Internazionale
Editoriale

Di quale “stabilità” parlano?

Quali sono i fatti politici più importanti che interessano da vicino la vita della popolazione?
Verso la fine di gennaio, in Italia si disquisiva sul nome del possibile presidente della repubblica, e giornali e telegiornali schieravano i propri opinionisti a fare salotto, scambiandosi animatamente tra loro questa o quella ipotesi. Tutta la sceneggiata finiva per lasciare le cose com’erano, con Mattarella al secondo mandato presidenziale e Draghi, di conseguenza, mantenuto a capo del governo. Nel frattempo, le tensioni al confine tra Ucraina e Russia crescevano fino a sfiorare la guerra. L’imbarazzante servilismo dei giornalisti e dei conduttori televisivi nei confronti tanto del riconfermato capo dello Stato quanto del premier restato al suo posto, ha relegato in secondo piano tutto il resto. Nel gergo attualmente in voga, tutto questo è “la politica”.
Ma la politica che conta si stava facendo sentire nei rapporti sempre più tesi degli Stati Uniti con la Russia, rapporti che coinvolgono naturalmente l’Europa. Ed appare incredibile che si dicano e si scrivano tante scempiaggini sulla “stabilità” che risulterebbe dal nome di chi siede al Quirinale o a Palazzo Chigi. La verità è che il mondo è sempre meno “stabile”. Anche i vari stati che compongono l’Europa si stanno armando sempre di più. Il governo Draghi ha previsto per il 2022 una significativa crescita per le spese di acquisto di armi. Secondo il centro studi Milex, sono previsti più di 8 miliardi per il riarmo italiano, contro i 4,7 del 2019.
Crescono le spese militari mentre gli stati maggiori includono nelle loro “dottrine” l’eventualità di una guerra ad alta intensità. Il presidente americano, mentre giornali e telegiornali si appassionavano alle lotte intestine al Movimento 5 Stelle o alla crisi del centrodestra, dichiarava che l’invasione dell’Ucraina da parte dell’esercito di Putin sarebbe stata possibile alla metà di febbraio.
Una escalation militare in Europa orientale avrebbe altissime probabilità di trasformarsi in una catastrofe più generale. È vero che forti interessi economici legano i paesi europei alla Russia, ma nel passato questo non ha impedito le guerre. Nella storiografia sulla Seconda guerra mondiale è spesso citata l’immagine dell’ultimo treno di merci russe spedite in Germania, con le luci di coda ancora visibili mentre le truppe di Hitler iniziavano l’occupazione dell’Unione sovietica nel giugno del 1941.
Bisogna occuparsi di politica. Altrimenti sarà la politica a occuparsi di noi. La politica che conta, quella che comporta la possibilità di cambiamenti profondi che toccano la vita di tutti, non deve vedere i lavoratori come una massa inerte e passiva. Se i venti di guerra continueranno a soffiare, anche i miasmi velenosi del nazionalismo soffieranno. Non possiamo sapere che forma prenderà la propaganda governativa o a quali argomenti si appellerà per ottenere l’appoggio della popolazione. In generale, si cerca di rendere credibile la minaccia di un espansionismo imperiale russo, che porterebbe con sé, l’oppressione del popolo ucraino, il ricatto all’Europa sulla fornitura del gas, il tentativo di sottrarre al mercato unico europeo e alla Nato altri paesi.
Qualsiasi corda tocchi la propaganda per un’eventuale guerra, deve essere chiaro che l’Italia è una potenza imperialista. Questo significa che sarebbe imperialista anche il contenuto della guerra che dovesse combattere. Nel caso specifico si tratterebbe di collaborare al contenimento della Russia, estendendo ulteriormente la zona nella quale l’imperialismo americano e i suoi alleati possono dislocare truppe e missili. Biden rivendica per l’Ucraina il diritto di aderire all’Alleanza atlantica. Ne fa una questione di libertà e di indipendenza nazionale. Chi sa che cosa direbbe se il Messico o il Canada firmassero un’alleanza militare con la Russia o la Cina!
Comunque si evolva la crisi ucraina, è chiaro che nuovi conflitti sono alle porte in tutti gli angoli del mondo. La “stabilità” è minata costantemente dalla lotta per assicurarsi materie prime e mercati nella giungla dei rapporti capitalistici. I governi nazionali sono tutti, ognuno alla propria maniera, gli esecutori degli interessi dei grandi gruppi finanziari e industriali. Per questo devono essere visti, dai lavoratori di ogni paese, come il primo nemico.


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