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Periodico comunista

Perchè il 25 aprile non sia la festa dell’ipocrisia di stato e della falsificazione storica

Spinta dalle polemiche tra governo e opposizione a proposito delle misure economiche che dovrebbero favorire la “ripresa” dopo l’epidemia del covid-19, è ritornata a galla la questione del 25 aprile.

Sul fascismo, l’antifascismo, la Resistenza e la “Liberazione” bisogna che i lavoratori , specialmente quelli più giovani, abbiano le idee chiare. Cerchiamo di fissare alcuni punti:

1) il fascismo italiano fu un movimento fomentato e sovvenzionato da una parte sempre più importante della grande borghesia, cioè dagli industriali, dai banchieri, dagli agrari. Furono ragioni di classe a farlo nascere. Il movimento operaio era diventato troppo forte e minacciava di “fare come in Russia”, cioè di espropriare le grandi proprietà e di impadronirsi socialmente dei mezzi di produzione. Nel corso di circa sei anni le squadre fasciste, appoggiate dalla polizia, dall’esercito e dalla magistratura di uno stato ancora “democratico”, uccisero capi sindacali, militanti socialisti, anarchici e comunisti, incendiarono e devastarono case del popolo e camere del lavoro. Non è secondario ricordare che tutte queste gesta furono condotte in nome della “nazione”, con tanto di tricolore che, di solito, veniva sventolato dai fascisti ed esposto dalle finestre delle camere del lavoro da loro distrutte.

2) Una volta diventato definitivamente un regime dittatoriale, il fascismo si guadagnò l’ammirazione di molti uomini di potere anche all’estero. Cosa che del resto successe anche per il regime nazista. Di quest’ultimo vale la pena di ricordare che i primi “ospiti” dei suoi campi di concentramento furono i militanti rivoluzionari, comunisti, sindacalisti e anarchici. Tutta gente, cioè, che la borghesia di tutto il mondo considerava come un nemico da sterminare.

3) La Seconda guerra mondiale fu una guerra imperialista come la Prima. Più precisamente ne fu il proseguimento. Quindi fu una guerra di rapina e di saccheggio fra briganti per spartirsi il mondo. Poco prima di essere assassinato, Trotsky scrisse: “Ogni tentativo di rappresentare la guerra attuale come un urto fra le idee di democrazia e di fascismo appartiene al regno della ciarlataneria o della stupidità”.

4) In questo quadro, quel fenomeno che viene oggi etichettato con l’unica definizione di Resistenza, ha molte componenti e sfaccettature. Da una parte si trattò del riposizionamento di parte della classe dirigente italiana, che da sostenitrice entusiasta del regime mussoliniano si trasformò in “antifascista”, in vista di una sicura vittoria degli alleati contro la Germania di Hitler. Dall’altra furono le condizioni di miseria e di precarietà che favorirono il diffondersi di una ostilità crescente contro il regime fascista, divenuto “repubblicano”, e contro l’esercito tedesco divenuto dopo l’8 settembre una forza d’occupazione. Gli scioperi delle grandi fabbriche del Nord nel 1943 e nel 1944 dimostrarono che nella classe operaia c’era la forza e la volontà di lottare. Grazie soprattutto agli stalinisti del PCI, questa forza fu incanalata nel sostegno alla “Liberazione” invece che essere diretta contro il sistema capitalistico e i suoi difensori di tutti gli orientamenti politici. Nonostante questo, le idee rivoluzionarie continuavano a circolare.

Spesso i lavoratori si spiegavano le direttive del partito comunista come astuzie per ingannare la borghesia o come una tattica che procedeva a tappe: prima sconfiggiamo il regime fascista e ci liberiamo degli occupanti e poi facciamo la rivoluzione socialista. Togliatti chiarì che la rivoluzione socialista non era per niente all’ordine del giorno. In ogni caso, nello stesso movimento partigiano, a dispetto delle direttive togliattiane, era molto diffusa l’idea che alla fine del regime fascista dovesse accompagnarsi una radicale trasformazione sociale nella direzione del socialismo e della fine del capitalismo.

Tutte queste speranze, tutte queste energie furono tradite dai dirigenti stalinisti del partito comunista e da quelli socialisti. Attraverso la retorica della Resistenza furono messi a tacere i contrasti di classe. Gli episodi delle città che insorsero e si liberarono dagli occupanti e dai fascisti prima dell’arrivo delle truppe anglo-americane vennero rapidamente utilizzati per accreditare un “riscatto nazionale” di cui i dirigenti italiani cercarono di servirsi nei tavoli di trattativa internazionali, per far dimenticare il loro precedente schieramento a fianco di Hitler.

La verità è sempre rivoluzionaria. Abbandonarsi ai miti e alla retorica ufficiale è come cadere sotto gli effetti di una droga. Il nostro antifascismo deve dirigersi contro gli odierni turpi rappresentanti del nazionalismo e della reazione. Contro i Salvini, Meloni, Berlusconi, ecc. ma anche contro tutti gli altri sostenitori del capitalismo, perchè proprio la storia del fascismo ci ha dimostrato che il capitalismo è capacissimo di servirsi di tutti i regimi per perpretare la propria esistenza e quando si sente minacciato non arretra davanti a nessun delitto e a nessuna atrocità.

L’Internazionale, 25 aprile 2020

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