Internazionale
Birmania

la classe operaia di fronte ai militari e all’imperialismo

Da “Lutte de classe” n° 217 - Luglio-agosto 2021

* * * * * * * * *

Il 1° febbraio, i militari birmani hanno interrotto brutalmente la loro collaborazione con Aung San Suu Kyi e il suo partito Lega Nazionale per la Democrazia (LND) che dal 2016 era al capo del governo dopo di esserne stato a lungo tenuto fuori. Da allora centinaia di persone sono state uccise e migliaia arrestate dall’esercito e dalle forze di polizia. La classe operaia, notevolmente cresciuta negli ultimi 15 anni, è stata all’avanguardia della mobilitazione.

Dopo circa un decennio di normalizzazione politica, il sanguinoso intervento di Tatmadaw, nome dell’esercito birmano composto da 350.000 soldati, è stato improvviso ma non è sorprendente considerando il suo ruolo dominante nella politica di questa ex colonia britannica sin dalla sua indipendenza nel 1948.

La nascita di uno stato birmano dopo più di un secolo di dominazione coloniale
Dal 1824 fino alla seconda guerra mondiale, la Birmania è stata mantenuta sotto il dominio coloniale e in sottosviluppo. Le compagnie britanniche hanno saccheggiato le risaie, le foreste, e poi il petrolio e le miniere lasciando tutto in condizioni spaventose. Ben pochi operai e piccoli contadini raggiungevano l’età di 30 anni. Per governare il paese, l’imperialismo britannico si adoperò per dividere la popolazione di questa ex regione del suo impero indiano e le molteplici etnie che la costituivano, mettendole l’una contro l’altra con umiliazioni alternate a favori per restare in vita. Organizzò massicce migrazioni dalla penisola indiana, da cui partirono grandi proprietari terrieri, commercianti e uomini d’affari. Così l’occupante poté fare affidamento su uno strato di piccoli funzionari di lingua inglese. Per la coltivazione dell’oppio o quella del riso, di cui la Birmania divenne il primo esportatore mondiale durante gli anni ’30, fu importata una vasta forza lavoro stagionale, indiana o cinese che serviva anche per fornire la manodopera necessaria allo sfruttamento dei giacimenti di idrocarburi e delle aree industriali e portuali. Per imporre la sua legge, il governo coloniale usava sistematicamente le truppe delle minoranze Karen, Chin e Kachin, alimentando nella maggioranza della popolazione Bamar, sentimenti xenofobi verso questi gruppi etnici e religiosi.

Il nazionalismo birmano emerse negli anni ’30, tra gli studenti e in alcuni monasteri, in un periodo segnato dagli effetti devastanti della crisi del 1929. Scoppiarono rivolte contadine, che furono represse col sangue, così come gli scioperi operai, il principale dei quali culminò nel 1938 sulla scia della mobilitazione dei lavoratori del petrolio [1]. Ben lontano dal portare avanti gli interessi degli sfruttati, il movimento nazionalista fu, soprattutto, un difensore intransigente della maggioranza Bamar, della cultura e della lingua birmana, e dell’identità buddista. I suoi esponenti, dietro lo slogan "noi birmani", basandosi in gran parte su una visione razziale, si rivolsero contro le minoranze riprendendo in qualche modo al contrario la propaganda e la politica coloniale.

Questi nazionalisti, portavoce di una borghesia nazionale appena embrionale, si rivolsero all’imperialismo giapponese. Quest’ultimo era impegnato, allora, in una politica di espansione in Cina e in parte dell’Asia, sfidando il dominio britannico e francese. Uno dei principali architetti del nascente movimento indipendentista, pieno di ammirazione per il fascismo imperiale giapponese, fu Aung San, il padre di Aung San Suu Kyi. Lui e i suoi compagni, più tardi conosciuti come i "Trenta Compagni", fra cui erano presenti alcuni membri del partito comunista birmano, furono finanziati e addestrati in un territorio controllato dai giapponesi all’inizio della seconda guerra mondiale. In quel luogo e in Thailandia fondarono l’Esercito dell’Indipendenza Birmana, il nucleo del futuro Tatmadaw, che dal gennaio 1942 combatté a fianco dell’esercito giapponese nella sua conquista della Birmania. Aung San, decorato dall’imperatore Hiro-Hito a Tokyo, divenne il ministro della difesa del nuovo governo fantoccio.

Il 1° agosto 1943, il Giappone concesse un’indipendenza che non fu effettiva. Questa situazione spinse i nazionalisti birmani ad andare contro i loro protettori, questa volta associandosi alle forze armate britanniche. Dopo la liberazione del territorio da parte di queste truppe nel maggio 1945, Aung San intraprese delle discussioni con il governo di Londra, escludendo dall’alleanza politica che aveva formato il Partito Comunista Birmano cioè la principale forza armata dell’epoca. Nel gennaio 1947 questi negoziati portarono ad un accordo e in aprile alle elezioni, poi all’indipendenza dell’Unione della Birmania proclamata il 4 gennaio 1948. Nel frattempo, il suo principale architetto, Aung San, era stato assassinato in circostanze che rimangono poco chiare.
 
L’esercito birmano al potere

Per rafforzare il controllo del suo territorio, il nuovo regime fece incursioni contro i ribelli comunisti e Karen, che erano alle porte della città di Mandalay e della capitale, Rangun [2]. Contro il potere centrale si erano formati gruppi armati tra alcune minoranze, spesso con l’appoggio dei servizi segreti delle grandi potenze imperialiste, soprattutto nelle regioni di confine con la Cina e la Thailandia dove potevano dedicarsi a lucrosi traffici.

L’esercito, che doveva essere il garante dell’unità del paese, fu "birmanizzato", cioè epurato. Lo stesso valse per la maggior parte dell’economia. Appena formato, l’esercito prese il controllo delle compagnie straniere esistenti, delle banche e dei trasporti marittimi. Tatmadaw fondò il proprio giornale, il Guardian, per divulgare la sua propaganda. L’esercito, che era allo stesso tempo un apparato di polizia assicurò il saccheggio organizzato delle risorse del paese e lo sfruttamento dei suoi lavoratori,.In questo modo costituì, per le classi dominanti birmane, la spina dorsale del nuovo stato, un focolaio per le deboli forze della borghesia nazionale e un’autorità capace di imporre con i mezzi più brutali una certa unità territoriale.
Durante gli anni ’50 la Birmania, come repubblica federale, conobbe una certa stabilità politica. Il governo centrale fu dominato fin dall’indipendenza da U Nu, che si atteggiava a socialista moderato e sulla scena internazionale leader non sullo stesso piano di un buddista intransigente Ma nel 1958, per schiacciare i separatisti Karen e poi Shan, chiamò il generale Ne Win, capo delle forze armate, a guidare un governo militare provvisorio che, per la prima volta, riuscì a imporre il suo controllo sulla maggior parte del paese.

L’esercito ne approfittò per rafforzare la sua presa e le sue risorse finanziarie, in particolare monopolizzando i fondi della Burma Economic Development Corporation (BEDC), che era stata creata qualche anno prima. Dopo aver lanciato operazioni di lotta alla guerriglia, e di pulizia etnica e aver imprigionato giornalisti e oppositori, Ne Win annunciò elezioni "libere e democratiche" che furono, con suo grande dispiacere, vinte dal partito di U Nu. Ma il 2 marzo 1962, un colpo di stato, compiuto in nome della lotta contro il caos economico e le nuove rivolte separatiste nel nord-est del paese, rimise l’esercito pienamente al potere. Era sostenuto da grandi forze paramilitari. Ne Win, padrone assoluto delle forze armate birmane dal 1949, rimase a capo della giunta per un quarto di secolo.

Ferocemente anticomunista e xenofobo, ammiratore del fascismo giapponese, Ne Win sosteneva di essere sulla "via birmana al socialismo". La sua politica fu segnata dal dominio assoluto dell’esercito e dei suoi capi sullo stato e sull’economia, la creazione di un partito unico, il Partito del Programma Socialista Birmano (BSPP), e un programma di autarchia economica. A tutto questo si aggiungeva un miscuglio di riferimenti buddisti e astrologici. Già nel 1963, l’intero settore industriale (incluso il petrolio, l’agricoltura, le miniere e il legname), il settore bancario e quasi tutto il commercio al dettaglio furono nazionalizzati. Centinaia di migliaia di indiani, cinesi e anglo-birmani furono espulsi. Si disse allora che una "cortina di bambù" era caduta sul paese.

Dopo dodici anni di potere indiviso, i generali fecero adottare una nuova costituzione, organizzando la transizione verso nuove elezioni di una "assemblea del popolo" tenutesi nel gennaio-febbraio 1974 e destinate a fungere da facciata democratica. Ne Win simbolicamente abbandonò l’uniforme e il titolo di generale. Ma l’esercito fu sempre presente, anche durante il referendum che approvò la nuova costituzione: i soldati occuparono i seggi elettorali e sorvegliarono le urne bianche, che raccoglievano i sì, e quelle nere, destinate ai no. Quello stesso anno fu repressa violentemente un’ondata di rivolte studentesche che coinvolse alcuni monaci, lo stesso avvenne per gli scioperi dell’anno successivo.

A metà degli anni ’80, il paese era rimasto uno dei più poveri del mondo, senza vere infrastrutture, senza acqua potabile né elettricità. L’aspettativa di vita superava appena i 50 anni. Nel luglio 1987 le dimissioni del vecchio dittatore Ne Win fecero traballare il regime. Alcuni alti dirigenti cominciarono a criticare più o meno apertamente il funzionamento nepotistico del regime e il sistema del partito unico.
 
La rivolta del 1988

La mattina dell’8 agosto 1988 fu promosso un massiccio sciopero contro il regime, provocato dalla decisione del governo, qualche mese prima, di sostituire le banconote da 25, 35 e 75 Kyat, create due anni prima e che non avrebbero avuto più corso, con quelle da 45 e 90 Kyat. La motivazione di questo provvedimento era la lotta contro il finanziamento dei trafficanti e dei guerriglieri. Essendo la conversione impossibile, la piccola e media borghesia era stata rovinata da un giorno all’ altro. Gli studenti, che erano sempre stati in prima linea nelle proteste, furono ancora di più coinvolti nel movimento in quanto questa decisione era stata presa nel momento stesso in cui dovevano pagare le tasse universitarie annuali.

La caduta del regime filippino di Ferdinando Marcos due anni prima, così come i movimenti popolari a Taiwan e in Corea del Sud, incoraggiarono i manifestanti nelle principali città del paese. Sein Lwin, che era succeduto a Ne Win, organizzò una sanguinosa repressione, che probabilmente uccise più di 3.000 persone e gli valse il soprannome di "macellaio di Rangoon". Cortei di studenti furono falciati dalle raffiche di mitragliatrici, picchiati a morte e annegati.

Il dittatore fu messo da parte. Questo, però, non bastò a placare le proteste della popolazione, che si appoggiò massicciamente a Aung San Suu Kyi che fino a quel momento era vissuta all’estero, senza farsi coinvolgere nella vita politica del suo paese. Ma per caso si trovava in Birmania, dove era stata arrestata. Il giorno dopo la sua liberazione, una processione di 500.000 persone ascoltò il suo primo discorso, nel quale Aung San Suu Kyi si presentava come alternativa politica. Fu seguita da molti ex esponenti del regime a cui appariva come una possibile via d’uscita politica dalla crisi.

Invece il 18 settembre 1988, dopo un periodo di incertezza, l’esercito prese di nuovo l’iniziativa con un altro colpo di stato. Un Consiglio di Stato per il ripristino dell’ordine e della legge (SLORC) [3]fu istituito.

Una volta ristabilito l’ordine e riaffermato il primato delle forze armate, lo SLORC intraprese una politica di stampo liberale. La regola del partito unico fu abbandonata alla fine del 1988, portando alla creazione o alla legalizzazione di decine di organizzazioni e partiti, compresa la Lega per la democrazia di U Nu e Aung San Suu Kyi. Quest’ultima vinse le elezioni dell’anno successivo con il 59% dei voti, il che le diede l’80% dei seggi nell’Assemblea. Come reazione, i capi dell’esercito convocarono una convenzione nazionale composta da alcuni degli eletti e da delegati da loro nominati. Fu incaricata di stendere una terza costituzione. Questo processo durò diciotto anni!

Era il riflesso del nuovo irrigidimento del comando militare, che conservava tutte le leve di decisione e varò una legislazione molto repressiva. Riprendendo gran parte dall’arsenale di leggi create dall’ex potenza coloniale, proibiva qualunque tipo di organizzazione sindacale indipendente. Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace nel 1991, fu messa agli arresti domiciliari più volte durante il decennio successivo. Solo nel 2003 il principale leader della giunta, Khin Nyunt, presentò una "tabella di marcia verso una democrazia disciplinata" a un pubblico di diplomatici e osservatori internazionali. Da tale formula traspariva chiaramente il desiderio dei militari di controllare rigorosamente un’eventuale transizione democratica. Tuttavia, dopo tre anni di discussioni, questo orientamento aprì la strada a una seconda convenzione nazionale e all’adozione di una nuova costituzione (tuttora in vigore) che garantì ai militari un potere di controllo sullo stato e sulle leggi future.

Nel campo economico, il regime respingeva il cosiddetto "percorso birmano verso il socialismo" e si affermava "aperto al mondo", prendendo come modello Singapore, Thailandia e Malesia. Per migliorare la sua immagine esterna e per ottenere la revoca delle sanzioni imposte dall’Europa e dagli Stati Uniti, nel 1997 lo SLORC diventò il Consiglio di Stato per la Pace e lo Sviluppo (SPDC). Nello stesso anno, la Birmania entrò a far parte dell’ASEAN [4]. Le imprese statali furono gradualmente privatizzate... pur rimanendo spesso nelle mani di alcuni alti funzionari e delle banche da loro controllate. Gli investitori stranieri furono invitati a "partecipare allo sviluppo" del paese nell’ambito di società a capitale misto birmano-straniero. Per i generali, era un modo di allargare le loro opportunità di arricchimento, ma, allo stesso tempo, c’era il rischio di dare agli avvoltoi del capitale il diritto di saccheggiare le risorse naturali e le industrie del paese. La francese Total fu tra le prime a mettere le mani sui giacimenti di idrocarburi, seguita dalle Chevron, Shell e ConocoPhillips.

Apertura economica e integrazione nel commercio mondiale

L’entrata di capitali stranieri, mentre accelerava l’arricchimento dei magnati dell’economia e di altri "amici degli amici" [5] odiati dalla popolazione, era ben lontana dal fare uscire il paese dal sottosviluppo. Metà della popolazione sopravviveva con meno di un dollaro al giorno e il paese era al 161° posto nel mondo in termini di PIL pro capite. Nell’agosto 2007, la situazione diventò insostenibile dopo che il governo decise di aumentare i prezzi del petrolio del 100% e del gas naturale del 500%. Il prezzo del trasporto pubblico raddoppiò da un giorno all’altro, colpendo duramente i dipendenti pubblici e i piccoli impiegati dei centri urbani, in maggior parte abitanti di periferie lontane. Sei mesi dopo, il prezzo dell’elettricità aumentò di dieci volte! La crisi colpì anche i monaci buddisti e i monasteri, che vivono principalmente delle donazioni dei credenti. Nel settembre 2007, molti di loro scesero in piazza e sfidarono il regime, che per decenni aveva fatto di tutto per controllare i 350.000 monaci del paese e associarli alla sua propaganda. La repressione di questa cosiddetta "rivoluzione di zafferano" provocò diverse decine di vittime. L’anno successivo, in assenza di un sistema di prevenzione e di allarme e a causa della trascuratezza della giunta, il ciclone Nargis uccise probabilmente 200.000 persone e ne lasciò centinaia di migliaia senza casa. Le conseguenze sarebbero state ancora più catastrofiche senza la solidarietà e la mobilitazione della popolazione.
Nel decennio successivo l’apertura del paese e dei suoi terreni agricoli al capitale e alle imprese straniere fu accelerata, in particolare nei settori degli idrocarburi, delle miniere e del tessile. Dal 1992, la Total sfrutta una parte del giacimento di gas di Yadana al largo della costa birmana, la cui produzione è trasportata in Thailandia da un gasdotto sottomarino. Diverse decine di multinazionali, come la Unocal (ora Chevron), Petronas, Posco, Lafarge, Canal plus e il gruppo Accor, si sono insediate, di solito, con legami finanziari diretti o indiretti con l’esercito birmano e le sue holding tramite società offshore. Il risultato è che l’esercito e i suoi due principali conglomerati, MEHL (Myanmar Economic Holding Limited) e MEC (Myanmar Economic Corporation), hanno ancora un ruolo significativo [6]

Questo è particolarmente vero nello sfruttamento della giada (90% della produzione mondiale) e dei rubini, per i quali circa 400.000 minatori lavorano in condizioni da lavoro forzato [7]. Ma è stata l’industria tessile a beneficiare maggiormente della reintegrazione dell’economia nel commercio mondiale: impiega circa 350.000 persone, in maggior parte donne. Questo sviluppo è stato segnato dalla nascita di diverse zone economiche speciali, causando l’espulsione di decine di migliaia di contadini e concepite per servire al meglio gli interessi di capitali provenienti principalmente dal Giappone, dalla Thailandia, dall’India e dalla Corea. Gli investimenti stranieri sono passati da 1,4 miliardo di dollari nel 2012 a 9,5 miliardi nel 2015.

Dal 2011 questo movimento è stato accompagnato all’ennesimo ritiro dei militari dietro le quinte. Dopo la schiacciante vittoria elettorale della LND nel novembre 2015, questa volta, la giunta scelse di fare appello al partito. La primavera successiva, Htin Kyaw divenne presidente della Repubblica, mentre Aung San Suu Kyi fu nominata ministra del Consiglio di Stato, l’equivalente del primo ministro. Questa scelta mirava a rassicurare gli investitori stranieri e ad ottenere la revoca delle ultime sanzioni economiche che ne limitavano un po’ l’azione. Da tempo Aung San Suu Kyi difendeva questa apertura, che credeva fosse la chiave dello sviluppo economico. Ai contadini a chi il gigantesco progetto di miniera di rame di Letpadaung toglieva le terre, aveva spiegato che era "per il bene del paese" e che un cedimento davanti alle manifestazioni avrebbe "spaventato i capitali stranieri" [8] Una legge sugli investimenti del 2016 pose fine al sistema che proteggeva parzialmente le aziende nazionali. Due anni dopo, quella sulle imprese, che apriva settori ancora chiusi al capitale straniero, è forse all’origine della reazione della casta militare, sempre attenta a non perdere la sua parte della ricchezza prodotta.

La natura della collaborazione di Aung San Suu Kyi con i militari, ai quali, arrivando al potere, aveva assicurato la totale impunità per i loro crimini passati, è stata rivelata all’opinione pubblica occidentale, che fino a quel momento la vedeva come una combattente per la democrazia o addirittura quasi una santa, con le operazioni di pulizia etnica contro i Rohingya. La politica del terrore contro questa minoranza prevalentemente musulmana e alla quale la Birmania rifiuta la cittadinanza dal 1982, ha causato molte vittime provocando la partenza verso il Bangladesh, in condizioni drammatiche, di quasi un milione di persone tra settembre 2017 e giugno 2018 [9]. Della sorte della classe operaia,questo sedicente governo democratico non si interessava minimamente.

La situazione della classe operaia

Spesso per fare domanda di un lavoro bisogna presentare lettere di raccomandazione della polizia, dell’amministratore del quartiere, un certificato medico e altri documenti difficili da ottenere. La maggior parte dei contratti di lavoro, quando esistono, sono forniti mesi dopo l’assunzione e non contengono informazioni chiare sui diritti dei dipendenti. Anche le buste paga sono inesistenti o incomprensibili e spesso scritte in inglese.

Un salario minimo è stato effettivamente introdotto nel 2015, dopo anni di esitazioni e ricatti da parte delle aziende che dicevano che avrebbero dovuto chiudere. La legge prevede che sia riesaminato ogni due anni. Nel 2018, è stato aumentato da 3.600 kyat (meno di 2 euro al giorno) a 4.800 kyat (circa 90 euro al mese), salario molto inferiore a quello del Laos, della Cambogia o del Vietnam. Ma parecchi lavoratori sono pagati meno perché i datori di lavoro dichiarano i loro dipendenti come apprendisti, oppure in periodo di prova (durante il quale non sono tenuti a pagare questo minimo) oppure come lavoratori a giornata. Inoltre, i capi impongono obiettivi di produzione così alti che sono impossibili da raggiungere e danno luogo a numerose multe. Gli straordinari, se questo concetto ha un senso visto che i lavoratori in alcune aziende sono sotto estrema costrizione, spesso non vengono pagati, o pagati solo parzialmente. Le aziende possono anche aumentare il prezzo dell’affitto degli alberghi dove alcuni lavoratori sono costretti a stiparsi se vogliono arrivare al lavoro in tempo, o in assenza di trasporti pubblici dopo una certa ora. Tutto può diventare pretesto per privare i lavoratori di questo misero salario: detrazioni per i contributi sociali, per l’alloggio, per il cibo fornito, sanzioni per l’assenteismo o per aver preso un giorno di riposo, anche se questo è permesso dalla legge. Ai trattamenti degradanti e all’umiliazione, si aggiungono le molestie sulla forza lavoro, per lo più femminile e minorenne, soprattutto nelle fabbriche tessili.

La rinascita dei diritti sindacali e delle lotte

Tra il 1962 e il 2011, i lavoratori sono stati privati di tutti i diritti sindacali e d’espressione. Tuttavia, alcune organizzazioni hanno mantenuto un’attività clandestina, nonostante gli informatori di cui la polizia disponeva a tutti i livelli, gli arresti e le torture. Una Federazione dei Sindacati della Birmania (FTUB) [10] fu fondata nel 1991 in Thailandia da esuli che avevano partecipato agli eventi del 1988. È stata ufficialmente riconosciuta dal governo nell’ultimo decennio. Durante questo periodo sono stati liberati alcuni sindacalisti e sono state introdotte disposizioni legali, con la collaborazione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Questo nella speranza di controllare le organizzazioni indipendenti della classe operaia e limitare la loro influenza. In diverse regioni periferiche si sono formate federazioni di lavoratori di alcune minoranze.

Tuttavia, l’esercizio dei diritti sindacali è rimasto molto limitato, minacciato dalle autorità, che conservavano il diritto di rifiutare o annullare la registrazione di un sindacato, ma anche dalle milizie e dai malviventi che proteggono i padroni. Inoltre la giunta e gli ufficiali generali sono presenti nei consigli d’amministrazione della maggior parte delle imprese, e dirottano parte dei loro profitti in un modo o nell’altro. La legge ha imposto molteplici vincoli al riconoscimento di un sindacato e all’istituzione di un comitato di coordinamento di fabbrica (che deve riunire in modo paritario i lavoratori e i datori di lavoro. Tutti i suoi membri devono fornire una fotocopia della loro carta d’identità, che le autorità talvolta rifiutano semplicemente di rilasciare. Gli scioperi sono permessi solo a certe condizioni, per controversie interne all’azienda e all’interno di una certa area. Infatti, molti lavoratori sono stati licenziati dopo aver scioperato. Nonostante tutti questi ostacoli, la classe operaia ha partecipato, soprattutto nelle zone industriali concentrate intorno all’ex capitale Rangoon, a questo "risveglio operaio" che ha scosso tutta l’Asia nel recente periodo.
La pandemia, seguita dalla cancellazione di ordini da parte di grandi aziende, ha portato alla chiusura di decine di stabilimenti nella prima metà del 2020, in particolare nel settore della produzione tessile che ne conta parecchie centinaia. I loro lavoratori, principalmente quelli a giornata e altri con contratti temporanei, periodi di prova o apprendistato, sono rimasti senza alcuna fonte di reddito. I lavoratori del cosiddetto settore informale, sono stati gettati sul lastrico. Solo chi lavorava da tre anni nella stessa azienda ha avuto diritto ad un sussidio minimo. Quei lavoratori che hanno conservato il posto di lavoro hanno dovuto accettare orari e salari ridotti, e l’imposizione di ferie non pagate.

Tuttavia, i licenziamenti non sono stati senza reazioni, come ha dimostrato lo sciopero dei lavoratori della fabbrica di abbigliamento MMRD vicino a Rangoon a fine marzo 2020.

La crisi è stata usata come pretesto dai padroni per intensificare la repressione sindacale proprio nel momento in cui queste giovani organizzazioni hanno iniziato a criticare le condizioni di lavoro imposte. Molti militanti sono stati licenziati.

Il colpo di stato e la reazione dei lavoratori

Al colpo di stato del 1° febbraio, segnato dall’arresto di Aung San Suu Kyi e dal ritorno alla ribalta della casta militare, ha risposto una forte mobilitazione della popolazione. Un’ondata di scioperi si è aggiunta alle manifestazioni di sostegno a quella che ha guidato il paese con i militari per cinque anni e al suo partito. Sin dal 2 febbraio, i medici e il personale ospedaliero hanno smesso di lavorare. I lavoratori di diverse grandi aziende, tra cui la Myanmar Oil and Gas Enterprise e la Myanmar National Airlines, così come i lavoratori delle miniere e quelli dell’edilizia e dell’abbigliamento hanno scioperato. I trasporti stradali e i porti sono stati in gran parte paralizzati. All’inizio di aprile, i lavoratori delle ferrovie sono stati picchiati e spinti fuori dalle loro case e alcuni sono stati costretti a lavorare sotto la minaccia dei militari. Nonostante gli assassinii e gli arresti, lo sciopero era ancora attivo in alcuni settori alla fine di aprile, mentre ormai l’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari di base minaccia di carestia diversi milioni di persone. Alcuni dei più decisi militanti dello sciopero rifiutano ancora di ricevere lo stipendio se pagato dalla giunta. Molti dei lavoratori coinvolti nel movimento di primavera sono ora sulle liste nere dei padroni.

La rabbia di una parte della popolazione è tale che alcuni osservatori evocano lo spettro di una guerra civile, mentre parecchie guerriglie, formatesi su base etnica, hanno ripreso le armi.

In questa situazione minacciosa, la classe operaia ha forze importanti. È l’unica classe capace di riunire tutti gli sfruttati, qualunque sia la loro origine o la loro fede, in una lotta comune:. Per imporre, così, i diritti democratici che sono stati calpestati dalla giunta per decenni, ma anche per combattere i capitalisti che i generali proteggono e con i quali collaborano e si arricchiscono. Per impegnarsi in questa lotta e prendere coscienza dei suoi interessi dovrà affermarli e costruire le proprie organizzazioni, il proprio partito. Per gli sfruttati è questo l’unico modo per non diventare una semplice appendice del governo di unità nazionale formatosi fuori dal paese intorno alla LND in nome della difesa dei diritti civili e di Aung San Suu Kyi, il cui processo si è aperto il 14 giugno.

16 giugno 2021

[1]The Strike War (1938), descrive la situazione della classe operaia e la sua lotta contro la Burma Oil Company (BOC). Scritto dall’operaio e attivista nazionalista Thakin Po Hla Gyi (1909-1943), è stato tradotto (in inglese) solo nel 2012.

[2]L’espressione è rimasta all’estero. Ma il nome birmano era, cinicamente, Council for Peaceful Nation Building (Consiglio per la costruzione di una nazione pacifica)

[3]Dal 1967, l’Associazione delle nazioni del sud-est asiatico (ASEAN) comprende le grandi potenze economiche alleate degli Stati Uniti.

[4] L’espressione inglese è cronies, ossia “complici” ma si riferisce al clientelismo e al nepotismo prevalenti. Tra loro ci sono magnati dell’edilizia come Khin Shwe e Steven Law o Tay Za, che è diventato l’uomo più ricco della Birmania grazie al commercio di legname tropicale. Molti sono anche legati al traffico di droga.

[5]Tra il 1990 e il 2011, il solo conglomerato MEHL avrebbe distribuito 18 miliardi di dollari in dividendi al personale militare attivo e in pensione.

[6] A questa cifra vanno aggiunti tutti i minatori illegali e i raccoglitori di minerali. Documenti della Banca Mondiale sulla Birmania (https://data.worldbank.org/country/myanmar ). Sulle condizioni di lavoro, i veda il rapporto No. 91, "Overlooked and undermined" dell’associazione swedwatch (giugno 2018). Nel 2014, i redditi dalla giada rappresentavano la metà del PIL del paese (rapporto Global Witness, ottobre 2015).

[7]Su questa miniera e sulla repressione dei suoi oppositori, si vedano i rapporti di Amnesty International del 2015 e del 2017.

[8]La repressione fu incoraggiata anche da una parte del clero buddista. Uno dei suoi elementi più estremi, Ashin Wirathu e il suo movimento MaBaTha, sono stati oggetto di un documentario di Barbet Schroeder, The Venerable W..

[9] O Myanmar Confederation of Trade Unions (MCTU):Myanmar è il nome ufficiale della Birmania dal 2010.

[10]Nel 2005, la giunta ha deciso di spostare la capitale federale a Naypyidaw, nel centro del paese. L’ex Rangun fu ribattezzata Yangun.


| Home | Area riservata |

     RSS it RSSLa rivista "Lotta di Classe" RSSLotta di Classe n° 35 - Settembre 2021   ?