Internazionale

Femminismo, intersezionalità e lotta di classe

Da “Lutte de classe” n°217 - Luglio-agosto 2021

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Il successo delle manifestazioni dell’8 marzo 2021, dopo quelle del novembre 2020 contro la violenza sulle donne, dimostra che una parte della gioventù si sta mobilitando per esprimere la sua rabbia contro la persistenza delle disuguaglianze tra donne e uomini e contro la violenza a cui sono sottoposte le donne nella società attuale. In questo contesto di relativo rinnovamento dei movimenti femministi, il concetto di intersezionalità - che definisce i gruppi di persone in base alla serie di discriminazioni che subiscono contemporaneamente (sessismo, razzismo...), e quindi alla loro intersezione - si è diffusa in questi anni, e può sembrare offrire nuove prospettive alle giovani in rivolta contro l’oppressione delle donne. Molte lo vedono come un modo di scegliere un femminismo radicale, di affermarsi come antirazziste oltre che femministe, e persino, per alcune, di sfidare il sistema capitalista.

A volte si tratta di un desiderio di definirsi femminista opponendosi a correnti politiche che si dicono femministe solo quando gli fa comodo - in particolare l’estrema destra, che, pur essendo stata contro tutte le lotte femministe, ha cercato di recuperare e sviare il termine femminismo, diventato consensuale, per attaccare solo gli immigrati, in primo luogo i musulmani. È anche senza dubbio una reazione alle lezioni di "femminismo repubblicano" di politici come, in Francia, Marlène Schiappa o Frédérique Vidal, ministro dell’università e della ricerca, che ha recentemente castigato "l’islamosinistrismo, il postcolonialismo, l’intersezionalità" che secondo lei imperano nelle università. Infatti, da parte di questo governo, questo famoso femminismo repubblicano si traduce al massimo in sondaggi che constatano che le disuguaglianze tra donne e uomini siano solo in leggera diminuzione, che le donne hanno ancora stipendi più bassi degli uomini e che sono ancora oggetto di violenza domestica. Queste indagini sono seguite da lezioni di morale per gli uomini, che dovrebbero imparare a comportarsi meglio. Nel frattempo il governo non decide niente che possa imporre ai datori di lavoro il rispetto di una vera parità salariale, e non fa nemmeno ciò che dipende direttamente da una sua decisione, per esempio dedicare risorse sufficienti all’accoglienza delle donne vittime di violenza. Più in generale, tutta la sua politica antioperaia contribuisce a peggiorare la situazione delle donne sul posto di lavoro.

Peraltro, alcuni degli attuali movimenti femministi concentrano la loro azione su problemi che sono soprattutto quelli della piccola borghesia, chiedendo una maggiore visibilità delle donne nei mass media, un migliore accesso alle grandi università e ai posti di direzione nelle imprese. Anche gli appelli alla "liberazione della parola" che denunciano le aggressioni sessuali e i comportamenti sessisti, per esempio attraverso il movimento MeToo, non hanno lo stesso impatto per una donna che ha una certa indipendenza finanziaria e per una lavoratrice che deve affrontare le molestie sessuali del suo capo ma non può fare a meno del suo stipendio.
In questo contesto, è comprensibile che i giovani siano attratti da movimenti che pretendono di essere più radicali. La rivolta contro la persistenza di molteplici forme di oppressione nella società borghese, come il razzismo e il sessismo, è legittima. Ma le militanti e i militanti che affermano di essere intersezionali non stanno solo esprimendo questa rivolta: dalle loro posizioni politiche risulta che stanno contestando la capacità della classe operaia di porre fine a tutte le oppressioni, sia sessiste che razziste. Non cercano di rivolgersi alle grandi masse di lavoratori, donne e uomini, che sono l’unica forza sociale capace di rovesciare il sistema capitalista che genera e alimenta queste oppressioni.

Intersezionalità, una parola nuova per una vecchia osservazione

La parola intersezionalità è stata coniata nel 1989 da un’avvocata e militante nera americana, Kimberley Crenshaw, per denunciare ciò che considerava come il fallimento del movimento femminista e di quello antirazzista nel prendere in considerazione la situazione delle donne nere: criticava il movimento femminista per il fatto di non affrontare le questioni razziali, che sono essenziali per le donne nere, e il movimento antirazzista per il fatto di non prendere in considerazione l’oppressione di genere, che è altrettanto importante del razzismo nella vita quotidiana delle donne nere. La constatazione che le oppressioni sono combinate, e che una lavoratrice nera affronta lo sfruttamento, il razzismo e il sessismo allo stesso tempo, non era una novità, così come non lo era la consapevolezza che separare queste lotte porta a vicoli ciechi. La militante americana Angela Davis lo illustra con l’esempio del suffragio femminile: ottenuto negli Stati Uniti nel 1920 dopo diversi decenni di lotte femministe, fu concesso solo alle donne bianche, poiché gli uomini e le donne di colore ne furono esclusi fino al 1965. Seguendo le orme di Kimberley Crenshaw e Angela Davis, le cosiddette militanti del Black feminism definiscono la loro lotta come antirazzista e antipatriarcale, e talvolta anche come anticapitalista. Ma, pur sostenendo che tutte queste lotte sono collegate, non militano verso la classe operaia in quanto classe.

Così è anche in Francia tra i militanti che rivendicano un approccio intersezionale. Per esempio, Françoise Vergès, che è vicina al partito comunista dell’isola di La Réunion, difende un "femminismo decoloniale", che secondo lei mira a "distruggere il razzismo, il capitalismo e l’imperialismo". Ma non si rivolge mai alla classe operaia, e quando parla dello sfruttamento delle donne nere nel settore domestico in Francia, è per contrapporlo alla vita da benestanti delle donne bianche della classe media [1]. Rokhaya Diallo, giornalista e docente universitaria, si definisce una "femminista intersezionale e decoloniale" e dice che "l’antirazzismo non può che essere anticapitalista", ma non fa alcun collegamento tra anticapitalismo e lotta di classe e non orienta la sua lotta dal punto di vista del movimento operaio. L’idea che ci debba essere una "convergenza di lotte" tra genere, classe e razza appare in alcune parti dell’estrema sinistra, a volte sotto forma di denuncia del legame tra patriarcato e capitalismo, ma il suo significato concreto in termini di prospettive politiche rimane, nella migliore delle ipotesi, molto confuso. Così, in un articolo pubblicato recentemente sul sito del Nuovo partito anticapitalista (NPA), l’autore, ansioso di non apparire contrario a un’idea che va di moda nella piccola borghesia, chiede la riconciliazione del marxismo con l’intersezionalità, ma senza riuscire a dire come [2].
Infatti, molto spesso, le prese di posizione intersezionali, partendo da una denuncia apparentemente radicale del peso del razzismo e del sessismo, soprattutto quando sono combinati, si riduce ad affermare che le donne non formano un gruppo sociale omogeneo (il che non è una scoperta), che le donne bianche di ambienti benestanti sono più in vista delle altre nei media e anche nei movimenti femministi, e che bisogna dare più spazio e visibilità alle cosiddette donne razzializzate, cioè a quelle che sono vittime del razzismo. In questa categorizzazione, le donne bianche della classe operaia sono assenti [3].

Inoltre, il concetto di intersezionalità si estende ben oltre i circoli che si considerano come contestatari. In ambito accademico, è utilizzato nelle ricerche sulle discriminazioni [4]. Un’associazione chiamata Gloria propone persino una formazione sull’intersezionalità nelle aziende, sulla scia delle dichiarazioni di uguaglianza e di altri espedienti che permettono ai padroni di darsi una patina femminista [5]. Questa nozione può quindi essere ripresa da correnti molto diverse, e questo non è sorprendente: constatare che le oppressioni esistenti nella società capitalista sono molteplici e si sommano tra loro non è rivoluzionario. La questione è come combatterle.

Dietro tutte le oppressioni, la divisione della società in classi

Per combattere le oppressioni, bisogna prima analizzarle. L’immagine dell’incrocio che usa Kimberley Crenshaw è ambigua: suggerisce che ogni oppressione è una strada, e che una lavoratrice nera si trova all’incrocio di tre strade, quella del razzismo, quella della dominazione maschile e quella dello sfruttamento capitalista. Ma non dice se queste strade sono tutte delle stesse dimensioni e da dove vengono. Suggerisce quindi che le divisioni di genere e di razza sono da equiparare alla divisione della società in classi, nel senso che sono anche strutturali. In realtà non è così: a governare il mondo non sono gli uomini o i bianchi, ma la borghesia. Il fatto che la borghesia sia prevalentemente bianca e maschile non significa che gli uomini bianchi della classe operaia siano responsabili dell’esistenza della disuguaglianza di genere, né che la presenza al vertice dello Stato di una donna come Margaret Thatcher o di un nero come Barack Obama cambi la natura della dominazione politica e sociale.

Certo, la borghesia non ha inventato l’oppressione delle donne. Ma nel corso della sua storia, il capitalismo ha utilizzato, aggravato e approfondito tutte le disuguaglianze che gli hanno permesso di abbassare le condizioni di vita di tutta la classe lavoratrice: lavoro sottopagato per le donne, ma anche per i bambini o i lavoratori immigrati. I padroni sottopagano le donne o gli immigrati, non perché sono sessisti o razzisti ma perché lo sfruttamento capitalista si basa sull’organizzazione della competizione tra i lavoratori e favorisce necessariamente tutti gli elementi che possono aggravare questa competizione. Ma non bisogna dimenticare che l’obiettivo di questa competizione è lo sfruttamento di tutta la classe operaia. Tutte queste discriminazioni gravano quindi non solo su coloro che le subiscono direttamente, ma anche su tutta la classe operaia.

Queste discriminazioni economiche hanno conseguenze che vanno ben oltre la questione delle disuguaglianze nel mondo del lavoro. Come la crisi sanitaria ci ha ricordato, le lavoratrici sono in maggioranza nei settori della sanità, del commercio e delle pulizie, e sono sovrarappresentate nei cosiddetti impieghi "di prima linea" il cui lavoro è indispensabile al funzionamento della società. Tuttavia, più donne che uomini lavorano a tempo parziale o vivono con contratti brevi, e sono state quindi particolarmente colpite dall’esplosione della disoccupazione e dal calo dei redditi. Inoltre, i lavori domestici e di cura dei bambini ricadono ancora in gran parte sulle donne, e questi compiti sono stati resi più gravosi dalle misure sanitarie, in particolare quando le scuole sono state chiuse. I periodi di lockdown hanno anche aggravato la violenza domestica, e questo purtroppo non è sorprendente. La società borghese, poiché si basa su rapporti di sfruttamento, porta con sé una molteplicità di pregiudizi che conducono anche a comportamenti violenti e dominatori in tutta la vita sociale, anche nella sfera privata. L’oppressione delle donne è il riflesso di una società i cui valori principali sono il potere e l’individualismo. Colpisce tutte le donne, anche quelle che non sono le più sfruttate, ma non può essere compresa in modo isolato dall’esistenza di relazioni di sfruttamento, in altre parole dal dominio della borghesia.

Quindi l’uso del concetto di intersezionalità per descrivere le molteplici forme di oppressione delle donne è l’indicazione di una realtà: essere una donna della classe operaia, con un salario basso e che deve affrontare il razzismo, aggrava tutti gli altri problemi, perché la libertà di scegliere la propria vita, di lasciare un marito violento, è molto limitata quando non si riesce ad arrivare a fine mese. Ma le donne della classe operaia lo sanno e lo hanno sempre vissuto. Allora perché introdurre un nuovo concetto, se non per trarre conclusioni politiche? In realtà, l’approccio intersezionale porta a posizioni che sono molto lontane dall’idea della trasformazione rivoluzionaria della società, e anche dagli interessi immediati delle lavoratrici e dei lavoratori.
 
Posizioni reazionarie

Anche se le femministe intersezionali, che denunciano assieme razzismo e sessismo, affermano di preoccuparsi delle donne della classe operaia, non parlano mai di loro come lavoratrici, e le prospettive che propongono le portano a orientarsi verso lotte spesso reazionarie.

Per esempio, vedere le donne di origine immigrata principalmente come "donne razzializzate", e non come lavoratrici, conduce alcune militanti a difendere il porto del velo islamico. Siccome il velo è più spesso indossato da donne che descrivono come "non bianche", vedere il velo come un simbolo di oppressione delle donne è considerato come razzista. Le femministe che si oppongono al velo islamico sono così considerate come parte del campo di un femminismo bianco neocoloniale. Questo significa ignorare le lotte delle donne di gruppi musulmani per non indossare il velo, in Francia e altrove nel mondo, dall’Iran all’Arabia Saudita.

Il rifiuto di ragionare in termini di classi sociali porta ad assurdità, come la tesi di un privilegio maschile, o di un patriarcato indipendente dalle classi sociali, che porta a denunciare gli uomini nel loro insieme, e non i responsabili e i beneficiari dello sfruttamento. Nel campo della lotta antirazzista, l’equivalente è il privilegio bianco, che equipara i pregiudizi razzisti diffusi nella popolazione al razzismo sistemico della società capitalista [6]. La conseguenza militante può essere solo quella di trattare un lavoratore con pregiudizi maschilisti o razzisti come un avversario, non di combattere per farne un fratello di lotta.

Un’altra posizione deriva da questo approccio intersezionale che pretende di includere tutte le donne nelle lotte: donne che si definiscono femministe legittimano la prostituzione, ribattezzata "lavoro sessuale", fino al punto di attaccare le militanti che la denunciavano durante l’ultima manifestazione dell’8 marzo a Parigi. Come se non si potesse essere allo stesso tempo solidali con le prostitute e contrari alla prostituzione, che non è altro che la vendita del corpo delle donne!
Questi esempi di prese di posizione mostrano che non basta denunciare le oppressioni per darsi i mezzi di combatterle, né proclamarsi radicali o antisistema per esserlo. Quando l’approccio intersezionale consiste nel dire che tutte le lotte sono uguali e che il diritto di indossare il velo a scuola è un obiettivo femminista allo stesso modo delle lotte per la parità di salario o il diritto all’aborto, ne derivano posizioni comunitarie e reazionarie, che contribuiscono a dividere le donne della classe operaia, e con loro anche gli uomini.

Femminismo e coscienza di classe

Lì sta la questione: vogliamo accettare le divisioni che esistono nella società, e nella classe operaia, o le vogliamo combattere? L’approccio intersezionale sottolinea le divisioni. Al contrario, per i marxisti, l’unico modo per lottare contro l’oppressione delle donne è combattere contro lo sfruttamento capitalista e l’ordine sociale borghese che mantiene questa oppressione, e quindi lottare per l’unità della classe operaia, in modo che i lavoratori siano consapevoli della loro identità di classe, al di là delle differenze di sesso, nazionalità o religione.

Questo non significa negare la diversità delle origini e credenze nella classe operaia. Ma i lavoratori sono una classe con interessi comuni e devono esserne consapevoli per portare avanti le loro battaglie. Il ruolo dei militanti rivoluzionari, convinti che la società capitalista deve essere rovesciata e che la classe operaia ha la capacità di farlo, è quello di militare per questa coscienza di classe, perché la divisione in classi è fondamentale nella strutturazione della società, e perché il proletariato può rovesciare il capitalismo solo se si organizza in quanto classe. Riprendere e fissare le divisioni che contribuiscono ad aggravare lo sfruttamento di tutti è cadere in una trappola.

Il movimento operaio rivoluzionario nel corso della sua storia ha evitato questa trappola. Louise Michel scrisse: "Il sesso forte è schiavo quanto il sesso debole, e non può dare ciò che non ha esso stesso; tutte le disuguaglianze cadranno in una volta sola quando gli uomini e le donne si impegneranno nella lotta decisiva" [7]. Nel movimento socialista dell’inizio del Novecento, militanti come Clara Zetkin legarono la lotta femminista alla prospettiva socialista, per esempio creando una giornata internazionale di lotta per i diritti delle donne, che perdura ancora oggi ogni 8 marzo. Questo non significa che in quel periodo non ci fossero pregiudizi nella classe operaia, anche socialista, ma queste militanti e questi militanti li combattevano in nome della coscienza di classe.

Si opponevano alle suffragette, che difendevano un diritto di voto censistario per le donne borghesi e si opponevano ad altre lotte sociali e politiche in nome della priorità della sola lotta femminista. Sulla questione della conquista del diritto di voto per le donne, Rosa Luxemburg scrisse nel 1912: "Il suffragio femminile è l’obiettivo. Ma il movimento di massa che lo potrà ottenere non è solo una questione di donne, ma una preoccupazione di classe comune alle donne e agli uomini del proletariato. L’attuale mancanza di diritti delle donne in Germania è solo un anello della catena che intralcia la vita del popolo [...]. Il suffragio femminile è un orrore e un abominio per l’attuale stato capitalista, perché dietro di esso stanno milioni di donne che rafforzerebbero il nemico dell’interno, cioè la socialdemocrazia rivoluzionaria. Se si trattasse solo del voto delle donne borghesi, lo stato capitalista non potrebbe aspettarsene altro che un efficace sostegno alla reazione. Molte di quelle donne borghesi che si comportano come leonesse nella lotta contro le "prerogative maschili" camminerebbero come docili pecore nel campo della reazione conservatrice e clericale se avessero il diritto di voto. In effetti, sarebbero certamente molto più reazionarie della frazione maschile della loro classe [...]. La lotta di massa in corso per i diritti politici delle donne è solo una delle espressioni e una parte della lotta generale del proletariato per la sua liberazione. In questo sta la sua forza e il suo futuro [...]. Combattendo per il suffragio femminile, ci avvicineremo anche al momento in cui la società attuale cadrà in rovina sotto i colpi di martello del proletariato rivoluzionario" [8].

Il Partito Comunista nel suo primo periodo sosteneva anche che la lotta per l’emancipazione delle donne era parte integrante della lotta rivoluzionaria, organizzando scioperi di donne e persino candidando delle donne alle elezioni quando non avevano nemmeno il diritto di voto. La stalinizzazione del movimento comunista portò ad un ritorno alle idee conservatrici, in particolare sulla famiglia, a partire dagli anni ’30. Inoltre, Trotsky, nel Programma di transizione, sottolineava che le organizzazioni operaie staliniste e riformiste si preoccupavano solo degli strati superiori del proletariato. Il Programma di transizione era, al contrario, rivolto ai lavoratori, ai giovani e alle donne: dopo aver ricordato che "l’epoca del capitalismo decadente sta infliggendo i colpi più duri alle donne, sia come lavoratrici che come casalinghe", concludeva con un appello ai lavoratori: "Operai e operaie di tutti i paesi, riunatevi sotto la bandiera della Quarta Internazionale!”

È questa tradizione femminista che va ripresa, quella che non si illude che le donne, o gli uomini, possano liberarsi dell’oppressione senza porre fine al dominio della borghesia e alle disuguaglianze, violenze, pregiudizi che ne derivano.
 
Contro tutte le oppressioni, la lotta rivoluzionaria comunista

Le donne che si ribellano si scontrano con lo stesso stato che difende il potere dei capitalisti su tutta la società. Per parlare solo della Francia, è uno stato capace di imporre il coprifuoco a tutta la popolazione per mesi e mesi, ma non di imporre la parità di salario ai padroni; uno stato che utilizza una polizia piena di pregiudizi razzisti e sessisti, perché la sua funzione principale è quella di difendere l’ordine della classe sociale dominante. Quindi, condurre la lotta per l’emancipazione delle donne fino in fondo vuol dire essere pronti a mettere in discussione tutto questo ordine sociale, e innanzitutto lo sfruttamento capitalista, che è alla base di tutti i rapporti sociali. E questo, lo può fare solo la classe operaia.

Finché i padroni avranno il diritto di decidere chi lavora, per quale salario, con quali orari, in quali luoghi, e finché la vita dei lavoratori dipenderà dai comandi dei padroni, questi stessi padroni avranno la possibilità di dividere e imporre il ricatto della sopravvivenza ad alcune categorie del proletariato: donne, immigrati, giovani... E finché queste divisioni rimarranno, ne conseguiranno una molteplicità di forme di oppressione, anche nella sfera familiare.

Dire che la lotta femminista può avere successo solo attraverso la trasformazione di tutta la società non è quindi né sminuire l’importanza di questa lotta, né rimandarla al domani, così come dire che le lotte economiche limitate non possono offrire una prospettiva duratura non impedisce gli scioperi parziali. I rivoluzionari devono condurre tutte le lotte, ma in modo da far progredire la coscienza di classe e l’organizzazione dei lavoratori, e sempre spiegando che una società basata sullo sfruttamento non può essere anche fraterna ed egualitaria. Per un lavoratore di sesso maschile, fare una campagna contro i salari più bassi delle donne è vitale, perché questi salari possono essere usati come pretesto per abbassare i salari di tutti gli altri. È anche vitale per lui fare una campagna contro le molestie alle lavoratrici da parte dei capi: il capetto che si permette di molestare una dipendente è lo stesso che punirà il suo collega maschio per una sciocchezza. Lottare contro i comportamenti maschilisti e razzisti nella classe operaia significa far avanzare la lotta per la consapevolezza, significa rafforzare il nostro campo: ciò fa parte della lotta quotidiana per l’unità della classe operaia.

Quindi, quando dei giovani si ribellano contro questa società perché vedono che non è capace di far progredire i diritti delle donne o di farla finita con il razzismo, è ovviamente un fatto positivo; ma l’unica prospettiva nella quale possono condurre veramente queste battaglie è quella di volgersi verso le idee comuniste e verso la classe operaia, l’unica classe che ponendo fine allo sfruttamento capitalista può anche porre le basi di una società veramente egualitaria.

3 maggio 2021

[1] Un femminismo decoloniale, La Fabrique, 2019.

[2]https://nouveaupartianticapitaliste.org/actualite/strategie/lintersectionnalite-est-elle-soluble-dans-le-marxisme (29 aprile 2021).

[3] Si veda, per esempio, il sito web femminista lespotiches.com, che scrive: "L’obiettivo è quello di sviluppare un femminismo che non serva solo la causa delle donne bianche, cisgender ed eterosessuali appartenenti alle classi medie o superiori" e dà come esempi di discriminazione: "le donne nere che combinano razzismo e sessismo, le donne musulmane che combinano islamofobia, sessismo e spesso anche razzismo, o le donne transgender che subiranno un misto di transfobia e sessismo".

[4]Si veda ad esempio l’introduzione al libro Le genre du capital di Céline Bessière e Sibylle Gollac, pubblicato nel 2020: "Il nostro lavoro si inserisce così in una prospettiva intersezionale, che articola, senza gerarchizzarle, diverse relazioni di dominazione”.

[5] www.gloriaforbusiness.com

[6] Così Rokhaya Diallo chiede "la rinuncia al privilegio bianco" quando scrive: "Se le minoranze sono discriminate, è perché la maggioranza beneficia della loro discriminazione: se a un arabo o a un nero viene rifiutato un appartamento a causa del colore della pelle, sarà un bianco ad ottenerlo, indipendentemente dal suo grado di impegno antirazzista. Rinunciare a questi privilegi indebiti sarebbe già un grande passo verso l’uguaglianza" (http://www.slate.fr/story/146466/non-mixite-rokhaya-diallo). Come se rinunciare al diritto a un appartamento cambiasse qualcosa nel problema di base: la mancanza di case in numero sufficiente!

[7]Louise Michel, Memorie, capitolo XII, p. 136 (https://fr.wikisource.org/wiki/Mémoires_de_Louise_Michel).

[8]R. Luxemburg, "Suffragio femminile e lotta di classe", maggio 1912
(https://www.marxists.org/francais/luxembur/works/1912/05/suffrage.htm)


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