Internazionale

I rivoluzionari di fronte alla guerra in Ucraina

Da "Lutte de Classe" n° 225 – Luglio-Agosto 2022

La guerra in Ucraina ha accelerato un’evoluzione della situazione internazionale che già comportava crescenti tensioni e venti di guerra. Ora potrebbe durare e anche estendersi. "La guerra ad alta intensità è tornata in Europa. […] La probabilità di un impegno importante è aumentata considerevolmente. [...] Sono cambiati i tempi, le dimensioni e la posta in gioco dei conflitti. Tutti devono fare il necessario per prepararsi" ha già scritto il capo delle forze armate francesi. Allora, anche i rivoluzionari si devono preparare, oppure saranno colti di sorpresa e non avranno altra politica che schierarsi dietro i dirigenti mondiali su entrambi i lati del fronte.
Le guerre colgono tutti alla sprovvista e quando scoppiano, la vita di milioni di persone cambia da un giorno al domani. Così è sembrato che la guerra in Ucraina rompesse il corso di una vita sociale alla quale tutti in Europa si erano abituati. Eppure, le guerre erano già tante. Per gli iracheni è diventato un fatto quotidiano e lo è anche per gli afghani. Dal 1945 non c’è stato un solo anno senza conflitto in qualche parte del pianeta. La guerra in Ucraina è in corso dal 2014. Ci sono guerre in Yemen, Siria, Israele, Mali, Etiopia, Sudan... E ci sono tensioni nel Mar cinese, dove americani e australiani stanno concentrando le forze e preparando gli animi per una possibile guerra contro la Cina. La guerra, mai spenta, minaccia di diffondersi nuovamente. I rivoluzionari devono quindi ricordare che è il capitalismo stesso a causare la guerra in e che, per fermarla, bisogna volerlo rovesciare.

All’ora del riarmo generale

Commentatori, giornalisti e politici hanno unanimemente sposato la causa dell’Ucraina. Quando la candidata di Lutte ouvrière alle presidenziali francesi, Nathalie Arthaud, ha detto durante un’intervista televisiva che la NATO e i paesi imperialisti vi avevano la loro parte di responsabilità e che questa guerra andava contrastata e denunciata come fratricida, le si è solo risposto in modo lapidario che, dopo tutto, gli ucraini hanno il diritto di difendersi.

In nome della difesa di un paese invaso, tutti hanno chiesto ai propri governi di inviare armi all’Ucraina, di sostenerla, di sanzionare e isolare ulteriormente la Russia. Il risultato è andato ben oltre le loro aspettative. Ora i paesi imperialisti stanno fornendo armi pesanti al governo Zelensky. Il 10 maggio, ancora, la Camera degli Stati Uniti ha sbloccato 40 miliardi di dollari di aiuti. L’obiettivo dichiarato dei dirigenti americani non è più nemmeno quello di ottenere la fine della guerra, ma di indebolire fortemente la Russia... con la pelle degli ucraini! Inoltre, gli Stati occidentali e la NATO hanno avviato un rilancio della militarizzazione che fino a pochi mesi fa nessuno aveva previsto. Non appena la Russia ha invaso il territorio, la Francia ha inviato 500 soldati supplementari in Romania, al confine con l’Ucraina e la Moldavia, insieme ad altre truppe della NATO.

In realtà questo riarmo era iniziato prima del conflitto: nel 2020, la spesa militare mondiale totale aveva già raggiunto 1.981 miliardi di dollari, di cui il 38% solo per gli Stati Uniti, e con 813 miliardi previsti per il 2023, questo paese avrà il livello di spesa militare più alto di tutti i tempi e ben più alto degli altri Stati, a tal punto che in confronto l’Unione Europea appare molto indietro. Eppure ha appena lanciato un piano per rifornire e modernizzare le sue scorte di armi. La Germania, per la prima volta dal 1945, ha aumentato sostanzialmente le spese militari. Il militarismo "è diventato una malattia capitalista", disse a suo tempo Rosa Luxemburg e lo stesso si può dire oggi.

Ora il gioco delle alleanze si sta intensificando. La NATO, sotto l’impulso della guerra, sta per integrare Svezia e Finlandia con le quali avrà altri 1.300 chilometri di confine comune con la Russia. Ha annunciato che sta rafforzando la sua presenza "a terra, in mare e in aria". Non si sa cosa risulterà da questa situazione nei prossimi anni.
Dopo tre mesi di guerra, bisognerebbe essere ciechi per non vedere che il conflitto non è solo tra una piccola nazione e una più grande che l’ha attaccata, anche se questo è un aspetto della realtà. Si svolge oggi sul territorio ucraino un confronto tra due campi che forse si stanno preparando a un conflitto più ampio domani.

L’imperialismo fonte di guerra

All’inizio del XX secolo, lo sviluppo del capitalismo aveva raggiunto la fase imperialista. La concentrazione del capitale aveva portato alla nascita di trust e monopoli e al ruolo crescente della finanza. Mentre il capitale si sentiva sempre più stretto nell’ambito nazionale, gli Stati di una manciata di cosiddetti paesi civilizzati estesero le loro colonie e la loro presa sull’intero pianeta. Da allora, la concorrenza si è svolta al livello dei trust e dei principali Stati capitalisti. Le rivalità sono la regola tra le componenti nazionali e internazionali della borghesia, che si mostrano solidali contro gli sfruttati solo quando il loro dominio è in pericolo: per il resto del tempo si scontrano in una guerra feroce.

Tuttavia, le guerre imperialiste hanno sempre pretestato grandi idee astratte e alti valori morali per irregimentare i popoli: la libertà, i diritti delle nazioni, la difesa della patria o della civiltà contro la barbarie, o quella della democrazia contro la dittatura... Come scriveva Rosa Luxemburg, "la leggenda della difesa della patria appartiene all’arte della guerra quanto la polvere da sparo e il piombo". Così ora i politici occidentali pretendono che le armi pesanti inviate in Ucraina servono a "preservare la pace".

Quindi non bisogna lasciarsi ingannare dalle bugie che servono a giustificare le guerre. Una famosa frase di Clausewitz, ufficiale dell’epoca napoleonica, dice: "La guerra è solo l’estensione della politica con altri mezzi". Quindi di fronte a ogni guerra, bisogna chiedersi di quale politica questa guerra è il prolungamento, e più precisamente: quale classe sta conducendo questa guerra e con quali obiettivi. E il più delle volte è impossibile rispondere a tale domanda da un punto di vista strettamente nazionale.

La burocrazia russa di fronte alle rivalità imperialiste

I mass media ripetono che l’aggressore è Putin, è la Russia. Formalmente, è indiscutibile che è stata la Russia ad attaccare. È la Russia che bombarda le città e oggi le sue truppe sono un esercito di occupazione, con tutti gli orrori che ne derivano. Ma bisogna anche riflettere sull’affermazione di Putin quando dice di aver preso l’iniziativa perché, prima o poi, il confronto era inevitabile. Alcuni responsabili politici e militari dicono la stessa cosa. Non si tratta di dargli retta ma di capire che è così che le autorità russe percepiscono le relazioni che si sono instaurate tra la Russia e l’Occidente dopo la caduta dell’URSS.

Agli strati privilegiati del paese, alla burocrazia ereditata dall’era sovietica e alle alte sfere del potere risulta che l’Occidente abbia respinto la Russia dal sistema capitalistico mondiale, anche se all’inizio degli anni Duemila, quando Putin è salito al potere, questa stessa Russia aspirava ancora a prendervi posto. Ma non bisogna dimenticare che, nel sistema imperialista, non c’è spazio per tutti quando si tratta di spartirsi i profitti.

Dopo la caduta dell’URSS, il sistema capitalista mondiale era certamente pronto ad accettare il reintegro delle ex repubbliche sovietiche al suo interno, ma a condizione di sottometterle al suo dominio, così come ha sottomesso il resto del mondo. Accettava la Russia, con le sue ricchezze naturali, ma solo con un posto limitato. Dal 1991, la NATO ha guadagnato terreno, ha creato nuove basi militari e il capitale occidentale è penetrato nell’Europa orientale. La sfera d’influenza della Russia, anche nelle sue immediate vicinanze, è diventata ben più piccola di ciò che era all’epoca dell’Unione Sovietica. Non ha mai smesso di ridursi.

Tuttavia, la Russia continua a difendere il suo angolo di mondo con le unghie e con i denti, grazie a un’originalità storica che deriva dal passato e l’ha resa oggi il nemico pubblico numero uno del mondo imperialista, insieme alla Cina.

La Russia e la Cina sono due grandi paesi e soprattutto Stati forti, nati da rivoluzioni che erano di natura sociale diversa ma furono rivoluzioni potenti e profonde che li hanno trasformati completamente. Lo statalismo ha permesso a entrambi di resistere all’imperialismo, di svilupparsi entro certi limiti ai margini del mercato mondiale, prima di reintegrarlo. Ancora oggi, lo Stato svolge un ruolo dominante sia in Russia che in Cina, il che spiega perché questi paesi possono, in parte, condurre le proprie politiche e sono una spina nel fianco dei grandi stati imperialisti. Con l’aggravarsi della crisi globale, aumenta l’aggressività nei loro confronti.

Quindi, ovviamente, l’attuale politica di Putin è criminale, ma l’aggressione economica, politica e militare è innanzitutto e permanentemente dalla parte delle potenze imperialiste che hanno plasmato il pianeta per più di un secolo.
Il complesso rapporto tra l’imperialismo e la burocrazia russa, che fu quella dell’Unione sovietica, non è nuovo. Fu sempre segnato da una successione di riavvicinamenti e tensioni che minacciavano di degenerare in un conflitto armato. Ma queste due forze si alleavano quando si trattava di combattere gli sfruttati. Trotsky aveva già denunciato la complicità della burocrazia stalinista con l’imperialismo, i suoi tentativi di farsi accettare e il suo ruolo controrivoluzionario. Alla fine della Seconda guerra mondiale, ha mostrato di essere pronta a contribuire al mantenimento dell’ordine mondiale.

In più di un’occasione gli interventi sovietici hanno servito l’imperialismo: nelle cosiddette democrazie popolari, in Afghanistan, in Siria. Nel gennaio scorso, i dirigenti imperialisti non hanno detto nulla quando Putin ha invaso il Kazakistan per sedare una rivolta che rischiava di minare la dittatura in questo paese: va detto che i trust occidentali vi hanno una forte presenza.

Tutto ciò non toglie che per tutti i servizi resi, l’imperialismo non ringrazia la burocrazia russa o, a suo dire, la ringrazia molto male. Così gioca senza scrupoli con la pelle dei popoli ucraino e russo per difendere i propri interessi. Dire questo non è giustificare la politica di Putin, al contrario vuol dire denunciare una società e un sistema mondiale in cui le rivalità e i rapporti di forza dominano tutto, e denunciare coloro che li difendono.

Il diritto dei popoli all’autodeterminazione come copertura per una politica adatta a quella della borghesia

Per molti commentatori il comportamento della Russia stessa è semplicemente quello di una potenza imperialista nei confronti di una piccola nazione che lotta per la propria indipendenza, e quindi la questione sarebbe il diritto dei popoli all’autodeterminazione. Questo modo di porre il problema fa dell’imperialismo solo il sinonimo di una politica aggressiva nei confronti di un altro paese e non aiuta a capire la posta in gioco. Eppure questo è il discorso di una parte dell’estrema sinistra, che in realtà serve a nascondere il proprio allineamento dietro i dirigenti ucraini e dietro l’imperialismo di Biden & Co.

Lo scorso aprile, una dichiarazione congiunta di due organizzazioni, una ucraina (il Movimento Sociale), l’altra russa (l’RSD), ha sviluppato questo argomento. In Francia, Olivier Besancenot, di ritorno dall’Ucraina, all’inizio di maggio, ha detto in un’intervista: "L’imperialismo russo sta facendo rivivere gli impulsi espansionistici zaristi che i bolscevichi avevano spezzato dopo il 1917 dichiarandosi a favore del diritto all’autodetermi­nazione, prima della controrivoluzione stalinista. Putin non ha dimenticato di opporre Stalin a Lenin quando ha dichiarato guerra".

Almeno il riferimento alla politica dei bolscevichi a favore del diritto all’autodeterminazione è giusto: i bolscevichi al potere ruppero - unici nella storia - con la politica di oppressione sciovinista imposta dallo zarismo a molte nazionalità, il che significava riconoscere il diritto dei nuovi Stati, tra cui l’Ucraina, di dichiararsi indipendenti. Affermare il diritto delle nazioni all’autodeterminazione, in questo periodo rivoluzionario in cui il proletariato russo aveva preso il potere, era per loro un modo di dimostrare che erano nello stesso campo che i popoli oppressi.

Solo il proletariato, poiché pone gli interessi della classe operaia mondiale al di sopra degli interessi nazionali, può governare la società rispettando i diritti di tutte le nazionalità. Non si trattava però di un inno all’indipendenza, al separatismo, né tanto meno di un modo per spingere i lavoratori a schierarsi dietro la loro propria borghesia nazionale. Era dimostrare ai lavoratori delle nazionalità oppresse la necessità di unirsi alla rivoluzione.

È quindi un vero e proprio inganno evocare gli attuali Stati, compresa l’Ucraina con alle spalle gli Stati Uniti, come incarnazione del diritto dei popoli all’autodeterminazione. Oggi l’Ucraina sembra sempre più un protettorato degli Stati Uniti. e i dirigenti imperialisti sostengono il suo diritto all’indipendenza solo perché è per loro uno strumento con cui possono condurre una guerra contro la Russia senza dovere impegnare le proprie truppe.

Il pretesto della sovranità ucraina permette anche di nascondere il fatto che c’erano e ci sono ricchi e poveri, lavoratori e profittatori, in Ucraina come altrove. La casta politica ucraina è notoriamente estremamente corrotta. Gli oligarchi, come i loro fratelli gemelli russi, hanno costruito le loro fortune saccheggiando l’eredità sovietica, mentre la popolazione si è impoverita. Mettere da parte questo aspetto fa il gioco dei nazionalisti ucraini e dell’estrema destra, onnipresenti dal 2014.

Senza denunciare il regime ucraino e l’imperialismo che lo arma fino ai denti, senza una politica che affermi gli interessi comuni dei lavoratori ucraini e russi, rimane solo è un gretto nazionalismo e i cosiddetti rivoluzionari sono semplicemente schierati con la borghesia. Chiedere armi per l’Ucraina, da qualsiasi parte provengano, senza chiedersi chi le controlla e chi comanda i combattenti, significa chiedere esattamente ciò che sta accadendo, ovvero che gli Stati imperialisti stanno armando per i loro scopi un governo che ha interesse ad allearsi con loro ma che è nemico dei lavoratori del proprio paese.

I rivoluzionari russi potrebbero giustamente adottare lo slogan del ritiro delle truppe russe dall’Ucraina, come modo per educare i lavoratori all’idea che un popolo che opprime un altro non può essere un popolo libero. Ma dire che l’unica questione che conta al momento sia la vittoria o la sconfitta sul terreno militare è fare come se la lotta di classe non esistesse più per tutta la durata della guerra. Un tale atteggiamento è simile a quello che i rivoluzionari chiamavano opportunismo traditore nel 1914, quando la Seconda Internazionale affondava nell’Unione Sacra.
Da parte di chi non ha influenza, tale posizione non ha gravi conseguenze, ma significa sparire politicamente e addirittura negare le basi della propria esistenza. Ma nel caso peggiore, da parte di chi ha un’influenza notevole, come ha dimostrato l’esempio della socialdemocrazia nel 1914, si arriva a partecipare all’arruolamento dei lavoratori, a fare parte dei governi di guerra, in una parola a fare il gendarme della classe operaia per conto della borghesia.

La guerra stessa, qualunque sia il suo esito, rappresenta già una sconfitta per i lavoratori dell’Ucraina e della Russia. L’invasione russa, le esazioni dell’esercito russo, si accompagnano a un crimine altrettanto grave per il proletariato: la creazione di un abisso di odio e sangue tra gli abitanti dei due paesi, che per decenni avevano condiviso un destino comune. L’unica vittoria possibile per il proletariato può risultare da una lotta comune per rivolgere le armi contro chi fa la guerra da entrambe le parti.

È ipotizzabile che gli ucraini, compresi i lavoratori ucraini, respingano l’esercito russo. Ci sono esempi che dimostrano che, in determinate circostanze, il patriottismo degli oppressi, più impegnativo di quello della borghesia, si può trasformare in energia rivoluzionaria. È ciò che ha dimostrato la Comune di Parigi. Ma perché ciò avvenga, la lotta di classe, lungi dall’arrestarsi, deve esacerbarsi. La "difesa della patria", nella bocca di un rivoluzionario, non può mai giustificare il fatto di fornire una carne da cannone agli ordini della borghesia.

L’atteggiamento dei rivoluzionari nei confronti della guerra imperialista

Senza conoscere la situazione sul posto, non possiamo dire quale potrebbe essere la politica dei rivoluzionari ucraini e russi, che, a quanto ci risulta, sono molto pochi. D’altra parte, non dobbiamo seguire la guida del nostro imperialismo e dei nostri stessi dirigenti. Macron sta inviando armi al governo Zelensky e ha avviato un aumento del bilancio militare francese, che aumenterà ancora nei prossimi anni. Questo non porterà alla liberazione del popolo ucraino o di qualunque altro popolo, ma sarà un alimento per la guerra.

Dobbiamo già affrontare le conseguenze economiche di questa guerra. Anche se nel breve termine non siamo direttamente minacciati dalla fame come in alcuni paesi che dipendevano dalle esportazioni russe e ucraine di grano, fertilizzanti e altri beni di prima necessità, ci sono già delle ripercussioni. Per non parlare degli speculatori e dei governi che usano la guerra per giustificare l’aumento dei prezzi e i sacrifici che cercano di imporre.

E cosa si farà se domani la guerra si estenderà in Europa, o su campi di battaglia più lontani ma dove le nostre borghesie mandano i loro eserciti in modo più massiccio? Anche in questo caso, non possiamo prevedere tutto. La politica da portare avanti dipenderà da molte cose, dallo stato d’animo dei lavoratori, che può cambiare nel corso della guerra, dalle nostre forze e da altri fattori.

Ma comunque non è quando la guerra è arrivata che bisogna deporre le armi e rinunciare alle nostre prospettive rivoluzionarie per allinearci dietro i governi. Dobbiamo avere la volontà di dire al proletariato la verità, che ogni guerra provocata da rivalità imperialiste è una guerra di briganti che combattono per il bottino. Sarà necessario saper resistere all’odio suscitato dagli orrori della guerra, alle pressioni e alle menzogne della propaganda e combattere lo sciovinismo. Sarà inoltre necessario denunciare le misure autoritarie che verranno inevitabilmente adottate per costringere o punire coloro che si rifiuteranno di marciare.

In questo senso, un’organizzazione rivoluzionaria deve essere pronta ad agire illegalmente se questo diventa l’unico modo per combattere la propaganda del governo e dei capi militari. La disciplina che regna nelle caserme così come nelle fabbriche in tempo di guerra rende necessario, per fare militanza, di adottare misure che non possono essere definite astrattamente in anticipo, ma alle quali bisogna essere moralmente pronti.

Non siamo pacifisti e non chiediamo il disarmo, a differenza di altri, perché è un’illusione. Il pacifismo si esprime con tanto più vigore quanto è impotente di fronte allo scatenarsi delle armi. Oggi, alcuni di coloro che affermano di deplorare la guerra in Ucraina promettono di lottare per il disarmo... dopo che sarà finita, una volta che la Russia sarà stata sconfitta. La borghesia può essere grata a chi pretende di combattere le guerre in questo modo!

Il ruolo di un partito rivoluzionario, inutile dirlo, è quello di affermare la necessità della rivoluzione, di dimostrarne l’utilità e di prepararvi il proletariato e gli sfruttati. Si tratta di organizzare, in caso di guerra, una vasta campagna di propaganda, sia nell’esercito che nelle retrovie, per trasformare la guerra imperialista in una guerra civile. Si tratta di lavorare con metodo e senza sosta per questo, anche se è impossibile sapere quando scoppieranno movimenti di protesta o una rivoluzione.
Questo è ciò che fecero i rivoluzionari dell’inizio del XX secolo allo scoppio della guerra del 1914-18, almeno quelli che non rinunciarono alla lotta sotto la pressione del nazionalismo borghese. Citiamo Lenin, alla vigilia dell’ottobre 1917: "È impossibile uscire dalla guerra imperialista, impossibile ottenere una pace democratica, non imposta dalla violenza, se non si abbatte il potere del Capitale, se il potere non passa a un’altra classe: il proletariato". La Rivoluzione d’Ottobre in Russia ha dimostrato l’esattezza di questo giudizio.

Certo, si può dire che il movimento operaio attuale non assomiglia a quello dell’inizio del XX secolo, che la coscienza della classe operaia non è allo stesso livello. È vero, c’è un grande ritardo da questo punto di vista, ma è solo un motivo in più per far esistere un punto di vista di classe indipendente.

Il Programma di transizione, ovvero "da dove cominciare?

Se non sappiamo esattamente quali saranno le tappe della mobilitazione del proletariato contro la guerra, né quale politica dovremo perseguire con precisione, almeno abbiamo la fortuna di avere a disposizione il programma politico che Trotsky ha lasciato in eredità alle organizzazioni della Quarta Internazionale, il Programma di transisione scritto nel 1938. Un’intera parte di questo programma è dedicata alla guerra, che allora stava per generalizzarsi.

Secondo questo programma, il principio fondamentale della lotta del proletariato internazionale contro l’imperialismo e la sua guerra è: "il nemico principale è nel nostro proprio paese" o "la sconfitta del nostro governo (imperialista) è il male minore".

Armato di questa bussola, Trotsky fornisce alcune linee guida per rivolgersi ai lavoratori. Scrive in particolare: "La guerra è una gigantesca impresa commerciale, soprattutto per l’industria bellica. Ecco perché le "200 famiglie" sono i primi patrioti e i principali provocatori di guerra. Il controllo dei lavoratori sull’industria bellica è il primo passo nella lotta contro chi fa la guerra".

L’economia capitalista, in generale, ha bisogno del segreto aziendale e la campagna per la sua abolizione fa già parte della nostra politica. Ma dobbiamo renderci conto che in tempo di guerra, quando tutti i mezzi sono mobilitati, la maggior parte delle aziende non lavora più per il mercato, come si dice, ma per lo Stato, per la guerra. È quindi una fonte di enormi profitti, garantiti dal denaro dello Stato, un’opportunità di gigantesco saccheggio per i capitalisti. Grazie ai prestiti, le banche realizzano anche profitti favolosi, per non parlare degli speculatori. Ci sono profittatori di guerra, lo sanno tutti, e quindi bisogna denunciarli, perché i profittatori sono anche i fabbricanti di guerra, e i lavoratori devono attuare il controllo operaio, imporre la trasparenza, e trarre tutte le conclusioni: "Confisca dei profitti di guerra ed espropriazione delle imprese che lavorano per la guerra", è lo slogan del Programma di transizione. E il controllo dei lavoratori vale anche per le imprese nazionalizzate.

Trotsky propone inoltre una serie di altri slogan, adatti al contesto dell’epoca, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, che si ispirano all’agitazione condotta dai bolscevichi in Russia tra il febbraio e l’ottobre del 1917. Possono ispirare anche noi.
Infine alcune poche frasi riassumono l’approccio che deve guidare la politica dei rivoluzionari di fronte alla guerra, in Ucraina oggi o in altri paesi in guerra, e forse qui domani: "La guerra imperialista è la continuazione e l’esacerbazione della politica di saccheggio della borghesia; la lotta del proletariato contro la guerra è la continuazione e l’esacerbazione della sua lotta di classe. La comparsa della guerra cambia la situazione e in parte i processi della lotta di classe, ma non cambia gli obiettivi o la direzione fondamentale della lotta".

29 maggio 2022


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