Internazionale

Il capitalismo in crisi e l’interventismo dello Stato

Da "Lutte de Classe" n° 220 – Dicembre 2021 – Gennaio 2022

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La pandemia di coronavirus e la crisi sanitaria che ha causata non hanno solo approfondito la crisi dell’economia capitalista. Hanno anche reso più percepibili le tendenze più profonde della sua evoluzione.

L’atteggiamento offensivo dei padroni, completato dalle misure governative, indica alla classe operaia cosa deve aspettarsi. Ma le indica anche la necessità di difendersi attraverso la lotta collettiva e di contrattaccare, se non vuole essere spinta verso la miseria e la decadenza.

Il bilancio dei due anni scorsi è segnato dall’importante e continuo rafforzamento dei più potenti gruppi capitalisti e dall’arricchimento della grande borghesia. Anche un giornale dedicato agli interessi della grande borghesia come Les Echos ne è stato spaventato: "Ci sono performance finanziarie che fanno paura. Il fatto che, nel mezzo di una crisi sanitaria ed economica, i giganti americani della tecnologia stiano accumulando record e miliardi di dollari è preoccupante per coloro che, anche prima della pandemia di Covid, pensavano che il potere dei Gafam fosse eccessivo. (...) Le cifre sono indiscutibili. Google, Apple e Microsoft da sole hanno quasi raddoppiato i loro profitti nell’ultimo trimestre, giungendo a più di 5 miliardi di dollari di profitti a settimana al netto delle tasse! Anche se sono diventati giganteschi, questi colossi continuano a crescere a un ritmo da start-up" (29 luglio 2021).

E non si tratta solo di queste tre società americane. Per citare ancora Les Echos, questa volta del 22 luglio: "Nella regione Europa, Medio Oriente e Africa (EMEA), le aziende hanno accumulato 1.300 miliardi di euro di liquidità nel 2020, secondo l’agenzia di rating Moody’s. Gran parte di queste riserve sono nelle mani di 25 grandi aziende che hanno accumulato 491 miliardi di euro di liquidità, ovvero il 37% del totale".

La parte di queste somme colossali che non va alla speculazione serve a operazioni di fusione e acquisizione. Les Echos (1 e 2 ottobre 2021) afferma addirittura che "il 2021 segna la più grande fase di consolidamento globale nella storia delle fusioni e acquisizioni. Più di 4,36 trilioni di dollari di accordi sono stati firmati durante questi nove mesi fino alla fine di settembre", aggiungendo: "una cifra che già batte il record annuale del 2015 di 4,218 trilioni di dollari".

Il ruolo importante della speculazione anche in queste operazioni di fusione spiega perché il quotidiano economico senta il bisogno di aggiungere che questa febbre di acquisizioni è "esacerbata dai fondi di capitale – investimento". Ma anche se la concentrazione è meramente finanziaria, essa riguarda le imprese, cioè i luoghi dove si produce plusvalore. Come sempre, la speculazione ha per effetto di determinare chi sarà favorito nella distribuzione del plusvalore globale della classe capitalista, ma questo plusvalore proviene in definitiva dalle imprese che lo producono, cioè dallo sfruttamento dei lavoratori.

Questo movimento di concentrazione è precisamente la funzione delle crisi nell’economia capitalista: liberare l’economia dalle sue imprese meno redditizie e farlo a beneficio dei gruppi capitalisti più potenti, aumentando il loro peso nell’economia mondiale. Gli Stati giocano un ruolo importante in questo accumulo. Il "costi quel che costi" di Macron è stato un atteggiamento ampiamente condiviso da tutti gli stati imperialisti. La contropartita dell’aiuto degli stati ai capitalisti è stata un’esplosione del loro debito.

"I debiti pubblici europei stanno raggiungendo livelli record", diceva Le Monde del 24 luglio scorso. "Alla fine del primo trimestre, il debito pubblico della zona euro ha raggiunto il picco del 100,5% del prodotto interno lordo (PIL), superando per la prima volta la soglia del 100%, secondo i dati pubblicati (...) da Eurostat. In Francia, (...), il debito pubblico è del 118% del PIL, rispetto al 100,8% di un anno prima. In Germania, era al 71,2% del PIL e in Spagna al 125,2%. Ha superato il 150% in Italia (160%) e in Grecia (209%). (...) "

Solo una piccola parte di queste enormi quantità di denaro viene investita nella produzione. E poiché il denaro deve circolare e soprattutto produrre altri soldi, ciò dà una notevole spinta alla speculazione, con la minaccia permanente del crollo finanziario che ne consegue.

Un articolo significativo su Le Monde del 24 luglio è dedicato allo "spettro di un’economia stabilmente indebolita". Inizia con la constatazione che mentre l’epidemia riparte, numerosi economisti borghesi non credono più allo scenario anteriormente favorito di una scossa puntuale seguita da un ritorno alla situazione di prima del 2020.

La constatazione che la pandemia "ha riabilitato il ruolo dello Stato dopo quarant’anni di messa in discussione" ha portato economisti e uomini d’affari, la cui posizione è espressa in Le Monde, a raccomandare che l’intervento statale, che doveva essere limitato al periodo della pandemia, sia esteso. "Siamo passati da un’epidemia a un’endemia. Questo significa meno scossoni nella crescita, ma con altri effetti, sulle disuguaglianze, sul risparmio, sulle imprese, sulle famiglie... perché questo dura". E prevede così il futuro: "La crisi ha portato all’emergere di nuove forme di precarietà nella casa, nell’educazione, nella salute". Non è solo una previsione, è l’abbozzo di un piano d’attacco della borghesia contro i lavoratori.
Per citare un’altra pubblicazione economica, la Revue d’économie financière: "Gli sviluppi che abbiamo appena descritto (...) risuonano con i cambiamenti politici e sociali che scuotono il mondo all’inizio di questo secolo. (...) La pandemia li ha solo peggiorati".

Il "piano di investimenti Francia 2030" che Macron ha appena annunciato risuona con questi sviluppi. L’annuncio è ovviamente un inizio della sua campagna presidenziale. Ma, al di là delle sue ambizioni elettorali presidenziali, c’è una preoccupazione della classe capitalista per i settori che promettono profitti per il futuro: l’industria nucleare, l’idrogeno, le batterie, i chip elettronici. "Investire meglio", era il titolo dell’editoriale di Les Echos. E soprattutto, che lo Stato finanzi gli investimenti, dovremmo aggiungere.

Questi "cambiamenti politici e sociali che scuotono il mondo" riassumono l’aggravamento dello sfruttamento che è stato il prezzo pagato dalle classi lavoratrici per permettere alla grande borghesia di arricchirsi ancora di più nonostante la crisi o, più esattamente, approfittandone.

L’offensiva dei padroni si combina con le misure del governo per ridurre il potere d’acquisto di tutte le componenti della classe operaia, sia quelle che hanno un lavoro, sia quelle che ne sono escluse dalla disoccupazione o dall’età. Per quelli che sono al lavoro, vi è il peggioramento dei ritmi, l’inasprimento della disciplina, la moltiplicazione delle sanzioni, per imporre più produzione con meno lavoratori. E, soprattutto, si vuole ricordare a tutti chi è il capo nelle aziende, dopo un periodo in cui la produzione è stata disorganizzata o interrotta da periodi di lavoro ad orario ridotto. Oltre al congelamento dei salari ufficiali, ci sono molti modi per abbassare i salari reali (mancato pagamento dei bonus, peggiore pagamento degli straordinari, ecc.)

Il mancato rinnovo dei contratti temporanei aumenta il numero di esuberi ben oltre i piani di licenziamento annunciati. Le poche protezioni legali messe in atto in passato vengono erose una dopo l’altra. La condizione dei lavoratori sta retrocedendo verso quella che era prima della guerra.

È comodo per gli economisti della borghesia attribuire alla pandemia e alla sua durata l’intervento dello Stato nell’economia per salvare il capitalismo in crisi. Anche qui, la pandemia non è la causa ma l’indicatore di una realtà, e di una realtà che non è nuova.

Al di là di ciò che il ruolo dello Stato nell’economia capitalista mostra del parassitismo della borghesia, ci sono ragioni più fondamentali, che Trotsky aveva notato e formulato così all’inizio degli anni ’40: "L’acutezza della crisi sociale deriva dal fatto che, come risultato dell’attuale concentrazione dei mezzi di produzione, cioè del monopolio dei trust, la legge del valore, il mercato, è già incapace di equilibrare i rapporti economici. L’intervento dello Stato diventa una necessità assoluta".
Il testo citato risale al 1940. Negli anni di depressione che seguirono il crollo del 1929, la borghesia ebbe l’opportunità di sperimentare vari metodi politici per cercare di evitare il crollo della sua economia. Al di là della varietà di situazioni nei diversi paesi imperialisti, questi metodi politici andavano dallo statalismo del fascismo nell’Italia di Mussolini e nella Germania di Hitler, "un tentativo sia di salvare la proprietà privata che di controllarla" (Trotsky), allo statalismo del New Deal di Roosevelt negli USA, con diverse varianti intermedie. Anche se queste due strade erano diverse, entrambi i percorsi hanno portato prima all’economia di guerra - sacrificando tutto per i militari - e poi alla seconda guerra mondiale.

Questa "necessità assoluta" dell’intervento statale riflette due aspetti della stessa realtà, fondamentalmente contraddittori, evidenziati dalla crisi dell’economia capitalista: la spinta dello sviluppo economico verso un maggiore coordinamento, in cui si esprime la necessità di un’economia organizzata e pianificata su scala internazionale, e l’impossibilità di realizzarlo a causa della proprietà privata dei mezzi di produzione.

Anche se lo stato borghese riesce a imporre qualche regolamentazione all’economia capitalista, queste non lo faranno uscire dall’impasse. Come ricordava Trotsky, "La crisi del sistema capitalista è causata non solo dal ruolo reazionario della proprietà privata ma anche dal ruolo non meno reazionario dello stato nazionale".
Le proteste dello stato francese contro l’Australia e, ancora di più, contro gli Stati Uniti, a proposito della vendita dei sottomarini, sottolineano il ridicolo di un imperialismo di seconda classe nei confronti dell’imperialismo americano. Ma non solo. Ci ricordano soprattutto la feroce rivalità tra le potenze imperialiste, in cui ciascuna conta su una "gigantesca concentrazione di forze produttive, una fusione del capitale monopolistico con lo stato" (Lenin, L’imperialismo).

L’internazionalizzazione della divisione del lavoro è stata a lungo in contraddizione con la frammentazione in stati nazionali. "L’imperialismo è l’espressione stessa di questa contraddizione", disse Trotsky. "Il capitalismo imperialista cerca di risolvere questa contraddizione con l’estensione delle frontiere, la conquista di nuovi territori, ecc".

Trotsky ha riassunto le conseguenze politiche in questa formula lapidaria: "La centralizzazione e la collettivizzazione caratterizzano sia la politica della rivoluzione che la politica della controrivoluzione". Concludeva che era necessario rovesciare il capitalismo attraverso l’unica via possibile, la rivoluzione proletaria, perché la politica della borghesia di fronte a questo sviluppo portava al fascismo e alla guerra.
L’ultimo tentativo di unificare il mercato europeo con la forza, in questo caso a beneficio dell’imperialismo tedesco, fu quello di Hitler, ed è fallito. Dalla fine della guerra, le borghesie delle principali potenze imperialiste del continente si sforzano, attraverso la cosiddetta "costruzione europea" - espressione tanto pomposa quanto falsa! - per aggirare le difficoltà causate dalla frammentazione degli stati nazionali, di cui non possono e non vogliono fare a meno. La pandemia di coronavirus è un esempio della facilità con cui si sono ricostituite le frontiere, per il semplice motivo che gli stati nazionali non sono mai stati messi in discussione.

Quello che sta succedendo in questo momento nel campo dell’energia illustra il fatto che questa famosa costruzione europea della borghesia non ha eliminato le contraddizioni. Ne ha solo modificato le modalità, accentuandole.

Ci viene detto, per esempio, che se il prezzo dell’elettricità sta aumentando in questo momento in Francia, è perché è legato al prezzo del gas. Ma perché questo legame? Il mercato comune dell’elettricità nell’Unione europea è stato creato nell’ambito del mercato comune dell’energia. Ma le fonti di energia (centrali a carbone, eoliche, idroelettriche, nucleari, ecc.) sono diverse da un paese europeo imperialista all’altro (quanto ai paesi europei non imperialisti, hanno solo il diritto di parlare e non di decidere). Di conseguenza, si è creato un sistema complicato che mira a compensare lo svantaggio di alcuni rispetto a questa o quella risorsa con un vantaggio rispetto ad un’altra risorsa. Si vuole anche consentire alle aziende meno redditizie di fare profitti e, nel caso di quelle privatizzate, di pagare ai loro azionisti un discreto profitto . Il risultato è un sistema in cui il prezzo pubblico dell’elettricità non ha alcuna relazione con la realtà della sua produzione.

Anche il regolatore del sistema capitalista, la legge della domanda e dell’offerta, viene distorto e persino reso privo di significato. I gesti di un ministro come Le Maire, che pretende di rimediare alla situazione che ne risulta sono fumo negli occhi. Non ci può fare niente!

Anche se i prezzi delle varie forme di energia non hanno più alcuna relazione con la realtà della loro produzione, l’improvviso aumento dei prezzi è molto reale per i consumatori. E non saranno certo le misure derisorie del primo ministro francese Castex a compensare la perdita di potere d’acquisto dei lavoratori in seguito agli aumenti del prezzo della benzina e del petrolio.

La complessità del sistema dei prezzi ha però un vantaggio per le imprese capitaliste: aggiunge un’altra cortina di fumo a tutto ciò che la formazione dei prezzi nell’economia capitalista nell’era imperialista nasconde già. In particolare, aiuta a nascondere il ruolo delle manipolazioni dei trust del petrolio nell’impennata dei prezzi della benzina e del gasolio.

Questi aumenti avvengono in un contesto in cui si parla sempre più di sostituire i motori a combustione con quelli ibridi o elettrici. La maggior parte dei paesi europei si starebbe preparando alla scadenza del 2035 per vietare la vendita di nuovi veicoli con motore a combustione. Lasciando agli ecologisti il compito di coniare l’espressione "transizione ecologica", i padroni dei trust petroliferi, come quelli dell’industria automobilistica, preparano da tempo la loro conversione.
I pochi grandi trust che hanno dominato il settore petrolifero per più di un secolo non sono certo interessati a farsi scappare un mercato che li ha resi straordinariamente ricchi, almeno non senza sostituirlo con mercati sostitutivi altrettanto redditizi. E, soprattutto, la loro posizione di monopolio li mette in grado di imporre le loro scelte, anche a scapito dei loro compatrioti capitalisti meno potenti.
A questo serve una posizione di monopolio nel mondo delle grandi belve del capitalismo. Quelli che sono nella stessa posizione, anche se solo nei loro rispettivi settori - carta, contenitori, chip elettronici - fanno lo stesso.

"La transizione richiede investimenti molto grandi. E l’energia costerà di più". L’uomo che ha pronunciato questa frase sa di cosa sta parlando poiché si tratta di Patrick Pouyanné, dirigente di TotalEnergies - il nuovo nome del trust petrolifero Total. E nella stessa intervista rilasciata a Les Echos (1 e 2 ottobre), non nasconde che si tratta di un’operazione volontaria, preparata da tempo. "Due anni fa - afferma - quando abbiamo iniziato a lavorare sulla nostra società congiunta ACC (Automotive Cells Company) nel campo delle batterie con il direttore generale di Stellantis, Carlos Tavares, abbiamo avuto un dibattito sull’impegno che PSA poteva assumere per garantire l’acquisto di batterie per le fabbriche". E afferma: "Da quest’anno, il mondo è completamente cambiato".

Il dirigente di Total menziona qui solo le batterie, uno dei grandi problemi nel passaggio dalle auto termiche alle elettriche.

Ma la ricerca si sta muovendo verso molti altri combustibili, compreso l’idrogeno. E per la produzione di elettricità, accanto all’energia eolica e alle cellule fotovoltaiche, c’è un ritorno al nucleare, “rinverdito” in questa occasione, e persino al carbone, condannato all’oblio fino a poco tempo fa.

I trust petroliferi e i loro alleati dell’industria automobilistica e delle industrie connesse non hanno forse nemmeno fatto una scelta per il loro orientamento futuro. Sanno però che la conversione costerà, a partire dalla ricerca per determinare ciò che è più redditizio, e che è meglio che i loro investimenti siano finanziati in anticipo dai consumatori e dallo Stato. Quindi l’improvviso aumento del prezzo del petrolio, presentato da tutti i media e dai ministri come una "sorpresa", è un’operazione ben studiata, pianificata e messa a punto!

Se l’attuale aumento del prezzo dei prodotti petroliferi prosegue, il che sembra sicuro, significherà che i trust petroliferi cercano di far finanziare ai consumatori la loro conversione parziale e gli investimenti che questa necessita.

Stanno loro dietro tutto il clamore della "transizione ecologica"? Stanno solo cercando di anticipare il movimento approfittandone? È come se i trust del petrolio riproducessero i meccanismi dei grandi shock petroliferi degli anni ’70. All’epoca, le riserve di petrolio a basso costo non erano più sufficienti a coprire il consumo previsto, così i trust petroliferi imposero all’economia mondiale lo shock di una vera e propria esplosione dei prezzi del petrolio e del gas, per far pagare in anticipo ai consumatori gli investimenti necessari allo sfruttamento dei depositi meno redditizi (petrolio "offshore", poi gas di scisto, ecc.). Questa operazione fu preparata da una campagna ingannevole, invocando tra l’altro l’esaurimento dei giacimenti - all’epoca si sosteneva che non ci sarebbe stato più petrolio a partire dal 2000! -. Si accusava anche l’avidità degli "emiri del petrolio" e l’onnipotenza dell’OPEC (Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio). Oggi si dà la responsabilità alla domanda cinese, ai problemi dei gasdotti, al desiderio di Putin di vendere il gas russo al prezzo più alto possibile, all’aumento dei costi del trasporto marittimo, ecc.

Dietro i capri espiatori denunciati o le ragioni completamente inventate, c’è, come mezzo secolo fa, un’operazione coscientemente pianificata ed eseguita dai monopoli del petrolio e da alcuni altri dell’industria automobilistica.

Le "crisi petrolifere" degli anni ’70 hanno portato, gradualmente o repentinamente, a un aumento generale dei prezzi. Questo ha rimescolato le carte delle relazioni di potere tra le stesse imprese capitaliste. Sarà lo stesso questa volta. Gli sconvolgimenti che l’aumento dei prezzi dell’energia provocherà probabilmente, aggraveranno la crisi e modificheranno un po’ di più la distribuzione del plusvalore globale a favore dei trust più potenti. L’aumento dei prezzi dell’energia influenzerà l’intera economia. Il movimento sta già avvenendo, gradualmente o meno, colpendo in particolare i prezzi dei prodotti più vitali per le masse popolari.

Naturalmente dobbiamo sottolineare la responsabilità dei trust, specialmente quelli dell’energia, e il duplice interesse che hanno nell’incassare un surplus di profitto dalla vendita di prodotti petroliferi ora e nel preparare la loro futura conversione.

Dobbiamo evidenziare cosa si nasconde dietro lo pseudo entusiasmo per l’ecologia, difeso all’inizio dagli obiettori dell’ecologia politica, ripreso oggi da tutti i portavoce della borghesia. Dobbiamo fare tesoro di questa osservazione per sottolineare la necessità di abolire il segreto aziendale come un passo necessario verso il controllo dei lavoratori e delle classi lavoratrici sulla produzione e la distribuzione di ciò che viene prodotto.

I problemi ecologici sono molto reali. Ma le soluzioni della borghesia hanno il loro carattere di classe. Per questo pesano già ora sulle classi lavoratrici, rendendo più costosi i trasporti e il riscaldamento; selezionando con il denaro coloro che hanno il diritto di riscaldarsi e di essere trasportati senza limiti. Ma soprattutto, un’organizzazione economica basata sulla proprietà privata e sullo stato nazionale è incapace di dare una risposta a problemi che richiederebbero una pianificazione su scala internazionale.

Ma dobbiamo prima di tutto cogliere l’opportunità di affermare presso i lavoratori la necessità dell’adeguamento dei salari all’aumento dei prezzi. Il punto di partenza deve essere il fatto che tutti i lavoratori come i consumatori capiscano che l’aumento dei prezzi significa una riduzione del potere d’acquisto, cioè una riduzione dei salari reali.

L’aumento dell’autoritarismo dello Stato, condizione necessaria per i suoi interventi tesi a salvare l’economia capitalista

La suddetta rivista nota che: "La pandemia (...) ha dato agli Stati un potere esorbitante di intervento e di coercizione. Sono di nuovo protagonisti della vita economica (...). Si sono fatti carico della salute e della sussistenza di tutti. Lo stato sociale è onnipresente. (...)".

Negli anni ’30, appena due decenni dopo la rivoluzione russa e nonostante la degenerazione burocratica dell’Unione Sovietica, la condizione politica fondamentale della politica economica del fascismo - salvare il capitalismo riducendo i lavoratori alla miseria e preparando la guerra - era di schiacciare una classe operaia viva e combattiva.

Ciò che Hitler ottenne in Germania schiacciando la classe operaia, Roosevelt l’ottenne negli Stati Uniti dando qualche premio all’aristocrazia operaia con il tramite degli apparati sindacali riformisti. Dopo che la potente mobilitazione della classe operaia statunitense degli anni ’30 si fu placata, fu la minaccia di guerra che diede allo stato americano i mezzi per lanciarsi in una politica che metteva a disposizione dell’economia capitalista ciò che lo stato prendeva direttamente dalle classi lavoratrici.

È chiaro che oggi non siamo nella stessa situazione. Nel tentativo di prevenire e disinnescare la resistenza dei lavoratori, c’è la necessità di anestetizzarla. Di nuovo, la pandemia e le misure del governo per combatterla non sono state la ragione fondamentale, ma hanno fornito l’opportunità. La "guerra contro il coronavirus", invocata da Macron all’inizio della pandemia, ha avuto la sua parte col mascherare dietro ragioni sanitarie l’aumento dell’autoritarismo statale. Fa parte dell’attuazione di questo "potere esorbitante di intervento e di coercizione" citato dalla Revue d’économie financière.

Le condizioni politiche che permettono allo statalismo di salvare il capitalismo in crisi sono state offerte alla borghesia ben prima della pandemia, dall’apatia politica della classe operaia, disgustata, distratta dalle preoccupazioni politiche da decenni di tradimenti da parte dei partiti che dicevano di essere i suoi.

L’espressione di Trotsky nel Programma di transizione, "La situazione politica mondiale nel suo complesso è caratterizzata innanzitutto dalla crisi storica della direzione del proletariato", esprime una realtà che si è aggravata col tempo. Lo stalinismo ha distrutto la nozione stessa di "direzione del proletariato".
Ovviamente questo rafforzamento dell’interven­tismo statale non ha fatto sparire le contraddizioni del capitalismo senile. Anche con l’intervento dello Stato, il mercato è totalmente incapace di equilibrare i rapporti economici.

La concentrazione nei trust, nelle multinazionali, è il risultato del capitalismo di libera concorrenza. L’evoluzione del capitalismo in imperialismo, anche con l’intervento congiunto dello Stato, non ha eliminato le crisi, ma ha diminuito il loro ruolo regolatore.

La forma e l’estensione dell’anarchia capitalista odierna, falsamente attribuita alle sole conseguenze della pandemia, sono illustrate dalla disorganizzazione di un gran numero di catene di produzione su scala internazionale: ritardi o interruzioni nelle forniture, scossoni nel funzionamento dei trasporti (dai gasdotti ai container), sobbalzi dei prezzi, provocati nelle diverse fasi del processo produttivo, ecc.

L’anarchia della produzione capitalista non è certamente una novità nei rapporti tra le imprese, tra l’impresa produttrice finale e i suoi subappaltatori. È persino una caratteristica dell’organizzazione capitalista della produzione. Ogni singola impresa capitalista, d’altra parte, è caratterizzata da una divisione sistematica del lavoro, sostenuta da una rigorosa disciplina imposta ai lavoratori. Tuttavia, il caos attuale si riflette anche nelle aziende stesse.

L’intera industria automobilistica è disorganizzata, e forse non solo occasionalmente, ma per un periodo più lungo, perché anche con l’intervento statale il mercato non è in grado di regolare l’offerta e la domanda di una serie di prodotti intermedi essenziali. E questo non è dovuto a scioperi o blocchi derivanti dalla lotta di classe, ma a ragioni inerenti al funzionamento stesso dell’economia capitalista. È disorganizzata sia su scala internazionale che al livello delle aziende, dove la direzione e il personale dirigente non sanno più a chi rivolgersi per far funzionare la macchina di produzione.

I comunisti rivoluzionari devono ovviamente denunciare il fatto che tutti questi alti e bassi della produzione sono pagati con la degradazione della condizione dei lavoratori: aumento dei ritmi di lavoro, intervallato da momenti di disoccupazione, licenziamenti di lavoratori temporanei, precarietà dei salari e degli orari di lavoro, perdita di salario, ecc. Ma, ben oltre queste conseguenze quotidiane, devono denunciare un’organizzazione economica e sociale sempre più incapace di stabilire l’equilibrio fondamentale tra le capacità produttive e i bisogni da soddisfare.

I ministri continuano a ripetere che c’è la ripresa economica. In questo ottimismo non dimenti­chiamo il ruolo della campagna elettorale in Francia! Alcuni elementi sembrano dare credito a questa affermazione. Un elemento invocato dai rappresentanti della borghesia per sostenere il loro ottimismo è la ripresa del commercio mondiale. "Il volume del commercio mondiale di beni", dice Les Echos, "dovrebbe crescere del 10,8% quest’anno, dopo un calo del 5,3% nel 2020".
Questa constatazione è immediatamente contro­bilanciata da un’altra: quella delle penurie. Le Monde del 7 ottobre 2021 scriveva: "Spezie, lana, giocattoli, smartphone... la penuria è destinata a durare. Diversi granelli di sabbia hanno inceppato una catena di approvvigionamento globale finora ben oliata, che è stata messa sotto pressione da una forte ripresa della domanda. È persino uscita dai binari. L’economia mondiale è scivolata nell’ imprevedibile".

Les Echos del 7 ottobre ha scritto di "una ripresa dell’industria europea ancora sotto pressione", aggiungendo: "Il rimbalzo è forte poiché, dopo essere scesa di oltre il 25% in aprile 2020 rispetto a gennaio 2020, la produzione industriale del Vecchio Continente è tornata al suo livello di prima della crisi durante lo scorso luglio. È così anche negli Stati Uniti".

Ma anche lì si corregge l’osservazione con l’affermare che: "In Germania, la produzione industriale rimane circa al 4% sotto il suo livello di gennaio 2020. Anche l’industria francese opera ancora a un livello basso, con una produzione ancora inferiore del 3% circa rispetto a prima della pandemia". Un economista della Coface ne dà la seguente spiegazione: "La Germania e la Francia sono in ritardo, il che si spiega con la composizione della loro industria. L’industria francese dipende molto dall’aeronautica e la Germania dall’industria automobilistica. E infatti l’industria automobilistica, che rappresenta quasi un quarto della produzione industriale tedesca, e l’industria aeronautica, che rappresenta circa il 12% della produzione francese, sono ancora in difficoltà".

Si tratta di "una ripresa sul filo del rasoio", secondo il direttore di Les Echos. Il suo giornale lo conferma, basandosi sulle previsioni del FMI: "La crescita mondiale mostra segni di esaurimento".

Si vedrà nei prossimi mesi se la produzione sta cominciando a recuperare sul serio o se si tratta di un recupero momentaneo dopo le interruzioni di produzione legate alla pandemia.

L’unico settore in cui la ripresa è indiscutibile è la finanza. Ma il suo carburante sono i miliardi di liquidità versati nell’economia dalle banche centrali. Questi miliardi sono stati generati dalla creazione di denaro, dalla distribuzione di credito a valanghe, ma anche dall’acquisto virtualmente illimitato di debiti pubblici e privati, compresi i titoli di stato. Questa politica, chiamata "quantitative easing" nel gergo degli economisti, combina in pratica due elementi: l’acquisto di titoli e l’abbassamento dei tassi d’interesse. Comprare titoli significa iniettare denaro e credito illimitato nell’economia; abbassare i tassi d’interesse significa rendere questo denaro disponibile per i capitalisti nel modo più economico possibile per loro.
Entrambi gli elementi stimolano l’inflazione. Bisogna continuare questa politica o abbandonarla, il che potrebbe creare panico nel mondo finanziario e precipitare la crisi finanziaria? Il dibattito divide i cervelloni della borghesia, e per un buon motivo! È la quadratura del cerchio. Ancora una volta, i rimedi amministrati in una fase del capitalismo malato si rivelano essere veleni per la fase successiva.

Nel frattempo, il titolo di Les Echos dell’11 ottobre recita: "Le banche europee al massimo della salute in borsa". Con un aumento del 44%, le banche hanno registrato dall’inizio dell’anno in borsa la migliore performance di qualsiasi altro settore. E i corsi potrebbero aumentare ulteriormente entro la fine dell’anno. Molte banche hanno annunciato piani generosi per ridistribuire i profitti ai loro azionisti.
C’è quasi unanimità nella stampa economica sulla minaccia di una nuova grande crisi finanziaria, una "crisi sistemica". Ci sono, tuttavia, diverse ipotesi su come potrebbe scoppiare. Quello che è sotto i riflettori in questo momento per quanto riguarda la speculazione immobiliare è la minaccia di fallimento delle società cinesi Evergrande e Fantasia.

Tutta l’economia produttiva sta ballando sul vulcano di un’esplosione finanziaria. Tanto più che la speculazione immobiliare che ha portato al fallimento di Evergrande è un fenomeno diffuso in quasi tutti i grandi paesi industriali. La Francia stessa sta dando il suo modesto contributo a questo fenomeno, a partire dall’aumento dei prezzi degli immobili nelle città piccole e medie. La corsa dei piccolo borghesi parigini per comprare la loro residenza principale in una provincia servita dal TGV sta già provocando un aumento dei prezzi per gli acquirenti locali. Avrà inevitabilmente un seguito nella speculazione.

Che ci sia o meno una certa ripresa, ciò non porrà fine alla crisi di base, i cui inizi risalgono alla crisi monetaria e petrolifera. È già stato il caso durante un mezzo secolo, in cui la stagnazione globale si è espressa con un succedersi di battute d’arresto e recuperi.

Bisogna seguire la successione di queste varie fasi, anche per sapere come adattare le diverse rivendicazioni, riassunte nel Programma di Transizione, alle preoccupazioni dei lavoratori. Lo slogan dell’adeguamento dei salari ai prezzi o della scala mobile dei salari, per esempio, non è mai scomparso dalla propaganda rivoluzionaria comunista. Ma è ovvio che, come parola d’ordine dell’agitazione quotidiana, era meno efficace qualche mese fa, quando l’inflazione era appena percettibile, rispetto ad oggi, quando le classi lavoratrici soffrono, quando fanno il pieno di carburante della loro auto o calcolano il budget per il riscaldamento.

L’economia capitalista uscirà senz’altro dall’attuale fase della sua crisi, così come è uscita dalle fasi precedenti, in particolare quella che ha quasi fatto esplodere l’intero sistema bancario nel 2008. Ha una grande capacità di adattamento. Ma, alla luce del mezzo secolo che ci separa dall’inizio di quella che molti economisti borghesi hanno chiamato "crisi secolare", gli scossoni sempre più frequenti dell’economia (crisi petrolifere, monetarie, dell’euro, del sistema bancario, immobiliari; crisi specifiche in questa o quella regione del mondo...) sono una dimostrazione impressionante dell’incapacità del capitalismo di continuare a regolare le forze produttive che lo stanno facendo incrinare da tutte le parti.

Engels osservava, quasi un secolo e mezzo fa, in Socialismo utopico e socialismo scientifico, che "queste stesse forze produttive spingono sempre più fortemente verso la soppressione della contraddizione, verso la loro emancipazione dalla loro qualità di capitale, verso il riconoscimento effettivo del loro carattere di forze sociali". Un’altra espressione di Engels nella stessa opera suona come un’anticipazione della situazione attuale: "Il riconoscimento parziale del carattere sociale delle forze produttive si impone agli stessi capitalisti: appropriazione dei grandi organismi di produzione e comunicazione, prima da parte delle società per azioni, poi dei trust, poi dallo Stato. La borghesia si dimostra una classe superflua, tutte le sue funzioni sociali sono ormai svolte da impiegati salariati", per aggiungere: "risoluzione delle contraddizioni, il proletariato si impadronisce del potere pubblico e, in virtù di questo potere, trasforma i mezzi sociali di produzione che sfuggono dalle mani della borghesia in proprietà pubblica".

Per quanto la borghesia sia aggrappata al potere, per quanto sia feroce la sua volontà di aggrapparsi alla forma capitalista dell’economia che le assicura predominio e privilegi, le leggi dello sviluppo economico sono molto più potenti.

Da quando Engels scrisse queste righe, lo sviluppo economico ha portato a progressi scientifici e invenzioni tecniche, dall’uso dell’energia atomica alla comunicazione istantanea su scala planetaria, all’inizio della conquista dello spazio. Ha creato legami tra tutti gli esseri umani su scala internazionale. Dalle multinazionali alle grandi banche e ai giganti della vendita al dettaglio come Amazon, una moltitudine di forme organizzative, prodotte dallo stesso sviluppo capitalista, forniscono alla società i mezzi per gestire, consapevolmente, razionalmente e nell’interesse di tutti, la produzione e la distribuzione delle merci create dalla società.

Senile, impotente e afflitto da una moltitudine di malattie, il capitalismo può finire con un collasso generale? Se non vuole che porti al collasso l’intera civiltà umana, la classe operaia dovrà riuscire a rovesciarlo. È in questo senso che l’assenza di una direzione rivoluzionaria, di un partito comunista rivoluzionario, pesa sul futuro, tanto quanto e per le stesse ragioni che ai tempi di Trotsky.

13 ottobre 2021


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