Internazionale
A 150 anni dalla Comune di Parigi

La volta che gli operai dettero l’assalto al cielo

Karl Marx scrisse che il “vero segreto” della Comune era il fatto di essere essenzialmente un governo della classe operaia, “il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta, nella quale si poteva compiere l’emancipazione economica del lavoro”. Il potere dei lavoratori parigini durò poco più di due mesi e fu schiacciato nel sangue. La gioia con la quale gli esponenti del mondo borghese, anche i più colti e più “democratici”, salutarono i massacri dei comunardi ad opera dell’esercito, mostrò alla classe operaia di tutti i paesi quale fossato separasse ormai la borghesia capitalistica dal proletariato, non solo nell’ambito degli interessi economici più immediati, ma anche in quello delle idee, dei principi politici, della concezione della società. L’insurrezione parigina del marzo 1871 ebbe luogo in un’Europa attraversata da spinte politiche, sociali ed economiche di diversa natura. Da una parte, doveva ancora compiersi pienamente la formazione degli stati nazionali. La Prussia non aveva ancora imposto a tutti i principati tedeschi l’unione in un unico stato. L’Italia non possedeva ancora Roma, presidiata da ciò che rimaneva dello Stato pontificio, che godeva dell’appoggio militare della Francia. Sul piano economico, il capitalismo, con qualche decennio di ritardo rispetto alla Gran Bretagna, stava vivendo una nuova primavera nel continente. Sorgevano ovunque nuove officine, le città divenivano sempre più grandi e il proletariato urbano aumentava d’importanza. Di pari passo procedevano le lotte operaie e la loro organizzazione e, con queste, la diffusione delle idee socialiste. In Francia, il regime imperiale imposto da Luigi Napoleone Bonaparte (Napoleone III), aveva impedito, nei primi anni, ogni forma di organizzazione proletaria. Ma progressivamente allentò in parte la stretta repressiva e si poterono così formare di nuovo delle associazioni operaie. Sul finire degli anni 1860 si moltiplicavano gli scioperi, mentre lo “spettro” di cui scriveva Marx nel Manifesto comunista del 1848 si aggirava di nuovo per l’Europa nella forma dell’Associazione Internazionale dei Lavoratori, che ben presto fu chiamata semplicemente, “L’Internazionale”.

La guerra franco-prussiana

Il proletariato francese, che Napoleone III si era illuso di poter ancora ingannare sfruttando la patina “sociale” che aveva dato al proprio impero, stava diventando minaccioso. Non solo si scioperava nelle fabbriche e nelle miniere francesi, ma questi scioperi erano spesso ispirati da militanti dell’Internazionale. Alla logica di potenza, in politica estera, si aggiunse così il calcolo che la guerra a un nemico straniero avrebbe consentito di mantenere in piedi il regime imperiale e assorbire nel nazionalismo il malcontento popolare. Ma Bonaparte fece male i suoi conti perché la sua decisione di attaccare la Prussia di Bismarck si rivelò un vero disastro. La guerra fu dichiarata il 19 luglio 1870 e le forze francesi furono sconfitte a Sedan appena 42 giorni dopo, il 2 settembre. Napoleone III fu fatto prigioniero dai prussiani. Due giorni dopo, la mobilitazione popolare impose la proclamazione della repubblica. Con l’esercito prussiano che continuava ad avanzare, i politicanti borghesi di ogni risma, monarchici e repubblicani, proclamarono un governo di Difesa nazionale, presieduto dal generale Louis-Jules Trochu. Ma per questo governo il pericolo principale non era più l’esercito prussiano, bensì la classe operaia. Infatti gli operai rappresentavano ormai, in tutte le città della Francia, la forza sociale più attiva. Il timore che questa classe tentasse di prendere in mano il governo della nazione trovava riscontri concreti, oltre che nell’esperienza delle rivoluzioni del 1830 e del 1848, nelle ribellioni che stavano scoppiando in varie località. A Lione si proclama la Comune il 28 settembre, a Marsiglia il primo novembre. Il governo riesce a sedare queste insurrezioni concentrando, di volta in volta, il massimo della sua potenza militare sulle città ribelli.

La Guardia nazionale: operai in armi

A Parigi, la Guardia nazionale, una sorta di milizia, di solito composta da giovani della borghesia, gonfiò enormemente i propri effettivi. Ad agosto si contavano 24mila guardie nazionali, a settembre erano 300mila. La componente di operai e piccoli artigiani era largamente prevalente. Oltre tutto, gli ufficiali e i sottufficiali erano eletti dalla “truppa”. Così, nella capitale si stava formando un esercito di proletari armati i cui ufficiali e sottufficiali erano spesso uomini di fiducia della classe operaia, come Eugène Varlin, militante dell’Internazionale. Il 28 gennaio 1871, dopo un assedio alla capitale che durava dal 19 settembre e che causò migliaia di morti per malnutrizione, il governo repubblicano firmò l’armistizio con la Prussia. La gran parte della popolazione parigina comprese che non si trattava di una pace qualsiasi, la borghesia francese voleva sbarazzarsi del proletariato parigino “consegnandolo” agli occupanti tedeschi. A fine febbraio sfilano per Parigi delle imponenti manifestazioni dei battaglioni della Guardia nazionale. Si dirigono verso piazza della Bastiglia. Le truppe inviate per sparargli contro fraternizzano con loro. Viene istituito un comitato centrale della Guardia nazionale. Quando, come pattuito col governo francese, il primo e il 3 di marzo, i prussiani sfilano per le strade di Parigi, la città è deserta, mentre le guardie nazionali portano in salvo i cannoni nei quartieri popolari di Montmartre, di Belleville e della Villette. Questi pezzi di artiglieria erano costati il sacrificio di una sottoscrizione popolare in una città affamata per l’assedio, rappresentavano concretamente che cosa il proletariato era disposto a fare per difendere una repubblica che per lui doveva essere una repubblica sociale.

Il governo Thiers

I provvedimenti presi dal governo Thiers, insediato l’8 febbraio da un’Assemblea nazionale frettolosamente traslocata a Bordeaux, avevano una chiara impronta antipopolare. Del resto, Adolphe Thiers si era già distinto per aver caldeggiato, nel 1849, l’inviò di truppe francesi a sostegno del papa e contro la repubblica romana di Mazzini, Saffi e Armellini. Questo politicante decretò lo spostamento dell’Assemblea nazionale a Versailles, sospese il pagamento degli stipendi della Guardia nazionale, eliminò il blocco degli sfratti e impose il pagamento degli affitti arretrati ai padroni di immobili, ripristinò il pagamento dei debiti da parte dei commercianti. In poche parole, tutti i provvedimenti “sociali” che nel corso della guerra erano serviti a non far morire di fame 5 APRILE 2021 tutta la popolazione di Parigi furono abrogati. Era chiaramente una dichiarazione di guerra non solo contro il proletariato, ma anche contro la piccola borghesia degli artigiani e degli esercizi commerciali al minuto. Il risultato che ottenne fu di rendere solidali queste classi sociali nell’ostilità verso il governo.

I cannoni della Guardia nazionale

Il 18 marzo, Thiers ordinò il sequestro di 150 cannoni della Guardia nazionale. Alle tre del mattino 15mila soldati vengono inviati nei quartieri popolari di Parigi. A Montmartre lo sgombero dei cannoni è pronto ad essere eseguito ma mancano i carri per portarli via. Nel frattempo il quartiere si sveglia e, per prime le donne, la gente circonda i soldati. Il generale al comando, Claude Martin Lecomte ordina di sparare sulla folla ma i soldati rifiutano, lo arrestano e, nel pomeriggio, lo fucilano. Con lui sarà fucilato un altro generale: Clement Thomas. La popolazione difende i pezzi d’artiglieria alle Buttes - Chaumont, a Belleville, al Luxembourg. Nel pomeriggio gli insorti occupano, senza incontrare resistenza, le caserme, l’Hôtel de Ville, la tipografia nazionale, i ministeri e la maggior parte dei municipi di circoscrizione cittadini. Il panico si impadronisce della borghesia; Thiers, che aveva già fatto affiggere dei manifesti che annunciavano il disarmo della Guardia nazionale, fugge da Parigi. Nella notte anche gli ultimi reggimenti fedeli al governo fuggono verso Versailles. Parigi era in mano agli insorti. La bandiera rossa fu issata su tutti gli edifici pubblici. Nella Gazzetta ufficiale della città si scrisse: “I proletari della capitale, di fronte ai fallimenti e ai tradimenti delle classi dirigenti, hanno capito che era ora di salvare la situazione prendendo in mano la direzione degli affari pubblici”.

Un governo operaio

La breve vita della Comune parigina è disseminata di errori e di ingenuità. Ma nel complesso si trattò di un’esperienza dal valore immenso per il movimento operaio rivoluzionario. La formula, fino a quel momento generica, della “conquista del potere politico” da parte della classe lavoratrice, contenuta in tutti i programmi socialisti, divenne con la Comune un processo concreto, al quale fece poi riferimento anche la rivoluzione russa del 1917. Le deliberazioni principali della Comune andavano incontro alle esigenze più elementari della classe operaia e della popolazione più povera, ma si spingevano anche più avanti, indicando la direzione che avrebbe dovuto prendere la politica di uno Stato operaio. “La grande misura sociale della Comune – scrisse Marx - fu la sua stessa esistenza operante. Le misure particolari da essa approvate potevano soltanto presagire la tendenza a un governo del popolo per opera del popolo. Tali furono l’abolizione del lavoro notturno dei panettieri; la proibizione, pena sanzioni, della pratica degli imprenditori di ridurre i salari imponendo ai loro operai multe coi pretesti più diversi, procedimento nel quale l’imprenditore unisce nella sua persona le funzioni di legislatore, giudice ed esecutore, e per di più ruba il denaro. Altra misura di questo genere fu quella di consegnare alle associazioni operaie, sotto riserva d’indennizzo, tutte le fabbriche e le officine chiusi, tanto se i rispettivi capitalisti s’erano nascosti, quanto se avevano preferito sospendere il lavoro”.

La strage dei comunardi

Il 28 maggio con l’espugnazione dell’ultima barricata, fu schiacciata la Comune. Gli insorti parigini furono uccisi e imprigionati dall’esercito del “democratico” Adolphe Thiers con una ferocia che ebbe pochi precedenti. Il numero dei morti tra i comunardi è tuttora oggetto di dispute storiche. Di certo sappiamo che i generali dell’armata “versagliese” parlarono all’epoca di 17mila fucilati. Ma la vendetta delle classi dominanti proseguì nei mesi e negli anni successivi. Furono arrestati 40mila sopravvissuti ai massacri, processati dai tribunali militari e condannati a lunghe pene detentive. 4000 di questi, tra cui l’eroina della Comune, Louise Michel, vennero deportati nei bagni penali della Nuova Caledonia. Di fronte ai giudici la Michel dette prova di uno straordinario coraggio dichiarando: “Poiché sembra che ogni cuore che batte per la libertà non ha diritto che a un po’ di piombo, ne reclamo una parte io! Se mi lasciate vivere, io non cesserò di gridare vendetta...se non siete dei vili, uccidetemi.”


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