Internazionale

La situazione internazionale - I

Pandemia, caos economico, scontri armati, minacce di guerra

Da “Lutte de classe” n° 220 - dicembre 2021 - gennaio 2022

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Il capitalismo e la gestione della pandemia

Il caos dell’economia capitalista in crisi si riflette nelle relazioni internazionali e le domina.

La pandemia e il modo in cui i governi la stanno gestendo illustrano le contraddizioni crescenti dell’organizzazione sociale capitalista.

Da un lato, l’evoluzione stessa del capitalismo lega economie e popoli in un insieme che implica la necessità di riorganizzare la società su scala internazionale. E offre anche all’umanità i mezzi per farlo. D’altra parte, stiamo assistendo a delle regressioni nazionali sia nella pratica che nelle coscienze.

Da un lato, il progresso scientifico e tecnico ha permesso di trovare rapidamente i mezzi per combattere il Covid; dall’altro, questi mezzi sono di fatto negati a una parte dell’umanità.

Da un lato, una mezza dozzina di trust farmaceutici ha la capacità di produrre e distribuire vaccini su scala internazionale; dall’altro, questa capacità di produrre e distribuire su scala internazionale non ha reso la loro concorrenza meno feroce. La proprietà privata dei mezzi di produzione e l’esistenza degli stati nazionali si combinano per rendere impossibile fare del vaccino "un bene comune di tutta l’umanità".

La pandemia e la percezione di una minaccia comune hanno offerto ai governi dei paesi sviluppati - quelli con un sistema sanitario - l’opportunità di imporre una disciplina nazionale dietro lo stato. L’hanno colta in misura diversa. Ma il carattere collettivo della minaccia, che sembrava essere comune a tutti gli esseri umani, non ha cambiato la natura di classe dello stato, che rimane lo strumento della borghesia. Qualsiasi controllo della popolazione da parte dello stato, anche se parzialmente acconsentito, serve fondamentalmente gli interessi della classe dominante.
È anche invocando la necessità di limitare la circolazione del virus che gli stati hanno rafforzato le barriere nazionali tra i popoli. Alcuni lo hanno fatto nella forma "soft" di vietare o almeno rendere più difficile viaggiare da un paese all’altro. Altri hanno semplicemente aggiunto motivi di salute a tanti altri, che dovrebbero giustificare il filo spinato eretto intorno ai loro paesi per impedire le migrazioni.

Quale migliore illustrazione delle contraddizioni della globalizzazione sotto l’egida del capitalismo della pretesa di fermare la pandemia attraverso un isolamento nazionale comunque impossibile da attuare? La stessa "guerra contro la pandemia" ha dato luogo a un’esplosione di egoismi nazionali (scorte di vaccini dirottate a danno di un altro paese, vaccini prodotti da alcuni non riconosciuti da altri, ecc.) Soprattutto, ha allargato il divario tra i paesi sviluppati e imperialisti e i paesi poveri, dove solo le classi dirigenti hanno accesso alla vaccinazione (generalmente viaggiando nei paesi più sviluppati).

È proprio il progresso scientifico e tecnico dell’umanità, la sua crescente capacità di misurare i danni che l’economia capitalista, la sua corsa al profitto e la sua anarchia, infliggono alla natura, che sta forzando i problemi ecologici nell’agenda pubblica. Sta diventando sempre più chiaro che i più importanti di questi problemi, dal riscaldamento globale alla riduzione della biodiversità, richiedono una cooperazione internazionale.

Gli stessi disastri naturali ricordano all’umanità che essa è una e indivisibile, e parte di un tutto ancora più grande, quello degli esseri viventi. Al di là della società umana, è la vita stessa ad essere minacciata da una forma predatoria di organizzazione economica.

Tuttavia, nel momento stesso in cui questa consapevolezza sta emergendo, si concretizza solo in conferenze internazionali tanto loquaci quanto sterili. Anche qui, la proprietà privata e gli stati nazionali sono ostacoli insormontabili alla messa in comune di tutti i mezzi sviluppati dal genio umano. Rendono impossibile prendere e attuare decisioni che corrispondano ai bisogni collettivi.

Anche coloro che nel movimento ambientalista sono sinceramente preoccupati per il futuro del pianeta - e non solo per mettere un’etichetta ambientalista su sé stessi al fine di servire le loro ambizioni politiche - sono scoraggiati dall’inazione degli Stati e si limitano a fare appello alla coscienza individuale. Questo è un altro modo di opporsi alla coscienza collettiva, cioè quella della necessità di distruggere il fondamento stesso dell’economia capitalista: la proprietà privata dei mezzi di produzione e la corsa al profitto.

Incapace di trovare soluzioni ai problemi della società perché esse metterebbero necessariamente in discussione il suo credo fondamentale, la ricerca del profitto, il capitalismo in crisi spinge fino all’assurdo i difetti della sua organizzazione sociale: l’atteggiamento "ognuno per sé" degli individui e dei popoli, l’ascesa delle forme più aggressive di nazionalismo, la legge della giungla. Questo significa il dominio del più potente sul più debole, della borghesia imperialista su tutti i popoli del mondo.

Complici contro i popoli, in concorrenza tra loro

Complici nel soggiogare i popoli, le potenze imperialiste restano rivali. Il recente affare dei sottomarini tra la Francia e l’Australia, o più precisamente tra l’imperialismo francese e l’imperialismo statunitense, ne ha fornito un’illustrazione eloquente. Illustra anche che le loro relazioni si basano sui rapporti di forza e che l’imperialismo di serie B che è la Francia è ridotto a fare proteste simboliche. Più che l’annullamento di un contratto di vendita di sottomarini, benché del valore di diverse decine di miliardi di euro, ciò che i dirigenti francesi lamentano è l’annuncio brutale di una nuova alleanza nel Pacifico tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, designata con l’acronimo Aukus. È un modo per dire alla Francia, che dall’alto dei suoi possedimenti d’oltremare in quella regione - la cosiddetta Polinesia francese, la Nuova Caledonia, Wallis e Futuna - pretende di giocare un ruolo importante negli affari dell’Indo-Pacifico, che è solo un vassallo che gli Stati Uniti possono trattare con leggerezza!
Lo stesso rapporto contraddittorio del tipo "ti amo, neanch’io" esiste tra i due imperialismi, americano e francese, alleati ma rivali in Africa, soprattutto nell’ex impero coloniale francese. Da un lato sono alleati: le loro relazioni si basano sull’accordo degli Stati Uniti sul fatto che la Francia assuma il compito di gendarme nella sua zona di influenza, assicurandovi una presenza militare, e sulla necessità della Francia di avere il sostegno degli Stati Uniti, anche logistico, se non altro per poter schierare le sue truppe. D’altra parte, questi due imperialismi sono concorrenti per le risorse naturali e per i mercati esistenti o futuri.

Un documentario del canale televisivo Arte parla di una seconda spartizione dell’Africa, alludendo alla prima che ebbe luogo a Berlino (nel 1884-1885) per frammentare quel continente e dividerlo tra gli imperialismi europei. Come nella prima divisione, non è solo una questione di competizione per delle risorse già sfruttate (uranio, petrolio, ferro, metalli rari, ecc.), ma anche per occupare il posto e renderne più difficile l’accesso ad un rivale.

Più in generale, se non sono mai cessati nel continente africano scontri sanguinosi, guerre tra gruppi etnici o tra stati, questa non è la rinascita di un lontano passato o un ritorno alle guerre tribali di un tempo. Dietro, direttamente o indirettamente, ci sono le rivalità tra trust, tra imperialismi, e le manovre dei loro servizi segreti. Tutto questo è celato da segreti, prima di tutto i segreti commerciali tanto cari al capitalismo. L’opinione pubblica e anche i cosiddetti circoli informati della borghesia ne conoscono solo la parte emergente. E spesso neanche quella.

Il quotidiano belga Le Soir (24 agosto) ha descritto come l’esercito ruandese sia recentemente intervenuto in Mozambico per affrontare gruppi armati fondamentalisti. Cosa è andato a cercare il Ruanda in Mozambico, quando questi due paesi non condividono neanche una frontiera? Una risposta sta nel fatto che, dopo il genocidio della loro etnia da parte degli hutu, i tutsi hanno riconquistato il potere dotandosi di un esercito efficace, più efficace in ogni caso della maggior parte degli eserciti del continente, la cui esperienza militare è limitata all’oppressione del loro popolo. Ma l’intervento dei gruppi fondamentalisti, e poi quello dell’esercito ruandese per ristabilire l’ordine, sono stati preceduti dalla scoperta di un enorme giacimento di gas in Mozambico, e hanno avuto luogo nel contesto di una rivalità tra la società italiana Eni e la società americana Anadarco, che la società francese Total stava cercando di spodestare.

Quali erano i rispettivi ruoli di questi diversi trust? Solo alcuni lo sanno. Ma Total non voleva certo fare grandi investimenti nella produzione e liquefazione del gas in una zona di guerra…

Imperialismi europei, più rivali che uniti

Per quanto riguarda l’insieme di imperialismi di serie B che è il nucleo originario dell’Unione Europea, la storia della loro vita comune illustra sia l’obbligo di unirsi per sopravvivere economicamente sia l’impossibilità di farlo completamente.
I dirigenti politici dei paesi imperialisti dell’Unione Europea sognano la potenza economica che essa potrebbe essere, data la loro popolazione, il loro mercato, la forza delle loro industrie combinate. Il loro sogno, tuttavia, si scontra continuamente con la realtà della concorrenza tra i loro capitalisti.

La crisi economica e i suoi colpi di scena nei vari settori sfidano costantemente gli equilibri faticosamente conquistati tra le potenze rivali dell’Unione europea. Così, per esempio, il complicato accordo stabilito tra questi paesi nel campo dell’energia, distribuendo il peso dato rispettivamente a fonti basate su carbone, nucleare, idraulico, eolico e fotovoltaico, è messo in discussione a causa del brutale aumento del prezzo del gas e del petrolio, voluto dai trust del petrolio.

Di conseguenza, i ventisette paesi dell’Unione Europea sono divisi. La Francia e, sulla sua scia, la Spagna hanno formato una sorta di fronte comune con l’obiettivo di riformare il sistema europeo di calcolo dei prezzi dell’elettricità, in cui - per usare l’espressione di un media - "la tecnologia più costosa (il gas) determina il prezzo all’ingrosso dell’elettricità". Questa posizione è immediata­mente condivisa da Grecia, Repubblica Ceca e Romania, ma osteggiata da Germania, Paesi Bassi e diversi paesi del nord dell’UE, che "preferiscono che il mercato si regoli da solo".
Ed ecco che l’Unione Europea è divisa in due blocchi, a seconda delle loro fonti di energia o semplicemente delle loro alleanze.

La battaglia su Jersey tra pescatori francesi e britannici può sembrare ridicola. Non lo è tuttavia per la loro stessa esistenza. E, soprattutto, l’invio di una nave da guerra britannica nella zona di pesca, anche se solo per mostrare i muscoli, è indicativo del clima di tensione tra due delle maggiori potenze imperialiste europee. Tanto più che la Brexit ha avuto una serie di altre conseguenze. Alcune, come quella indotta dall’Irlanda del Nord, con un piede nell’Unione Europea attraverso i suoi legami con la Repubblica d’Irlanda e l’altro nel Regno Unito toccato dalla Brexit, sono come la quadratura del cerchio. Altre, come i disaccordi su chi debba fare da poliziotto nella Manica per impedire l’immigrazione illegale, si giocano sulla pelle dei migranti.

I dibattiti che dividono le istituzioni europee e ciò che essi nascondono

L’Unione Europea non solo non ha riassorbito le differenze tra i paesi imperialisti della parte occidentale del continente e la sua parte orientale o balcanica più povera, ma le ha accentuate. I trust tedeschi, francesi, olandesi, ecc. dominano l’economia di questi paesi, in concorrenza con i trust americani, britannici e asiatici. Il dominio dei trust e il sentimento popolare su di esso offrono a tutta una parte della classe politica dei paesi dell’Est la possibilità di giocare sulla corda nazionale per opporsi alle istituzioni europee, aggiungendovi, come in Polonia o in Ungheria, una buona dose di altre idee reazionarie e scioviniste. La disputa giuridico-politica tra la Polonia e l’UE sul primato della sovranità nazionale o delle leggi europee è radicata in queste relazioni di dominazione.

In Ungheria, Orban può tanto più efficacemente fare della demagogia anti-immigrati e presentarla come un’illustrazione della sovranità nazionale - asse della sua contestazione della «burocrazia di Bruxelles» - che questa demagogia è ampiamente condivisa dalla casta politica in Europa. Quanto al filo spinato che ha eretto nel 2015 al confine con la Serbia, è già stato imitato dalla costruzione di un muro al confine tra Polonia e Bielorussia. Bisogna ricordare che il muro eretto dalla Spagna intorno a Melilla è precedente (1996) a quello eretto da Orban, e che i grandi paesi dell’Europa occidentale cosiddetta civile hanno trasformato il Mediterraneo e la Manica in "barriere" mortali per preservare la loro "fortezza Europa".

In questo est dell’Europa, dove i popoli sono intrecciati da secoli, il nazionalismo esacerbato dei governi si traduce in una maggiore oppressione delle minoranze nazionali. Alcune sono state trasformate in minoranze dai trattati di Versailles o Yalta, altre dalla dissoluzione della Jugoslavia o dell’Unione Sovietica (russi in Ucraina o negli Stati baltici, ungheresi in Romania, Slovacchia e Serbia, rumeni e ungheresi in Ucraina, ecc.). Questa oppressione si limita essenzialmente a ogni tipo di discriminazione, in particolare nel campo dell’istruzione o del diritto di usare la propria lingua nell’amministrazione. Ma a volte, soprattutto nei confronti dei rom, può assumere un carattere brutale.

In questa regione, la moltiplicazione degli stati non è generalmente una liberazione per le minoranze, ma un aggravamento della loro oppressione. La dissoluzione della Jugoslavia nell’orrore e nel sangue ha illustrato negativamente la necessità della forma federale dello stato, con identici diritti per i popoli che lo compongono, idee difese a lungo dal movimento operaio.

L’oppressione delle minoranze nazionali, etniche o religiose è una delle caratteristiche fondamentali del mondo dominato dall’imperialismo. Può solo peggiorare in tempi di crisi.

Mentre in alcuni paesi spinge le minoranze a emigrare (per esempio i Rohingya in Birmania), in altri paesi finisce per provocare una rivolta contro lo stato centrale, come in Etiopia. È un potente fattore destabilizzante in molte parti del mondo.

Destabilizzazione e stati in decomposizione

Questa destabilizzazione si riflette permanen­temente in un alto numero di conflitti locali o regionali in cui si esauriscono i popoli e le comunità. Questi conflitti locali portano, diret­tamente o indirettamente, all’intervento di potenze regionali (Turchia, Iran, Arabia Saudita, ecc.) che, anche quando non sono inizialmente manipolate dalle potenze imperialiste, prima o poi diventano i loro strumenti.

La crisi economica è la causa diretta della decomposizione in corso dello stato libanese. Esacerba molte altre forze di dislocazione (compreso il confessionalismo istituzionalizzato), originariamente create dalle rivalità tra l’imperialismo francese e britannico.

Questi fattori dislocanti, etnici o religiosi, non esistono ad Haiti. Lì, l’apparato statale si decompone, a beneficio delle bande armate, nella corruzione, tra la miseria senza fine delle masse popolari. Le bande armate ufficiali dello stato haitiano, il suo apparato statale e le sue forze di polizia vengono gradualmente ma violentemente sostituite da bande armate private, che vivono di rapine, rapimenti e ricatti. E tutto questo sprofondare nell’abisso avviene a poche miglia dalla Florida, una delle regioni in cui si evidenzia di più la ricchezza della borghesia della più grande potenza imperialista del mondo...

Dal conflitto tra Armenia e Azerbaigian alla guerra in Yemen e alle guerre simultanee o successive che dilaniano il Medio Oriente e l’Africa, i conflitti locali e regionali fanno sprofondare un’intera parte dell’umanità nella sofferenza, nella distruzione e nella morte. Questi conflitti sono effetti inevitabili della dominazione imperialista del mondo. Non solo l’imperialismo sa conviverci, ma li usa per perpetuare il suo dominio. I suoi trust ne approfittano vendendo armi e munizioni alle classi dirigenti di questi paesi. La corruzione dei politici locali facilita il controllo dei trust sulle loro ricchezze. E mettere i popoli dominati gli uni contro gli altri permette alle potenze imperialiste di perpetuare il loro dominio.

Il mondo imperialista nel suo insieme è una polveriera. Lo è ancora di più in tempi di crisi, quando si aggravano le tensioni esistenti. Sorgono inevitabilmente nuove tensioni dove le masse oppresse sono, inoltre, spinte verso una maggiore miseria. Basti guardare quello che sta succedendo in Sudan nel momento in cui scriviamo.
Nessuno può prevedere quale scintilla accenderà la polveriera. La borghesia imperialista non solo se lo aspetta di continuo, ma si sta preparando.

Nonostante la dissoluzione dell’Unione Sovietica, il principale nemico che serviva ai governanti imperialisti come pretesto per la corsa permanente agli armamenti, quest’ultima non si è mai fermata. Tuttavia, come riferisce lo Stocholm International Peace Research Institute (SIPRI), "i trasferimenti internazionali di armi rimangono vicini al loro livello più alto dalla fine della guerra fredda". Così come non è scomparso, da parte delle potenze imperialiste, il gioco delle alleanze e dei patti militari, nella prospettiva di una futura conflagrazione generale che tutte queste potenze considerano inevitabile.

Il settimanale britannico The Economist, citato in Courrier International del 24 giugno 2021, dedica un articolo alla "prima potenza militare europea, la Francia, [che] si prepara alla possibilità di un conflitto ad alta intensità, stato contro stato". Cita Thierry Burkhard, che è diventato capo di stato maggiore dell’esercito francese: "Dobbiamo assolutamente prepararci a un mondo più pericoloso". Questo richiede quello che lui definisce un "indurimento" dell’esercito. [...] E si congratula: "Il bilancio della difesa per il 2019-2025 è stato notevolmente aumentato, raggiun­gendo 50 miliardi di euro all’anno alla fine di questo periodo, un aumento del 46% rispetto al 2018", aggiungendo: "Tra il 2010 e il 2025 l’attrezzatura dell’esercito sarà stata rinnovata più che nei quarant’anni tra il 1970 e il 2010".

L’articolo continua dicendo: "Lo spettro di un conflitto ad alta intensità è ormai così pervasivo nel pensiero militare francese che lo scenario ha un suo acronimo: HEM, o ipotesi di grande impegno [Hypothèse d’Engagement Majeur]. Gli avversari non sono nominati, ma gli analisti menzionano non solo la Russia, ma anche la Turchia o un paese nordafricano".

Lo stesso vale ovviamente, su una scala molto più grande, per gli Stati Uniti. Le guerre in Mali per la Francia e in Afghanistan per gli Stati Uniti non sono state altro che esercitazioni per i paesi imperialisti. Sotto l’influenza degli Stati Uniti, la principale potenza imperialista, i circoli militari e diplomatici si concentrano sul confronto con la Cina. Questa preoccupazione è ampiamente riportata dai media mondiali.

Uno scontro tra due degli stati più potenti del mondo sarebbe l’inizio di una guerra mondiale.

Il Mar Cinese, il sud-est asiatico, le sue isole con sovranità contesa, Taiwan in particolare, i suoi stretti, le sue principali rotte commerciali, sono diventati il punto caldo del mondo. E anche il luogo dove si fronteggiano due degli eserciti più potenti del mondo.

La stampa è quasi unanime nell’attaccare "l’aggressività della Cina", anche se sono le navi da guerra americane ad essere alle sue porte, non il contrario. È la Cina che è circondata non solo dal dispiegamento americano, ma anche da una coalizione di potenze imperialiste (Giappone, Australia, Regno Unito), più o meno accompagnata dalle vicine Filippine e India.

Da qualche tempo si moltiplicano gli articoli e i libri che, a partire da un titolo del Financial Times (citato ancora dal Courrier International del 24 giugno): "Siamo entrati in una guerra fredda 2.0", parlano di una "escalation".
I
n un recente libro, Jean-Pierre Cabestan, direttore di ricerca al CNRS in merito a strategia, si chiede: domani, la Cina: guerra o pace? [Demain, la Chine : guerre ou paix ?, Gallimard, 2021]. Il libro ovviamente non risponde alla domanda. Tuttavia, fornisce una serie di spunti di riflessione, alcuni dei quali sostengono l’idea che la competizione economica, diplomatica e, sempre più, militare tra le due potenze porterà inevitabilmente alla guerra; altri sottolineano il fatto che, poiché il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica non ha portato a una terza guerra mondiale, c’è ancora meno motivo che ciò avvenga tra Stati Uniti e Cina, le cui economie sono così intrecciate che un conflitto sarebbe impensabile.

Lasciamo che gli strateghi da salotto sviluppino ipotesi il cui unico legame con la realtà è che vendono carta...

Nonostante i legami economici sempre più forti tra gli Stati Uniti e la Cina, nonostante la compenetrazione industriale, commerciale e soprattutto finanziaria di Stati Uniti e Cina - in cui il potere economico degli Stati Uniti rimane dominante sulla Cina, che è in posizione subordinata - la guerra è possibile.

I forti legami economici tra la Gran Bretagna e la Germania alla vigilia della prima guerra mondiale, uniti ai legami familiari tra le due dinastie al potere, non impedirono che la guerra scoppiasse e si cristallizzasse intorno all’opposizione tra queste due potenze imperialiste.

E nel rapporto tra Stati Uniti e Cina, non è certo la Cina, in posizione difensiva, ma l’imperialismo, che è il fattore di guerra. La guerra scoppierà quando l’imperialismo statunitense vi troverà interesse o quando sentirà il bisogno di farlo.

A differenza della prima e soprattutto della seconda guerra mondiale, non esiste una sequenza discernibile di eventi che ci permetta di prevedere come e quando la guerra potrà scoppiare. Ma le borghesie imperialiste sanno che è inevitabile, e i loro quadri militari e diplomatici non hanno mai smesso di prepararvisi. In questa preparazione, i media danno già il loro contributo, nel senso che preparano l’opinione pubblica a questa eventualità.

La preparazione dell’opinione pubblica è un aspetto importante della preparazione strategico-militare che si svolge nella discrezione degli stati maggiori o dietro il linguaggio sommesso dei diplomatici che costruiscono alleanze.

L’articolo dell’Economist, sopra citato, su come lo stato maggiore francese si stia preparando alla guerra riferisce di "gruppi di lavoro per analizzare la capacità del paese di far fronte a un conflitto ad alta intensità" e aggiunge: "Questi gruppi stanno esaminando sia il rischio di carenza di munizioni che la resistenza della società, compresa la questione di sapere se i cittadini sono ’preparati ad accettare un livello di perdite che non abbiamo visto dalla seconda guerra mondiale’, dice uno dei suoi membri". Dietro il cinismo c’è la fredda determinazione dei servitori militari della borghesia.

Per le popolazioni della Siria, dello Yemen, della Somalia o del Sudan, come per quelle di un gran numero di paesi in Africa o in Asia, la guerra è già una realtà. E nessuno può essere sicuro che queste guerre, ancora locali o regionali, non si riveleranno domani come delle tappe di un futuro scontro generale. Così come la guerra condotta in Etiopia dall’Italia a partire dal 1935 o l’invasione giapponese della Manciuria (1931) e poi della Cina (1937) sono state delle tappe, ben precedenti al 1° settembre 1939. La guerra è infatti il modo di esistenza dell’imperialismo.

Per un’organizzazione comunista rivoluzionaria, la lotta contro l’imperialismo oggi non può che essere, essenzialmente, un’attività di propaganda e di spiegazione ai lavoratori e ai militanti. Consiste nello spiegare che, ben oltre lo sfruttamento della vita quotidiana, il dominio della borghesia imperialista, che è già dietro una moltitudine di guerre locali e regionali, porta con sé la minaccia di una terza guerra mondiale. Solo il rovesciamento del potere della borghesia può mettere fine all’imperialismo e scongiurare la catastrofe che minaccia di colpire tutta l’umanità su una scala senza precedenti anche in confronto alla prima e alla seconda guerra mondiale, con 18 milioni e 50 milioni di morti rispettivamente.

Ma, oltre alla propaganda, è anche importante, nell’agitazione quotidiana, contrastare la borghesia, i suoi politici e i suoi media, combattendo non solo lo sciovinismo, l’esterofobia, ma anche il patriottismo, cioè qualsiasi idea di collaborazione di classe, di identità di interessi, tra la classe sfruttatrice e la classe sfruttata. Non ci può essere comunità di interessi tra coloro che preparano una catastrofe per l’umanità e coloro che ne saranno le vittime! L’abbandono dell’internazionalismo è il principale segno di tradimento del campo del proletariato.
Nel Programma di transizione, scritto nel 1938, cioè un anno prima dell’inizio della seconda guerra mondiale che in realtà era già iniziata, Trotsky scriveva: "Nella questione della guerra, più che in qualsiasi altra questione, la borghesia e i suoi agenti ingannano il popolo con astrazioni, formule generali, frasi patetiche: ‘neutralità’, ‘sicurezza collettiva’, ‘armamento per la difesa della pace’, ‘difesa nazionale’, ‘lotta al fascismo’, ecc. Tutte queste frasi si riducono al fatto che la questione della guerra, cioè il destino dei popoli, deve rimanere nelle mani degli imperialisti, dei loro governi, delle loro diplomazie, dei loro stati maggiori, con tutti i loro intrighi e complotti contro i popoli".

Alcune di queste "frasi patetiche" non sembrano più pertinenti. Altre possono essere riciclate. I servi intellettuali della borghesia ne inventeranno di nuove, altrettanto ingannevoli. Quando la minaccia della generalizzazione della guerra assumerà un aspetto concreto, il proletariato sarà inevitabilmente sorpreso e ingannato, spinto dietro i suoi governanti, come fu quando scoppiarono la prima e la seconda guerra mondiale. Alcune informazioni dagli Stati Uniti danno già esempi di crescente aggressività anti-cinese.

Il futuro del proletariato e quello dell’umanità dipenderanno dalla rapidità con cui il proletariato ritroverà la sua coscienza di classe e il suo ruolo nella trasformazione della società. Una volta iniziata la guerra, questa coscienza di classe può essere tradotta solo con l’espressione di Lenin: "Trasformare la guerra imperialista in una guerra civile".

29 ottobre 2021


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