Internazionale
Pubblichiamo di seguito un ampio articolo apparso su Lutte Ouvriere del 23 marzo che abbraccia l’insieme delle questioni poste dalla guerra di Ucraina.

La guerra in Ucraina: Prologo ad una guerra globale?

L’obiettivo iniziale di Putin era quello di far cadere il regime ucraino, corrotto e filo-occidentale, in una guerra lampo di pochi giorni. Obietivo fallito. Alla quarta settimana della guerra, è finita la fase in cui l’esercito russo poteva raccontare di colpire solo obiettivi militari, centri di comunicazione e aeroporti. Ora si tratta di massicci bombardamenti che hanno trasformato Mariupol e Kharkiv in campi di rovine che evocano la Seconda guerra mondiale.

Nella capacità dell’esercito ucraino di resistere ad un esercito russo superiore in forze e mezzi, c’è ovviamente il fatto che, in questa guerra con la Russia, in realtà iniziata otto anni fa intorno al Donbass, l’esercito ucraino e le milizie d’estrema destra che lo affiancano hanno il sostegno delle potenze imperialiste, in particolare gli Stati Uniti, in armi, consiglieri e finanziamenti.
Anche se l’Ucraina non fa ufficialmente parte della NATO, il regime al potere ha scelto fin dall’inizio di far parte del campo imperialista guidato dagli Stati Uniti. Non ha quindi alcun senso negare il ruolo della Nato nelle condizioni che hanno condotto alla guerra. Invocare il diritto dei popoli all’autodeterminazione è un inganno come lo è invocare la lotta per la democrazia contro un regime dittatoriale.
Putin è indiscutibilmente un dittatore, il principale rappresentante della classe privilegiata russa, della burocrazia e degli oligarchi miliardari che ha partorito. Ma questa dittatura si esercita innanzitutto contro la classe sfruttata. Una classe mantenuta nella miseria per garantire i privilegi dei burocrati e degli oligarchi ma anche, sempre di più, per i profitti delle grandi imprese dell’occidente imperialista, in particolare le imprese francesi come Total, Auchan, Renault ed alcune altre.
Il crescente autoritarismo di Putin, la sua ambizione, all’interno della Russia, di ristabilire "la verticale del potere" e, all’esterno, di reagire al crescente accerchiamento del paese da parte della NATO, esprimono la reazione della burocrazia alla decomposizione dell’ex URSS ai tempi di Eltsin.

Dittatura sulla classe operaia russa e disprezzo per i popoli

Tuttavia, le forniture di armi occidentali non spiegano tutto sulla capacità dello stato ucraino di resistere all’esercito russo. Vi si aggiunge un errore fondamentale di Putin e dei suoi generali. Questo errore è caratteristico di un ceto sociale dirigente che prova solo disprezzo per i sentimenti e le aspirazioni nazionali dei popoli, soprattutto quando si esprimono in un modo tanto più confuso in quanto si tratta di due popoli fratelli che si sono in gran parte mescolati.
Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’esercito della burocrazia russa non è stato accolto come un liberatore. Con il passare dei giorni, il carattere sempre piω barbaro dei bombardamenti, che non erano più rivolti solo agli obiettivi iniziali ma diretti sempre di più contro la popolazione, hanno rafforzato l’orrore, se non la volontà di resistenza di una parte del popolo ucraino, compresa la sua componente russofona.
Putin ha denunciato la politica dei bolscevichi ai tempi di Lenin, che avevano saputo unire in una stessa lotta i lavoratori russi e quelli di tutte le nazioni precedentemente oppresse dalla monarchia zarista, cominciando dall’Ucraina. Ha anche preso come modello la politica brutale di Stalin rispetto al diritto delle nazioni. Cosμ facendo ha rafforzato la credibilità della Nato e ha spinto la popolazione ucraina tra le braccia dell’estrema destra nazionalista.
C’è un altro aspetto che rafforza la Nato: piωùla guerra si prolunga e più i governi degli Stati sorti dalla decomposizione dell’Urss prendono le distanze dalla Russia. Non si tratta solo della Georgia o della Moldavia, i cui dirigenti mirano a raggiungere il campo occidentale, ma anche di paesi i cui dirigenti sono fra i meglio disposti verso Mosca, come il Kazakistan e l’Uzbekistan. Senza essere così complici di Putin come Lukashenko in Bielorussia, i dirigenti di questi due paesi del "vicino estero" erano finora piω o meno associati alla Russia, politicamente e diplomaticamente ma anche nel campo economico. Questo sta cambiando.
L’invasione costringe i dirigenti di questi Stati a scegliere tra i due paesi in guerra. E, invece di schierarsi con Mosca, sbirciano sempre piω verso l’Occidente e ci tengono ad affermarlo. Di sicuro il satrapo di Mosca avrà valutato il tradimento dei suoi simili del Kazakistan, che aveva appena salvati dal pericolo, intervenendo per sottomettere la loro classe operaia che in rivolta contro gli aumenti dei prezzi della benzina e il regime che li aveva decisi.
Non è difficile intuire l’intensità dell’attività diplomatica che le potenze imperialiste stanno attualmente dispiegando in tutti gli stati sorti dalla decomposizione dell’URSS, unita all’attività di lobbying dei trust occidentali che vi sono stabiliti.

Prima delle guerre future, consolidare le alleanze

L’offensiva russa contro l’Ucraina contribuisce a stabilire il sistema di alleanze che potrebbe servire ad una futura generalizzazione della guerra. E’ con la stessa preoccupazione che gli Stati Uniti usano il bastone e la carota per scoraggiare la Cina a legare troppo strettamente il proprio futuro alla Russia.
Nonostante la brutalità dei bombardamenti, le trattative continuano tra i rappresentanti dei due campi. Le due parti interessate da questa guerra, i burocrati e oligarchi russi e quelli dell’Ucraina sostenuti dalle potenze imperialiste, forse troveranno un compromesso che permetterù sia all’una che all’altra di pretendere di non aver perso e di non perdere la faccia.
Si dice che Zelenski sarebbe pronto ad accettare la perdita della Crimea e di tutto o parte del Donbass. Putin potrebbe cosμ nascondere il suo fallimento nell’instaurare un governo filorusso a Kijev , ma rivelerebbe allo stesso tempo agli stati maggiori della Nato i limiti della propria potenza militare. Un tale fallimento potrebbe costargli il suo posto di capo della burocrazia e degli oligarchi miliardari.
Non si sa se le trattative attuali porteranno a qualche compromesso, né quale esso sarà. Ciò che lo rende verosimile è il fatto che i dirigenti dei due Stati, pur facendosi la guerra con la pelle dei propri popoli, sono profondamente complici contro i loro rispettivi sfruttati. E la guerra, in questa fase della crisi economica, non aiuta necessariamente i trust imperialisti, e neanche gli oligarchi russi ed ucraini a cui sono legati da tante relazioni.
Anche se un cessate il fuoco dovesse intervenire a breve, rimarrà alto il prezzo pagato dalle classi popolari. Ci saranno morti, esiliati, distruzioni dalla parte ucraina e un crollo economico dalla parte russa, aggravato dalle sanzioni. Questi due popoli fratelli saranno sempre più separati da un fiume di sangue.

Verso una guerra generalizzata?

Non si vede finora un meccanismo economico-politico che spinga inevitabilmente verso la generalizzazione della guerra, in modo simile a quello che ha preceduto la Seconda guerra mondiale o anche la Prima, cioè il fatto che un imperialismo fosse stato messo all’angolo dai suoi concorrenti e asfissiato per mancanza di spazio vitale.
Ma siamo giΰ oltre l’affermazione, tanto giusta ma astratta, di Jean Jaurès: "il capitalismo porta la guerra come la nuvola porta la tempesta”.
La guerra in Ucraina sarà forse considerata dagli storici futuri come uno dei passi preparatori di una guerra generalizzata. Un po’ come lo furono, prima della Seconda guerra mondiale, l’invasione dell’Etiopia da parte delle truppe di Mussolini o quella della Manciuria da parte dell’esercito dell’impero del Giappone, con la corsa agli armamenti, i mercenari che preparavano il terreno, la manipolazione dell’opinione pubblica, l’arruolamento della popolazione, i massacri di massa.
La compenetrazione della situazione di crisi e delle preoccupazioni bellicose di entrambe le parti potrebbe innescare una specie di processo di "auto-realizzazione". Vale a dire che la guerra, aggravando la crisi, sconvolgendo i rapporti di forza, aumentando le contraddizioni tra le stesse potenze imperialiste, potrebbe spingere un meccanismo che porti alla guerra generalizzata. Non si deve ragionare solo in base a quello che successe nel caso della Prima e della Seconda guerra mondiale. Del resto, le due guerre furono identiche solo in questo aspetto: incarnare la barbarie a cui tende l’imperialismo, cioè il capitalismo putrescente.
Per ora, lo schieramento imperialista, rappresentato dal suo organismo militare, la Nato, dominato dagli Stati Uniti, sta prendendo molte precauzioni per poter dire che non è in guerra, pure rafforzando il suo dispositivo d’accerchiamento, ora della Russia, ora della Cina.
Si possono intravedere diversi percorsi possibili: alcuni su iniziativa di Putin che, bloccato dal mancato successo della guerra lampo che aveva sperato, con l’accordo dei vertici burocratici, potrebbe cercare di far buon viso a cattivo gioco in Moldavia, in Georgia o altrove.
Un altro riguarda la Nato, che certamente sta attenta a non apparire come l’aggressore ma continua a fornire armi all’Ucraina in quantità crescenti, e ciò può portare a molte "scivolate".
Bisogna ripetere però che è l’approfondimento della crisi, aggravato poi dalla guerra in corso, in un contesto di grande globalizzazione in cui tutti dipendono da tutti, che potrebbe rendere inevitabile la generalizzazione della guerra.
"Non mandare mai a chiedere per chi suona la campana: essa suona per te". Sarà così finché il proletariato non avrà distrutto il capitalismo, la proprietà privata dei mezzi di produzione, la concorrenza, cioè la guerra economica che porta in sé la guerra vera e propria.

G. K.


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