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SUI LICENZIAMENTI LE CHIACCHIERE STANNO A ZERO

I giornali della grande borghesia e i portavoce del governo ci stanno raccontando che l’economia è in grande ripresa. Quella italiana farebbe addirittura meglio delle consorelle europee. Si prevede un incremento del 5, forse anche del 6 per cento del prodotto interno lordo.

A denti stretti, però, si deve riconoscere che, conti dell’Istat alla mano, mancano ancora 470mila posti di lavoro rispetto al febbraio 2020. Un calcolo che non tiene ancora conto degli effetti dell’abrogazione del blocco dei licenziamenti.

Un provvedimento parziale e insufficiente, quello del blocco dei licenziamenti, ma almeno una forma di protezione. Se il governo voleva mantenere la promessa di "non lasciare nessuno indietro" doveva non solo mantenere il divieto dei licenziamenti ma estenderne il campo di applicazione. Invece, solo nei grandi gruppi ci sono già stati duemila licenziamenti.

La Cgil dice che ci vuole una risposta che vada al di là dell’azienda per azienda. Sarebbe un ragionamento saggio se significasse l’unificazione in unico fronte di lotta di tutti i lavoratori per rivendicare prima di tutto, appunto, un autentico blocco dei licenziamenti. Invece si tratta della solita rancida minestra. Si chiede al governo una “vera” politica industriale, qualunque cosa possa significare.

Nel caso della GKN di Firenze appare grottesco che si voglia insegnare al management di un’impresa tra le più vecchie d’Europa, con impianti in 20 paesi nel solo settore automotive e 27500 dipendenti, a seguire una “logica industriale”. Che cosa significa? I dirigenti sindacali nazionali spiegano che non essendoci problemi di commesse né di produttività, la chiusura dell’impianto è semplicemente conseguenza di un calcolo speculativo e di un progetto di delocalizzazione. Ma proprio questa è la logica del capitalismo! Non lo sanno questi signori? Non sanno che l’unica logica che guida il padronato, che sia fatto di famiglie proprietarie o di fondi come quello che possiede la maggioranza delle azioni GKN è quella del massimo profitto? E il massimo profitto può essere ottenuto indifferentemente, secondo i casi, dalla produzione industriale e dalla speculazione di borsa. Non esistono gruppi di una certa dimensione che siano “puramente” industriali. Tutti si muovono anche nella sfera finanziaria. Questa non è certo una novità.

I lavoratori hanno certamente interesse a mantenere il posto di lavoro e il salario ma quali possono essere le rivendicazioni più opportune? Se sul piano generale l’obiettivo numero uno dovrebbe essere il divieto puro e semplice dei licenziamenti, sul piano dei grandi gruppi industriali si tratta di rivendicare che la mole di lavoro acquisita dall’intero gruppo venga distribuita su tutti gli impianti, mantenendo il trattamento salariale acquisito.

Di quali armi dispongono i lavoratori? La lotta e l’estensione del fronte di lotta. E in questo quadro il muoversi dentro un gruppo che ha un’estensione internazionale può diventare un vantaggio, un punto di forza. A condizione che i lavoratori sappiano servirsene.

Gli operai della GKN con quelli della Whirlpool e con tutti quelli delle aziende interessate a chiusure e licenziamenti devono intanto trovare le forme di una lotta solidale, preocccupandosi come prima cosa di coinvolgere gli operai dell’indotto e quelli degli altri impianti dello stesso gruppo, non accettando in nessun modo di farsi mettere l’uno contro l’altro tra dipendenti di impianti diversi che siano in Italia o in altri paesi.

I mezzi di pressione non sono moltissimi ma possono essere efficaci. Qualche cosa è stato fatto e si sta facendo. In ogni caso, è intuitivo che là dove le direzioni aziendali chiedono che si sgombrino i locali aziendali questi non devono assolutamente essere abbandonati. Con i picchetti, con gli scioperi, con i blocchi stradali, i lavoratori devono diventare “un problema” non solo per le direzioni aziendali ma anche per le prefetture. Non ci sono alternative, è in ballo la vita, l’unica strada è mantenersi uniti e battersi come leoni.

1 agosto 2021

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