.

È pertanto certo che, se Fillon fosse eletto sulla base di questo programma, ciò facilite­rebbe, e di molto, gli attacchi del grande pa­dronato. A quest’ultimo, però, converrebbe benissimo anche un Macron, e a ragion veduta. Nel breve periodo in cui è stato al potere, due anni, è riuscito ad associare il suo nome a due leggi antioperaie: la legge Macron, che ha esteso il lavoro di domenica, e la legge El Khomri, che avrebbe preferito ancora più dura.

Macron che è stato banchiere alla Rothschild ed ha guadagnato tre milioni, un milione al­l’anno, per fare da intermediario tra gli squali della finanza in questa banca, si dice fiero di avere, a differenza di altri, una vera espe­rienza professionale. Come se ciò gli desse un’idea concreta della vita della schiacciante maggioranza della popolazione!

Macron guarda la società dalla finestra di un borghese qual è. E cosa dice ai giovani? “Create la vostra attività, diventate imprendi­tore in proprio”. Risultato, farete la consegna di pizze a domicilio come i giovani di trenta anni fa. Ma anziché essere in motorino, sare­te in bicicletta; e nel caso aveste un inciden­te, non avrete neppure una protezione so­ciale, poiché non siete un dipendente!

Oppure, anziché fare il tassista, farete l’auti­sta per Uber. Anziché fare il magazziniere presso Carrefour, lo farete ad Amazon, ma lavorerete altrettante ore o persino di più, e sarete ugualmente sottopagati!

Macron gioca la carta della novità. Ma è il figlio illegittimo di Hollande e di Sarkozy, fidanzato con Bayrou. In breve, Macron, è vino vecchio in botte nuova, e certamente non bisogna cadere in questa trappola.

Le Pen, tifosa di Trump, nemica dei lavoratori

Le Pen dice di essere “la candidata del po­polo”, ma appartiene allo stesso mondo di Fillon o di Macron, quello dei ricchi che ricor­rono a tutti i mezzi per aumentare il proprio patrimonio. Ha anche trasformato la sua atti­vità politica in una piccola e prosperosa im­presa familiare. L’unica cosa che la distingue dagli altri due è che è stata sempre allonta­nata dalla mangiatoia governativa.

Le Pen prevede anche la soppressione di posti di lavoro nell’amministrazione pubblica e regali al padronato, ma nasconde il suo gioco parlando della pensione a 60 anni e di 80 euro di premio per aumentare i redditi più bassi. E dove vuole prendere i soldi? Su ciò che verrebbe a costare l’immigrazione!

Vuole attaccare i migranti che fuggono dalla guerra o da una dittatura selvaggia, o anche lavoratori, che a volte sono qui da cinque o da dieci anni, a cui vorrebbe tassare il con­tratto di lavoro o imporre che paghino per la loro protezione sociale o per l’istruzione dei loro bambini. È un’ignominia.

Se la prende con quelli che lavorano nelle catene di montaggio, nell’edilizia, nel settore alberghiero, nelle pulizie. Se la prende con operai, con lavoratori interinali. Propugna esattamente la stessa politica del patronato: divide et impera.

Le Pen è una demagoga che si serve dei pregiudizi razzisti e della xenofobia e li ali­menta per non denunciare i veri responsabili dell’arretramento della condizione operaia. Come i suoi nuovi idoli, il miliardario-presi­dente Donald Trump e Putin, il grande capo dell’oligarchia russa, vuole servire i capitalisti ed i banchieri. E più si avvicina al potere, più gli fa l’occhiolino.

Si dice antisistema? Ma è l’ultima ruota di scorta della borghesia!

Se Le Pen giungesse al potere, adotterebbe sul piano sociale la stessa politica antiope­raia degli altri, mostrandosi ancor più dura con gli stranieri, e più autoritaria con tutti. E per capirlo basta vedere il suo odio nei con­fronti dei sindacati operai e dei lavoratori che lottano.

Alcuni attorno a noi dicono di voler provare a smuovere le acque. Già prima era come spararsi una pallottola nel piede. Ma non siamo più a questo punto. Oggi, votare al primo turno per Le Pen è assumersi il rischio di insediarla al potere, e sarebbe tutto il mon­do del lavoro a pagarlo.

Allora, al compagno di lavoro, al vicino, a quello che mostra interesse verso Le Pen, occorre dire: Lascia questo voto ai borghesi dei quartieri chic che non sopportano la vista di un centro per i senza fissa dimora; lascia questo voto ai nostalgici dell’Algeria fran­cese, ai cattolici integralisti, ai nazistelli cre­sciuti male, ai poliziotti razzisti che picchiano chi, oltre ad essere povero, ha il torto di essere nero! Non votare contro gli immigrati, che sono i nostri fratelli di classe! Vota per i tuoi interessi, vota per il tuo campo, il campo dei lavoratori!

Mélenchon falso salvatore supremo

A sinistra, si sente tutt’altra musica. Hamon e Mélenchon hanno ripreso il ritornello di tutti i candidati socialisti alle presidenziali: far sognare, restituire l’entusiasmo nel futuro. Ma è Mélenchon, il suo linguaggio e i suoi attacchi di collera, a fare centro fra i delusi del PS. E il fatto che il PCF abbia finito per sostenerlo gli dà una base militante nelle classi popolari.

Mélenchon promette di tornare al pensiona­mento a 60 anni, di ridurre la disoccupa­zione, di portare il salario minimo a 1 300 euro e di aumentare le pensioni basse. Ma attenzione, vuole apparire responsabile e pertanto garantisce che queste misure non costeranno nulla al padronato. A titolo di compenso, ha del resto previsto il ribasso dell’imposta sugli utili, che passerebbe dal 33% al 25%. E promette soprattutto di rilan­ciare l’economia.

Per Mélenchon, se ci sono 6 milioni di disoc­cupati, se il tenore di vita delle classi popolari crolla, è perché da quindici anni ci sono sol­tanto cattivi piloti alla guida dello Stato. Ma con lui, tutto cambierà. Grazie alla sua poli­tica, il capitalismo uscirà dalla crisi nella quale sta sprofondando e i capitalisti smette­ranno di orientare tutti i capitali verso la finanza! Questo vuol dire seminare gravi illu­sioni su ciò che è il capitalismo.

Indipendentemente dalle politiche pubbliche, che si esca o meno dall’Unione europea, l’avidità e la dittatura della grande borghesia sui lavoratori e sull’economia non scompari­ranno con un colpo di bacchetta magica.

Mélenchon si erge ad antisistema perché parla di Sesta Repubblica. Ma pretendere di ridare il potere al popolo senza toglierlo dalle mani dei veri padroni della società quali sono i capitalisti è esibirsi in un gioco di prestigio.

I regimi si sono succeduti ma l’apparato di Stato è rimasto quello di prima, spesso con gli stessi uomini ai posti chiave, strettamente legato ai più ricchi. E le grandi famiglie bor­ghesi si sono adattate ad ogni cambio di regime non cessando mai di arricchirsi.

Prendiamo il caso del gruppo Lafarge. È una società che ha fatto affari sotto tutti i regimi da più di un secolo, ha prosperato sotto la IIIa, la IVa e la Va repubblica. Ha partecipato alla costruzione del muro dell’Atlantico sotto Pétain ed Hitler. Si è saputo recentemente che ha mantenuto gli affari nella Siria sotto controllo dell’Isis, e soltanto ieri si candidava per costruire il muro di Trump tra il Messico e gli Stati Uniti. Figuriamoci se sarà una Sesta repubblica a fermarlo!

Mélenchon, dal momento che non vuole es­sere accusato di lassismo, esprime sull’immi­grazione opinioni più che ambigue. Da un lato, per non urtare una parte dei suoi elettori, promette «di dare documenti a quelli che hanno un contratto di lavoro». Ma subito dopo non esita ad aggiungere che «non è possibile dare lavoro a tutti» e giustifica l’espulsione di «coloro che non hanno né documenti né contratto di lavoro» poiché, dice, «è la legge» e «non so cosa farne di loro»!

Si vuole rendere più presentabile la confe­zione ma è ciò che si sente da parte della Le Pen! Non è dunque così che si potrà combat­tere l’influenza di costei sulle classi popolari. Bisogna dirlo chiaramente: no, non esiste un problema d’immigrazione. C’è il problema di una minoranza che si accaparra i frutti delle ricchezze che produciamo collettivamente.

Secondo i sondaggi, Mélenchon avrebbe una possibilità di accedere al secondo turno, almeno egli lo spera. Tuttavia, anche se fosse eletto, non ci sarebbe alcun motivo di fidarsi di lui più che di Hollande. Ciò perché, come Hollande, si troverebbe di fronte il muro del denaro, il grande padronato, le ban­che e i mercati finanziari.

Léon Blum, già nel 1936, riconosceva, par­lando delle 200 famiglie, di essersi sotto­messo al muro del denaro. Questi socialisti, ogni volta che arrivano al potere, fingono di scoprirlo di nuovo. È anche ciò che si è pro­dotto in Grecia, dove Tsipras, eletto per tentare di resistere ai creditori, ha capitolato ed oggi applica ormai la politica di austerità che ieri denunciava. Mélenchon non farebbe meglio di lui. Non si paga il grande capitale con dei discorsi! Questo vuole essere pagato in contanti ed obbedisce solo alla legge del mercato capitalistico. Lo si può fare arretrare solo se gli si oppone la forza sociale rappre­sentata dal mondo del lavoro mobilitato.

Dunque, se Mélenchon arrivasse al potere, niente ci verrebbe dall’alto, occorrerebbe bat­tersi. Allora è essenziale che ci siano donne ed uomini per dirlo, per dare impulso alle necessarie mobilitazioni, ed è anche per preparare tale situazione che occorre, fin dal primo turno, dare voce al campo dei lavora­tori ed innalzare la bandiera delle lotte collettive.

Dare voce al campo dei lavoratori

Nell’ambito di questa concorrenza elettorale, i principali candidati si confrontano condivi­dendo però la stessa presa di posizione fon­damentale: essi sono convinti che senza i capitalisti non c’è crescita, né prosperità, né occupazione, né vita economica. La loro poli­tica consiste nel fare la politica che gli conviene.

Chiamo i lavoratori ad affermare il contrario. La borghesia non è nulla senza di noi, i lavo­ratori. Arnault, Drahi, Bettencourt non sareb­bero nulla senza le centinaia di migliaia di la­voratori che lavorano nelle loro fabbriche e nei loro uffici. Non sarebbero nulla senza i loro contabili, i loro autisti, le loro donne delle pulizie ed i loro maggiordomi. Anche per farsi da mangiare hanno bisogno di noi.

Insieme, facciamo funzionare tutta la società. Produciamo tutte le ricchezze. Inclusi i super profitti che vengono intascati da una mino­ranza. Inclusi i prodotti di lusso riservati ai più ricchi. I progressi dei trasporti, della me­dicina, tutte le prodezze tecniche, siamo noi ad assicurarli! Siamo indispensabili al funzio­namento dell’economia e della società.

Ebbene, occorre che lo affermiamo e che ciò sia la nostra bussola politica. Siamo mille volte più legittimati a portare avanti le nostre rivendicazioni che non questa classe minori­taria e parassita. I nostri interessi, i nostri posti di lavoro, i nostri salari, le nostre pen­sioni, le nostre condizioni di lavoro e di vita devono venire prima dei premi dei manager, prima dei dividendi degli azionisti, prima dei patrimoni di una minoranza capitalistica.

Un programma di lotta per il mondo del lavoro

Se vogliamo che il campo dei lavoratori si rafforzi, che sia visibile anche a tutti coloro che sono nauseati dalla politica come a quelli che vogliono votare per l’FN, occorre che esso si palesi in queste elezioni. Occorre che i lavoratori portino avanti i loro interessi, la loro politica, il loro programma.

Per debellare la disoccupazione: un lavoro e un salario per tutti

Il primo punto di questo programma è debel­lare la disoccupazione. Il padronato, e con loro tutti i politici, sostengono che i posti di lavoro non si possono garantire, che questi hanno bisogno di flessibilità. Noi, lavoratori, dobbiamo affermare che non si può vivere senza lavoro e che la nostra vita non può dipendere dai rischi delle loro commesse. Non siamo macchine che si possono collegare o staccare. Abbiamo una vita, una famiglia. Gli affitti, le bollette piombano ogni mese, anche quando si è perso il proprio lavoro. Occorre riempire lo stomaco dei figli.

Tutti devono avere un lavoro ed un salario. La prima misura, di buon senso, è proibire i licenziamenti ed i piani di soppressione di posti di lavoro, a cominciare dalle imprese che fanno profitti.

Mi si risponde spesso che è un vincolo intol­lerabile. Rendetevi conto di quale vincolo sarebbe! La Whirlpool chiude una fabbrica ad Amiens per produrre a minor costo in Polonia, e licenzia 290 lavoratori. Mantenere questi posti di lavoro le costerebbe meno del 2% del suo profitto annuale (850 milioni di dollari), un granello di polvere se si considera il fatturato di questa multinazionale.

Si possono fare i calcoli per Orange, BNP, SFR, PSA, per le multinazionali del settore farmaceutico o di quello assicurativo: è la stessa cosa. Questi gruppi sono i più prospe­rosi ed anche grandi produttori di disoccu­pati.

Mi si controbatte di continuo con le piccole e medie imprese, ma non bisogna lasciarsi ingannare. La maggior parte di esse sono estensioni dei grandi gruppi, create artificial­mente con l’esternalizzazione ed il subappalto per dividere i lavoratori e fare in modo che i grandi gruppi scarichino le loro responsabilità sui padroni più piccoli.

Non c’è alcun motivo per accettare di essere licenziato perché si lavora in una piccola impresa di pulizie, di manutenzione o d’inge­gneria. Quanto alle piccole imprese ed agli artigiani, ciò che più li soffoca non sono i salari che pagano, bensì le banche ed i com­mittenti. Dunque sì, occorre il divieto dei licenziamenti, e che i gruppi capitalistici pa­ghino per preservare l’occupazione, anche nelle piccole imprese da loro strangolate!

Parallelamente, bisogna anche creare milioni di posti di lavoro per i giovani che arrivano sul mercato del lavoro, per tutti coloro che da anni hanno diritto solo a poche ore di lavoro qui o là, per tutti coloro che sono espulsi dalla produzione perché sono invalidi o disa­bili. È possibile, purché si imponga che il la­voro sia spartito tra tutti. E sarebbe una misura salutare per tutto il mondo del lavoro.

In quasi tutte le imprese, nel privato e nel il pubblico, il carico di lavoro è stato appesan­tito, gli orari di lavoro – a cui occorre aggiun­gere il tempo di trasporto – sono diventati intollerabili. Occorre alleviare coloro che hanno un impiego, diminuendo il loro orario di lavoro e creando posti di lavoro, dei posti veri, con un salario completo.

Osservate ciò che succede nei servizi pub­blici. Prendete gli ospedali, c’è forse troppo personale? Ci sono forse troppi insegnanti nelle scuole? Troppe braccia nelle case di riposo? Lo si vede nella regione parigina dove mancano migliaia di ferrovieri alla Sncf e molti treni sono stati cancellati. Mancano migliaia di impiegati negli uffici postali delle zone popolari e centinaia di asili nidi! Non ci facciano dunque credere che non c’è più lavoro.

Sì, occorre creare occupazione e ripartire il lavoro. Ciò richiede che si impongano i nostri interessi contro quelli del grande padronato e dello Stato. Non potremo farlo che attraverso una mobilitazione decisa, pronti a condurre la battaglia fino in fondo, cioè fino all’esproprio e alla requisizione di tutti i gran­di gruppi che oggi dominano l’economia.

Nessun salario al di sotto di 1 800 euro netti, 300 euro d’aumento per tutti

Allo stesso tempo occorre aumentare i salari e le pensioni. I candidati con buone probabi­lità di accedere all’Eliseo ci spiegano che per le imprese è impossibile aumentare lo Smic, il salario minimo, perché ciò potrebbe creare difficoltà.

Costoro ragionano tutti dal punto di vista del padronato. Nessuno di loro si chiede come si riesce ad arrivare alla fine del mese quando si guadagna 1 150 euro al mese, e di meno quando si è ad orario ridotto o a reddito minimo di sussistenza, l’RSA! Per tutta questa gente, la priorità sta negli affari e nella prosperità del padronato secondo l’indice della Borsa Cac 40. Per loro occorre innanzitutto che tutto vada bene nel campo del grande padronato, che quest’ultimo sia soddisfatto. Poi, forse, un giorno questi si­gnori e signore si preoccuperanno della sorte dei lavoratori. Se è così, allora potremo aspettare per sempre!

In queste elezioni, chiamo i lavoratori a riprendere la rivendicazione di 1 800 euro al mese già avanzata da alcune federazioni della CGT. Noi però parliamo di 1 800 euro netti, perché quel che conta è il denaro che ritorna effettivamente nelle nostre tasche. Questa misura scandalizza numerosi giorna­listi. Ad uno di loro, ho chiesto di quanto aveva bisogno per vivere? L’ha presa male e non mi ha risposto. Io, però, volevo solo invitarlo a fare i conti, perché noi, i nostri, li facciamo ogni giorno e contiamo quanto ci manca per vivere senza dover patire l’ansia del domani.

So che 1 800 euro, per quelli che sgobbano con 900 euro o 1 000 euro al mese, appaio­no come la fine del mondo. Ma è solo perché ci costringono a vivere con appena il neces­sario. Perché 1 800 euro netti al mese è ciò che occorre per riscaldarsi correttamente, per pagarsi una buona assicurazione integra­tiva, per poter riparare l’auto quando si gua­sta o per pagare gli studi ai figli. E 1 800 euro netti sono il minimo necessario per tutti: per i lavoratori come per quelli che, oggi, vivono di una pensione. E poi, in una società normale, tutti dovrebbero avere il diritto di essere inseriti in un’attività utile, anche quelli che soffrono per una disabilità o per un’invalidità. Di conseguenza, il minimo è rivendicare che tutti i sussidi sociali minimi come l’RSÀ o l’assegno agli adulti disabili siano allineati ai 1 800 euro netti al mese.

Occorre certamente che questi aumenti seguano il costo della vita. Ci dicono che non c’è più l’inflazione, ma basta confrontare la tassa sull’abitazione, la bolletta dell’elettricità o la polizza dell’assicurazione per vedere che i prezzi aumentano. Allora, ciò che conta è che i nostri salari e le nostre pensioni siano indicizzati sul costo della vita, sul costo della vita vera, e non sugli indici ufficiali truccati dal governo.

Mi dicono che tutto ciò è utopia. Eppure, nella nostra società, percepire 45 000 euro al giorno, inclusi i sabati, le domeniche e le feste, come il Presidente della Renault-­Nissan Carlos Ghosn, non è utopia. È normale. Percepire più di un milione di euro alla settimana quando ci si chiama Betten­court, è anche questo normale. Allora, tutta questa gente, quando parla d’utopia, difende i privilegi ed il parassitismo della propria clas­se sociale.

Se c’è un’utopia in tale faccenda, è nel credere che quegli aumenti di salario saranno dati dal presidente della Repubblica. La realtà è che occorrerà strapparli con le nostre lotte e che il risultato dipenderà dalla nostra determinazione. Dunque sì, affermia­mo che ci occorrono aumenti di salario e che 1 800 euro sono il minimo necessario.

Controllo dei lavoratori sulle imprese

La borghesia ha fatto della menzogna e del­l’opacità le arti del governare. Ne fa un’arma per imporre la sua politica: dobbiamo rivendi­care la rimozione del segreto degli affari.

Qui, con la Toyota, si ha un esempio perfet­to: in questi anni la direzione del gruppo ha dichiarato profitti da record. Quest’anno, poi, si appresta ad annunciare circa 15 miliardi di euro di profitti. La vicina fabbrica di Onnaing, però, è stata messa artificialmente in deficit, perché compra ad un prezzo sovrastimato i pezzi di ricambio da altre entità Toyota e vende alla Toyota Europa i veicoli al di sotto del loro prezzo di produzione. Con questo trucchetto la direzione può mantenere la pressione sugli operai, facendo loro credere di non essere redditizi e di rischiare di perdere il lavoro se non accettano nuovi sacrifici.

Occorre fare trasparenza sulle decisioni e sulle contabilità delle imprese

Si vedrebbero allora i veri circuiti del denaro. Si vedrebbe ciò che l’impresa paga davvero in salari. Ciò che essa risparmia, grazie ai molteplici sgravi di contributi sociali, ai privi­legi fiscali. Ciò che versa in dividendi ai suoi azionisti, quanto destina agli accantonamenti per riacquistare altre imprese o anche per licenziare. Occorre poter conoscere le condi­zioni poste ai subappaltatori, i margini che gli uni impongono agli altri, incluse le bustarelle.

Ci spiegano che la ragion d’essere della classe capitalistica è di investire. Bene, allora bisogna poter vedere quanto va alla ricerca, alla formazione, agli investimenti. Perché la borghesia, in realtà, non adempie nemmeno più la funzione di investire, in quanto ha tro­vato un modo più vantaggioso per arricchirsi: la speculazione.

Più che di un diritto al controllo, occorrerebbe parlare di dovere civico, poiché è il solo modo di denunciare ed impedire i crimini pa­dronali. Dallo scandalo dell’amianto al Die­selgate, passando per il Mediator dei labora­tori Servier e la Dépakine della Sanofi, si ha la prova che il grande padronato non ha alcuno scrupolo ad avvelenarci. Occorre dunque sapere ciò che succede nelle impre­se, e per ottenerlo i lavoratori alle loro dipen­denze sono nella posizione migliore.

Nessuna corrispondenza, anche segreta, può sfuggire all’assistente dell’ amministra­tore delegato, perché la prepara e la invia. Collettivamente, raccogliendo tutte queste informazioni parziali, i lavoratori possono avere il controllo di tutte le decisioni e del de­naro che circola nell’impresa.

I padroni lo sanno e lo temono, perciò impon­gono il segreto professionale ai loro dipen­denti. Occorre dare la possibilità a tutti i lavo­ratori di trasformarsi in informatori, senza temere di essere messi in un angolo o licen­ziati. Occorre eliminare il segreto degli affari.

Tale misura modificherebbe i rapporti di forza tra il padronato ed i lavoratori dando nuove armi a questi ultimi. Si porrebbe fine al ricatto padronale, alle dicerie e alle false notizie. I lavoratori saprebbero come regolarsi, potreb­bero giocare d’anticipo, organizzarsi di fronte agli attacchi padronali e prendere iniziative per neutralizzarli.

Ecco dunque qual è il nostro programma! Non è, come per tutti gli altri candidati, un elenco di promesse che saranno calpestate con la stessa rapidità di quando sono state inventate. È un programma che scaturisce dai nostri bisogni.

Gli obiettivi che portiamo avanti non hanno nulla a che vedere con delle promesse elet­torali: sono obiettivi di lotta che potranno essere imposti soltanto attraverso una solle­vazione in massa del mondo operaio, un braccio di ferro che porterà inevitabilmente i lavoratori a contestare la proprietà privata della borghesia sui mezzi di produzione.

I nostri avversari non si sbagliano. Urlano di fronte alle parole esproprio e requisizione. Ebbene sì, occorre mettere in discussione la proprietà privata sui mezzi di produzione. Occorre contestare la proprietà privata della borghesia che è stata costruita sul sudore di generazioni di lavoratori, e che continua ad aumentare grazie al nostro sfruttamento.

Sì, sono comunista e mi sono candidata anche per dire che, a questa infima minoran­za immensamente ricca, occorre togliere il potere di mantenere nella schiavitù salariale la schiacciante maggioranza della popola­zione.

Il futuro: il comunismo

So che alcuni, nel mondo del lavoro, non si sentono sfruttati. Perché fanno un lavoro in­teressante nel quale credono di realizzarsi o perché sono ben pagati e pensano di essersela cavata.

Se sfuggono allo sfruttamento più brutale, non sfuggono però alla putrefazione della società; non sfuggono all’aumento delle idee reazionarie, al razzismo, alla xenofobia, alla crescita del nazionalismo. Non sfuggono alla barbarie della società.

Anche chi esce dal suo comodo apparta­mento della zona ricca di Parigi, deve incon­trare le persone senza fissa dimora che dormono all’addiaccio, si ritrova nella metro­politana come in una scatola di sardine, quando non è preso dal panico per la minac­cia di un allarme bomba.

E come può costui considerare tranquilla­mente il futuro quando vede ciò che accade oggi nel Medio Oriente? Quando vede la sorte che tocca ai profughi, costretti a rischiare la vita nel Mediterraneo e poi rin­chiusi in campi infami! Qui già si sente l’eco di tutta questa barbarie con il terrorismo. E chi può affermare che le spacconate di Trump, che mostra i suoi muscoli lanciando bombe giganti sull’Afghanistan o inviando le sue navi da guerra al largo della Corea del Nord, non finiranno col trasformarsi in una guerra mondiale? La realtà è che siamo tutti nella stessa brutta situazione. I viaggiatori del Titanic in prima classe potevano credersi privilegiati rispetto a quelli di terza, ma sono affondati come gli altri.

La questione che si pone a noi tutti non è una questione individuale: si tratta di sapere dove va la nostra società. Crisi economica, crisi dei profughi, crisi ecologica, guerre... i dirigenti del nostro pianeta non controllano nulla.

Anche nel campo ecologico, tutti i politici pre­tendono di voler proteggere il pianeta, ma guardate come i vari governi siano incapaci di impedire le catastrofi che essi stessi hanno annunciato. Perché? Perché lasciano sempre l’ultima parola ai gruppi capitalistici e così si votano all’impotenza!

Il capitalismo è una minaccia per l’umanità. Quando, a 18 anni, ho iniziato ad impe­gnarmi politicamente, non sopportavo di vedere l’Africa devastata dalla carestia in una società d’abbondanza. Oggi, dopo più di un quarto di secolo, nell’Africa orientale 20 milioni di persone sono tra la vita e la morte per mancanza di acqua e di cibo! Nel con­tempo, prosperano i settori del lusso e del commercio d’armamenti.

Questa società è cieca, perché è dominata da grandi gruppi capitalistici che devastano il pianeta sia con la loro rapacità che con le loro rivalità.

La forza sociale capace di combattere la classe capitalistica dominante è là, sono gli sfruttati di tutto il mondo. Non sono mai stati numericamente così importanti, poiché la classe operaia internazionale non è mai stata così presente in ogni luogo del pianeta. Oggi manca loro la consapevole ambizione di dover trasformare la società espropriando la borghesia.

Il capitalismo è allo stremo. Tuttavia, non ab­bandonerà la scena da solo. Non si può stare a guardare aspettando che sorga una nuova società. La sostituzione del capitali­smo con un’economia razionale, collettiva e democraticamente pianificata potrà realizzar­si solo come atto cosciente e deliberato di centinaia di milioni di oppressi.

Dipende da noi, ed in particolare dai giovani, mantenere viva questa prospettiva.

E questa prospettiva va di pari passo con l’internazionalismo. Il fatto è che l’umanità non è mai stata così mescolata e vicina, poi­ché il capitalismo, mentre oppone gli uni agli altri, li mette in relazione come non mai. Oggi, le crisi economiche del capitalismo si diffondono alla velocità della luce, nel senso proprio del termine!

Un nuovo crollo borsistico a Wall Street e sarà l’umanità intera a sprofondare nella sta­gnazione economica. Questo destino comune a tutti gli sfruttati è un fatto irreversi­bile. Agli sfruttati manca però la coscienza di appartenere ad una stessa classe internazio­nale. Questo accade perché il capitalismo spinge alla concorrenza e cerca di aizzare i lavoratori gli uni contro gli altri. E quando non c’è nessuna frontiera nazionale a separarli, esso utilizza le differenze di sesso, d’origine, di colore della pelle per introdurre frontiere nelle nostre menti inasprendo così il razzi­smo, la xenofobia o il comunitarismo, que­st’ultimo inteso come senso di appartenenza ad una comunità chiusa.

Ci vogliono allora dei giovani, delle donne e degli uomini che abbiano la volontà di abbat­tere tutte queste frontiere, fieri di affermare che “il mio paese è la terra, la mia patria è l’umanità”!

Dalle elezioni al partito dei lavoratori

Per cambiare la società, la classe operaia dovrà condurre molte battaglie, piccole e grandi. Nella battaglia per i suoi interessi vitali essa forgerà la coscienza del suo ruolo storico. Per tale ragione le lotte sociali, gli scioperi, i movimenti sociali sono le battaglie che contano di più.

Tuttavia, anche il minimo sommovimento, il minimo sciopero si preparano prima nelle teste. La minima lotta si prepara ben prima negli animi. Si soppesa il pro e il contro, si prende coraggio. Non si può vincere senza essere sicuri dei nostri interessi, senza capire dove sono i nostri nemici, i nostri falsi amici. Tutto ciò si forgia nella battaglia delle idee e nella battaglia politica.

Occorre rivolgersi a tutti coloro che lamen­tano l’arretramento della coscienza operaia. Occorre convincerli ad affermare la loro coscienza di classe in queste elezioni. Sì, il mondo operaio ha bisogno di riferimenti poli­tici e di una bussola, occorre pertanto che queste elezioni diventino l’occasione di por­tarli avanti.

Invito i lavoratori che sono d’accordo con questo programma a votare per la mia candi­datura. Li invito ad esprimere un voto di classe e di combattività. Certamente votare non è ancora agire e battersi davvero. Quan­do però si ha il giusto spirito di ribellione, quando si ha la giusta coscienza, occorre esprimerla in modo che diventi un’espressione collettiva.

Non abbiamo ancora partiti da opporre alla borghesia, o comunque non un partito capa­ce di condurre la battaglia politica ad armi pari con quelli borghesi. Ed il problema è tutto qui. Se le condizioni di vita dei lavoratori arretrano, se questi sono disorientati, se la confusione regna in molte teste, è perché da tempo non ci sono più partiti operai degni di questo nome.

Il voto per la mia candidatura consentirà, durante le elezioni, di far apparire i lavoratori come un campo politico. E bisogna che ciò si mantenga anche dopo le elezioni. Poiché non abbiamo soltanto bisogno di esprimere i nostri interessi in un dato momento, ma di condurre la battaglia ogni giorno, quotidiana­mente nelle imprese, in modo permanente contro la politica antioperaia condotta dai governi. È questo il ruolo di un partito.

Occorre un partito che affermi che la società è divisa in due classi dagli interessi inconci­liabili e che dobbiamo batterci, contando solo sulle nostre forze, per difendere il nostro dirit­to all’esistenza. Un partito che affermi che i lavoratori possono fare a meno del grande capitale perché sono loro che fanno funzio­nare tutto nella società.

Votare non è ancora costruire un partito. Ma è già raccogliersi puntualmente sotto una bandiera. E d’elezione in elezione, di sciope­ro in sciopero, di manifestazione in manife­stazione, ci si fa partecipi della costruzione del partito. Allora votate e portate la gente attorno a voi per dar voce al campo dei lavo­ratori ed aiutateci a costruire il partito che oggi manca alla classe operaia.

Una minoranza che può incidere

Invito tutti coloro che condividono queste idee a votare per la mia candidatura senza paura di essere minoritari o di andare contro­corrente.

Sì, noi andiamo controcorrente. Non soltanto perché la crisi spinge in un senso sempre più reazionario e barbaro, ma anche per una ragione più profonda, legata alla nostra con­dizione di sfruttati. I lavoratori non hanno fiducia nella loro forza collettiva e, più fonda­mentalmente, non concepiscono di poter er­gersi a classe dirigente.

L’idea che i lavoratori possano incidere orga­nizzandosi e decidendo in modo autonomo è un’idea che avanza nella coscienza della maggioranza dei lavoratori. Se essi sanno bene che il vero potere non è all’Eliseo, ma nei consigli d’amministrazione delle grandi società, tutta la gerarchia sociale cerca di convincerli che sia impossibile cambiare que­st’ordine immutabile.

Ebbene sì, oggi, la maggioranza dei lavora­tori non vede altra possibilità di dirigere il paese che quella di affidarsi ad una classe politicante che mostra però, ogni giorno, quanto sia marcia. I lavoratori sono intrappo­lati nel gioco elettoralistico. Ed è la Le Pen ad approfittarne. “Li abbiamo provati tutti, tranne lei”, si sente dire. Sono parole che esprimono bene il grado di disorientamento, e, più fondamentalmente, quanto siano grandi la rassegnazione e la passività politi­ca.

Il senso della nostra battaglia è pertanto quello di rafforzare la coscienza di classe e dire ai lavoratori di confidare nella forza col­lettiva che rappresentano e nelle proprie ca­pacità. I lavoratori scopriranno la propria forza nel fuoco dell’azione, nell’esperienza del loro agire.

Ed è lì, nelle situazioni d’esplosione sociale, che può essere determinante la presenza di donne e di uomini che hanno preso coscien­za dei loro interessi anche nelle battaglie elettorali.

Nel 2012, ho avuto lo 0,56% dei voti. Occorre certamente tentare di conquistare nuovi voti. Occorre però tenere presente che, se nelle urne 200 000 o 300 000 voti sono poca cosa in rapporto a milioni di elettori, nei movimenti sociali non si può dire lo stesso. Due o trecentomila donne e uomini coscienti dei loro interessi, pronti ad agire quando la combattività dei lavoratori si risveglia, possono cambiare molte cose. Allora, conquistiamo nuovi voti, uno ad uno, per rafforzare il nostro campo!

Il successo della nostra campagna non si mi­surerà dal risultato conseguito. Il numero dei voti che si otterrà con la mia candidatura sarà inferiore al numero di donne e di uomini che abbiamo raggiunto e rafforzato nelle loro convinzioni. Perché? Perché il voto è inqui­nato e deformato da considerazioni elettorali­stiche.

Quanti lavoratori ci dicono che al primo turno, pur diffidando di Macron, voteranno per lui al fine di evitare un duello Fillon – Le Pen? E sono ancor più numerosi quelli che si preparano a votare Mélenchon, pur essendo convinti che non ci sia un salvatore supremo! Tutto ciò in nome del meno peggio, tutto ciò dicendo a se stessi “non si sa mai” e “ciò non costa nulla”.

Non è vero, perché non si esce mai indenni dall’essersi mossi nelle illusioni, e lo si misura oggi con lo smarrimento e con la de­moralizzazione creati nelle classi popolari e negli ambienti militanti dai rinnegamenti ogni volta che la sinistra ha governato. Pertanto, anche se le nostre argomentazioni incidono poco di fronte alla pressione del voto utile ed ai riflessi elettoralistici, occorre continuare a dire ciò che dobbiamo dire e che sia sentito dal maggior numero di persone, perché la realtà ci darà ragione.

Dunque sì, dobbiamo misurare il successo della nostra campagna dal numero delle di­scussioni che abbiamo avuto, dalle occasioni avute di spiegare la situazione, di denunciare i commedianti che fanno a gomitate per l’Eliseo e di far capire che l’essenziale è ac­corgersi che a tirare le fila è la classe capita­listica, poiché è contro di essa che i lavora­tori dovranno combattere.

Siamo minoritari, ma siamo riconosciuti dai nostri come facenti parte del loro campo, siamo riconosciuti come donne ed uomini sui quali potranno contare quando decideranno di battersi. E ciò sarà importante nel futuro.

Votate per i vostri interessi

Lo dico a quelli che sono nauseati dallo spet­tacolo politicante e che prevedono di aste­nersi: certamente, votare non cambierà la vostra condizione. Quando però si ha la pos­sibilità di protestare, di dire ciò che si pensa, occorre farlo. E lo si fa nella vita di tutti i giorni, lo si fa al lavoro, lo si fa quando un’in­giustizia avviene sotto i nostri occhi, anche se non si è in grado di impedirlo, perché è anche una questione di dignità.

Astenersi quando si ha la possibilità di raffor­zare il proprio campo non è una prova di coscienza o di radicalismo. È sottomettersi e disertare, perché, se non difendiamo le nostre idee, chi lo farà? Nessuno lotterà al nostro posto.
A volte non si trova il modo di battersi, scio­perare, manifestare o semplicemente prote­stare, perché si è soli o perché il rapporto di forza è troppo sfavorevole. Votare, espri­mersi nelle urne, è però un gesto alla portata di tutti. Non ci sono né piccole battaglie né piccoli gesti.

Quando si è minoritari, il minimo voto conta e può avere un peso. E, ancora una volta, potremo essere fieri delle nostre idee, fieri delle prospettive che portiamo avanti. Con­vinciamo dunque il massimo numero di coloro che ci circondano ad unire il loro voto al nostro.

Fin da oggi, in questa campagna, alziamo la nostra bandiera, quella dei lavoratori e delle lotte collettive. È un voto di coscienza e di combattività operaia.


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSLa rivista "Lotta di Classe" RSSLotta di Classe n° 23 - Giugno 2017   ?