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Quando alla tragedia dei morti si aggiunge la commedia dei “mai più”

Il 23 maggio scorso, una cabina della funivia Stresa-Mottarone, dopo la rottura della fune traente, si è schiantata al suolo, uccidendo la quasi totalità dei passeggeri. Si è salvato solo un bambino. Quattordici i morti.

Dai primi risultati delle perizie, sembra che fossero stati manomessi i freni che avrebbero consentito di evitare il disastro. La cabina, infatti, completamente libera dalla fune di acciaio che normalmente ne consente il traino, avrebbe dovuto essere immobilizzata dal meccanismo frenante. Invece, non incontrando nessun impedimento, è retrocessa a velocità sempre maggiore fino a sviare dal cavo di sostegno e precipitare.

I freni, stando a quanto si legge sui mezzi d’informazione, venivano abitualmente disabilitati per evitare le piccole fermate che spesso si sarebbero verificate a causa di vari “intoppi” di minore importanza. L’importante era fare più corse possibile! L’importante era incassare!

Ora, è difficile trovare un esempio più chiaro di come la corsa al profitto induca le imprese a disattendere le norme sulla sicurezza, scommettendo, come in questo caso, sulle scarse probabilità che un evento disastroso si verifichi. Il problema è che questa condotta è una regola del capitalismo, non un’eccezione.

Non lo capiscono o fanno finta di non capirlo le varie “anime belle” che cercano ogni volta di presentare questi fatti come se fossero estranei alla normale logica dei rapporti economici contemporanei. Allora, mentre i rappresentanti delle istituzioni mettono lo stesso disco di sempre: “È inconcepibile, è imperdonabile, bisogna accertare le responsabilità, occorrono punizioni esemplari, mai più” e così via, le cose continuano come sempre. C’è anche chi sostiene e vorrebbe spiegare agli imprenditori che la sicurezza “non è un costo ma un investimento”.

Per un paio di giorni abbiamo anche letto parole di fuoco contro l’avidità. Sarebbe comico se non ci fossero di mezzo tante vittime. Ma se è bastato che un Enrico Letta accennasse ad una piccola tassa sulle eredità dei miliardari per far scatenare l’inferno! Il capo del governo ha risposto che non è il momento di togliere ma il momento di dare, scordandosi evidentemente di indicare cosa e a chi. Perché intanto, ai lavoratori, che hanno già pagato con quasi un milione di posti di lavoro persi, si “darà” la fine del blocco dei licenziamenti e un avvenire buio.

La tragedia della funivia ha richiamato giustamente quella di Luana D’Orazio, la giovane operaia uccisa dalla macchina a cui lavorava in uno stabilimento tessile di Prato. Anche qui si è trattato della rimozione di dispositivi di protezione. L’avidità c’entra anche qui. Ma anche qui abbiamo una conferma. L’avidità non è tanto un tratto personale di questo o quell’imprenditore: è la ricerca del massimo profitto, cioè l’asse sul quale ruota tutto il sistema economico capitalistico. Non c’è operaio o tecnico che non sappia che i macchinari sui quali si lavora in fabbrica sono regolarmente manomessi per velocizzare la produzione. La sicurezza è un costo. È un costo per i padroni!

Solo una forza estranea alla logica del capitale potrebbe imporre alle imprese di anteporre la sicurezza dei lavoratori e degli utenti alla corsa al profitto. Cercare questa forza nelle istituzioni che, in fin dei conti, sono emanazione dell’ordine capitalistico significa cullarsi nelle illusioni. Sta ai lavoratori trovare le forme e l’organizzazione per imporre ai padroni il rispetto dei minimi criteri di sicurezza.
Il capitalismo, ancora una volta, dimostra di essere un pericolo, per gli operai e per la collettività.

31 maggio 2021

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