Internazionale

I lavoratori e le conseguenze economiche della guerra

Il conflitto in corso, le sanzioni, le ripercussioni sul piano delle esportazioni e del commercio mondiale in genere, stanno già producendo degli effetti che si aggiungono e si combinano con quelli della lunga crisi che non ha mai abbandonato veramente la scena dal 2008. Ai morti ucraini e russi si aggiungono quelli per fame, sempre più numerosi specialmente tra i bambini, nei paesi più poveri e più dipendenti dalle importazioni di grano e mais dai due paesi in guerra. Fattori economici e fattori politici si mischiano e nessuno può sapere che cosa ne uscirà. È in atto un generale sovvertimento dei rapporti politico-diplomatici internazionali, una ridefinizione di alleanze e sfere d’influenza. Tutti gli Stati si stanno riarmando e le pressioni dei giganteschi gruppi del “complesso militare-industriale" sui rispettivi governi entrano nel fascio di forze che contribuisce a dar luogo a nuove crisi e nuove guerre. Il capitalismo continua a generare barbarie. Un missile Javelin, di quelli che gli USA spediscono in quantità al governo ucraino, costa 256mila dollari. Con la stessa cifra si comprano un milione di bustine di “Plumpynut”, il cibo terapeutico per contrastare la denutrizione infantile di cui attualmente soffrono nel mondo 200 milioni di bambini.
La Commissione europea, si legge sul Sole 24 Ore del 17 maggio, è stata costretta “a rivedere al ribasso le sue previsioni di crescita”. Le previsioni sull’inflazione, invece, sono state corrette “nettamente al rialzo”. La crescita del Pil prevista prima dell’invasione russa era ancora in gran parte un trascinamento del recupero parziale, il “rimbalzo” del 2021 rispetto alla caduta catastrofica del 2020. Ma sulla scia di questo trascinamento era stata costruita un’ipotesi di crescita che ormai appare una chimera.

Un’economia dagli effetti imprevedibili
In particolare, l’Italia sempre secondo la Commissione europea, è soggetta a “forti rischi di ribasso”, specie se si andrà incontro a un’interruzione brusca delle forniture energetiche “essendo l’Italia uno dei maggiori importatori di gas naturale russo”. Per i lavoratori italiani sarebbero a rischio, secondo le stesse fonti governative, almeno mezzo milione di posti di lavoro in due anni solo come conseguenza dell’embargo al gas russo. Ma il problema riguarda l’UE nel suo complesso perché, come ha spiegato il Commissario europeo Paolo Gentiloni, un’interruzione delle forniture del gas russo porterebbe direttamente alla recessione su scala continentale.
Le banche centrali sono tra le migliori organizzazioni di cui dispone il sistema capitalistico. Ma neppure loro sanno bene che pesci pigliare. Dal 2008 hanno pompato denaro nel sistema con acquisti di titoli di Stato, sussidi miliardari, denaro a tassi irrisori. L’equivalente di una respirazione bocca a bocca come si è espresso Francesco Guerrera su Repubblica. Oggi si trovano di fronte al problema di affrontare un’inflazione rampante i cui caratteri di lungo periodo sono stati negati per molto tempo. Lorenzo Bini Smaghi, uomo della borghesia finanziaria al cento per cento, già membro del Comitato esecutivo della BCE e attualmente presidente della banca francese Société Générale, dice in un’intervista allo stesso giornale che “era impossibile prevedere un’impennata così violenta” dell’inflazione. Dal 2008 in poi, gli economisti più premiati e i capi delle maggiori banche e istituzioni finanziarie si sono dichiarati di volta in volta presi di sorpresa da fatti che era “impossibile prevedere”. I rimedi che hanno suggerito hanno a loro volta prodotto fatti, e crisi “imprevedibili”.

La guerra e chi ci guadagna
Poi siamo arrivati alla “imprevedibile” guerra russo-ucraina. Qui si può dire la stessa cosa che si può dire sulle crisi economiche. Nessuno può dire in anticipo quando e dove scoppierà la prossima guerra, ma è sicuro che scoppierà. Il vecchio socialista francese Jean Jaures, all’inizio del ‘900 poteva affermare che il capitalismo porta con sé la guerra come la nube la tempesta. Gli attuali commentatori ed esperti geopolitici non riescono nemmeno a cogliere il nesso tra organizzazione economica capitalistica e guerre. I lavoratori devono conoscere e fare propria la tradizione del pensiero socialista e marxista per capire che cosa sta avvenendo non molto distante da loro e non essere spinti nella voragine di un pensiero povero e inconsistente, funzionale alle necessità momentanee della classe dominante.
Chi ha appena sfogliato qualche pagina di Marx, Rosa Luxemburg o Lenin, sa che il capitalismo è un sistema anarchico, impianificabile e quindi … imprevedibile. E in questo sistema le crisi e le guerre sono una regola. Ma i cervelloni del capitalismo non accetterebbero mai questa acquisizione scientifica del marxismo. Preferiscono, di volta in volta “stupirsi”, preferiscono oggi ripetere: “Chi si sarebbe mai aspettato una guerra nel cuore dell’Europa?”.
Del resto, scendendo su un piano più “pragmatico”, tutta una parte di imprese sta guadagnando dalla situazione. Non si tratta solo di quelle legate al settore energetico, che hanno fatto profitti fantastici con l’aumento dei prezzi dei carburanti, come l’ENI, che ha fatto meglio di tutti, decuplicando i profitti rispetto al 2021. Ci sono anche fabbricanti e commercianti di armi. I siti e i giornali specializzati raccomandano ai “risparmiatori” di investire nelle azioni delle industrie delle armi e aerospaziali. In testa alle preferenze ci sono le americane Lockheed-Martin, Raytheon e General Dynamics e, per l’Italia, Leonardo. Combattere “per la libertà e la democrazia” può rivelarsi un ottimo affare. I titoli delle “industrie della morte” sono schizzati in alto appena iniziate le operazioni belliche in Ucraina. Un’azione Leonardo si scambiava a 3 dollari e 30 a metà dicembre e ha raggiunto 5 dollari e 45 il 18 aprile scorso.
C’è poi tutto il fronte dei “ricostruttori”. Il governo ucraino stima la spesa necessaria alla ricostruzione, sulla base della situazione attuale, tra i 500 e i 600 miliardi. Molti “amici della democrazia” si stanno già leccando i baffi e sgomitano tra loro per arraffare i bocconi migliori. E, a proposito di “eccellenze italiane”, bisogna dire che mafia e ‘ndrangheta sono già ottimamente piazzate. Stando alle dichiarazioni del Procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho, che prevede un incremento del 15% delle entrate delle cosche calabresi già da anni saldamente radicate nel territorio ucraino.

Conseguenze sociali della guerra
Il governo Draghi, sulla scia dei diktat di Washington, si è distinto come volenteroso esecutore delle sanzioni contro la Russia. Si sono fatti un sacco di discorsi sul fatto che comprare gas da Putin significava di fatto finanziarne la guerra. Ma, come si è visto, non è così facile farne a meno.
In ogni caso, per quanto riguarda le conseguenze delle sanzioni e della guerra sull’economia italiana, le cose non si prospettano così facili come un’insensata e irresponsabile propaganda interventista continua a ripetere. I rapporti mondiali che legano le varie fasi della produzione e della commercializzazione tra loro, anche nella loro dimensione tecnica (componenti, pezzi di ricambio, materiali specifici, semiconduttori...), sono così strettamente intrecciati che solo un bambino potrebbe ridurre la questione delle conseguenze delle sanzioni ai “soli” 20 miliardi di interscambio tra Italia e Russia. Tuttavia, le imprese italiane, i cui principali portavoce sostengono in pubblico la politica “americana” del governo Draghi, si rivelano sul campo molto più...elastiche. Uno studio dell’Istituto per la politica internazionale (Ispi) mostra come il 64% delle imprese che hanno proprie attività o filiali in Russia sono rimaste là. Una percentuale simile a quelle francesi ma molto distante da quelle inglesi (17%), Canadesi (10%) o americane (25%).
Ucraina e Russia rappresentavano un quarto delle esportazioni di grano nel mondo ed erano tra le prime anche negli altri cereali. La guerra ha evidentemente sconvolto questo quadro. Ingenti quantità di grano sono bloccate nel porto di Odessa dove rischiano di marcire. Intanto arrivano le notizie della prime “rivolte del pane” in Iran, mentre il governo indiano annuncia di voler limitare fortemente l’esportazione di grano, scatenando nuove ondate di speculazioni (l’India è il terzo esportatore mondiale). Tutto il Nordafrica e il Medio oriente dipendono fortemente dalle importazioni di grano dalla Russia e dall’Ucraina. Alcuni paesi anche per più dell’80%. Il pane è l’alimento base per tutti i popoli poveri e le conseguenze di una riduzione delle importazioni e di un forte aumento dei prezzi significheranno semplicemente l’affamamento di milioni di persone. Naturalmente, la speculazione amplifica gli effetti della guerra e delle sanzioni.
E in Italia si registrano nuovi aumenti per i prezzi di beni di prima necessità. Aumenti che peraltro rendono di nuovo attuale la rivendicazione della scala mobile dei salari, resa più urgente dall’arretramento in termini di potere d’acquisto, dei salari italiani negli ultimi venti o trent’anni, fatto talmente noto da essere diventato un luogo comune.
Le famiglie più povere spendevano, nel 2020, il 37,7% del loro bilancio in energia, carburanti, riscaldamento e alimentari contro il 24,4% delle più ricche. Oggi, secondo le stime di Intesa Sanpaolo, il quinto più povero spende il 48% del reddito in energia e alimentari contro il 27% del quinto più ricco (Dati riportati dal Corriere della sera del 4 maggio). Gli aumenti dei prezzi del gasolio, della benzina, del pane, della pasta o dell’olio di semi non saranno un argomento serio per chi appartiene alla media e grande borghesia, ma per chi rischia veramente di non poter affrontare le spese essenziali per sopravvivere lo sono e come.
Ma siamo solo all’inizio. Forse tra qualche mese qualcuno ci dirà che “non era prevedibile” un disastro economico e sociale come quello che si intravede già all’orizzonte. La crisi continua a lavorare e gran parte del suo lavoro lo fa in modo sotterraneo, per poi saltare fuori all’improvviso, come una talpa.

R. Corsini


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