Internazionale
Bielorussia

La classe operaia nella crisi politica

"Non siamo né pecore, né vitelli, né "i tuoi piccoli" - siamo gli operai di MTZ, e non siamo in 20, ma in 16.000". Così gli scioperanti della più grande fabbrica di macchine agricole, militari e edilizie della Bielorussia hanno risposto al presidente Lukashenko su un loro striscione durante la crisi politica scoppiata in questo mese d’agosto. Hanno sfidato il potere nelle manifestazioni e con lo sciopero, come numerosi settori di una classe operaia che, come eredità del periodo sovietico, rimane concentrata in forti unità industriali, a volte nel cuore stesso delle città.

Di fronte al ballottaggio truccato del 9 agosto e al suo beneficiario, Lukashenko, che ha governato lo Stato bielorusso con il pugno di ferro per 26 anni, numerosi cittadini hanno subito gridato la loro rabbia. La ferocia delle forze antisommossa di un regime che fino ad allora si era dato un’aria paternalistica, i morti, le centinaia di feriti, le migliaia di arresti, hanno fatto il resto. Nel giro di pochi giorni, il regime è stato respinto da tutte le parti, o quasi.

Socialmente indifferenziato all’inizio, questo rifiuto ha preso una chiara piega operaia, con l’arrivo sulla scena di scioperanti nell’industria automobilistica, edilizia, chimica e mineraria, in particolare. Sfilando in imponenti cortei, votando lo sciopero nelle loro assemblee generali e eleggendo i loro comitati di sciopero nelle fabbriche, i lavoratori hanno dato alla protesta generale la sua fisionomia e la sua forza, paralizzando in parte l’economia.

Lukashenko ne era cosciente quando, volendo riprendere il controllo della situazione, si è rivolto il 17 agosto non all’opposizione liberale, ma ai lavoratori di MTZ. Sperava di metterli dalla sua parte? In ogni caso, è stato a sue spese: alle sue parole lusinghiere, alle sue minacce e inviti a tornare al lavoro hanno risposto solo fischi.

Grazie ad una situazione economica internazionale relativamente favorevole, il regime è stato a lungo il protettore dei "suoi" lavoratori. Ma negli ultimi dieci anni, la maschera è caduta. I contratti precari si sono diffusi anche nel settore statale considerato come protetto e che rimane il principale datore di lavoro. Così si sono aggiunti i contratti rinnovabili di un anno con divieto di lasciare il lavoro prima della scadenza del contratto, anche se le direzioni li possono trasferire a piacimento o prestare ad un’altra azienda; i salari congelati a livelli irrisori (tra i 100 e i 250 euro) e talvolta pagati in ritardo; l’introduzione di multe sui salari; il peggioramento delle condizioni di lavoro e le sanzioni nei confronti di chi non le rispetta; l’emergere della disoccupazione, fenomeno finora raro; la denuncia dei disoccupati nei discorsi dei dirigenti e un piano, alla fine annullato, per tassare chi "non vuole lavorare". Vi si aggiungono ancora il divieto rafforzato di creare un sindacato senza l’approvazione del datore di lavoro; un sistema pensionistico degradato; le minacce di privatizzazione sotto gli effetti della crisi mondiale e del rallentamento dell’economia russa, principale partner e fornitore della Bielorussia…

Queste misure, molte delle quali sono state prese per semplice decreto presidenziale, e il fatto che Lukashenko abbia trattato alla leggera i rischi del Covid-19, hanno focalizzato il malcontento sulla sua persona. Allo stesso tempo, lo hanno allontanato dagli altri membri privilegiati della burocrazia statale, di cui alcuni dirigenti sarebbero pronti a sostituire Lukashenko se dovesse lasciare il posto sotto la pressione degli eventi.

Questo passaggio di consegne al vertice si potrebbe svolgere con il beneplacito di Putin, così come dei principali capi di Stato e di governo dell’UE, tutti preoccupati per la situazione esplosiva che si sta sviluppando ai loro confini. Tanto più che i lavoratori dei paesi vicini potrebbero identificarsi con la lotta dei loro fratelli e sorelle in Bielorussia, che si trovano ad affrontare gli scagnozzi armati di un regime che vuole fargliela pagare per gli effetti della crisi.

L’opposizione liberale, dal canto suo, ha istituito un Consiglio di coordinamento per preparare la successione al potere. La sua composizione è un bel programma: un diplomatico ed ex ministro di Lukashenko; il premio Nobel per la letteratura Svetlana Alexeievic che, dopo essere stata un’autrice di spicco sotto Breznev, se la prende con l’"uomo rosso" e il comunismo; un gruppo di giuristi; un coordinatore della campagna per Svetlana Tikhanovskaya, sfidante presidenziale di Lukashenko. Per dare l’impressione che la classe operaia avrà voce in capitolo, vi è stato aggiunto un rappresentante del comitato di sciopero di MTZ, citato in giudizio dal governo

Per quanto riguarda la Tikhanovskaya, ella raccomanda, dalla vicina Lituania, un "dialogo costruttivo" con il governo, lo stesso governo che picchia e respinge gli scioperanti. Chiede ai lavoratori di prolungare lo sciopero "legalmente” per preparare, dice, un ritorno alla "normalità". Ma quale normalità e quale dialogo i lavoratori possono aspettarsi da questo regime, odiato perché oppressivo e sfruttatore?

P.L.


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