Internazionale
Editoriale

Non crediamo a una parola delle promesse del governo, delle banche e degli industriali

La risposta stizzita del premier Draghi alla modestissima proposta di tassazione delle eredità dei milionari, formulata da Letta, ci mostra quanto sia forte in Italia il peso politico delle classi più ricche e nella fattispecie di quelle con più grandi patrimoni. È la borghesia nelle sue caratteristiche più parassitarie che esige la piena intangibilità della sua ricchezza dallo Stato. Se l’aliquota massima di tassazione delle eredità che superano i cinque milioni è del 4% in Italia e del 30% in Germania, del 40% in Inghilterra, del 45% in Francia, non è certamente perché in questi tre paesi ci si stia incamminando verso il socialismo. Si tratta di paesi solidamente capitalistici. La differenza dunque è nel famoso “modello” italiano.

Ecco perché risultano particolarmente ridicoli gli accenti “modernisti” dei partiti di governo e dei rappresentanti delle imprese e delle banche italiane. Parlano di “occasione irripetibile” riferendosi al mucchio di miliardi che dovrebbero arrivare dal Recovery plan europeo. Soldi che dovrebbero consentire un nuovo boom economico sul tipo di quello seguito alla Seconda guerra mondiale, ma che, si può supporre, finiranno in gran parte proprio a ingrossare la componente “patrimoniale” delle ricchezze della borghesia italiana.

Intanto, mentre si annuncia una ripresa della produzione industriale, le cronache si riempiono di impianti che chiudono e di operai che non sanno dove sbattere la testa. Nel corso di un anno si è perso quasi un milione di posti di lavoro e il totale dei disoccupati è così arrivato a due milioni e mezzo.

La condizione normativa e contrattuale dei lavoratori, passo dopo passo, si fa sempre più precaria. I pochi posti di lavoro che aumentano sono a termine. “Motore della ripartenza del mercato del lavoro”, così li ha definiti il quotidiano della Confindustria. Ma intanto, tanto la Lega quanto il PD si danno da fare per rendere ancora più “flessibili” questi contratti e per spostare le tutele dei lavoratori a termine dalla legge alla contrattazione, anche aziendale, sapendo benissimo che questa, nella stragrande maggioranza dei casi, non esiste o si fa in condizioni di scarsissimo potere contrattuale da parte dei lavoratori. Il fronte padronale, coadiuvato dai partiti, punta all’utilizzo permanente della precarietà, eliminando progressivamente ogni obbligo di “causale”.

Il blocco dei licenziamenti verrà sostanzialmente abolito, tutte le cosiddette “politiche attive” dei precedenti governi per incrementare le assunzioni sono state un fallimento totale. Tra le aziende che hanno ripreso la produzione o l’hanno incrementata, ben poche sono quelle che hanno dato luogo a programmi di assunzioni significativi.
La Costituzione, all’articolo 4, non solo riconosce Il diritto al lavoro, ma dice che lo Stato “promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Un inganno che prosegue nei decenni. La prima condizione per garantire questo diritto, in tempo di crisi, sarebbe la spartizione del lavoro tra occupati e disoccupati mantenendo i salari inalterati. Ma una cosa sono i proclami “democratici” e una cosa è il concreto funzionamento dell’economia capitalistica. Quindi, le elementari aspirazioni di lavorare in sicurezza, con la certezza di una stabilità e di un salario che consentano di fare qualche programma per sé e per la propria famiglia, sono calpestate. Le cose potranno cambiare solo se gli stessi lavoratori, gli stessi disoccupati prenderanno in mano collettivamente il loro destino, solo se riusciranno a imporre in modo netto e risoluto, agli imprenditori, al Parlamento, al governo, una piattaforma generale che rifletta le loro necessità e non le subordini a nessun preteso “interesse superiore”.


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