Internazionale
Francia

L’aggressione alla CGT, un avvertimento

Da “Lutte de classe” n° 217 - luglio-agosto 2021

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Durante le manifestazioni del primo maggio 2021 a Parigi e Lione, alcune persone hanno attaccato fisicamente membri del servizio di sicurezza della CGT, gridando "CGT collaboratori". Questo episodio è un avvertimento: mostra come truppe pronte a mettersi contro i militanti operai possono emergere dall’interno stesso del movimento di protesta sociale.

Queste aggressioni con spranghe e pugni di ferro, accompagnate, secondo i militanti che ne sono stati testimoni, da "commenti omofobi, sessisti e razzisti" hanno provocato una forte e legittima emozione nelle file della CGT e ben oltre. Lutte ouvrière ha immediatamente denunciato questa aggressione e ha dato il suo appoggio ai militanti della CGT, denunciando un’aggressione antioperaia, con i metodi dei teppisti di estrema destra, "qualunque siano le motivazioni e le idee di coloro che hanno perpetrato questa aggressione, che si dichiarino dei black bloc, dei gilet gialli o di altri" [1].

La direzione della CGT, da parte sua, ha escluso fin dall’inizio che gli aggressori potessero essere dei manifestanti, chiedendo: "Quale gruppo del nostro campo sociale attaccherebbe dei militanti sindacali con dei pugni di ferro ?" [2]. Ha messo in discussione l’atteggiamento della questura, che aveva impedito la dispersione del corteo sindacale lungo il percorso inizialmente previsto. Ha denunciato la passività della polizia, mentre "eravamo vittime di una violenza inaudita sotto i suoi occhi, senza che si degnasse di reagire o di proteggere i manifestanti, come richiede il loro compito" [3], prima di affermare che "questo copione è stato scritto in anticipo dalla centrale di polizia".

Il sindacato dipartimentale CGT del Rodano ha inviato un comunicato sulla stessa linea: "Ci stupiamo della facilità con cui questi gruppi mascherati e armati riescono a penetrare nelle manifestazioni. Notiamo anche che il dispiegamento della polizia sembrava sproporzionato. Deploriamo l’uso sproporzionato delle risorse, che non ha impedito nulla".

L’uso di provocatori ha sempre fatto parte dei metodi della polizia, che cerca di spaventare i manifestanti con la violenza e screditare gli organizzatori. Provocare scene di violenza, prima di trasmetterle a ripetizione sui canali d’informazione, è talvolta una tattica delle autorità. Denunciare la passività o addirittura la complicità della questura è comprensibile. Ma incolpare lo Stato di questi attacchi, mentre gli si chiede di garantire la protezione delle manifestazioni, è affidarsi agli avversari per proteggersi.

È possibile, come affermano i dirigenti della CGT, che gli aggressori non identificati fossero estremisti di destra o teppisti mandati dalla polizia. Ma escludere automaticamente che la violenza che è stata espressa contro la CGT provenga dalle file dei manifestanti stessi, da coloro che si raggruppano da alcuni anni alla testa dei cortei, è negare a noi stessi la possibilità di capire da dove viene la minaccia e chiudere gli occhi sul fatto che essa potrebbe finire per essere organizzata e strutturata intorno a organizzazioni di tipo fascista, come è successo in Italia negli anni ’20. Significa rinunciare a combatterla su un terreno politico.

Se la brutalità degli aggressori ha scioccato molte persone, la loro ostilità verso la CGT, il loro rifiuto dell’atmosfera festiva dei cortei sindacali, la critica alla presunta collaborazione del suo servizio di sicurezza con la polizia, sono condivisi da molti altri manifestanti. Nelle file di certi sindacati della CGT, è stato necessario rispondere ad obiezioni del tipo: "Critico la violenza, ma capisco che le manifestazioni in pantofole diano i nervi". O altre, non più consapevoli, come: "Le manifestazioni pacifiche sono inutili, ci ascoltano solo se distruggiamo". Queste parole erano già state sentite durante il movimento dei Gilet Gialli.

I Black blocs e i "cortei di testa"

Da diversi anni, in particolare dalle manifestazioni contro la legge El Khomri nel 2016, la prima reazione organizzata dai sindacati dopo quattro anni di presidenza Hollande, un "corteo di testa", che riunisce a volte diverse migliaia di manifestanti, si forma sistematicamente in testa alle manifestazioni organizzate dai sindacati o dai partiti politici, a Parigi e in alcune altre città.

I promotori di questi cortei erano inizialmente militanti autonomi. Conosciuti come black bloc dagli anni ’80 a causa dei loro abiti e cappucci neri, questi manifestanti si erano fatti un nome negli anni 2000, durante i vertici internazionali del WTO o del G7. I riferimenti politici di questi attivisti sono vari, anti-globalizzazione, anarchici, antifascisti o senza altro punto di riferimento che l’ostilità al "sistema" o allo stato. Ciò che teorizzano soprattutto sono i loro metodi di scontro con la polizia e la distruzione di quelli che considerano i simboli del potere e del denaro.

Che siano "neri", "rosa" o di qualsiasi altro colore, dotati di caschi, striscioni rinforzati e altre armi improprie, i sostenitori dei "blocchi" arrivano per scontrarsi fisicamente con la polizia, per spaccare arredi urbani, pannelli pubblicitari o facciate di banche, che per loro simboleggiano il sistema. La presenza di impiegati terrorizzati in filiali bancarie bruciate o vandalizzate non li ferma affatto.

I black blocs utilizzano le manifestazioni organizzate dai partiti o dai sindacati. Per loro, i manifestanti che formano il corteo principale sono solo comparse, tra le quali possono ritirarsi nell’intervallo tra due azioni. Pieni di disprezzo per coloro che rifiutano di trasformare la loro manifestazione in una insurrezione da quattro soldi, usano i manifestanti come ostaggi di fronte alle cariche della polizia. Se i manifestanti disapprovano i loro metodi, si rifiutano di subire le inevitabili cariche della polizia, temendo per l’incolumità di alcuni di loro, come i fattorini senza documenti di Deliveroo o Uber, o se si organizzano attraverso i servizi di sicurezza per impedire deliberatamente ai black bloc di rifugiarsi nel corteo, vengono poi chiamati "collaboratori" della polizia.

Nonostante ciò, i black bloc e i loro metodi hanno, negli ultimi anni, attirato le simpatie di una parte dei manifestanti, giovani o meno giovani, attratti dal loro apparente radicalismo, dal rifiuto o dalla mollezza dei dirigenti sindacali nel combattere le riforme antioperaie dei governi che si sono succeduti, dalla sfiducia nei sindacati e nei partiti di sinistra che hanno da proporre solo elezioni, dialogo sociale e istituzioni repubblicane.

L’episodio dei gilet gialli

Il movimento dei gilet gialli, che si era trasformato, nel corso dei mesi, in manifestazioni settimanali, vietate, disperse e violentemente represse, ha alimentato questa tendenza a voler rompere con i cortei « passeggiate » dei sindacati, per combattere fisicamente la polizia. All’inizio di questa rivolta, eterogenea ma molto determinata, iniziata fuori dal controllo delle direzioni sindacali, queste ultime hanno cominciato a screditarla e calunniarla, assimilando i gilet gialli in blocco ai sostenitori dell’estrema destra. Abituati a inquadrare la mobilitazione dei lavoratori, a formulare le rivendicazioni al loro posto e a incanalare la loro rabbia per poi soffocarla, i dirigenti sindacali sono istintivamente sospettosi di ogni iniziativa delle masse. I sindacati e soprattutto i partiti di sinistra cambiarono il loro tono nei confronti dei gilet gialli, passando dalla diffidenza e dalla calunnia al codismo e alla demagogia, ma questo non riconciliò i gilet gialli con i sindacati. Un anno dopo l’inizio dei gilet gialli, durante le manifestazioni contro la riforma delle pensioni nel dicembre 2019, il piccolo nucleo che ha continuato a mobilitarsi è andato a ingrossare le file del "corteo di testa".

Questi "cortei di testa" sono quindi cresciuti. Lavoratori sindacalizzati e persino attivisti furono attratti da questo apparente radicalismo. Avendo fallito e, più spesso, rinunciato a mobilitare i loro compagni di lavoro, non sui rondò, ma nelle aziende, nelle fabbriche, per lottare per gli aumenti salariali contro i loro padroni piuttosto che contro Macron, alcuni attivisti sindacali si sono uniti ai gilet gialli.

Come affermato da un militante della CGT di Lione, intervistato da un giornalista dopo gli scontri del 1° maggio: "Vedo il lavoro dei miei compagni della CGT ogni giorno sul campo e ho amici nel corteo di testa e nei black bloc. Sono vicino a entrambe le parti" [4]. E aggiungeva ingenuamente: "Abbiamo tutti lo stesso obiettivo, spero che troveremo un modo per andare d’accordo!" Da parte sua, un miliante radicale, intervistato dallo stesso giornalista, era convinto che il corteo di testa "non è più una semplice riunione intima di attivisti di ultrasinistra come nel 2016. Ci sono anche femministe, abitanti dei quartieri popolari, genitori, pensionati, gilet gialli della campagna e del centro città, e poi la solita ultrasinistra, giovani, meno giovani... Per me, questo corteo di testa rappresenta una società che non ne può più".

Questo attivista confonde i suoi desideri con la realtà, se non altro perché il corteo principale riunisce solo, nel migliore dei casi, qualche migliaio di persone. Non fa parte di una mobilitazione più grande, all’interno di un movimento collettivo come hanno fatto i gilet gialli, con tutti i loro limiti. Ma se tale attivista avesse ragione, la questione importante e vitale sarebbe sapere quale politica proporre a questa "società che non ne può più".

Quale sbocco politico per la rabbia?

Una "società che non può più" comprende varie categorie sociali, lavoratori sottopagati, disoccupati disperati, piccoli artigiani, negozianti, ristoratori in rovina, studenti declassati, giovani senza futuro, pensionati ridotti alle mense popolari. Ma la rabbia, la disperazione, il desiderio di combattere con la polizia non costituiscono una politica. La rabbia può portare a potenti lotte collettive e persino a una situazione rivoluzionaria, a condizione che ci siano militanti e una leadership politica, un partito, per portarla avanti. Ma la rabbia mista a disperazione può anche portare ad unirsi a truppe di combattimento, unite dal desiderio di scontrarsi e distruggere, e che possono essere rivolte contro altri sfruttati, lavoratori in lotta, migranti o contro organizzazioni operaie molto riformiste, anche molto integrate nel sistema, come i sindacati. Fu inquadrando questa disperazione che le varie forme di fascismo trovarono truppe negli anni ’20 e ’30. Come disse Trotsky nel 1930: "Se il partito comunista è il partito della speranza rivoluzionaria, il fascismo come movimento di massa è il partito della disperazione controrivoluzionaria" [5].

Certamente oggi non siamo ancora a questo punto, ma l’aggressione del Primo Maggio suggerisce che ciò è possibile. E gli articoli di militari che prendono apertamente in considerazione la possibilità di un colpo di stato, pubblicati su Valeurs actuelles, mostrano che non mancano i candidati per assumere la direzione di un movimento di tipo fascista.

Offrire prospettive rivoluzionarie alla classe operaia

Per fermare questa evoluzione, non basterà denunciare "un attacco di tipo fascista" e concludere una conferenza stampa con la formula "No pasaran!", come ha fatto la CGT dopo il primo maggio. Non basterà sfilare nelle strade "per le nostre libertà e contro le idee di estrema destra", dietro striscioni che difendono i "valori della Repubblica", come hanno fatto il 12 giugno tutti i partiti di sinistra e i dirigenti sindacali. Come unica prospettiva, queste organizzazioni riformiste implorano governo e padroni di riprendere il dialogo sociale, di creare nuovi organi di negoziazione per organizzare "il mondo del dopo" e di rompere con le "politiche ultraliberali", in un periodo in cui la competizione tra i capitalisti e la finanziarizzazione del loro sistema impongono l’aggravarsi della guerra sociale contro i lavoratori, riprendendosi uno per uno i diritti che avevano dovuto concedere loro nei decenni precedenti.

L’approfondimento della crisi del capitalismo farà inevitabilmente precipitare nuove categorie sociali nella precarietà e nell’incertezza del domani. Il discredito e il logoramento dei partiti che si succedono al potere alimentano l’estrema destra, anche tra le classi lavoratrici. Il Rassemblement National ne beneficia in campo elettorale, ma esso porta con sé e rafforza nella sua scia molti altri gruppi pronti ad agire in campo extraparlamentare e pronti ad usare la violenza politica. Questi gruppi, per allenarsi, rafforzarsi e provare le possibili reazioni, approfittano di tutte le circostanze, dalla « Manif pour tous » nel 2013 ai gilet gialli nel 2018-2019, passando per la caccia ai migranti e, domani, per le manifestazioni dei lavoratori come quella del Primo Maggio. Alcuni, come il monarchico che ha schiaffeggiato Macron, non hanno paura di rischiare mesi di prigione per far conoscere la loro causa. Negli Stati Uniti, l’episodio dell’invasione del Campidoglio da parte di suprematisti bianchi e altri cospirazionisti che sostengono Trump mostra come la situazione possa accelerare.
L’unico modo per contrastare questo sviluppo mortale è che la classe operaia si faccia avanti, proponga i propri obiettivi politici e le proprie soluzioni alla crisi, cioè sfidi i capitalisti per la guida della società che stanno portando al precipizio. I lavoratori fanno funzionare tutto nella società, come abbiamo visto durante la pandemia e i suoi vari episodi di contenimento. Sono concentrati e organizzati dal processo stesso della produzione capitalista. È dal loro sfruttamento quotidiano che provengono gli immensi profitti delle grandi famiglie borghesi. Per tutte queste ragioni, rappresentano una forza sociale considerevole e un futuro per tutta l’umanità.

Questa forza sociale rimane oggi virtuale perché, da anni ormai, la frazione meno precaria di questo proletariato, i lavoratori delle più grandi imprese, nella produzione, nei trasporti, nel commercio al dettaglio e nelle banche, sono rimasti, salvo rare eccezioni, passivi, considerandosi trattati meglio degli altri per il solo fatto di avere un lavoro. Questa passività è stata rafforzata da tutta la politica delle organizzazioni che continuano ad avere influenza tra i lavoratori, a cominciare dai sindacati. Queste organizzazioni hanno metodicamente sostituito la lotta di classe con il dialogo sociale, i valori del movimento operaio con quelli della repubblica borghese. Come tali, hanno una responsabilità schiacciante per la diminuzione, se non la scomparsa, della coscienza di classe. Rinunciando a fornire anche solo una spiegazione ai rovesci che i lavoratori stanno subendo, contribuiscono alla demoralizzazione e alla diffusione di idee cospirative, reazionarie e religiose.

Ma questa passività non durerà per sempre. L’impasse dell’economia capitalista e la durezza dello sfruttamento provocheranno inevitabilmente delle rivolte. Affinché queste rivolte non siano guidate dai peggiori nemici dei lavoratori, affinché non siano deviate verso pericolosi vicoli ciechi come "rilocalizziamo la produzione", "produciamo francese", "chiudiamo le frontiere", "usciamo dall’UE" o "cambiamo la Costituzione", è vitale diffondere la coscienza di classe, l’idea che il futuro dell’intera società dipende dalla capacità dei lavoratori di rovesciare il potere dei grandi azionisti e delle famiglie della grande borghesia. Ciò richiede di utilizzare ogni evento politico, ogni sciopero, anche parziale, ogni lotta, anche difensiva, per contrapporre gli interessi dei lavoratori a quelli dei padroni, per rafforzare la fiducia dei lavoratori nelle loro proprie forze, per insegnare loro a organizzare e condurre essi stessi le loro lotte, per metterli in grado di capire chi sono i loro falsi amici e i loro veri avversari. La coscienza di classe non tornerà su larga scala al di fuori di lotte potenti ed esplosive, ma il lavoro militante che i rivoluzionari possono fare oggi è vitale per preparare quei tempi.

20 giugno 2021

[1] Lutte ouvrière, n° 2753, 5 maggio 2021.

[2] Conferenza stampa del 5 maggio 2021 con Philippe Martinez. Intervento di Valérie Lesage, segretaria del sindacato regionale Ile de France della CGT

[3] Idem

[4] Intervista con Rue89 Lyon l’8 maggio 2021.

[5] Lev Trotsky, "La svolta dell’Internazionale Comunista e la situazione in Germania", 26 settembre 1930.


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