Internazionale

All’origine della disoccupazione: i robot o il capitalismo?

Lutte de classe n°183 – Aprile 2017

Il candidato del Partito Socialista alle presi­denziali francesi, Benoît Hamon, ha giusti­ficato la sua proposta di reddito universale in nome «della ineluttabile rarefazione del lavoro ». Hamon, nell’invocare il ruolo cre­scente del digitale e dei robot, che, secondo lui, causerà la distruzione “di centinaia di migliaia di posti di lavoro nelle economie occidentali”, ha anche proposto l’istituzione di una tassa sui robot. Gli eurodeputati, da parte loro, hanno discusso nel gennaio scorso della necessità di costringere le imprese « a notificare la dimensione e la quo­ta di apporto della robotica [...] nei loro risul­tati finanziari, ai fini di fiscalità e di calcolo dei contributi sociali » (Les Echos, 13 gennaio 2017). L’idea per cui il lavoro umano sarà so­stituito da macchine e da robot e che si va inevitabilmente verso la fine inevitabile del la­voro, è di nuovo di moda.

Realtà o elucubrazioni di pseudoesperti, buone notizie per l’umanità o cronaca di una catastrofe annunciata? Tutte le discussioni attorno alla questione non hanno alcun senso se non si prende in considerazione l’essenziale: tutti i mezzi di produzione, che sono usati in modo sociale, collettivo attra­verso una vasta divisione internazionale del lavoro, restano proprietà privata di un’esigua minoranza di capitalisti.

Hamon e gli eurodeputati, per giustificare le loro proposte, si appoggiano su vari studi, come quello di France Stratégie secondo cui 3,4 milioni di posti di lavoro potrebbero spari­re in Francia entro dieci anni. Nel 2013, due ricercatori dell’università di Oxford, Carl Benedict Frey e Michael Osborne, affermavano che il 47% degli impieghi ameri­cani erano “ad alto rischio”, cioè “potenzial­mente automatizzabili ad una scadenza non precisata, forse un decennio o due”. Essi si basavano sugli annunciati progressi della robotica e dell’apprendistato automatico, che dovrebbero permettere alle macchine di eseguire compiti meno ripetitivi finora riser­vati al cervello umano. La robotizzazione si estenderebbe fino ai lavori d’aiuto alla perso­na ed alle cure nelle case di riposo. La vecchiaia verrebbe affidata alle attenzioni dei robot!

Bernard Stiegler, filosofo, membro dell’Istitu­to di ricerca sull’innovazione e di vari altri circoli di riflessione, riprende le stesse tesi. Ha pubblicato L’occupazione è morta, viva il lavoro! dove scrive: «Sotto l’effetto dell’auto­mazione integrale e generalizzata, [...] i lavo­ratori salariati diventeranno una sorta di resi­duo di un’epoca passata. Ci saranno, certa­mente, ancora dei lavori perché, in alcuni settori, si continuerà ad aver bisogno di una manodopera umana proletarizzata, ma ciò diventerà eccezionale». La conclusione di Stiegler è che i lavoratori dipendenti divente­ranno tutti intermittenti, che occorre differen­ziare l’occupazione dal reddito per distribuire “assegnazioni di risorse” oppure “un   reddito contributivo”, remunerando attività utili alla collettività ma oggi non o poco remunerate.

Studi fantasiosi e conclusioni orientate

Queste cosiddette analisi di prospettiva sono contestate. Ad esempio, si legge in una rela­zione dell’OCSE pubblicata nel 2016 (1) che « negli Stati-Uniti solo per il 9% dei posti di lavoro vi è una forte probabilità di essere automatizzato, e non per il 47% come soste­nuto da Frey ed Osborne ». Jean Gadret, universitario collaboratore di Alternatives économiques, constata che « il lavoro elimi­nato dalle macchine in un segmento può essere più che compensato da attività nuove ». Egli ricorda, non senza ironia, che tali previsioni annuncianti “la fine del lavoro” non sono una novità. Si sono moltiplicate, in particolare, man mano che l’economia capitalistica faceva sprofondare milioni di lavoratori nella disoccupazione di massa.

Nel 1978, Alain Minc e Simon Nora, allora ispettori delle finanze, avevano pubblicato un sensazionale rapporto sull’informatizzazione della società, in cui prevedevano “un calo del 30% dei posti di lavoro nel settore dei servizi a causa di enormi guadagni di produttività”, in particolare per quanto riguarda le banche, le assicurazioni, la previdenza sociale, le Poste ed il lavoro d’ufficio e di segreteria. Se l’informatizzazione di questi settori ha sop­presso posti di lavoro in maniera massiccia, nondimeno ne ha creato di nuovi. In Francia, oggi, oltre il 70% dell’occupazione è nei ser­vizi. Nelle banche e nelle assicurazioni, nonostante i ricorrenti piani di soppressione di posti di lavoro, il numero degli occupati è aumentato a partire dagli anni 2000.

Nel 1995, il previsionista (sic) americano Jeremy Rifkin annunciava, anche solenne­mente, “la fine del lavoro”. Era l’epoca in cui gli economisti annunciavano che “la nuova economia” ruotante attorno all’informatica e ad Internet, rivoluzionando la produttività di tutta l’industria, avrebbe aperto al capitalismo una nuova fase d’espansione. Ma, patatrac!, nel 2001 scoppiava la bolla speculativa formatasi attorno a questa economia del digitale. “La nuova economia”, non sfuggiva più della vecchia alle contraddizioni del capi­talismo. Lo stesso Rifkin, per nulla scorag­giato, oggi promuove presso i capi di Stato ed i grandi padroni di tutto il pianeta una “rivoluzione” basata sull’informatica e sull’uti­lizzo di energie rinnovabili rese accessibili grazie a Internet, ciò che egli chiama “la terza rivoluzione industriale”. Secondo Rifkin, tutti gli oggetti saranno fabbricati localmente, su richiesta da stampanti 3D, prima di essere scambiati o riparati. Egli prevede, inoltre, la scomparsa del lavoro salariato.

Oltre al carattere più o meno fantasioso delle loro conclusioni, questi sedicenti esperti occultano il punto fondamentale. La princi­pale causa della soppressione di posti di lavoro non è la robotizzazione, ma l’acutizza­zione dello sfruttamento in un’economia capi­talistica in crisi che ha raggiunto i limiti del suo sviluppo.

Il capitalismo e le macchine

L’introduzione di macchine – i robot sono macchine perfezionate – permettendo di produrre più rapidamente e su vasta scala per abbassare il tempo di produzione di ogni merce, e quindi, in fin dei conti, il suo prezzo, è vecchia quanto il capitalismo. Gli è anche intrinseca. La meccanizzazione ha rovinato gli artigiani, provocando ben presto som­mosse come quella dei luddisti nel 1812 in Gran Bretagna. Essa ha soppresso posti di lavoro nei rami produttivi in cui veniva introdotta. Il capitalismo, nel contempo, si estendeva in superficie ed in profondità. L’introduzione di nuove macchine, per essere proficua e per compensare il costo di investimenti sempre più pesanti, esige di produrre più, su scala più grande, al fine di accaparrarsi la quota di mercato dei concor­renti. L’estensione della meccanizzazione ha fatto sorgere nuovi settori, ha richiesto ulteriori materie prime e forniture, ha sotto­messo nuove parti dell’economia al mercato capitalistico. La produzione capitalistica, imponendosi in nuovi settori e regioni, ha trasformato in proletari nuovi contingenti di contadini o di artigiani. Il numero totale dei lavoratori salariati è aumentato contestual­mente alla crescita delle forze produttive.

Queste trasformazioni sono sempre state dolorose per i lavoratori. L’introduzione delle macchine non ha mai mirato a ridurre la gra­vosità del lavoro, ma ad aumentare il profitto dei capitalisti. Ben di rado i lavoratori licen­ziati di un settore diventato obsoleto trovano un’occupazione nelle nuove industrie. Come scriveva Marx nel capitolo del Capitale dedi­cato al plusvalore relativo, «gli operai che la macchina sostituisce sono respinti dalla fabbrica verso il mercato del lavoro dove vanno ad aumentare le forze già disponibili per lo sfruttamento capitalistico». E aggiun­geva: «Dal momento in cui la macchina respinge dal mestiere o dalla manifattura una parte degli operai fino ad allora occupati, il nuovo flusso di reclute industriali è deviato dalla sua destinazione e progressivamente si scaricherà in altre industrie, ma le prime vittime soffrono e periscono durante il periodo transitorio» (2).

Quelli che sono assunti per adoperare i nuovi mezzi di produzione sono, a loro volta, mag­giormente sfruttati. Poiché il lavoro umano è l’unico che crea ricchezza supplementare, i capitalisti cercano in tutti i modi di intensifi­care il lavoro, di prolungare la giornata lavo­rativa, di ridurre i salari. Essi cercano di utiliz­zare il più a lungo possibile macchinari costosi che vogliono ammortizzare prima che diventino obsoleti. Come scriveva Marx nel Capitale, «la macchina, aumentando la ma­teria umana sfruttabile, innalza allo stesso tempo il grado di sfruttamento».

Pertanto, non è la macchina di per sé a fare la disgrazia dei lavoratori, ma il fatto che sia nelle mani dei capitalisti. Marx già notava che “la macchina non ha colpa delle miserie che comporta; non è un suo difetto se, nel nostro ambiente sociale, separa l’operaio dal suo cibo. Là dove viene introdotta, rende il prodotto più conveniente e più abbondante. Sia prima che dopo la sua introduzione, la società possiede dunque sempre almeno la stessa somma di risorse alimentari per i lavoratori spostati, a prescindere dalla parte enorme del suo prodotto annuale sprecato dagli oziosi”. Le macchine non sono instal­late per eliminare le mansioni dure e ripeti­tive, né per ridurre il tempo impiegato dall’in­sieme dei lavoratori a produrre i beni neces­sari ai bisogni di tutta la società, bensì per aumentare il profitto dei capitalisti.

Disoccupazione di massa, stagnazione e aggravamento dello sfruttamento

Queste tendenze e queste contraddizioni si sono aggravate ancor di più da quando il capitalismo ha completato l’estensione del suo controllo a tutti i settori e a tutti i paesi, spingendo la concentrazione del capitale ad un livello mai raggiunto e formando potenti monopoli dominati da una finanza ipertrofica.
Il capitalismo si trova di fronte ad un rallen­tamento dei guadagni di produttività del lavoro. A questo arretramento congiunturale si aggiunge una contraddizione più fonda­mentale: i limiti di un mercato solvibile inca­pace di assorbire tutte le merci che l’appa­rato produttivo può creare. Il motivo non va ricercato nel fatto che i robot producono tutto senza un minimo potere d’acquisto, cosa non vera, ma nel ristagno o nella diminuzione di quello dei lavoratori, mentre i capitalisti hanno sensibilmente ridotto i loro investi­menti produttivi, sviando i loro capitali verso la finanza. Più che mai è con l’aumento dello sfruttamento dei lavoratori che la classe capi­talistica ottiene i suoi profitti.

Il caso dell’industria automobilistica è elo­quente. Oggi, rispetto all’inizio degli anni ’80, i lavoratori necessari a produrre un’auto­mobile sono quattro volte di meno. Certa­mente, questi guadagni di produttività deri­vano in parte da innovazioni tecniche, dall’automazione e dalla robotizzazione di alcuni processi di produzione. Tuttavia, colo­ro che vedono soltanto i robot nascondono, per ignoranza o per scelta di classe, l’aggra­varsi dello sfruttamento dei lavoratori. I gua­dagni di produttività sono stati realizzati mediante l’introduzione del just-in-time e del­la lean manufacturing, i calcoli d’ergonomia su tutti i posti di lavoro per guadagnare preziosi secondi su ogni gesto, la riduzione delle pause, l’allungamento dell’orario di lavoro, il taglio dei salari, ai quali occorre aggiungere il ricorso massiccio al subappalto ed all’esternalizzazione, che hanno permes­so di aumentare il saggio di profitto in questo settore. Se è vero che ci sono robot ultraper­fezionati in alcune tappe del processo di produzione, quanti posti particolarmente diffi­cili sono occupati da interinali o vengono dati in subappalto a fornitori sottopagati? Il capi­talismo è sempre stato la combinazione di prodezze tecnologiche straordinarie con il peggiore sfruttamento dell’uomo.

Se è vero che il capitalismo ha aumentato considerevolmente i mezzi di produzione dell’umanità, allo stesso tempo ha respinto fuori dell’attività produttiva collettiva ed orga­nizzata centinaia di milioni di donne e di uomini. Si tratta di tutti quei lavoratori che si trovano improvvisamente disoccupati un po’ ovunque nel mondo e di milioni di altri che sopravvivono grazie ai lavoretti, al recupero, al riciclo. Lo mostra il recente dramma verificatosi ad Addis Abeba, in Etiopia, dove 65 persone sono morte durante il franamento dell’immensa discarica pubblica dove vivevano, giorno e notte, per recuperare materiali da rivendere. Dall’America latina all’Asia passando per l’Africa, decine di milioni di donne e di uomini vivono del recupero nelle discariche, della demolizione di navi piene d’amianto, dello smontaggio di dispositivi elettronici carichi di molteplici veleni, o di altri lavori che fanno parte dell’“economia informale”.

L’espulsione dalla sfera produttiva, o almeno dalla sua parte più sviluppata e industria­lizzata, non è conseguenza della robotiz­zazione ma dello sviluppo disuguale e con­traddittorio del capitalismo. È vecchia quanto lo stesso capitalismo. L’aggravarsi della disoccupazione di massa nei paesi più svi­luppati spinge nuovi contingenti di lavoratori verso tale economia informale. Chi ha un posto di lavoro è sfruttato ed usato sempre di più, mentre milioni di altri devono arrangiarsi per sopravvivere senza un lavoro regolare. Coloro che predicono la fine del lavoro o la fine del lavoro salariato sotto l’impatto della robotizzazione non fanno altro che teorizzare e, a conti fatti, giustificare questo stato di cose.

Patrick Braouezec, vecchio notabile del PCF che ha dato la sua adesione a Macron, ha dato notizia attraverso i mass media dell’isti­tuzione del reddito contributivo, quello teorizzato da Bernard Stiegler, nel compren­sorio comunale Plaine - Commune che egli presiede nel dipartimento di Seine-Saint-Denis. Di cosa si tratta? Braouezec ha dichiarato a Libération che «sui 30 000 edu­catori sportivi che lavorano permanen­temente con i giovani di club amatoriali, solo poco più di 3 000 sono salariati. Ebbene, questi educatori forniscono un lavoro d’utilità sociale, pubblica. [...] Esistono anche attività informali che meriterebbero di essere ricono­sciute – penso alla cucina di strada, alla meccanica di strada, attività che non sono in concorrenza con quelle di restauro o i gara­ge». Che grande scoperta! L’alternativa alla disoccupazione di massa, secondo Braoue­zec, è di dare un piccolo reddito alle migliaia di persone che suppliscono, con la loro dedi­zione, all’assenza di mezzi finanziari da mettere a disposizione delle associazioni sportive o di tutti coloro che tentano di sopravvivere riparando automobili sui marciapiedi. E chi finanzierà tale reddito? «Ciò rimane da costruire, (…) ma stiamo dialogando con la Orange e la Dassault Sy­stèmes», ha proseguito Braouezec. Costui, certamente, non ha mai preso in conside­razione il dovere di combattere il capitalismo, e oggi è giunto al punto di mendicare poche briciole presso la Dassault per dare consi­stenza alla sua proposta di reddito contri­butivo.

Il reddito contributivo avanzato da Braouezec ed il reddito universale proposto da Hamon sono della stessa natura. Si tratta di prelevare alcune briciole, preferibilmente attingendo ai fondi già destinati alla disoccu­pazione e alla sanità, o agli altri cosiddetti fondi di solidarietà. Lo scopo è quello di dare un’elemosina a tutti coloro che sono definiti­vamente esclusi dal mercato del lavoro. I capitalisti possono perfettamente adeguarsi a tali misure, che consentiranno loro di assu­mere lavoratori secondo le proprie necessità pur pagandoli solo con un salario minimo a complemento del reddito di base o “univer­sale”.  

Una rivoluzione sociale necessaria

«La condanna di una parte della classe operaia ad un ozio forzato a causa dell’au­mento del lavoro dell’altra parte al fine di permettere l’arricchimento del capitalista individuale» era già stata sottolineata da Marx nel Capitale. La disoccupazione di massa è vecchia quanto il capitalismo.

La contraddizione fondamentale dell’econo­mia capitalistica, secondo Marx ed Engels, sta nel fatto che la produzione è diventata un atto sociale, che mette in relazione, oltre le frontiere, milioni di produttori, mentre sia la proprietà dei mezzi di produzione che quella delle merci prodotte restano private. Essi constatavano “lo sviluppo inaudito delle forze produttive, l’eccedenza dell’offerta sulla do­manda”, il che comporta «sovrapproduzione, saturazione dei mercati, crisi [...]: ecce­denza, qui, di mezzi di produzione e di pro­dotti; eccedenza, là, di operai disoccupati e senza mezzi di sostentamento» (3).

I fondatori del socialismo scientifico ritene­vano che vi era un solo modo per risolvere la contraddizione: trasformare quei mezzi di produzione in proprietà collettiva. Ciò implica la necessità di una rivoluzione politica e sociale durante la quale “il proletariato si impossessa del potere pubblico e, grazie a questo potere, trasforma i mezzi di produzione sociali che sfuggono dalle mani della borghesia in proprietà pubblica”. La rivoluzione proletaria renderebbe allora possibile “una produzione sociale secondo un piano stabilito in anticipo [...]. Nella misura in cui l’anarchia della produzione sociale scompare, l’autorità politica dello Stato non ha più un ruolo. Gli uomini, finalmente padroni della propria socializzazione, grazie a ciò diventano anche padroni della natura, padroni di se stessi, liberi” (4).

La libertà menzionata da Engels è quella di non essere più asserviti né con un lavoro alienante o imposto, né con la disoccupa­zione o con l’ozio forzato, né a causa della fame o della povertà. Produrre “socialmente secondo un piano stabilito in anticipo” è il solo modo per soddisfare le necessità di tutti senza distruggere gli uomini e la natura, senza esaurire le risorse naturali, pur utiliz­zando il meglio della tecnica, inclusi i robot. Significa consentire ad ogni essere umano di dare il suo contributo al funzionamento della società, pur riducendo al minimo il tempo necessario ad assolvere questi compiti. È permettere all’umanità nel suo insieme di decidere collettivamente quali compiti essa può affidare a macchine o a robot, e quali compiti gli umani devono continuare ad assumere, ad esempio nel campo delle cure ai più vulnerabili. Contrariamente ai precon­cetti diffusi dagli ambienti ecologisti o dai sostenitori della decrescita, che si oppon­gono alla robotizzazione per il rifiuto della tecnologia, i fondatori del socialismo scienti­fico non erano produttivisti.

Il futuro è distribuire il lavoro socialmente necessario tra tutti, in modo da ridurlo al minimo e consentire ad ogni essere umano, qualunque sia la sua età o le sue capacità, di trovare il suo posto in questo processo. Lo enuncia Marx nel Capitale quando afferma che «In questo campo, l’unica libertà possi­bile è che l’uomo sociale, i produttori asso­ciati, regolino razionalmente i loro scambi con la natura, che la controllino insieme anziché essere dominati dalla sua potenza cieca e che compiano questi scambi spen­dendo il minimo sforzo e nelle condizioni più dignitose, le più conformi alla natura umana» (5).

Una tale ripartizione del lavoro necessario al funzionamento della società contrasta con l’anarchia e la legge della giungla che domi­nano tutti i rapporti sociali nella società capi­talistica. Senonché, per Marx, si è ancora lontani dal “regno della libertà”. Egli così prosegue: “ma questa attività costituirà sem­pre il regno della necessità. Solo oltre comincia lo sviluppo delle forze umane come fine in sé, il vero regno della libertà che può sbocciare solo basandosi sull’altro regno, sull’altra base, quella della necessità. La condizione essenziale di questo sbocciare è la riduzione della giornata lavorativa”.

Lo sviluppo raggiunto dalle forze produttive, l’automazione e la robotizzazione di molte­plici compiti, quelli faticosi per gli uomini oppure meglio eseguiti dai robot, come alcuni interventi chirurgici delicati, rendono possibile già ora la riduzione della giornata di lavoro. Tuttavia, nulla di tutto ciò potrà es­sere attuato senza strappare dalle mani della grande borghesia il controllo dei mezzi di produzione.
28 marzo 2017

(1) S. Arntz, T. Gregory, U. Zierahn, I rischi dell’automazione per l’occupazione nei paesi dell’OCSE, OCSE, 2016.

(2) Karl Marx, Il Capitale, libro I (1867), 4a sezione, capitolo 15.

(3) Friedrich Engels, Socialismo utopistico e so­cialismo scientifico, 1880.

(4) Idem.

(5) Karl Marx, Il Capitale, libro III, 1894


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