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Libano: l’esplosione nel porto di Beirut riaccende la rabbia popolare

Libano: l’esplosione nel porto di Beirut riaccende la rabbia popolare

Dopo la micidiale esplosione che ha devastato Beirut il 4 agosto, la rabbia è divampata fra la popolazione e, nonostante le dimissioni del governo annunciate pochi giorni dopo, le proteste contro i leader politici ritenuti responsabili non accennavano a placarsi.

Le 2.750 tonnellate di nitrato d’ammonio esplose erano state immagazzinate per più di sei anni, senza particolari misure di sicurezza, nella zona del porto, vicino alle abitazioni. Negli ultimi sei anni i responsabili che si sono succeduti all’interno dell’apparato statale hanno ignorato i molteplici avvertimenti dei dipendenti e dei funzionari presenti sul campo circa la pericolosità dell’impianto di stoccaggio.

In Libano la protesta polare dura dall’ottobre 2019. Con lo slogan "Impiccateli tutti!", ha riacquistato forza sulla scia di questa catastrofe che, con la sua quota di vittime e di distruzioni, segna il culmine della trascuratezza del sistema politico in vigore: un sistema in cui gli strati dominanti, che si presentano come garanti degli interessi di questa o quella comunità religiosa, competono e addirittura si spartiscono il potere secondo criteri confessionali. Mentre distribuiscono qualche briciola alla loro clientela, queste diverse frazioni della borghesia saccheggiano le casse dello Stato per completare ciò che prelevano dallo sfruttamento diretto dei lavoratori.

Non sarà certo l’aiuto delle potenze imperialiste, come quello promesso dal presidente francese Macron durante la sua visita a Beirut due giorni dopo l’esplosione, ad aiutare gli strati popolari libanesi ad uscire da questa situazione. Il sistema politico non solo garantisce le posizioni dei politici al potere, ma perpetua la situazione del Libano come Stato semicoloniale e punto di passaggio utilizzato dalle varie potenze per difendere i loro interessi nel Medio Oriente.

Per lungo tempo, il sistema di protezione del segreto bancario istituito negli anni 1950 in questo paese allora soprannominato "la Svizzera del Medio Oriente" è stato un rifugio sicuro per i capitali accumulati grazie allo sfruttamento dei lavoratori della regione. Dopo la guerra civile del 1975-1990, l’enorme tasso di remunerazione, offerto dalla Banca Centrale del Libano ai suoi finanziatori, ha reso felici gli investitori libanesi e stranieri. Oggi a pagarne le conseguenze è la popolazione a cui si presenta la fattura del debito dello Stato, divenuto insolvente negli ultimi mesi. Le classi dirigenti, dal canto loro, hanno potuto trasferire all’estero i miliardi di dollari accumulati, beneficiando della piena collaborazione delle banche mondiali. Il risultato è stato il crollo del valore della moneta libanese e il brutale impoverimento della maggioranza della popolazione.

Il sistema politico in vigore si è dimostrato così prezioso per le potenze imperialiste che, quando parlano della sua necessaria riforma, non ci si può aspettare nulla da loro se non qualche ritocco cosmetico. La guerra civile del 1975-1990, con le sue centinaia di migliaia di morti e le innumerevoli distruzioni, non si è conclusa diversamente.

253 milioni sono stati annunciati dalla Conferenza internazionale a sostegno di Beirut e del popolo libanese organizzata dalla Francia. È probabile che in maggior parte finiranno nelle casse delle imprese edilizie o di qualche intermediario, seppure alla fine saranno erogati. In ogni caso, questa somma rimarrà piuttosto irrisoria rispetto ai 2,3 miliardi di euro che l’Arabia Saudita ha offerto nel 2014 all’esercito libanese per dotarsi di materiale militare proveniente dalla Francia. L’invio dell’esercito nei giorni scorsi per sostenere la polizia nella repressione dei manifestanti ha dimostrato a cosa potrebbe servire questo bel materiale in un paese in cui agli altri servizi pubblici manca tutto.

È ancora meno probabile che qualsiasi governo di tecnocrati, come chiesto da alcune cosiddette correnti della società civile, sia in grado di garantire gli interessi dei lavoratori. Un tale governo sarà molto più attento agli interessi delle potenze imperialiste e delle loro banche, che esigeranno il pagamento del debito del Paese, anche se questo farà sprofondare la popolazione nella miseria.
I poveri e i lavoratori in Libano potranno contare solo sulle proprie forze e sulla solidarietà dei lavoratori dei paesi della regione e del mondo per riprendersi il denaro rubato, imporre il loro controllo sull’economia e metterla veramente al loro servizio.

M.K.


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