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Prepararsi a lottare per una difesa seria dagli effetti della crisi

Se, come si sente dire, il mondo del dopo-pandemia non sarà più lo stesso di prima, quali cambiamenti dobbiamo aspettarci, quali scenari ci vengono preparati?

Diciamo la verità: l’economia, almeno in Europa e specialmente in Italia, era già alle prese con una lunga stagnazione iniziata con la crisi finanziaria del 2008. Certo, ora le cifre che si ricavano dalle analisi e dalle proiezioni dei centri più accreditati dipingono un futuro ancora peggiore. Molto peggiore, anzi.

In marzo ed aprile, secondo il Centro Studi della Confindustria, la produzione industriale ha subito un tracollo del 50%. Le cifre settoriali del rapporto sono precedute da questa considerazione: “La fine del lockdown, a partire da oggi, non genererà un veloce recupero perché le famiglie continueranno ad essere prudenti e a risparmiare anche a scopo precauzionale, le imprese dovranno smaltire le scorte che si sono accumulate negli ultimi mesi mentre la domanda estera risentirà della contrazione corale dell’attività in Europa…Le prospettive sono incerte e legate all’evoluzione della crisi sanitaria”.

Anche in questa crisi si rende evidente il peso abnorme raggiunto dal settore finanziario e speculativo (cioè più espressamente parassitario) dell’economia, e le enormi masse di denaro in gioco rischiano di diventare altrettante bombe a tempo. Qualche giorno a dietro gli osservatori economici si chiedevano come mai il corso dei titoli legati alle imprese fosse tanto in rialzo mentre la loro redditività reale era in caduta libera. Sul quotidiano della Confindustria, Sole 24 Ore, Morya Longo tenta una risposta a questa domanda; scrive che le banche centrali di tutto il mondo compreranno entro fine anno cinquemila miliardi di dollari di titoli vari “gettando una quantità enorme di liquidità sui mercati”. E allora? Allora “gli investitori pieni di soldi, da qualche parte devono pur metterli. Dunque investono anche se non credono più di tanto nella futura ripresa”. E nel manicomio dell’economia finanziaria, questi “investitori” comprano gli stessi titoli delle banche centrali (compresi i titoli di stato) oppure in Borsa “puntano sulle aziende che più beneficiano della crisi. Dunque tutti comprano le grandi aziende tecnologiche Usa o le case farmaceutiche, lasciando indietro i settori più penalizzati dal Covid-19”. È difficile trovare in questa logica una qualche traccia di quella “solidarietà” con la quale tutti i governi stanno cercando di ingannare i propri popoli.

Per chi subisce le crisi, ovvero per la maggioranza della popolazione, le notizie sui vari caotici decreti d’emergenza si mescolano a quelle sugli stanziamenti annunciati dalla Banca centrale europea. Anche qui si parla di fiumi di miliardi. Proteggere la salute dei cittadini, aiutare le imprese, aiutare i lavoratori. Le motivazioni ufficiali di tutti i provvedimenti si confondono mentre prendono corpo le divisioni, i contrasti tra stati, le furbizie dei grandi gruppi finanziari e industriali, le grandi e piccole manovre speculative. “Nessun governo della repubblica aveva mai avuto tanti soldi da spendere tutti insieme” si legge su La Stampa del 14 maggio a proposito dell’Italia.

Ma che si tratti dell’Italia, dell’Europa o degli Stati Uniti, viene da chiedersi dov’erano nascosti tutti questi soldi fino a qualche mese fa. In ogni caso c’erano e ci sono. E, almeno per quanto riguarda i lavoratori e la parte più povera della popolazione è un po’ difficile credere che una classe dirigente che già prima della pandemia non riusciva a trovare una via d’uscita dalla crisi economica e che ha lasciato che ospedali e case di cura si trasformassero in focolai d’infezione con migliaia di morti, sia ora in condizione di garantire una ripresa della quale tutti dovrebbero beneficiare.

È bene che i lavoratori lo tengano bene a mente. Perché se è vero che ogni crisi è una storia a sé, il passato ci insegna che le grandi crisi hanno almeno due conseguenze certe. Da una parte una concentrazione delle imprese in gruppi più potenti di prima e, dall’altra, un aumento della disoccupazione. Attorno a questi due fenomeni principali si sviluppa tutta una serie di conseguenze sociali, come la polarizzazione della ricchezza nelle mani di uno strato più ridotto di grande borghesia, un aumento della miseria in fasce più estese di popolazione, un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro, aiutato dalla propaganda sulla necessità di fare sacrifici per la ripresa, la ripartenza, il rilancio o comunque lo si voglia chiamare.

Nel clima dolciastro costruito dal governo, con il patriottismo a buon mercato che è passato direttamente dai discorsi dei ministri alla pubblicità delle più note marche, senza parlare dei tricolori inseriti come allegati ai maggiori quotidiani o venduti per qualche euro nei supermercati, si cerca di far passare l’idea di un unico interesse a “salvare le imprese”. Gli operai con i padroni. Ma salvare le imprese non significa necessariamente salvare i posti di lavoro. Un’azienda resta un’azienda anche se da cento dipendenti passa a cinquanta. Nei prossimi giorni sarà sempre più chiaro che gli interessi di lavoratori non sono quelli dei loro datori di lavoro.

Per convenienza elettorale, per non alimentare disordini sociali, per non deprimere completamente il mercato interno, il governo Conte ha varato alcuni provvedimenti che bloccano i licenziamenti per motivi economici, probabilmente fino alla fine di luglio. Altri esempi della politica “sociale” governativa sono la regolarizzazione a tempo determinato di un certo numero di lavoratori immigrati illegalmente. Sono tutte forme di una solidarietà da tre soldi nella quale non si può riporre nessuna fiducia. Ma sono almeno qualche cosa da cui partire nel dare forma alle rivendicazioni generali che servono a tutta la classe lavoratrice per difendersi dagli effetti della crisi vecchia e nuova.

Il divieto dei licenziamenti deve essere esteso e prorogato fintanto che la disoccupazione non cesserà di essere la più drammatica minaccia alle famiglie dei lavoratori. Tutti i lavoratori immigrati devono essere strappati ai ricatti e alle prepotenze delle camorre padronali, devono poter lavorare con i pieni diritti contrattuali e non ci deve essere scadenza per i loro permessi di lavoro. Le misure di protezione dalla pandemia indicate dalle autorità sanitarie devono essere rispettate e devono essere la condizione indispensabile per esercitare l’attività d’impresa. La chiusura delle imprese non deve essere pagata dai lavoratori: le varie forme di sostegno ai disoccupati e la cassa integrazione non devono avere limiti di tempo.

I soldi per fare tutto questo ci sono. I lavoratori devono imporre con la loro lotta che questi soldi servano prima di tutto a garantire loro la possibilità di condurre una vita civile, dignitosa e sicura.

18 maggio 2020

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