Internazionale

Egitto: a dieci anni dalla "primavera araba"

Dieci anni fa, il 25 gennaio 2011, rispondendo all’appello del Movimento 6 aprile, di altre organizzazioni dell’opposizione e di innumerevoli messaggi sui social, migliaia di manifestanti convergevano su piazza Tahrir nel centro del Cairo. Il loro slogan principale, "Pane, libertà, giustizia sociale", era seguito da "Il popolo vuole la caduta del regime! ». Era l’inizio del movimento che l’11 febbraio successivo avrebbe costretto il presidente Hosni Mubarak, che era stato a capo dell’Egitto per trent’anni, a lasciare il potere.

Questo giorno del 2011 era stato scelto come Giornata della collera della gioventω per succedere alla tradizionale Giornata Nazionale della Polizia, la quale θ la commemorazione del 25 gennaio 1952, quando la caserma della polizia egiziana di Ismailia fu circondata da carri armati dell’esercito britannico, per difendere l’influenza della Corona sullo Stato egiziano di allora. Questo fu seguito dalla destituzione di re Faruk e dall’instaurazione della repubblica egiziana che sarebbe stata guidata da Naguib e poi da Nasser.

Per fare dimenticare la rivolta

Oggi, nel 2021, dieci anni dopo questo 25 gennaio che segnò l’inizio della primavera araba in Egitto θ stato appena dichiarato giorno festivo e pagato per tutti i lavoratori dipendenti, sia pubblici che privati, e spostato al giovedμ 28. Il motivo, a detta del primo ministro, era di offrire agli egiziani un fine settimana più lungo. Questo tentativo di fare dimenticare i giorni di rivolta di massa e le speranze che si erano espresse nel 2011, è il contraltare della completa trasformazione di piazza Tahrir. Giardini, sfingi e un obelisco vi sono stati installati, ma al pubblico è vietato entrare.

La libertà che i giovani manifestanti del Cairo, di Alessandria e di Port Said chiedevano, il diritto d’espressione che avevano conquistato, non hanno avuto il tempo di fiorire. Due giorni dopo la destituzione di Mubarak, l’esercito proclamava la sospensione della Costituzione e lo scioglimento del Parlamento, e assumeva temporaneamente i poteri legislativo ed esecutivo. L’anno successivo, nel giugno 2012, si svolgevano le elezioni presidenziali in cui Mohamed Morsi, il presidente del Partito Libertà e Giustizia fondato dai Fratelli Musulmani, diventava capo dello Stato. Rimase in carica per poco meno di un anno. Il 3 luglio 2013, il capo di stato maggiore dell’esercito, il generale Abdel Fatah al-Sissi, prendeva il potere con un colpo di stato.

La violenta repressione successiva colpì le migliaia di membri della Fratellanza che manifestarono contro la destituzione di Morsi. Ma avrebbe anche colpito sempre più tutti gli oppositori del regime, i militanti operai, i giornalisti, i blogger e gli avvocati che cercavano di difendere il diritto all’espressione, tra cui quei molti che avevano creduto che il golpe di al-Sissi li avrebbe protetti dalla repressione portata avanti di un regime islamista. Sempre più leggi e decreti sono stati varati per impedire qualsiasi raduno, qualsiasi manifestazione. Gli attacchi e gli scontri nel Sinai hanno fornito il pretesto ufficiale della "lotta al terrorismo" per l’arresto e la detenzione dei lavoratori che protestavano contro i salari non pagati o l’aumento dei prezzi alimentari.

Migliaia di prigionieri politici

Pubblicato alla vigilia dell’anniversario, un rapporto di Amnesty International ha stimato che 114.000 persone sono detenute nelle carceri egiziane in condizioni spaventose. Secondo le organizzazioni locali per i diritti umani, 60.000 di loro sono prigionieri politici, la maggior parte dei quali detenuti senza processo. Il caso di Giulio Regeni, conosciuto perché ha fatto scalpore in Italia, non è un’eccezione, anzi. La "scomparsa forzata", per cui una donna o un uomo sospettati di attività di opposizione vengono rapiti dalla Sicurezza di Stato senza spiegazioni e senza che venga data alcuna notizia ai suoi parenti, è un metodo per imporre un clima di terrore. Diverse decine di persone sono state giustiziate solo in ottobre e novembre scorsi.

Questo terrore sembra necessario al dittatore Sissi e al suo governo perché i 100 milioni di persone che conta l’Egitto vivono in condizioni ben lontane dalle speranze espresse dieci anni fa. Per continuare a concedere prestiti al paese, il FMI ha posto come condizione l’avvio di riforme economiche che si sono tradotte in una riduzione dei sussidi su carburante, gas butano e prodotti alimentari di base. La povertà non è diminuita, con un terzo della popolazione ufficialmente sotto la soglia di povertà, i salari sono sempre miseri, per quelli che ne hanno uno, e milioni di persone vivono della cosiddetta economia informale o di un piccolo lavoro nelle campagne. Di fronte a questa miseria, una casta di generali e uomini d’affari si divide la ricchezza e Sissi si destreggia con gli "elefanti bianchi", come vengono chiamati in Egitto i suoi faraonici progetti, il lussuoso Nuovo Cairo o le dighe sul Nilo.

Eppure la crisi economica e le enormi somme spese per l’acquisto di armi presso le potenze occidentali continuano a pesare sulla popolazione. Non mancano i motivi, per i lavoratori delle grandi imprese statali, come le acciaierie e i cementifici, per radunarsi e manifestare, affrontando la polizia per difendere i loro diritti e rivendicare ciò che spetta loro. Ancora a metà gennaio, sono stati alcune migliaia, dipendenti dell’acciaieria di Helouan a sud del Cairo, a manifestare per opporsi alla decisione statale di fermare le attività pubbliche dell’azienda. In una situazione sempre più invivibile, altre esplosioni sociali stanno maturando.

V. L.


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