Internazionale
Algeria

il governo vuole mettere un bavaglio alle proteste

Ad Algeri, le marce settimanali del movimento di protesta, lo Hirak, riprese a febbraio dopo una pausa di un anno, sono ormai vietate e represse. Si stima che circa 2.000 manifestanti siano stati arrestati e, sebbene molti siano stati rilasciati, 180 di loro sono ancora in prigione e 20 di sono stati appena condannati.

Il presidente Abdelmadjid Tebboune, attraverso l’organizzazione di elezioni legislative anticipate il 12 giugno, ha detto di volere gettare le basi di una nuova Algeria e afferma di aver risposto alle principali richieste dell’Hirak, quindi di aver reso inutili le manifestazioni. In realtà cerca di tornare alla stabilità politica necessaria agli affari della borghesia algerina e dei grandi gruppi internazionali presenti nel paese.

Se la repressione ha colpito i sostenitori dell’Hirak che invitavano al boicottaggio delle elezioni, in realtà la minaccia è contro tutta la popolazione, a cui si cerca di impedire ogni manifestazione. Questa repressione è accompagnata da una campagna contro i militanti, i giornalisti, i manifestanti e tutti i lavoratori che lottano per vivere, come recentemente i pompieri della protezione civile. Prende anche di mira le organizzazioni di sinistra, come il PST (Partito Socialista dei Lavoratori), legato all’NPA in Francia ed ora minacciato da un divieto. Tutti sono accusati di essere "al soldo di potenze straniere". Dopo l’apparizione di un articolo della rivista dell’esercito Djeich, un documentario prodotto dai militari, intitolato "Chi prende di mira l’Algeria? Tutta la verità", è stato trasmesso in televisione per diffondere questa idea.

Se le manifestazioni di Hirak hanno potuto essere disperse, è anche perché il numero dei partecipanti si è ridotto notevolmente, tranne in alcune città della Cabilia come Tizi Ouzou o Bejaia. Le classi lavoratrici e gli operai se ne sono allontanati, per stanchezza, ma soprattutto perché i dirigenti politici che pretendono di incarnarlo hanno ignorato le richieste sociali che non hanno cessato di essere espresse e non hanno offerto loro alcuna prospettiva. In effetti, gli ultimi mesi sono stati segnati da scioperi nel settore pubblico e privato, per i salari, per le assunzioni, per i contratti e per i diritti sindacali. Questo malcontento è profondo e non sta per spegnersi.

Dopo il referendum del 2020 sulla Costituzione, le prossime elezioni del 12 giugno vengono viste come un’altra farsa democratica. Certamente non basteranno a portare la stabilità desiderata dall’esercito e dalle classi dirigenti algerine.

L W


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