Internazionale

Lutte ouvrière nel movimento trotskista

Da "Lutte de Classe" n° 225 – Luglio-Agosto 2022

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Questo è il testo di una relazione fatta alla festa di Lutte ouvrière il 28 maggio 2022 al posto del dibattito tradizionalmente organizzato con il Nuovo Partito Anticapitalista (NPA), dopo che quest’ultimo aveva rifiutato di partecipare.

L’NPA, il voto Macron, Mélenchon e la Nupes

Per quanto riguarda la situazione politica in Francia, dobbiamo tornare sulla posizione dell’NPA in relazione al secondo turno delle elezioni presidenziali il 24 aprile scorso. Dopo aver detto, la sera del primo turno del 10 aprile, che nessun voto doveva andare alla Le Pen, pur criticando vagamente "le politiche liberali di Macron", ha smesso di parlare di Macron per ripetere che era "vitale che l’estrema destra fosse battuta". Nell’ambito di una scelta di secondo turno in cui gli unici candidati rimasti erano Macron e la Le Pen, era un invito a votare Macron anche se non lo si esprimeva chiaramente.

Molti lavoratori hanno preferito astenersi piuttosto che scegliere tra la peste e il colera. Altri lavoratori, anche molti purtroppo, sono disorientati al punto di avere votato Le Pen per cacciare Macron. Dare l’impressione di preferire Macron significava prendere segnare una distanza con questi lavoratori. C’era una battaglia politica da condurre, discussioni da avere con molti lavoratori, non per convincerli a sostenere Macron, colui che consideravano un nemico, o addirittura il loro peggior nemico, ma per cercare di convincerli che la politica condotta da Macron non era legata alla sua sola personalità: è la politica che la borghesia esige da colui che gestisce i suoi affari, e che avrebbe preteso da tutti coloro che pretendevano di occupare quella posizione, indipendentemente dalla loro etichetta di partito.

Dopo aver chiesto il sostegno a Macron, la direzione dell’NPA si è impegnata in discussioni con l’Unione Popolare di Mélenchon. L’obiettivo era, secondo l’NPA, raggiungere "l’unità d’azione nelle strade e nelle urne", una formula a cui i compagni dell’NPA ricorrono spesso, questa volta per giustificare un accordo con la sinistra riformista per le elezioni politiche svoltesi a giugno dopo le presidenziali. Mélenchon proviene dal PS, si presenta come un adoratore di Mitterrand, è stato ministro nel governo di "sinistra plurale" guidato da Jospin tra il 2000 e il 2002, quando Chirac era presidente. È questo politico borghese, proveniente dalla sinistra riformista, che l’NPA presenta come "l’incarnazione di un riformismo rinnovato", con "un posizionamento più radicale di quello che il PS ha incarnato dal 1983". Presentare Mélenchon e la sua proposta di salario minimo a 1.500 euro come un radicalismo rinnovato, significa davvero accontentarsi di poco!

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Nella dichiarazione del suo Consiglio politico nazionale del 5 maggio, l’NPA è tornato sul suo obiettivo e sul modo in cui queste discussioni si sono evolute: "Vogliamo che nell’Assemblea esista una maggioranza di sinistra di rottura, almeno il maggior numero possibile di membri eletti. [...] Una dinamica di unità sarebbe un segnale positivo per il movimento sociale e le lotte, restituendo fiducia agli oppressi e agli sfruttati [...]. A livello programmatico, abbiamo scritto un testo". Aggiungono di essere pronti a sostenere il governo "con Mélenchon come primo ministro". Dopodiché c’è stato l’accordo di Mélenchon e del suo partito LFI con i Verdi e soprattutto con il Partito Socialista…

Questo accordo con il PS è stato considerato dall’NPA come "un punto di svolta". Come se l’alleanza di LFI con il PS fosse una sorpresa, un tradimento, come se non fosse stato evidente che erano questi partiti, il PS e i Verdi e le loro reti, che Mélenchon voleva mettersi alle spalle, essendo l’NPA solo il quinto incomodo.
Sempre in questo testo, più che di questioni programmatiche, l’NPA lamenta che i fautori di Mélenchon gli abbiano proposto solo cinque circoscrizioni, "nessuna delle quali con una vera possibilità di essere eletto". Notando che al PS è stato concesso un numero di circoscrizioni tre volte superiore al suo peso, e "all’NPA tre volte inferiore", questi compagni hanno concluso che "l’Unione Popolare avrebbe voluto la partecipazione dell’NPA alle Nupes, ma senza la possibilità di una reale esistenza al suo interno".

In parole povere, Mélenchon voleva poter associare l’etichetta NPA alla Nupes, la Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale creata per dare un nome all’accordo elettorale della sinistra per queste politiche. Ma per lui si trattava di mettere un po’ di colore rosso sulla vetrina senza concedere nulla all’NPA. In fine dei conti sarà esattamente così! Infatti, non serbando rancore, come ha spiegato Philippe Poutou in una conferenza stampa mercoledì 25 maggio, l’NPA sosterrà, in modo militante, quindi facendo campagna, i "candidati di sinistra" della Nupes, senza nemmeno esserne un partecipante! "Siamo parte della campagna senza essere parte dell’accordo", ha detto!

Per questi compagni, l’accordo elettorale che volevano era, sostengono, per incoraggiare le lotte. Ma come può essere un incoraggiamento alle lotte sostenere Mélenchon, che all’epoca delle elezioni presidenziali aveva dichiarato che votando per lui avremmo risparmiato chilometri di manifestazioni? Sviluppare illusioni nei confronti di questa sinistra vagamente riformista, come può essere un incoraggiamento alle lotte? In ogni caso, Mélenchon non vuole che questo sia il caso e lo dice chiaramente.

Di più, se le lotte si svilupperanno, queste illusioni potranno avere conseguenze ancora più drammatiche, perché queste lotte rischiano di essere usate male e tradite da politici come Mélenchon.

Ricordiamo che quando gli operai intrapresero uno sciopero con occupazione delle fabbriche nel maggio-giugno 1936, i dirigenti sindacali, quelli del PC e del PS riuscirono a convincere i lavoratori che era necessario saper porre fine ad uno sciopero e lasciare al governo del Fronte Popolare di Léon Blum il tempo di fare il resto. Il resto non è mai arrivato, perché Blum ha fatto finta di scoprire il "muro del denaro". Le illusioni della sinistra di allora hanno disarmato gli operai di fronte alla controffensiva dei padroni che è arrivata molto rapidamente, perché i padroni non si arrendono mai!

Dobbiamo ricordarci che i tradimenti della sinistra al potere, a partire da quelli di Mitterrand, Jospin e più recentemente di Hollande, hanno giocato un ruolo decisivo nel declino della coscienza politica dei lavoratori, screditando i partiti di sinistra e demoralizzando i loro militanti. Non sappiamo se l’operazione politica di Mélenchon sarà sufficiente a cancellare anni di tradimenti e a far rinascere le illusioni nell’unione della sinistra. Ma la dirigenza dell’NPA ritiene che non ci sia nulla di più urgente che contribuire ad aiutare Mélenchon a farlo. Questo non può che preparare i tradimenti di domani, e, che se ci saranno lotte, avranno conseguenze ancora più drammatiche.
In realtà, la dirigenza dell’NPA ha bisogno di trovare giustificazioni teoriche per un opportunismo che si basa sempre sugli stessi riflessi: in qualunque momento, è sempre in cerca di un movimento con qualche realtà e qualche successo, per "inserirsi dentro", come dice; o, per dirla in modo più semplice, è sempre in cerca di una locomotiva a cui attaccare la sua vettura, e in questo caso è un approccio che la porta a seguire la sinistra riformista.

Questo approccio è ben illustrato in un recente articolo intitolato "L’avvento di una nuova sinistra" nel numero di maggio de L’Anticapitaliste. L’autore scrive, parlando dell’NPA: "La nostra attività si riduce spesso alla propaganda e alla partecipazione - a volte anche dall’esterno - alle lotte sindacali". E conclude: "Abbiamo bisogno di un colpo che ci ricolleghi alle preoccupazioni e alle reali modalità di azione delle classi lavoratrici". In cosa consista questo colpo lo apprendiamo subito dopo: "Nel 20° arrondissement di Parigi, ad esempio, stiamo cercando di integrarci nella campagna di Danièle Simonnet [una delle principali dirigenti di La France insoumise, il patito di Mélenchon], che unisce momenti di dibattito collettivo a un lavoro sistematico di incontro con gli abitanti di questo quartiere molto popolare, distribuendo volantini davanti alle scuole e andando di sera a bussare alle porte".

Per quanto ci riguarda, un tale "lavoro sistematico", i nostri compagni lo conoscono e lo fanno per difendere le idee rivoluzionarie. Non sappiamo se sia più facile andare bussare alle porte dei lavoratori con l’etichetta Nuova Unione Popolare, ma noi non vogliamo raccontare loro delle bugie e comportarci come mercanti di illusioni. Al contrario, vogliamo denunciare questi mercanti di illusioni.

Nello stesso articolo, l’autore scrive che l’NPA presenterà liste alternative in una decina di circoscrizioni, in particolare contro candidati del PS, dei Verdi e persino di LREM, il partito di Macron. Ma, spiega l’autore, "dobbiamo evitare il tranello di costruire liste che mirino a denunciare i riformisti". Di conseguenza, per fare un esempio, l’NPA ha deciso di non presentare un candidato contro il leader dei Verdi, Julien Bayou, nel 10° distretto di Parigi. In un comunicato stampa, l’NPA spiega: "Non siamo stati in grado di creare una candidatura unitaria alternativa, poiché nessuna forza si è espressa nella Nupes contro la candidatura di Bayou. E continua: "La nostra candidatura avrebbe avuto solo un impatto irrisorio, visto che la Nupes è vicina al 50% in questo distretto elettorale".

Per noi è il contrario. Lutte ouvrière ha presentato candidati contro Bayou, contro Simonnet, contro i riformisti, per denunciare le loro menzogne ai lavoratori, per denunciare questi mercanti di illusioni. Di fronte a Simonnet, nel 20° arrondissement di Parigi, si è candidato Arnaud Charvillat, un postino e un militante che lavora alle Poste del 20° arrondissement, e farà campagna pur sapendo che il suo risultato sarà forse irrisorio, secondo i criteri dell’NPA. Pensiamo che l’essenziale non sia il risultato, perché non siamo elettoralisti. Pensiamo che sia essenziale rivolgersi direttamente ai lavoratori, facendo il discorso dei comunisti rivoluzionari e non quello dei riformisti con una leggera sfumatura rossa. L’obiettivo, in una campagna di questo tipo, è quello di preparare il futuro. E di permettere a coloro che, già oggi, anche se probabilmente sono una piccolissima minoranza, si riconoscono in questo programma e in queste idee, di rafforzarli, di dire loro che hanno ragione di pensare così, che devono essere orgogliosi di avere fiducia nelle lotte della classe operaia e solo in queste lotte per cambiare la società.

L’NPA e la guerra in Ucraina

I compagni dell’NPA mostrano nei confronti dei nazionalisti ucraini lo stesso opportunismo che ho citato nei confronti dell’unione della sinistra. Fin dall’inizio dell’invasione russa dell’Ucraina, la posizione del Segretariato Unitario della IV Internazionale, la corrente a cui appartiene l’NPA, è stata quella di chiedere la consegna di armi all’Ucraina e di chiedere sanzioni contro la Russia. "In solidarietà con la resistenza ucraina", spiegano.

L’invasione dell’Ucraina è stata un crimine spaventoso, bisognava condannare, denunciare i metodi di terrore di Putin e il suo totale disprezzo per le popolazioni ucraine e russe, precipitate in una guerra fratricida. Ma il fatto che i militanti che si definiscono rivoluzionari, alcuni dei quali trotskisti, chiedano "armi per l’Ucraina", senza distinguere tra gli interessi sociali contrapposti, è sconvolgente! Sono capaci di parlare di lotta di classe nei loro testi, e allo stesso tempo ritengono che non abbia più alcun ruolo in Ucraina con l’invasione russa, diventando, nei fatti, sostenitori dell’unità nazionale contro i russi!

Per loro, la guerra tra Ucraina e Russia c’è una guerra di liberazione nazionale tra un piccolo paese e una grande potenza, e il fatto che l’Ucraina sia sostenuta dall’imperialismo americano non conta. Vediamo da settimane come Biden non stia lesinando sulle consegne di armi, che ammontano a decine di miliardi di dollari. E bisogna mettere nel conto il ruolo dell’imperialismo americano, la politica che ha assunto dopo la dissoluzione dell’URSS, che consiste nell’aumentare la pressione militare sulla Russia, attuando una politica di accerchiamento attraverso la NATO e integrandovi sempre più paesi dell’Europa orientale... Se teniamo conto di tutto ciò, capiamo che questa è una guerra imperialista, una guerra in cui l’imperialismo occidentale è all’offensiva. Se perdiamo di vista questo aspetto, ci ritroviamo nel suo campo.

In una dichiarazione rilasciata il 7 aprile dal Movimento socialista russo e dal Movimento sociale ucraino, legati alla Quarta Internazionale, si legge: "È molto ingenuo chiedere la smilita­rizzazione dell’Europa orientale [cioè l’uscita dalla Nato] perché, alla luce delle circostanze attuali, ciò renderebbe i Paesi dell’Europa orien­tale vulnerabili all’aggressione di Putin". Così questo testo, pubblicato su L’Anticapitaliste, elogia i meriti della Nato come scudo protettivo contro Putin.

Da parte nostra, non siamo in grado, da lontano e senza una presenza militante in questo paese, di proporre ai lavoratori ucraini una politica che corrisponda ai loro interessi. Non abbiamo questa presunzione. Siamo sicuri, però, che non consisterebbe nell’allinearsi dietro il governo Zelensky, in nome della resistenza all’invasione.

I militanti che si preoccupano di esprimere gli interessi dei lavoratori, non dimenticano mai che la classe operaia deve avere in ogni circostanza una politica indipendente. Cercherebbero di dimostrare che Zelensky è il rappresentante degli oligarchi, della borghesia ucraina, degli strati sociali che sfruttano e opprimono i lavoratori.

Una politica internazionalista, al contrario di quella dei nazionalisti, consisterebbe nel provare di rivolgersi ai soldati russi, per cercare di staccarli da Putin e dai generali che stanno organizzando questa guerra fratricida, facendo leva sui molteplici legami personali, familiari, economici e culturali che ancora uniscono russi e ucraini. Nei testi del Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, che non sono mai avari rispetto all’uso della parola "solidarietà", non si trova una sola parola al riguardo tranne quando si tratta di sostenere i nazionalisti.

Che sia in Francia nei confronti della sinistra o in Ucraina nei confronti dei nazionalisti, osserviamo lo stesso opportunismo, lo stesso accodarsi e la stessa incapacità di immaginare di creare organizzazioni che propongano una politica indipendente al proletariato.

La corrente comunista rivoluzionaria fondata da Marx ed Engels

Noi rivendichiamo l’appartenenza a questa tendenza comunista rivoluzionaria che è esistita da Marx in poi. L’inizio del XIX secolo fu un periodo di sconvolgimenti. La Gran Bretagna era nel bel mezzo di una rivoluzione industriale e la Rivoluzione francese aveva scosso l’intera Europa. Marx ed Engels erano intellettuali radicali e progressisti, "ardenti giacobini" come diceva Engels, che volevano che la Germania feudale dove vivevano, entrasse finalmente nel mondo delle nazioni moderne.
In questo calderone europeo portarono una visione del mondo totalmente rivoluzionaria, scoprendo che tutti questi eventi che cambiavano la vita erano il risultato della lotta di classe tra nobiltà, borghesia e classe operaia. Marx ed Engels capirono infatti che in mezzo alla massa informe dei diseredati stava emergendo una nuova classe sociale, inconsapevole di sé, ma con riflessi originali propri. Con i primi scioperi, i primi sindacati, questa classe stava inventando nuove organizzazioni collettive. Marx e Engels le diedero le sue lettere di nobiltà, capendo il suo ruolo storico di unica classe in grado di rovesciare la borghesia.

I comunisti prima di Marx avevano immaginato nella loro testa società ideali, senza alcuna base nella realtà, utopiche. Ma è la classe operaia, quando lotta per la sua emancipazione, a potere rovesciare il capitalismo espropriando la borghesia e creare una nuova organizzazione sociale, basata sulla collettivizzazione dei mezzi di produzione. La classe operaia era diventata la classe più moderna, capace di adoperare l’arma delle idee più avanzate, quelle del socialismo scientifico. Il movimento operaio sviluppava organizzazioni di ogni tipo e tendenza, che Marx cercò di unificare col mezzo della Prima Internazionale, creata dagli operai inglesi e francesi. La sua teoria indicava a tutti lo stesso nemico, la borghesia, e lo stesso programma rivoluzionario, dando la coscienza di appartenere alla stessa classe sociale.

Poi si poneva il problema dell’organizzazione di questa classe sociale e della sua cultura politica. Fu in Germania che la classe operaia indicò la strada, con la socialdemocrazia tedesca. Lo sviluppo industriale della Germania si era accelerato e la classe operaia stava crescendo numericamente. La fusione dell’organizzazione dei marxisti con quella fondata dal militante tedesco Ferdinand Lassalle diede vita al Partito Socialdemocratico Tedesco. L’epoca non era più quella delle cospirazioni di pochi rivoluzionari che agivano al posto del popolo, ma quella in cui era necessario, attraverso un lavoro da formiche, conquistare il proletariato uomo per uomo.
Fu un’ immenso e paziente lavoro di organizzazione e agitazione in tutto il paese, anche con l’uso rivoluzionario del suffragio universale. Il governo di Bismarck, introducendo leggi antisocialiste, volle vietare la propaganda del partito e mandare i suoi militanti in prigione. Ma candidarsi alle elezioni rimaneva possibile e, nonostante la repressione, milioni di proletari tedeschi votarono per la socialdemocrazia, inviando sempre più deputati in parlamento, il quale divenne una tribuna per il movimento socialista.

Questo lavoro ebbe grandi risultati. La socialdemocrazia aveva decine di giornali in tutta la Germania, migliaia di associazioni culturali e sportive, inizialmente create per aggirare la repressione. Attraverso i sindacati che i militanti socialisti avevano creato, organizzava la maggior parte della classe operaia. Questa forza che sfidava Bismarck era quasi uno Stato nello Stato. La classe operaia aveva trovato lo strumento organizzativo che le avrebbe permesso, come grande classe senza privilegi nella società, di affrontare la borghesia. Nel 1889, insieme ad altri partiti socialisti dell’epoca, il Partito Socialdemocratico Tedesco si trovò in forte posizione per fondare la Seconda Internazionale.

Però la socialdemocrazia, come direzione mondiale della classe operaia rivoluzionaria, crollò di fronte alla prova più importante che ebbe da affrontare, la guerra. Nel 1914, la direzione del partito si schierò con la borghesia, abbandonando completamente l’internazionalismo operaio. Fu un cataclisma. La rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg definì la Seconda Internazionale un "cadavere puzzolente". La realtà della guerra ebbe ragione della propaganda sciovinista della borghesia e nel 1918 scoppiò la rivoluzione operaia in Germania. Una frazione della socialdemocrazia aveva finito per contestare la guerra, ma aveva lasciato la classe operaia impreparata all’arrivo della rivoluzione. Quanto alla frazione che era passata dalla parte della borghesia con armi e bagagli, si assunse il compito della repressione a tutti gli effetti.

Ma c’erano i bolscevichi! Lenin aveva alzato la bandiera che la socialdemocrazia aveva ammainato. La Russia era un Paese arretrato, dove il servaggio era stato appena abolito e la classe operaia rappresentava solo una piccola minoranza accanto a un mare di contadini poveri. La gioventù intellettuale, in rivolta contro la burocrazia zarista dalla mentalità ristretta e poliziesca, aveva tentato tutto, dal rivolgersi ai muzhik nelle campagne al terrorismo individuale. Alla fine si era rivolta alle idee marxiste. Anche se la classe operaia era una piccolissima minoranza, la classe operaia da sola era capace, se prendeva coscienza dei propri interessi, di una coesione di cui i contadini non sarebbero mai stati capaci. Questo avrebbe fatto del proletariato una forza capace di trascinare con se i contadini per rovesciare lo zarismo e la borghesia.

Per organizzare questa classe operaia, Lenin sviluppò il concetto di un partito di "militanti di professione", il cui compito era quello di organizzare e educare i lavoratori ovunque, in stretto rapporto con la direzione del partito. Inizialmente, per Lenin, un’organizzazione così centralizzata con membri selezionati era imposta dalle condizioni specifiche della Russia. La storia avrebbe dimostrato che questo tipo di partito avrebbe permesso alla classe operaia di prendere il potere.

All’epoca della Prima guerra mondiale, solo il Partito bolscevico non era caduto nello sciovinismo. Dal febbraio 1917 in poi, nella rivoluzione russa, ebbe un ruolo di primo piano. Da gruppo ridotto a pochi militanti dalla guerra, si trasformò in un grande partito in sintonia con le masse sfruttate. La classe operaia, dopo aver sconfitto lo zarismo e cacciato i borghesi refrattari, assunse la guida della società.
Questo evento ebbe un riscontro mondiale. Un’ondata rivoluzionaria attraversò l’Europa e i comunisti russi dominarono il movimento operaio rivoluzionario. Fondarono l’Internazionale Comu­nista, o Terza Internazionale, il partito mondiale di questa rivoluzione che voleva affrontare tutte le borghesie del mondo, minacciando come mai prima l’ordine costituito della borghesia.

Lo stalinismo, una rottura nella continuità della corrente comunista

Ma l’ondata rivoluzionaria si esaurì nella maggior parte dei paesi. In URSS la rivoluzione aveva retto ma il Paese era stato distrutto dalla guerra mondiale e dalla guerra civile. La classe operaia aveva dato le sue forze per sconfiggere gli eserciti controrivoluzionari e ne usciva schiacciata. Le condizioni di questo paese economicamente arretrato e il suo isolamento furono il terreno su cui si sviluppò una burocrazia sovietica che mise le mani sulle conquiste della rivoluzione.

Morto Lenin, rimaneva Trotsky che innalzò la bandiera della lotta contro questa burocrazia, trascinando con sé migliaia di militanti. Si trattava dell’Opposizione di Sinistra, che si conosce molto meglio da quando sono stati aperti gli archivi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica dopo la caduta dell’URSS.

Questa Opposizione non voleva creare un nuovo partito che sostituisse quello che aveva fatto la rivoluzione russa, il partito di Lenin e Trotsky. Gli oppositori volevano rigenerare questo partito, scommettendo sulla classe operaia, sulla sua capacità di riprendere la strada della rivoluzione e di fare pulizia. L’opposizione riuscì a riconquistare una parte notevole del partito. Al suo congresso del 1927, presentò un programma che conteneva una serie di proposte per il rafforzamento della classe operaia e metteva in primo piano la lotta contro i comportamenti burocratici, proponendo misure per il ritorno della democrazia all’interno del partito. La risposta della burocrazia fu di arrestare i militanti dell’opposizione e di mandarli nei campi di concentramento.

Nel frattempo, nell’Internazionale Comunista dominata dal partito russo, la burocrazia si era imposta sui militanti privi dell’esperienza rivoluzionaria del bolscevismo, avendo cura di epurare sistematicamente ogni elemento che potesse essere simpatico alle idee di Trotsky.

I trotskisti sovietici rimanevano soli a rappre­sentare il movimento comunista rivoluzionario. Alla vigilia della Seconda guerra mondiale, Stalin decise di sterminarli, poiché rappresentavano ancora una minaccia mortale per la burocrazia. Uccidendoli, spezzò quella catena umana continua che da Marx portava a loro, facendo ciò che la borghesia non era riuscita a fare. In Germania la reazione aveva assassinato Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma non era riuscita a eliminare tutti coloro che erano passati dalla parte della rivoluzione russa. In Russia la reazione staliniana vi riuscì.
È difficile rendersi conto di quale capitale politico rappresentavano i militanti dell’Opposizione. Deportati e imprigionati nei campi staliniani, la loro determinazione a lottare fino alla fine rimase incrollabile. Anche in quest’ultimo periodo, i loro dibattiti politici, che richiedevano un’organiz­zazione clandestina in tutta l’URSS, toccavano tutti gli avvenimenti internazionali. E soprattutto avevano con Trotsky un uomo capace di essere un dirigente rivoluzionario per la classe operaia.

Per tagliare fuori questi uomini dal loro dirigente in modo più sicuro, Stalin aveva espulso Trotsky dall’URSS sin dal 1929. Così Trotsky fu in contatto con il resto del movimento operaio mondiale, ma i partiti comunisti staliniani gli diedero la caccia, e anche a tutti coloro che lo aiutavano. Alcuni individui di questi partiti si rivolsero a lui. Lo raggiunsero giovani militanti, per lo più intellettuali, pronti a confrontarsi con i metodi criminali degli stalinisti. Ma non erano, anche lontanamente, al livello dei militanti dell’opposizione di sinistra in URSS.

Trotsky cercò, con loro, di ridare vita a partiti rivoluzionari. Ma questi trotskisti, che pretendevano di unirsi alla sua lotta, non riuscirono mai a costruire organizzazioni basate sulla classe operaia. Rimasero in un ambiente non operaio e influenzato da idee piccolo-borghesi. Trotsky lottò per contrastare questa influenza piccolo-borghese e far capire la necessità di riuscire a collegarsi ai lavoratori.

Nel 1938 proclamò la Quarta Internazionale. Solo Trotsky incarnava ancora il pensiero rivoluzionario così come era diventato con l’esperienza della rivoluzione russa. Anche dall’altra parte del mondo, Stalin lo fece assassinare. Con la sua scomparsa, dopo quella di migliaia di trotskisti sovietici, la Quarta Internazionale era annientata, fisicamente distrutta.

La nostra corrente: per ristabilire le idee trotskiste nella classe operaia

La nostra tendenza è nata da militanti che volevano unirsi alla lotta dei trotskisti in Spagna durante la rivoluzione in questo paese, ma che si fermarono a Parigi nel 1936. Poi, separati di fatto dal resto del movimento trotskista a causa della guerra, cominciarono a costruire un gruppo sulla base delle idee di Trotsky e con l’idea che fosse fondamentale affermarsi nella classe operaia.

Alla fine della Seconda guerra mondiale in Francia, il movimento trotskista disperso dalla guerra voleva riunirsi. I compagni della nostra tendenza erano pronti a farlo, a patto di discutere un punto importante. All’inizio della guerra, un’intera sezione dei trotskisti francesi era sprofondata nello sciovinismo difendendo l’idea che fosse necessario, contro l’esercito tedesco che occupava la Francia e quelli che accettavano di collaborare con essa, sostenere la frazione della borghesia "che pensava francese". Il resto del movimento trotskista rifiutò semplicemente di parlare di questi errori politici passati, per cui i nostri compagni non vollero partecipare a questa riunificazione.

Oltre questo, i nostri compagni pensavano di poter dimostrare che, nonostante il cordone sanitario instaurato dal PCF intorno ai lavoratori, era possibile conquistare i quadri della classe operaia e mostrare l’importanza di questo lavoro di radicamento. Nel 1947 lo sciopero alla fabbrica Renault di Billancourt fu guidato da Pierre Bois, un militante di questo gruppo. Contro l’apparato egemonico della CGT fu formato un comitato di sciopero. L’apparato fu costretto di estendere la lotta a tutta la fabbrica e i ministri comunisti, non avendo altra soluzione che di sostenere lo sciopero, furono esclusi dal governo. Nonostante l’importanza di questo fatto, i dirigenti del resto del movimento trotskista lo ignorarono completamente. Erano alla testa della Quarta Internazionale fondata da Trotsky, ne avevano recuperato l’eredità formale e per loro questo era sufficiente.

Infatti non hanno mai cercato di radicarsi nella classe operaia. La divisione de facto tra questa tendenza rivoluzionaria e la classe è diventata una divisione politica. Tanto più che questi dirigenti giustificarono teoricamente la loro rinuncia, sostenendo che, a causa dell’egemonia del PCF nelle fabbriche, era necessario conquistare gli "strati periferici del proletariato". Fecero molte teorie per giustificare le loro rinunce. Uno dei responsabili di questa Quarta Internazionale, Michel Pablo, teorizzò addirittura la necessaria dissoluzione delle organizzazioni trotskiste nei partiti stalinisti.

Per giustificare il loro accodamento a Mao, teorizzarono l’idea che la rivoluzione contadina cinese poteva essere l’equivalente di una rivoluzione proletaria. La Cina diventava ai loro occhi un nuovo Stato socialista che chiamavano "degenerato", per potere dire nonostante tutto che si mantenevano nella continuità delle analisi di Trotsky. Nello stesso modo videro Stati socialisti degenerati nelle democrazie popolari dell’Europa orientale o nell’Algeria indipendente. Una delle conseguenze peggiori fu di arrivare alla conclusione che occorreva rinunciare a creare organizzazioni trotskiste in questi paesi.

Nonostante tutto, noi cercammo di mantenere rapporti con il resto del movimento trotskista, di cui ci consideravamo una tendenza. Ma ci siamo sempre trovati di fronte alla stessa arroganza compiaciuta di dopo il 1945. Subito dopo il 1968, migliaia di giovani lavoratori avevano scoperto le correnti rivoluzionarie a sinistra del PCF, ma non capivano questa molteplicità. La nostra tendenza fece allora la proposta a tutta l’estrema sinistra, trotskisti, maoisti e anarchici, di creare un "partito rivoluzionario", che avrebbe riunito tutte queste tendenze in modo da potere costituire un polo di attrazione. Nessuna organizzazione dell’estrema sinistra aveva dimensioni tali da potere essere un polo di questo tipo, ma tutte insieme vi potevano riuscire. Questa rara opportunità, che avrebbe potuto permettere ai trotskisti di legarsi a migliaia di giovani lavoratori, fu persa. Gli antenati dell’NPA accantonarono questa proposta. Il loro successo nella gioventù studentesca li portava a pensare che da soli potevano diventare un partito importante. Mentre in realtà si trattava di un pubblico di soli studenti.

La nostra tendenza ha cercato contatti al livello internazionale con il resto del movimento trotskista. Eravamo pronti a scambi di militanti, anche con gruppi che non militavano sulle nostre basi, per fare esperienze e cercare di capire le diverse situazioni. A metà degli anni Ottanta, quando Lutte ouvrière e la LCR avevano fatto campagne elettorali comuni e feste comuni e mentre si facevano anche riunioni comuni di cellule aziendali, il Segretariato Unificato propose a Lutte ouvrière di entrare nella Quarta Internazionale come organizzazione osservatrice. Ma il solo fatto di dire loro cosa pensavamo della loro politica passata li portò a chiudere la porta.
Ci siamo sempre trovati di fronte allo stesso atteggiamento da parte loro: "Unisciti a noi... ma prima rinuncia alle tue critiche". No! Siamo pronti a discutere, ma non a tacere, né a dire ciò che non pensiamo. Non siamo settari e per noi la frammentazione del movimento trotskista è una debolezza. Ma sappiamo anche che la causa fondamentale di questa debolezza è l’assenza di una presenza nella classe operaia.

28 maggio 2022


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