Internazionale
l Forum annuale di Confindustria sul Lago Maggiore celebra la ritrovata "fiducia delle imprese". Mentre gli industriali incassano la ritrovata libertà di licenziamenti - totale dopo il 31 ottobre - e si preparano a superare l’emergenza sanitaria a suon di green pass obbligatorio, possono contare su un Governo davvero amico e un Sindacato acquiescente

UNA RIPRESA A SPESE DELLA CLASSE OPERAIA

Non sappiamo ancora se l’autunno porterà una recrudescenza dell’epidemia di Covid, se quindi bisognerà tornare a fare i conti con un rallentamento, ma fatto sta che al momento l’evidenza dei fatti mostra un balzo in avanti della produzione, e finalmente le imprese possono registrare il segno + davanti al 4,7% di incremento del Prodotto interno lordo nazionale, secondo il dato ISTAT, addirittura il 6% secondo le previsioni per il 2021 dell’Ocse (Organizzazione per la sicurezza e lo sviluppo economico). Un incremento superiore al previsto! Declama entusiasta il coro dei media. Ma l’importante è non lasciarsi sfuggire l’occasione. Non dev’essere un mero rimbalzo, ma deve aprire la strada a una stagione di ritrovata opulenza. A quanto pare gli industriali ci credono: l’aumento della fiducia delle imprese è "arrivata al massimo storico 70,6 a settembre, in base ai dati dell’Ambrosetti Club Economic Indicator. Più del doppio rispetto a giugno (30,2). Accelerazione record con il governo Draghi" (Il Sole 24 ore, 4.9.21). Ora più che mai è necessaria, anzi "è cruciale la collaborazione tra istituzioni, imprese e parti sociali" (Il Sole 24 ore, 4.9.21).
Non si può dire che le istituzioni abbiano chiuso gli occhi di fronte alle esigenze delle imprese. Tra contributi a fondo perduto, crediti d’imposta e agevolazioni, bonus locazioni e sanificazione, bonus per dispositivi di protezione individuale e tamponi, etc. etc., i miliardi alle imprese - ne abbiamo parlato molte volte - costituiscono un incentivo talmente robusto che di certo non è estraneo né all’incremento del Pil, né all’incremento di fiducia. Giusto il 3 settembre è uscito il nuovo decreto "Fondo per il sostegno alle grandi imprese in temporanea difficoltà finanziaria", altra pioggia di denaro a disposizione per le domande di concessione di finanziamenti agevolati a partire dal 20 settembre, per un importo, con durata massima 5 anni, "non superiore al doppio della spesa salariale annua dell’impresa proponente per il 2019 o per l’ultimo esercizio disponibile"; in ogni caso "il finanziamento non può eccedere l’importo di 30 milioni di euro". Però può essere incrementato "nel caso in cui al sostegno del piano aziendale partecipino, con proprie risorse, anche la Regione interessata dal piano medesimo ovvero altre Amministrazioni o Enti ". E scusate se è poco. Ma siccome non è mai abbastanza, il Ministro leghista dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti promette proprio a Cernobbio un intervento sul cuneo fiscale e sull’Irpef "Quanto più possibile favorevole ai fattori della produzione" (La Stampa, 6.9.21), una revisione del reddito di cittadinanza (soldi sprecati, per gran parte della compagine governativa), e una manina comprensiva nel prossimo decreto anti-delocalizzazioni in preparazione: secondo lo stesso Giorgetti, "Chi ci aiuterà a risolvere i tavoli di crisi merita più incentivi di altri che desiderano evitare fastidi e confusioni sindacali e vanno a investire in qualche terreno vergine". E chi ne avrebbe dubitato! Non parliamo di sanzioni a chi delocalizza le aziende non in crisi che hanno ricevuto aiuti dallo Stato, parliamo di incentivi per chi si rende disponibile a non farlo. Multe e sanzioni, che erano state ventilate nelle prime bozze del decreto, erano già state prudentemente eliminate dal testo "già il mese scorso", rassicura la Stampa, e ora c’è l’apertura governativa a provvedimenti, come dire, alternativi.
Una grossa mano Giorgetti e compagnia se la aspettano dalle parti sociali - leggi Sindacati dei lavoratori - che, a onor del vero, hanno già dimostrato la massima buona volontà. Il sindacato sulla carta più combattivo, la Cgil, ha ampiamente calato le brache in occasione dello sblocco dei licenziamenti a partire dal 1 luglio, quando, dopo avere per l’ennesima volta minacciato sciopero, Landini si è accontentato dell’impegno a "raccomandare" il ricorso agli ammortizzatori sociali prima di procedere ai licenziamenti, salutando il preteso accordo come una vittoria sindacale. Praticamente un impegno sul niente, e lo si è visto nei casi di conferma della chiusura di Whirpool di Napoli, dei licenziamenti alla Gkn Driveline a Firenze, della Texprint di Prato, della Timken a Brescia, della Vitesco a Pisa e via licenziando. Ma di fronte all’evidenza del fallimento, nessuno sciopero o protesta ufficiale di livello nazionale è stata proclamata, confermando il carattere puramente formale della partecipazione sindacale ai tavoli di crisi: ovvero, i Sindacati stanno lì per avere il ruolo di esserci. Ci si potrebbe aspettare qualcosa di diverso nel caso del decreto sulle delocalizzazioni?
Aemme


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