Internazionale

Il movimento trotskista e la rivoluzione cubana

Da “Lutte de classe” n°181 – Febbraio 2017

La morte di Fidel Castro, il 25 novembre 2016, è stata per la maggioranza dei media l’occasione giusta per esprimere odio verso il regime sorto dalla rivoluzione cubana del 1959. Per i commentatori che difendono il punto di vista dei ceti dominanti, il regime castrista è soltanto una spregevole dittatura poiché non vi si vota; dimenticano che, anche se negli Stati Uniti si vota, il presi­dente può essere eletto con tre milioni di voti di meno della sua competitrice. E nessuno ha rilevato che, nonostante l’embargo e la scomparsa dell’aiuto sovietico, Cuba resta al 67° posto nella classifica di 188 paesi in fun­zione del loro indice di sviluppo umano e, meglio ancora, al 30° posto per l’istruzione ed al 33° per la speranza di vita. Questi risul­tati, molto invidiabili per la maggior parte dei paesi del mondo, compresi gli Stati Uniti, spiegano allo stesso tempo l’emozione popo­lare manifestatasi in occasione dei funerali del dirigente cubano e l’astio delle potenze imperialiste.

Non torneremo qui sulla storia della rivolu­zione cubana, ma sul dibattito che iniziò all’interno del movimento trotskista; un dibat­tito cominciato fin dalla comparsa delle democrazie popolari in Europa dell’Est, dopo il 1945.

Concludendo che le democrazie popolari, la Cina di Mao e la Cuba di Castro erano Stati operai, più o meno deformati poiché la clas­se operaia, a differenza della rivoluzione russa, non vi aveva giocato alcun ruolo diri­gente, la maggioranza del movimento trotski­sta ne deduceva che forze politiche estranee o ostili al proletariato potevano tuttavia parto­rire stati operai.

L’Anticapitaliste (1° dicembre 2016), il setti­manale del NPA (Nuovo partito anticapi­talista, Francia), ed Inprecor (novembre-­dicembre 2016), rivista dell’Ufficio esecutivo della IVa Internazionale, hanno pubblicato lo stesso articolo di François Sabado su Fidel Castro e la rivoluzione cubana. Questo scrit­to riassume un aspetto della valutazione espressa dalla corrente internazionale alla quale appartengono i militanti del NPA, per cui “l’alchimia tra Fidel e Che Guevara si ricollega alle migliori tradizioni internazio­naliste del movimento operaio”, costituite -secondo questa interpretazione- dalla confe­renza Tricontinentale del 1966, dalle guer­riglie di Che Guevara in Congo nel 1965 ed in Bolivia nel 1967, e dall’intervento cubano in Angola del 1975. Ma lo stesso scritto non ricorda che la sua corrente di riferimento ha considerato Cuba come “uno Stato operaio mancante soltanto di alcune riforme”. Con­clude con il timore di vederlo prendere “la strada cinese o vietnamita”, in chiaro: quella del capitalismo.

Si è lontani dall’euforia provocata nel 1959 dalla vittoria castrista tra gli intellettuali e nell’ambito dell’antenato dell’Ufficio esecu­tivo, il segretariato internazionale (SI), diretto allora da Michel Pablo, Pierre Frank, Ernest Mandel e Livio Maitan.

Nascita miracolosa di “uno Stato operaio particolare”

Quando la rivoluzione cubana scoppiò a gennaio del 1959, il mensile francese del SI, la Vérité des Travailleurs, riprese un articolo di Voz proletaria (voce proletaria), giornale argentino della corrente trotskista latinoame­ricana, allora associata al SI, diretta da Juan Posadas, che aveva militanti a Cuba. Il redattore riteneva che «le armi alla mano, i guerriglieri possono andare molto avanti nella pressione sul governo e per le decisioni sociali, economiche e politiche» ma che “finora il movimento di Fidel Castro si è limi­tato ad ottenere l’appoggio delle popolazioni contadine. Nessuna delle sue parole d’ordine è stata lanciata per ottenere l’appoggio del proletariato. Oltre alla composizione bor­ghese della direzione del movimento, la sua alleanza con Prio Socarras (presidente della Repubblica dal 1948 al 1952, rovesciato da un colpo di Stato) non poteva attirare il sostegno del proletariato”.

Nel settembre - ottobre 1959, la rivista del SI, Quatrième Internationale, descriveva ancora i dirigenti castristi per ciò che erano: « un gruppo d’origine sociale piccolo-borghese ed anche intellettuale, che non è sostenuto da alcun partito, alcun movimento politico orga­nizzato”, con «caratteristiche particolari ana­loghe ai rivoluzionari del 1848 ed allo Zapata messicano del 1911». E sottolineava che «le forme dell’apparato statale, nonostante l’epu­razione del personale, sono rimaste le stesse, cioè borghesi» Concludeva: affinché «la rivoluzione cubana si mantenga e realizzi i suoi obiettivi democratici borghesi - liquida­zione reale di tutte le conseguenze dell’impe­rialismo, la terra ai contadini che la lavorano -, ha bisogno di appoggiarsi a un’organiz­zazione adeguata delle masse rivoluzionarie, organizzate in partiti, comitati, sindacati» ed aggiungeva che, «in questo processo, l’orga­nizzazione di un partito marxista rivoluzio­nario di massa sarà il fattore essenziale».

Ma nel dicembre 1960 Pierre Frank annun­ciava nella Vérité des Travailleurs: “Cuba, un nuovo Stato operaio”. Secondo lui, «ad ecce­zione di piccoli settori non decisivi per l’eco­nomia dell’isola di Cuba, l’economia è nazio­nalizzata e pianificata. Il vecchio apparato di Stato borghese è distrutto: l’esercito ribelle e le milizie operaie e contadine costituiscono le forze armate del regime attuale. In altri termi­ni, non c’è più a Cuba un regime capitalista; esistono le basi di un’economia socialista». Un articolo del maggio 1961 di Voz proletaria precisava che Cuba era «uno Stato operaio particolare» poiché «l’apparato statale non è di composizione né di struttura operaia. A Cuba non esiste una forma di potere sovie­tico, consigli operai e contadini».

Quindi, secondo questi compagni, c’era stato prima un governo borghese dopo l’entrata di Castro a L’Avana nel gennaio 1959. Ma nell’estate, Castro cambiava il presidente della Repubblica e Guevara prendeva la direzione della banca nazionale, e allora Cuba diventava un governo operaio e conta­dino, e poi uno Stato operaio dopo le nazio­nalizzazioni decise da Castro nel 1960. Così gli stessi uomini, lo stesso partito, potevano rappresentare in successione una coalizione capitalista, un governo operaio e contadino e la dittatura del proletariato. I rapporti di forza reali tra le classi non contavano, poiché potevano restare fissi durante questi cambia­menti di etichetta!

Con queste affermazioni si tracciava anche un segno di uguaglianza tra socialismo e nazionalizzazione, un’aberrazione per i mar­xisti. Lo Stato della borghesia può prendere il controllo dell’economia, ma questo non ha nulla da vedere con il socialismo, che è la messa in comune di tutta l’economia per tutta la società, ed ha senso soltanto su scala mondiale. Questo può farlo solo la classe operaia perché è una classe interna­zionale, ed a condizione che si impadronisca del potere rompendo il vecchio apparato di Stato della borghesia, intervento che nessu­no farà al suo posto.

A Cuba il proletariato aveva un’importante tradizione di lotta. Dal 1933, anche militanti trotskisti vi avevano esercitato una propria influenza. Anche sotto la dittatura di Batista, dal 1952 al 1959, ci fu una forte combattività operaia. La principale centrale sindacale, la confederazione dei lavoratori di Cuba, era diretta da una burocrazia corrotta, legata al dittatore, ma c’erano militanti combattivi nei trasporti, lo zucchero ed il tabacco.

Nel 1954, questi lavoratori si opposero con successo alla costruzione di un canale, voluto dagli Stati Uniti, che avrebbe tagliato l’isola in due. E ci furono anche parecchie ondate di scioperi tra il 1957 ed il 1959. Ma questa combattività non ebbe la sua tradu­zione sul piano politico. Il partito trotskista si era sciolto nel 1947 ed il PC proponeva soltanto un’alleanza con partiti borghesi, alleandosi addirittura con Batista negli anni 1940. Operai militanti, ed anche trotskisti, raggiunsero il movimento di Castro, nella macchia o in appoggio nelle città. Ma la classe operaia non fu mai in condizione di prendere la testa della lotta per rovesciare Batista. Mai apparsero gli organi di potere operaio che avrebbero potuto essere gli stru­menti della democrazia operaia. I lavoratori cubani non cercarono di prendere nelle mani la direzione dell’isola, e neanche ruppero l’apparato di Stato come avevano fatto gli operai russi nel 1917.

Il fantasma della rivoluzione permanente

Nel maggio 1961, la Vérité des Travailleurs affermava tuttavia che “la rivoluzione perma­nente sta compiendo la sua opera”. Signifi­cava travisare completamente il contenuto reale che gli dava Trotsky. In L’Internazio­nale comunista dopo Lenin, ad esempio, spiegava - a proposito della rivoluzione cinese del 1925-1927 - che, se questa «contiene in sé una tendenza a diventare permanente», ciò è possibile «solo in quanto contiene la possibilità della conquista del potere da parte del proletariato. […] Solo il proletariato, dopo essersi impadronito del potere dello Stato ed avere trasformato quest’ultimo in uno strumento di lotta contro tutte le forme d’oppressione e di sfrutta­mento, tanto all’interno del paese che al di là delle sue frontiere, conquista in questo modo la possibilità di garantire alla rivoluzione un carattere continuo, in altre parole di portarla integralmente fino alla costruzione della società socialista. Per questo una condizione indispensabile è quindi quella di adottare una politica che prepari il proletariato a conqui­stare il potere a tempo debito».

Il 6 luglio 1961, in una lettera indirizzata a Castro, Michel Pablo gli dava tuttavia una patente di marxismo: “Per tutto ciò che avete fatto finora e fate adesso, fate parte de facto della stirpe dei grandi rivoluzionari, che han­no saputo scoprire, assimilare, interpretare e sviluppare il marxismo in modo creatore e profondamente rivoluzionario, come Rosa Luxemburg, come Lenin, come Trotsky [...]. Il metodo rivoluzionario, diretto, fresco ed anti dogmatico, spesso originale, con cui avete affrontato e risolto le questioni importanti [...].è la strada del vero marxismo creatore”. E ciò, Pablo sottolineava, “in mancanza di un partito marxista e di istituzioni sovietiche”, e nonostante la rivoluzione fosse “ancora diretta dall’alto dagli uomini dell’esercito rivo­luzionario”. Per Pablo e il SI, la rivoluzione socialista poteva essere realizzata da una guerriglia contadina diretta da intellettuali non marxisti, senza partito operaio rivoluzionario e senza alcun intervento dirigente e cosciente di proletari in lotta!

Dal 1953 era nata un’altra corrente, il Comi­tato internazionale, che raccoglieva l’Organi­sation communiste internationaliste (OCI) di Pierre Lambert, la Socialist Labour League (SLL) britannica di Gerry Healy e il Socialist Workers Party (SWP) americano di James P. Cannon. Nell’agosto del 1961, la rivista del­l’OCI, la Vérité, analizzò la rivoluzione cuba­na. Nonostante avesse in comune con il SI la stessa analisi delle democrazie popolari e della Cina come Stati operai deformati, la Verité ebbe meno fretta nel concludere che Cuba era uno Stato operaio. «Il governo cubano è un governo piccolo-borghese, per la sua base sociale di origine, per la sua composizione sociale, per la sua ideologia. […] O lo Stato tradizionale rinnovato si evol­verà verso una burocratizzazione ed una vittoria borghese, e distruggerà gli elementi di potere operaio, le milizie, i consigli [...]; op­pure milizie e consigli diventeranno gli organi e la base di uno Stato operaio». Lo Stato cubano era ancora borghese e non ancora operaio.

Questa valutazione non piacque al SWP, la cui maggioranza aveva, dal 1959, un approc­cio alla questione vicino a quello del SI. Nel 1963 l’SWP si integrò a quest’ultimo, che prese il nome di segretariato unificato (SU). Quanto a sapere in che modo si sarebbe evoluto lo Stato cubano, i lettori di La Vérité attesero il 1979 per sapere che era diventato uno Stato operaio deformato. Ma questa era solo il giudizio di un unico dirigente dell’OCI, autorizzato a dire la sua opinione, mentre i suoi compagni rispondevano che si riserva­vano di discuterne.

I castristi: anti-imperialisti ma non socialisti

I castristi tuttavia erano stati chiari. Fidel Castro si definiva nel 1959 «né socialista, né capitalista, ma umanista», cercando alleati in seno alla borghesia contraria al dittatore Batista e desiderando mantenere relazioni con gli Stati Uniti. Ernesto Guevara diede la chiave del loro orientamento: «Per sapere fino a che punto arriverà Cuba, sarebbe meglio chiedere al governo degli Stati Uniti dove ha intenzione di arrivare».

La radicalizzazione dei dirigenti cubani fu infatti la conseguenza dell’intransigenza del­l’imperialismo americano che, temendo che il successo castrista si estendesse a macchia d’olio in America latina, rifiutò ogni compro­messo. Guevara lo spiegava così: «Ciò che preoccupa l’imperialismo […] è la sorte del petrolio venezuelano, del cotone messicano, del rame cileno, delle greggi argentine, del caffè brasiliano, che fanno la ricchezza dei monopoli americani».

I dirigenti cubani avrebbero potuto capitolare davanti all’imperialismo, ma come naziona­listi coerenti espropriarono le società ameri­cane, quindi l’essenziale dell’economia dell’i­sola. E quando, nel 1960, Washington ruppe gli accordi commerciali con Cuba, in partico­lare sull’acquisto di zucchero, i castristi si servirono dell’esistenza dei due blocchi, in conflitto dal 1947, per avvicinarsi all’URSS che ormai avrebbe fornito un aiuto econo­mico indispensabile alla loro sopravvivenza. Il movimento castrista si fuse allora con il partito comunista.

I castristi hanno rovesciato la dittatura di Batista e resistito più di mezzo secolo all’im­perialismo americano; in questo senso era giusto sostenerli. Ma ciò non faceva di loro né dei rivoluzionari proletari, né dei marxisti, il cui obiettivo è l’emancipazione dei lavora­tori del mondo intero, e quindi di favorire lo sviluppo di organi di potere della classe operaia stessa, strumenti indispensabili all’e­spressione della democrazia operaia.

Guevara lasciò un posto di ministro per com­battere in Congo nel 1965 ed in Bolivia, dove sarebbe andato nel 1967. Il suo impegno è stato incontestabile, ma non si situava nel campo del proletariato. Nel suo giornale dalla Bolivia, redatto durante la sua ultima guerriglia, racconta della lotta per difendere i loro diritti dei minatori - che pure erano la punta di diamante del movimento operaio boliviano - come se si fosse trattato di tempo perso, e valutando che avrebbero fatto meglio a darsi alla macchia insieme a lui.

I trotskisti e la guerriglia

In America latina, all’epoca, imperversavano le dittature al servizio degli Stati Uniti e da loro sostenute. Non c’era vera vita parlamen­tare. In mancanza di partiti comunisti rivolu­zionari che aprissero un’altra strada, molti giovani della piccola borghesia, sotto l’impul­so della rivoluzione cubana, presero le armi piuttosto che aggregarsi a un partito tradi­zionale. Tutta una generazione, in America latina, vide allora nella guerriglia contadina il mezzo per cambiare la società. Il ruolo dei militanti trotskisti avrebbe dovuto essere di proporre una battaglia ben più radicale: scegliere il campo del proletariato. I trotskisti latinoamericani che lo fecero riuscirono a reclutare castristi, ma Pablo e l’SU impegna­rono i loro militanti in guerriglie.

Nel 1965 Pablo, scopiazzando teorici della guerriglia che consideravano la miseria dei contadini come un brevetto rivoluzionario ed erano ostili alla classe operaia, decretò: «la forza principale rivoluzionaria nella schiac­ciante maggioranza dei paesi del terzo mondo non è il proletariato ristretto e relati­vamente privilegiato delle città, ma i conta­dini tradizionali, gli operai agricoli delle tenute straniere, feudali o capitalisti indigeni, e gli strati di origine contadina che afflui­scono nelle città senza possibilità di integrar­si nel processo produttivo». Così si collocava all’opposto di Trotsky che, in una conferenza sulla rivoluzione russa nel novembre 1932, di fronte a studenti danesi, aveva spiegato che i contadini sono un orso che ha bisogno, perché la sua combattività serva a rovesciare il capitalismo, «di un dirigente onesto»: il pro­letariato.

L’SU tuttavia rifiutò di seguire Pablo, che lo lasciò. L’SU fece ancora propaganda per la guerriglia al suo congresso del 1969. E nonostante in Argentina si assistesse, nello stesso anno, ad un risveglio militante del mo­vimento operaio, l’SU sostenne la guerriglia del Ejercito revolucionario del pueblo (ERP), un tempo sezione argentina del SU. Solo dopo la distruzione dell’ ERP negli anni Settanta abbandonò questa politica.

Una rimessa in discussione del trotskismo che viene da lontano

Cuba non era il primo paese dove l’SU sco­priva l’esistenza di stati operai sorti senza rivoluzione operaia. C’era stato il caso delle democrazie popolari, o della rivoluzione cinese del 1949. Nel periodo successivo alla guerra, l’SI spiegò che le democrazie popolari erano Stati borghesi ma, appena l’URSS ne prese il controllo nel 1948 e gli stalinisti vi aggiunsero l’etichetta “socialista”, i dirigenti del SI li dichiararono Stati operai “deformati” poiché la classe operaia non aveva svolto alcun ruolo attivo nella loro creazione.

Fece la stessa cosa con la Cina del 1949, senza tenere conto degli insegnamenti di Trotsky. In una lettera indirizzata ai trotskisti cinesi il 22 settembre 1932, dopo avere ricordato che “chi, in politica, giudica secon­do le etichette e le denominazioni, e non se­condo i fatti sociali, è perso”, Trotsky aveva analizzato così gli eserciti contadini di Mao: “Il fatto che alcuni capi comunisti si trovino individualmente alla testa di eserciti contadini non cambia affatto il carattere sociale di questi ultimi”. Aggiungeva: “Quando il partito comunista, saldamente appoggiato al prole­tariato delle città, prova a comandare l’eser­cito contadino con una direzione operaia, è un conto. È tutt’altra cosa quando alcune migliaia, o anche alcune decine di migliaia, di rivoluzionari che dirigono la guerra contadina sono o si dichiarano comunisti, senza avere nessun appoggio serio nel proletariato. Ora, tale è innanzitutto la situazione in Cina”. E concludeva: “In realtà, il partito (comunista) si è separato dalla sua classe. […] La guerra contadina di per sé, senza una direzione immediata dell’avanguardia proletaria, può soltanto dare il potere ad una nuova cricca della borghesia, […] che in pratica sarà poco differente del Kuomintang di Ciang Kaï-chek”.

Nel 1951, ratificando questi cambiamenti di etichette, la maggioranza del movimento trotskista vedeva rivoluzioni socialiste dove non ce n’erano. Infatti, questi Stati si situa­vano nello stesso contesto di molti altri Stati diventati indipendenti dopo il 1945. Nei paesi poveri del pianeta, la debolezza della bor­ghesia, ma anche quella del movimento ope­raio rivoluzionario, spesso sviato dai partiti socialisti e staliniani, aveva ritardato la rivolu­zione socialista. In questo contesto, molti Stati presero il controllo dell’economia, dife­sero la loro indipendenza e cominciarono la riforma agraria, come l’Egitto di Nasser, senza che il movimento trotskista vi vedesse uno Stato operaio.

Ciò equivaleva anche a far credere che forze politiche esterne al proletariato potessero condurre una rivoluzione socialista. Il SI con­tinuò per un certo periodo a ripetere che occorreva un partito rivoluzionario e l’inter­vento del proletariato per andare verso il socialismo ma, dopo Cuba, queste condi­zioni non erano più indispensabili. Cuba fu presentata come uno Stato operaio, dove la rivoluzione era stata realizzata. Su questa scia, il SI vide internazionalismo nella confe­renza Tricontinentale, che raccolse nel 1966 a L’Avana diversi governi di Paesi del terzo mondo, o nelle dichiarazioni di Guevara che chiamava a creare “uno, due, tre, numerosi Vietnam”, laddove c’era soltanto solidarietà tra nazionalisti e la speranza di Stati indipen­denti del Terzo mondo di veder moltiplicarsi movimenti simili in rottura con l’imperialismo, per indebolire quest’ultimo e migliorare le loro possibilità di sopravvivenza.

Questa posizione era tanto più improponibile in quanto i castristi, che si erano avvicinati all’URSS e agli staliniani, aggredirono il partito trotskista che si era riorganizzato a Cuba nel 1960. I trotskisti cubani furono i primi a vedere in Cuba uno Stato operaio, ma volevano mantenere un’organizzazione indipendente. Così, secondo il SI, Castro conduceva la rivoluzione socialista e la rivo­luzione permanente... pur imprigionando i trotskisti ed impedendo la pubblicazione a Cuba de La Rivoluzione permanente di Trotsky!

Dopo molti processi e soggiorni in carcere, i trotskisti cubani furono tollerati ma con divieto di pubblicazioni e di attività. E ci volle tempo prima che l’SU si ricordasse della loro esistenza.

La rivoluzione cubana ha dato vita ad un sistema di previdenza sociale invidiabile, ma non ha messo fine al dominio dell’imperia­lismo più che in Cina o in Vietnam. Questo può farlo solo la rivoluzione proletaria in tutto il pianeta. Il problema è rimasto irrisolto, ed il mondo imperialista ha proseguito la sua esistenza. Sia la Cina che il Vietnam si sono integrati nel mercato mondiale, e Cuba po­trebbe seguire la stessa evoluzione.

Costruire partiti operai rivoluzionari rimane indispensabile

L’abbandono da parte del SU della costru­zione di organizzazioni rivoluzionarie indi­pendenti nei paesi che aveva definito Stati operai ha causato altre lacerazioni.

Non tutti i trotskisti dell’America latina ave­vano seguito le consegne del SU. Alcuni militanti, che potevano condividere l’analisi di Cuba ma respingevano la guerriglia, manten­nero un’attività nelle città e nelle fabbriche; a maggior ragione dopo il 1969 ed il solleva­mento degli operai di Cordoba, città argen­tina che in quel momento contava la più forte concentrazione industriale del Sudamerica; questa combattività operaia fu poi repressa dai colpi di Stato militari in tutto il cono sud.
Nel 1979, la guerriglia del fronte sandinista di liberazione nazionale (FSLN) rovesciò la dittatura di Somoza in Nicaragua. Ciò causò una doppia rottura nel SU: con la Frazione bolscevica del trotskista argentino Nahuel Moreno, ma anche con la tendenza leninista – trotskista vicina alla corrente lambertista. Le due frazioni disapprovarono l’accoda­mento del SU dietro i sandinisti, simile a quello dietro Castro venti anni prima.

L’SU approvò infatti i sandinisti quando espulsero la brigata Simon Bolivar dei trotski­sti morenisti venuti a combattere al fianco del FSLN. La maggioranza dei militanti sudame­ricani lasciarono allora l’SU per costruire la loro propria corrente internazionale.

I loro successori mantennero questa posi­zione. Così,alla morte di Castro, il giornale argentino El Socialista ha salutato “la rivolu­zione cubana del 1959, un esempio per i rivoluzionari ed i militanti combattivi del mondo”, pur sostenendo la necessità di una rivoluzione socialista.

L’SWP degli Stati Uniti si avvicina al castrismo

Tra il 1979 ed il 1990, l’SWP americano ruppe con l’SU. Per SWP e SU, Cuba era uno Stato operaio, ma l’SU parlava di deformazioni burocratiche e criticava l’acco­damento del PC cubano al Cremlino, mentre per l’SWP Cuba, il Nicaragua e Grenada erano identici alla Russia del 1917-1923.

Nel 1979, Jack Barnes del SWP deplorò l’azione dei trotskisti cubani di vent’anni prima. L’SU pubblicò la difesa di questi ultimi, scritta da due militanti argentini, Adolfo Gilly e Angel Fanjul, presenti a Cuba all’epoca. Nel 1983, l’SWP pubblicò una nuova rivista, New International (Nuova inter­nazionale), che conteneva una critica di Trotsky, del trotskismo e della rivoluzione permanente, e anche un articolo di uno stali­nista cubano che opponeva Lenin a Trotsky. L’SWP riesumò a sostegno di questi argo­menti alcuni scritti di Lenin di prima del 1917, sperando così di attirarsi la benevolenza dei castristi, legati all’URSS. L’SWP sognava “un’internazionale leninista di massa” con i partiti al potere a Cuba, in Nicaragua e Grenada.

L’SU respinse questa proposta, osservando che i Cubani non volevano un’internazionale. Dopo un periodo in cui la direzione del SWP allontanò dalle sue file i partigiani del SU, ruppe con quest’ultimo nel 1990. Da allora, non è nata alcuna internazionale castrista. Ma l’SWP agisce come se ne fosse la sezione americana, pubblicando ogni setti­mana articoli in suo favore, come l’omaggio di Raúl Castro a suo fratello. Ha anche allon­tanato tutti gli eventuali contraddittori di Barnes, cosa che ha demolito questo partito.

Questo codismo, dai molteplici aspetti, non ha fatto progredire la causa della rivoluzione proletaria. La lotta per l’indipendenza nazio­nale, anche se porta ad una rottura con l’im­perialismo, non può di per sé condurre alla rivoluzione socialista. Per rovesciare la domi­nazione imperialista, la lotta rivoluzionaria deve andare oltre il quadro nazionale e sboccare nel campo internazionale. Ma ciò può essere soltanto opera della lotta rivolu­zionaria della classe operaia, e non opera di nazionalisti, per quanto radicali siano.

Niente e nessuno può sostituire l’azione del proletariato. Nella lettera ai trotskisti cinesi già citata, Trotsky ricordava ciò che la rivolu­zione russa gli aveva insegnato: «L’operaio si pone i problemi dal punto di vista socialista; il contadino dal punto di vista piccolo-bor­ghese. L’operaio tenta di socializzare la pro­prietà che ha ripreso ai suoi sfruttatori; il con­tadino tenta di spartirla. L’operaio vuole usare i castelli ed i parchi per l’interesse generale; il contadino, se non può spartirli, è propenso a bruciare i castelli e disboscare i parchi. L’operaio si sforza di risolvere i problemi a livello statale e secondo un piano; ma il contadino si pone tutti i problemi a livello locale, e si comporta con ostilità nei confronti di un piano centrale; ecc. È ovvio che il contadino può anche elevarsi fino ad un punto di vista socialista. Sotto il regime proletario, una massa sempre maggiore di contadini si rieduca nello spirito socialista. Ma ciò esige tempo».

13 dicembre 2016


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