Internazionale
Sudan:

Tre anni di rivolta contro la dittatura militare e l’ordine imperialista

Da “Lutte de classe” n° 225 - Luglio – Agosto 2022

Il Sudan ha vissuto una successione di eventi dopo la rivolta del 2019 e il rovesciamento del dittatore Omar al-Bashir. Possiamo avere solo una visione limitata della situazione in quel Paese, ma abbiamo diversi motivi per guardare a ciò che sta accadendo lì.

Quello a cui stiamo assistendo dal 2019 è la lotta di una popolazione contro una dittatura militare che, anche con una feroce repressione, non è ancora riuscita a metterla in ginocchio. È un esempio ammirevole della forza e della tenacia degli sfruttati quando decidono di opporsi ai loro oppressori. Questa sequenza di eventi solleva anche questioni politiche che sono state affrontate da molte rivoluzioni in passato, e riecheggia il destino delle rivolte degli ultimi anni in altri Paesi della regione, come Egitto, Burkina Faso e Algeria. Infine, il Sudan è uno di quei Paesi il cui destino è stato a lungo determinato dalle manovre delle potenze imperialiste.

Lo Stato sotto la dominazione imperialista

La mappa del Sudan, i suoi confini tracciati con un righello senza tener conto delle popolazioni e della geografia, rivelano ciò che questo Paese è stato nel mezzo delle rivalità tra le potenze coloniali: uno Stato cuscinetto creato ex novo tra le zone di influenza francese e britannica, che prevale non per le sue risorse ma per la posta in gioco strategica che costituisce. Fu l’accesso al Nilo e al Mar Rosso a rendere il Sudan un territorio ambito dalle potenze imperialiste, molto più delle scarse risorse di questo Paese povero, la cui popolazione era prevalentemente rurale e nomade.
Il Sudan, fin dalla sua creazione, è stato composto da un mosaico di gruppi etnici diversi per cultura, lingua e religione. L’imperialismo britannico, che ha dominato il Paese dal 1898 al 1956, ha giocato fin dall’inizio su queste divisioni per imporre il proprio dominio, non esitando a far combattere tra loro i gruppi etnici. Si basò principalmente sulle popolazioni arabe e musulmane del nord per opprimere il resto della popolazione, in particolare le popolazioni nere e non musulmane del sud. Questa politica portò all’isolamento del Sud.

All’indipendenza, uno Stato diviso dalla guerra civile e sotto il controllo dei militari

Quando il Sudan ottenne l’indipendenza nel 1956, l’imperialismo lasciò il dono avvelenato della divisione, che prese la forma di una guerra civile tra il nord e il sud del Paese già nel 1955, un anno prima dell’indipendenza. Da allora questa guerra civile non è mai cessata, ad eccezione di un periodo di undici anni, dal 1972 al 1983. Nel 2011, l’indipendenza del Sud Sudan è stata accompagnata da una nuova guerra civile tra le élite del nuovo Stato.

La guerra ha colpito la regione del Darfur, nella parte occidentale del Paese, a partire dal 1987 e di nuovo nel 1996, e il sud. Centinaia di migliaia di persone sono morte e milioni sono state costrette all’esilio, mentre intere regioni sono state trasformate in deserti umani. In questa guerra, che ha visto il governo centrale di Khartum affrontare diverse milizie ribelli, le potenze imperialiste hanno fatto la loro parte, non esitando a gettare benzina sul fuoco. Il loro coinvolgimento nel conflitto è aumentato dopo la scoperta, negli anni Settanta, di grandi giacimenti di petrolio nel sud del Paese. Le riserve di petrolio divennero una delle principali poste in gioco per il governo di Khartum e per i ribelli, oltre che per le potenze imperialiste, che difesero i loro interessi sostenendo a più riprese una parte contro l’altra.

Dall’indipendenza, il Sudan ha vissuto quasi esclusivamente sotto dittature militari. Queste dittature sono state rovesciate più volte dalle rivolte del Paese, in particolare nel 1964 e nel 1985. I governi civili sono stati solo brevi intermezzi. Nel 1989, il generale Omar al-Bashir prese il potere dopo tre anni di governo civile. Poi la rivolta del 2019 ha posto fine a trent’anni di dittatura.

Il regime di Omar al-Bashir

Il regime di al-Bashir è stato una feroce dittatura che ha puntato fin dall’inizio sull’islamizzazione del Paese. Quando al-Bashir salì al potere nel 1989, fu sostenuto dal Fronte Islamico Nazionale, un’organizzazione dei Fratelli Musulmani. Nei suoi primi anni di potere, al-Bashir introdusse leggi sull’ordine pubblico, tra cui, per le donne, l’obbligo di indossare il velo, il divieto di indossare pantaloni e di ballare. Le donne potevano essere frustate in pubblico. I regolari arresti di donne accusate dalla polizia di non rispettare la legge islamica e rilasciate su cauzione (circa 50.000 all’anno alla fine del regime) costituivano una vera e propria manna per il governo.
Al-Bashir fu spietato nella guerra contro i ribelli nel Darfur e nel sud del Paese. Uno dei bracci armati di questa politica è stata la milizia Janjaweed, nome che deriva dalla parola araba per “orda”. Queste milizie, i cui membri sono stati reclutati da tribù arabe o arabizzate in Ciad e Darfur, sono state armate dal regime di Khartum prima di diventare la sua principale forza di repressione quando il conflitto si è intensificato nel 2003. Incoraggiati ad attaccare e riconquistare le aree controllate dai ribelli nel Darfur, i Janjaweed hanno usato tattiche di terra bruciata, accompagnate da diffuse atrocità contro i civili: massacri, stupri e deportazioni. L’esperienza di queste milizie in Darfur le ha rese una forza repressiva a cui il regime ha fatto ricorso ogni volta che si è sentito in pericolo. Dalle milizie Janjaweed è nata la RSF (Rapid Support Forces), guidata dal generale Hemetti, che ha avuto un ruolo nel movimento del 2019. Il regime di al-Bashir ha esercitato la repressione politica in tutto il Paese, con il supporto del National Intelligence and Security Service (NISS) che ha agito come una forza di polizia politica.

Sotto al-Bashir, il Sudan è rimasto uno dei Paesi più poveri del mondo. Alla fine degli anni ’90, il Paese è stato al centro delle cronache per la carestia nel sud. I canali televisivi dell’epoca mostravano periodicamente immagini insopportabili di bambini affamati, adulti emaciati e folle di persone che si gettavano sul cibo paracadutato. La manna petrolifera ha avvantaggiato solo le multinazionali straniere e i circoli di potere. L’industria è rimasta molto sottosviluppata, il Paese è prevalentemente rurale e pastorale. Nelle città, la gente viveva di lavori saltuari e di espedienti. La miseria del Paese è stata in gran parte rafforzata dalle sanzioni internazionali imposte dalle grandi potenze al regime di al-Bashir, che è stato inserito nella lista nera dei sostenitori del terrorismo islamico. Nel 1997, il presidente statunitense George W. Bush ha imposto un embargo che è durato fino al 2017. Nel 2011, la proclamata indipendenza del Sud Sudan, dove si trova la maggior parte dei giacimenti petroliferi, ha tagliato fuori il Sudan da tre quarti delle sue riserve di petrolio. Ciò ha aggravato la crisi economica del Paese.

Nel 2019, il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (UNDP) ha stimato che quasi 20 milioni di persone in Sudan vivevano sotto la soglia di povertà, quasi la metà della popolazione.

Nel 2013, questa situazione di miseria aveva generato un movimento di rivolta, che prefigurava il movimento del 2019. La città di Khartum e altre città del Paese hanno affrontato rivolte alimentari, soprattutto in relazione al forte aumento del prezzo del petrolio. Le proteste sono state violentemente represse da al-Bashir e dal suo esercito. Quasi 200 manifestanti sono stati uccisi, quasi mille feriti e 3000 arrestati.

La rivolta del 2013 alimentò le critiche interne al regime, con diversi esponenti del regime che chiesero riforme. Nelle città si formò un movimento di opposizione democratica, soprattutto tra la piccola borghesia istruita: medici, avvocati, accademici e studenti, alcuni dei quali andarono in esilio negli anni successivi, pur continuando a guidare l’opposizione dall’estero. Nei cinque anni che hanno preceduto il movimento del 2019, il Sudan ha sperimentato cinque diversi movimenti di rivolta, ogni volta in risposta all’aumento dei prezzi e sistematicamente repressi.

La rivolta del 2019

La rivolta che ha infiammato il Paese nel 2019 affonda le sue radici in una situazione drammatica e non nuova. La polveriera aspettava solo una nuova scintilla per esplodere.

Questa scintilla è stata accesa la mattina del 1° dicembre 2018, dall’annuncio del governo di Khartum di triplicare il prezzo del pane. Questa misura faceva parte di un vasto piano di austerità incoraggiato dal FMI, che spingeva alla fine dei sussidi per i beni di prima necessità, sussidi che permettevano a una parte della popolazione di sfuggire alla fame. La triplicazione del prezzo del pane è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso, che era già pieno. Con gli aumenti programmati, la popolazione, già privata dei mezzi di sussistenza, fu completamente strangolata. Non c’era più benzina nelle stazioni di servizio, non c’era più denaro nelle banche e il pane stesso stava diventando scarso nei panifici. I prezzi dei medicinali erano aumentati del 50% negli ultimi mesi e l’inflazione, che ufficialmente era del 70% all’anno, era in realtà molto più alta.

A partire dal 19 dicembre scoppiarono proteste spontanee in tutto il Paese. Nella città di Omdurman, vicino a Khartum, la rabbia della popolazione esplose dopo una partita di calcio e la popolazione iniziò a manifestare. A differenza dei movimenti precedenti, la rivolta non cominciò nella capitale, ma nelle città dell’estremo nord del Paese, prima di diffondersi come un’onda d’urto in tutto il Paese. Ciò colse di sorpresa il governo, abituato a concentrare le forze di repressione a Khartum, che si trovò ad affrontare molteplici fronti in tutto il Paese.

Gli slogan contro l’alto costo della vita furono rapidamente seguiti da slogan politici. I più comuni furono "Libertà, pace, giustizia" e "La rivoluzione è la scelta del popolo". Ben presto, lo slogan che emerse in tutte le manifestazioni fu la partenza del dittatore Omar al-Bashir, riassunto nello slogan: "La tua caduta! Nient’altro". Il 25 dicembre, la capitale Khartum ha assistette alla più grande manifestazione dal 1989. Diverse sedi del Congresso Nazionale, il partito di al-Bashir, furono date alle fiamme.
Le manifestazioni toccarono piccoli centri e grandi città. I cortei erano composti da una popolazione molto eterogenea, ma due caratteristiche mostrano la profondità del movimento: il gran numero di donne, che a volte costituivano la maggioranza dei cortei, e i giovani.

Le autorità furono rapidamente sopraffatte dalla protesta. Il capo dei servizi segreti sudanesi vedette nelle manifestazioni un complotto straniero e denunciò le azioni di individui presumibilmente legati a Israele. Fu dichiarato lo stato di emergenza e fu dispiegato l’esercito. Anche Internet fu interrotto in diversi luoghi. La repressione colpì immediatamente i manifestanti, causando decine di morti nei primi giorni del movimento. Tuttavia ciò non scoraggiò la popolazione, che accorse sempre più numerosa alle manifestazioni. I giovani dimostrarono coraggio negli scontri con le forze di repressione. In un documentario di Arte trasmesso il 1° agosto 2019, i giornalisti intervistano una giovane donna diventata famosa dopo la diffusione sui social network di un video in cui la si vede, da sola in un gruppo di uomini, lanciare granate lacrimogene contro la polizia. Dice di essere stata arrestata sei volte, tra cui una quando è scappata dalla jeep delle forze di sicurezza. Ricorda anche il momento in cui un poliziotto che cercava di allontanare un gruppo di manifestanti di cui lei faceva parte è stato raggiunto e picchiato da loro, mentre gli altri poliziotti erano respinti da lanci di pietre.

Sebbene la rivolta di dicembre sia stata in gran parte spontanea, emerse presto una leadership politica attraverso l’Associazione dei Professionisti Sudanesi (APS). Non proveniva dai manifestanti stessi, ma era formata dai rappresentanti di otto professioni della piccola borghesia che si erano riunite dopo le rivolte del 2013: ingegneri, avvocati, medici e insegnanti dell’istruzione superiore. Erano riusciti a organizzarsi e a sopravvivere in clandestinità o all’estero. Ben presto, fu l’APS a lanciare l’appello a continuare il movimento, sostenuto dalla popolazione.
L’APS era vista come una garanzia di unità del movimento, rafforzata quando, il 1° gennaio 2019, formò l’Alleanza per la Libertà e il Cambiamento (ALC) con i principali partiti politici del Paese. La dichiarazione di fondazione di questa alleanza chiedeva la sostituzione di Omar al-Bashir con un governo di transizione per un periodo di quattro anni, prima di indire le elezioni. Il programma prevedeva misure progressiste, tra cui la lotta contro la discriminazione e la persecuzione delle donne. Per quanto riguarda le richieste economiche, invece, si parlava solo di "arrestare il deterioramento economico e migliorare la vita dei cittadini in tutti i settori", senza menzionare alcuna misura concreta.

Oltre all’APS, i principali firmatari dell’ALC sono stati: il Partito Ummah, un partito politico islamico il cui leader, Sadek al-Mahdi, aveva guidato il breve governo civile del 1986 rovesciato da al-Bashir; una coalizione di gruppi armati che si opponevano al regime; e il Partito Comunista Sudanese (PCS). Gli attivisti del PCS erano rilasciati dal carcere e mettevano a disposizione del movimento le loro competenze organizzative al movimento a livello locale. Ma firmando questo testo, il PCS ha confermato di rinunciare a qualsiasi politica indipendente per la classe operaia, rifiutandosi persino di avanzare le richieste vitali che avevano scatenato la rivolta. Purtroppo, non si trattava di una novità per il partito, che aveva già partecipato a tali fronti uniti nel corso della sua storia.

Le manifestazioni continuarono in tutto il Paese nonostante lo stato di emergenza e la repressione, prima di raggiungere il culmine il 6 aprile, quando l’ALC indisse una manifestazione permanente, giorno e notte, per convergere sulla sede dello Stato Maggiore a Khartum. Le immagini di questo enorme sit-in ricordavano la rivolta di piazza Tahrir in Egitto, che portò alla caduta del dittatore Mubarak nel 2011. Giorno e notte, i manifestanti scandivano slogan e discutevano su come cambiare radicalmente la società. Le donne parlavano di equilibrio di genere, accesso all’istruzione per le ragazze, fine delle discriminazioni. Alcune donne manifestarono la loro volontà di non indossare il velo e si opponevano agli uomini che davano loro lezioni di moralità. Gli studenti uscirono dalle loro università per discutere e rimettere in discussione ciò che era sempre stato loro insegnato: i precetti religiosi e la separazione delle etnie. Un segno della sfida alle divisioni più profonde della società è stato l’arrivo di pullman di manifestanti dal Darfur, accolti dallo slogan: "Darfur, perdonaci per tutto lo spargimento di sangue".

Cinque giorni dopo, l’11 aprile 2019, incapaci di placare la pressione delle manifestazioni, i leader militari che circondano Omar al-Bashir lo costrinsero a dimettersi e presero il suo posto formando un Consiglio militare di transizione.

Dopo la caduta di al-Bashir

Una volta estromesso Omar al-Bashir, la politica dell’ALC e dell’APS si limitò a cercare di fare pressione sul Consiglio militare di transizione. Pur invitando i manifestanti a mantenere la loro presenza davanti alla sede, mantenne l’illusione di poter convincere il Consiglio militare di transizione ad accettare un accordo. L’APS, che era diventata la leadership del movimento, non ha mai pensato di preparare la popolazione all’inevitabile confronto con l’esercito.

All’inizio i militari, preoccupati di guadagnare tempo, sembravano fare concessioni. Sotto la pressione delle manifestazioni, cacciarono il vicepresidente di Omar al-Bashir, il generale Ibn Awf. La sua nomina a capo del Consiglio militare di transizione era un sotterfugio troppo grosso e provocò la furia della folla. All’indomani delle manifestazioni, si sentiva dire: "In due giorni siamo riusciti a rovesciare due presidenti”.

Ibn Waf fu sostituito dal generale al-Bhourane, meno conosciuto ma che aveva partecipato, come tutti i vertici sudanesi, alle uccisioni in Darfur e nel sud del Paese. Il generale Hemetti, famoso per la sua guida delle milizie Janjaweed e delle RSF (Rapid Support Forces), rimase il numero due della giunta militare.

Il Consiglio militare di transizione si impegnò anche in prolungati negoziati con l’ALC, concedendo sulla carta la creazione di organismi congiunti militari-civili per gestire il Paese. Ben presto fu chiaro, tuttavia, che i militari avevano ancora il controllo e mantenevano la gran parte e le posizioni decisive in questi organismi.

L’ALC indette una manifestazione di massa a Khartum giovedì 3 maggio per cercare di piegare l’esercito, e di nuovo il 28 e 29 maggio. Ma a quel punto lo Stato Maggiore aveva già deciso di porre fine al movimento.

Il ripristino del potere militare (31 maggio 2019- 2 gennaio 2022)

Venerdì 31 maggio, lo Stato Maggiore organizzò una contro-dimostrazione in cui migliaia di abitanti delle campagne furono trasportati a Khartum per gridare slogan come "Potere ai militari" o "Potere all’Islam". Le forze di repressione si radunarono intorno allo Stato Maggiore e il 3 giugno le RSF (Rapid Support Forces) di Hemetti, i membri dei servizi di sicurezza e gli scagnozzi del partito fondamentalista fecero irruzione nell’accam­pamento degli oppositori, interrompendo il loro raduno con numerose atrocità. Le tende furono date alle fiamme, i manifestanti furono picchiati con bastoni e sparati. Diverse decine di persone rimasero uccise.

Questa presa di potere da parte dei militari scatenò una reazione limitata da parte dell’APS, che invitò alla disobbedienza civile ma continuò a partecipare alla commedia dei colloqui con i militari per la creazione di un potere condiviso. Questi colloqui hanno portato alla creazione, il 21 agosto 2019, di un consiglio sovrano di undici membri, cinque civili e sei militari, guidato dal primo ministro Abdallah Hamdok, un economista di formazione europea favorito dal FMI. Tra i membri militari del Consiglio c’era ancora l’odiato Hemetti, capo delle RSF (Rapid Support Forces). Questo nuovo potere non aiutò la popolazione. I prezzi continuarono a salire vertiginosamente, con un’impennata del prezzo del pane. Le famiglie povere sostituirono il pane con le lenticchie e rinunciarono al latte e allo zucchero, il cui prezzo raddoppiò. L’aumento dei prezzi era alimentato dalla politica militare di promozione dell’inflazione attraverso la stampa di moneta. La situazione era così grave che alcuni lavoratori aspettavano mesi prima di essere pagati. Il Primo Ministro Hamdok cercava di accogliere la richiesta del FMI di continuare il piano di austerità, accelerare la privatizzazione delle imprese statali e togliere i sussidi per i beni di prima necessità. Questa politica lo rese sempre più impopolare.

Il 25 ottobre 2021, i militari decisero di porre fine alla finzione del governo civile con un colpo di Stato che portò all’arresto dei leader della società civile. Il primo ministro Hamdok fu trattenuto a casa sua dai golpisti che cercarono di fargli firmare una dichiarazione di sostegno al colpo di Stato. Al suo rifiuto, fu portato in una destinazione sconosciuta. Sotto la pressione delle manifestazioni e di parte della comunità internazionale, il 21 novembre il regime militare accettò di reintegrare Abdallah Hamdok come Primo Ministro dopo un mese di arresti domiciliari. Tuttavia, si è dimesso ufficialmente il 2 gennaio 2022.

L’obiettivo della giunta militare è ormai chiaro: ristabilire la dittatura che è stata estromessa dal potere nell’aprile 2019. Per raggiungere questo obiettivo, la giunta conta sul sostegno delle forze islamiste e degli ex sostenitori del regime di al-Bashir, alcuni dei quali sono stati fatti uscire di prigione dai militari. I leader del movimento islamista stanno ora cercando di unire le loro forze strutturando i vari gruppi islamisti per vincere le elezioni promesse dai militari nel 2024. Questo risultato è favorito dai militari perché permetterebbe loro di mettere in piedi una facciata di potere civile a loro favorevole. L’accordo con gli islamisti è chiaro: vi restituiamo i vostri soldi e vi liberiamo dalla prigione in cambio del vostro sostegno. Questo ha il vantaggio di rispondere alle ingiunzioni delle autorità finanziarie, in primis Banca Mondiale e FMI, che hanno congelato gli aiuti al Paese. La denuncia della repressione militare da parte dei governi delle grandi potenze è ovviamente solo di facciata e ipocrita. Per molti versi, le potenze imperialiste hanno motivo di sperare che una rivolta popolare che potrebbe diffondersi nel resto della regione, come quella della Primavera araba del 2011, sia contenuta. Sebbene l’instaurazione di un governo civile sembri essere favorita dalle grandi potenze, l’instaurazione della dittatura militare in Egitto è avvenuta sotto il loro sguardo benevolo. Il mantenimento del potere militare in Sudan è stato possibile anche grazie al sostegno attivo di Egitto ed Emirati Arabi Uniti, alleati delle potenze occidentali.

Tuttavia, la partita non è del tutto vinta per i militari. Infatti, nonostante la repressione, la popolazione sudanese non si è arresa e le manifestazioni sono ricominciate il giorno dopo la presa del potere da parte dei militari. Dopo tre anni di proteste, il movimento del 2019 continua. Per quanto si possa osservare da lontano, è certo che la popolazione è uscita da questi tre anni di lotta con una ricca esperienza politica. Il movimento del 2019 ha dimostrato che una dittatura capace di resistere per trent’anni può essere spazzata via dalla mobilitazione delle masse. Dal dicembre 2018 a oggi, i manifestanti sudanesi hanno dato prova di grande coraggio e determinazione. Hanno anche imparato ad organizzarsi. Se le proteste possono continuare, è perché le persone hanno imparato a trasmettere le chiamate anche quando internet è fuori uso, o a raggrupparsi e costruire sbarramenti per affrontare la polizia. Il movimento ha apparentemente portato alla formazione di comitati di quartiere in diverse parti del Paese, che sono stati ribattezzati comitati di resistenza al dominio militare. È difficile stabilire cosa siano realmente questi comitati di resistenza, poiché la realtà è sicuramente molto eterogenea da un luogo all’altro. Esempi di azioni svolte da questi comitati sono la fornitura di beni di prima necessità alla popolazione. Hanno anche rilasciato certificati di nascita, morte e lavoro per compensare le carenze dell’amministrazione. Sembra che questi comitati si siano organizzati anche durante l’epidemia di Covid per disinfettare le case e incoraggiare i vicini a non riunirsi. Questi comitati pretendono quindi di agire laddove lo Stato si è dimostrato incapace.

Tali comitati rivelano l’inizio di un’organizzazione materiale della popolazione stessa per soddisfare i propri bisogni, ma anche la volontà di organizzarsi politicamente. Sul fronte politico, propongono la fine del potere militare, l’instaurazione del potere civile e l’arresto e il processo dei golpisti. Per il momento, l’azione di questi comitati sembra essere in accordo con le forze politiche dell’ACL e al loro fianco. Molti di questi comitati sono guidati da attivisti dei partiti che compongono l’ALC. I lavoratori sudanesi troveranno un modo per organizzarsi politicamente in modo indipendente? La questione rimane aperta. In ogni caso, l’alternativa in Sudan è chiara: o la vittoria della reazione con la completa restaurazione della dittatura militare, o la rivoluzione dei lavoratori, organizzati per difendere i propri interessi e quelli della popolazione povera.

La rivolta in Sudan è un’ulteriore dimostrazione della forza degli sfruttati quando si mettono in moto. Ma illustra anche cosa succede quando, all’interno di una rivoluzione, il proletariato non difende la propria politica e si colloca dietro le altre classi sociali. In assenza di un partito comunista rivoluzionario, che non esisteva, fu l’APS, una leadership piccolo-borghese, a imporsi, con la sua politica che disarmava le masse di fronte ai militari. Ma questi ultimi hanno trovato modo di riprendere il controllo e hanno dimostrato di essere pronti a usare qualsiasi mezzo per mantenere il loro potere. Ancora una volta, questa è la prova che tutto ciò che il proletariato in rivolta può aspettarsi dallo Stato della classe dominante è una lotta spietata che può finire solo con la vittoria di una parte o dell’altra. Questa è un’ulteriore illustrazione della lezione che il rivoluzionario Auguste Blanqui formulò dopo la repressione della rivoluzione del 1848:

"Le armi e l’organizzazione sono l’elemento decisivo del progresso, il mezzo serio per porre fine alla miseria. Chi ha il ferro, ha il pane. Ci si inchina davanti alle baionette, si spazzano via le folle disarmate. In presenza di proletari armati, gli ostacoli, le resistenze, le impossibilità, tutto scomparirà. Ma per i proletari che si lasciano divertire da ridicole passeggiate per le strade, dal piantare alberi della libertà, dalle frasi sonore di un avvocato, ci sarà prima l’acqua santa, poi gli insulti, infine le mitragliate, e la miseria sempre".

A più di 170 anni e a diverse migliaia di chilometri di distanza, queste parole risuonano perfettamente con la rivolta ancora incompiuta dei lavoratori sudanesi.

23 giugno 2022


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