Internazionale
Nel 2011 la crisi alimentare, con l’esplosione dei prezzi dei cereali, innescò le rivolte delle primavere arabe. Oggi alla crisi alimentare che avanza con il collasso della produzione in Ucraina si aggiunge il peso della pandemia che non si è esaurito, un’emergenza ambientale sempre meno rimandabile e l’incertezza sul futuro della guerra nel cuore dell’Europa

CHI PAGA PER TUTTI

Qualcuno parla di tempesta perfetta, qualcun altro di una crisi di dimensioni mai viste dalla fine della seconda guerra mondiale. Le conseguenze ultime dell’ennesimo disastro in ordine di tempo non sono al momento prevedibili, quel che è certo è il conto già presentato alla popolazione, e non solo a quella delle regioni direttamente interessate al conflitto. Se per loro c’è già la distruzione delle città, per molti la perdita delle proprie case, del lavoro, degli affetti familiari, gli effetti di una guerra "europea" si allargano ogni giorno di più erodendo ancora la condizione delle classi più deboli della popolazione in ogni Paese. Secondo il Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco questa situazione "sta concretamente mettendo a repentaglio l’assetto economico e finanziario internazionale" e, entro la fine del 2022 "ci saranno oltre 100 milioni di persone che torneranno in stato di povertà estrema". (La Stampa, 28.3.22)
Già dopo soltanto a una decina di giorni dall’inizio del conflitto in Ucraina, si registrava un aumento dei prezzi delle farine di grano tenero del 40-50%, e rincari simili per il mais, la soia e prodotti per l’alimentazione animale, ma anche per lo zucchero, il sale, e in genere tutti i prodotti alimentari (La Stampa, 8.3.22). Ancora più grave la situazione per i prodotti energetici, di cui si avvertiva un aumento vertiginoso anche prima della crisi ucraina: se gli aumenti rasentavano già mediamente il 100% sia per il gas che per l’energia elettrica, ci sarà da aspettarsi di peggio con le difficoltà dovute all’importazione del gas russo.
Nel nostro Paese c’era già chi festeggiava per l’aumento del 6% del prodotto interno lordo nel 2021; non la classe operaia, che nello stesso periodo ha dovuto solo constatare che l’aumento del’’inflazione - il più alto registrato negli ultimi anni - ha reso la vita sempre più cara, annullando qualsiasi beneficio e rendendo le difficoltà del 2020 pressoché invariate. E infatti le famiglie in condizioni di povertà assoluta sono il 7,5% sul totale, quando erano il 7,7% nel 2020, nella prima fase della pandemia: si tratta di 5 milioni e seicentomila persone, quasi una persona su dieci in Italia, esattamente come nel 2020 (Fonte: ISTAT). Quando si parla di famiglie sotto la soglia di povertà, si parla di famiglie che hanno una capacità di spesa uguale o inferiore a quanto basta per l’acquisto di un insieme di beni di prima necessità. Se si pensa che la spesa mensile media delle famiglie in Italia - ovvero la notoria media del pollo - è di circa 2439,00 euro, è facile capire per quante famiglie questa risulti una cifra addirittura favolosa, considerando gli stipendi da 800 - 900 euro che moltissimi ricavano dal proprio lavoro. E dopo non aver beneficiato dell’aumento del Pil del 2021, può darsi che quelli appena rilevati dall’ISTAT siano dati già vecchi. Con una crescita dei prezzi già a febbraio del 5,7%, con la guerra in corso, con i prezzi dell’energia in aumento, non è difficile prevedere un peggioramento delle condizioni generali. Secondo l’associazione di consumatori Codacons "L’abnorme aumento delle bollette di luce e gas scattato a gennaio e i rincari delle tariffe, che proseguiranno nel 2022, determineranno una forte contrazione dei consumi nell’anno in corso" (La Stampa, 9.3.22).
Ovviamente andranno rivisti anche i dati sull’occupazione. I posti di lavoro persi nel 2020 non sono stati mai interamente recuperati nel 2021, e dato che la crescita per quest’anno è già data per ridimensionata, non c’è da aspettarsi di meglio. Anzi, a quanto pare già nel 2021, se c’era stata crescita, era stata per lo più di lavoro precario: "Nel quarto trimestre [2021] c’è stata una forte crescita dei lavoratori somministrati e di quelli a chiamata e si riscontra un aumento dell’incidenza delle attivazioni dei contratti di brevissima durata: il 39,4% fino a un mese (di cui il 23,6% fino a una settimana), il 29,1% da due a sei mesi, e solo lo 0,9% oltre un anno" (Corriere della Sera, 23.3.22).
Quanto alle imprese stressate dalla crisi energetica, in Europa a quanto pare hanno deciso che la concorrenza sleale data dagli aiuti di Stato non si può vietare; pertanto anche in Italia verranno messi a disposizione delle imprese robusti aiuti per compensare gli aumenti dei prezzi di gas, petrolio e materie prime. A quanto pare, una decina di miliardi già a partire dalla metà di aprile (La Repubblica, 28.3.22).
A partire dalla gestione della pandemia, per continuare con la gestione dei conflitti e delle loro conseguenze, il sistema capitalistico sembra assolutamente incapace di fronteggiare e risolvere i problemi della stragrande maggioranza della popolazione, con ogni evidenza perché il suo scopo non è questo. Non resterebbe che trarne le conclusioni.
Aemme


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