Internazionale

Il nuovo partito anticapitalista (NPA), dieci anni dopo

Da “Lutte de classe” n° 202 – Settembre – ottobre 2019

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Poco più di dieci anni fa, nel 2008, dopo che Olivier Besancenot aveva ottenuto 1,5 milioni di voti (il 4,1%) alle elezioni presidenziali del 2007, i comitati d’iniziativa del Nuovo Partito Anticapitalista (NPA) lanciati dalla Lega Comunista Rivoluzionaria (LCR) attiravano migliaia di nuovi membri. Nel gennaio 2009, questi comitati si riunivano in congresso per fondare l’NPA, due giorni dopo lo scioglimento della LCR. La campagna per l’NPA e la sua fondazione sembrava allora un successo. La LCR, che rivendicava allora 3.200 membri, lasciava il posto ad un nuovo partito di 9.200 membri.

Ma negli anni successivi queste cifre furono quasi tutte in calo. Oggi l’NPA conta circa 2.000 membri, poco più della metà dei quali hanno partecipato ai voti per il suo quarto congresso, nel febbraio 2018. In questo congresso, per quanto si sappia, non è stata messa all’ordine del giorno nessuna valutazione di questa esperienza, né al livello politico né al livello organizzativo. Rimane il fatto che questi dieci anni di esistenza dell’NPA, così come l’analogo tentativo del Partito Comunista Internazionalista lambertista di diventare un partito ampio dopo aver abbandonato i suoi riferimenti politici (prima Partito dei lavoratori, poi Partito operaio indipendente), sono una lezione, almeno in negativo.

"Andare oltre" la LCR, una vecchia idea

Per molto tempo, la LCR ha cercato di ampliarsi politicamente. Negli anni ’80 e ’90, tutta la sua attività si era concentrata sulle associazioni (Attac, Ras l’Front, DAL, SOS racisme). L’attività politica della LCR era subordinata al "movimento sociale" formato da queste associazioni, di cui nessuna affermava di collocarsi nell’ambito del comunismo, né in quello della classe operaia. L’attività sindacale non era concepita in funzione dei lavoratori di base, bensì dei dirigenti sindacali, anche se questo significava partecipare attivamente alla creazione dei sindacati SUD (Sindacato Unitario Democratico). Sul piano politico, negli anni ’80 e ’90 l’accodarsi della LCR veniva giustificato in nome della "politica unitaria". Nel 2008 Alain Krivine l’aveva spiegato in questi termini: "La prospettiva di ampliarci è molto vecchia. Questo spiega perché abbiamo sempre avuto una pratica unitaria. Fino al 1995 non abbiamo quasi mai fatto una campagna elettorale per conto nostro. Abbiamo fatto la campagna di Juquin nel 1988, ritirando la mia candidatura per la sua (...). Abbiamo partecipato a tutti i possibili collettivi, ritirando i nostri candidati, o addirittura la nostra sigla" (1)

Lo scopo della LCR non era quindi quello di radicare le idee comuniste rivoluzionarie nella classe operaia, di innalzare una bandiera e di servirsene per conquistare un’influenza, ma di ampliarsi anche a costo di nascondere la propria bandiera, per poter toccare, raggiungere, l’ambiente militante a sinistra della sinistra, i militanti associativi, i dirigenti sindacali, andando sul loro stesso campo e risparmiando loro le critiche. Dalla fine degli anni ’80 in poi, da questo approccio codista derivava la volontà di partecipare alla ricomposizione della sinistra considerata come radicale, quella a sinistra del PS (Partito Socialista). Così, alle elezioni presidenziali del 1995, la LCR chiamò a votare in modo indifferenziato sia per Dominique Voynet (Verdi), per Robert Hue (PCF, Partito Comunista Francese) o per Arlette Laguiller (Lutte ouvrière).

Da questa politica "unitaria" nei confronti della sinistra cosiddetta radicale ma profondamente riformista, ciò che tra l’altro la LCR non negava, nacque il desiderio, dopo la caduta del muro di Berlino e sin dalla fine degli anni novanta, di togliere dal nome dell’organizzazione il riferimento al comunismo, un riferimento visto come un ostacolo all’inserimento della LCR nel processo di ricomposizione della sinistra radicale. Nel 1998, il congresso della LCR votò al 60% per cambiare nome. Non fu cambiato allora perché era necessaria una maggioranza dei due terzi. Fu solo dopo aver ottenuto più del 4% dei voti con la candidatura di Olivier Besancenot alle elezioni presidenziali del 2002 e del 2007 che la LCR come organizzazione ruppe ufficialmente con il trotskismo.

Il ragionamento dei suoi leader era questo: "Con la globalizzazione e i padroni che non si arrendono mai, le riforme in senso tradizionale non sono più possibili. Se la socialdemocrazia come forza riformatrice non vuole scomparire, deve quindi adattarsi a questa nuova situazione. Questo apre uno spazio per una nuova sinistra, radicalmente anticapitalista. Con il crollo del partito comunista, la situazione è quindi matura per la costruzione di un nuovo partito, che ovviamente non si chiamerà LCR. In breve, questa è la base del nostro pensiero" (2).

Con una sinistra discreditata dopo il passaggio al governo, con il PCF e il PS nel bel mezzo di un crollo elettorale, con una socialdemocrazia che non aveva più nulla da offrire e doveva fare un passo a destra, la LCR riteneva che ci fosse uno spazio da occupare. A suo avviso il fatto era confermato dai risultati elettorali dell’estrema sinistra e un nuovo partito "anticapitalista" poteva essere il perno, il centro di questa ricomposizione. La trasformazione della LCR in NPA nel 2009 era la conclusione di tutta questa politica.

L’NPA in concorrenza con le correnti riformiste

Lo spazio a cui si interessava la LCR, da lei definito "sinistra della sinistra", era quindi un obiettivo anche per i militanti riformisti. I risultati dell’estrema sinistra tra il 1995 e il 2007, superiori al 5% e arrivati addirittura al 10% nel 2002 (1,63 milioni di voti per Arlette Laguiller, di Lutte Ouvrière, e 1,21 milioni per Olivier Besancenot, della LCR), non risultavano da una radicalizzazione di parte dell’elettorato operaio. I candidati dell’estrema sinistra erano infatti gli unici a presentarsi contro i candidati del governo di sinistra. Il voto per loro era per l’elettorato di sinistra un modo di esprimere la sua diffidenza nei confronti di questi ultimi, pur rimanendo a sinistra.

Questi voti all’estrema sinistra furono utilizzati per penalizzare i partiti riformisti tradizionali, PS e PC, il che era certamente positivo e costituiva una certa manifestazione politica, ma non si spingeva oltre. Ci fu possibile verificarlo tramite incontri con questi elettori, in particolare le numerose riunioni organizzate dopo questi risultati nel 1995. Era sufficiente parlare con questi elettori per rendersi conto che, il più delle volte, questi voti non erano altro che voti di protesta che non esprimevano un’adesione alle idee rivoluzionarie. Bastò anche parlare con loro per verificare che non stava emergendo una nuova generazione di militanti in contrasto con i partiti tradizionali e suscettibili di evolvere verso idee comuniste rivoluzionarie. D’altro canto, era chiaro che una parte dell’elettorato di sinistra, pur rimanendo riformista, non si sentiva più rappresentata dai partiti tradizionali della sinistra.

Questa base elettorale poteva creare illusioni. La base politica su cui fu creato l’NPA, giustificando l’abbandono dei riferimenti al comunismo rivoluzionario, lo conferma a modo suo. L’abbandono di questi riferimenti era la condizione necessaria per riunire militanti di fatto riformisti, impressionati dai risultati elettorali di Olivier Besancenot e persino di Arlette Laguiller. In qualche modo, non erano questi militanti che andavano verso la LCR, ma la LCR che andava sul loro campo e si stava adattando a loro, aprendosi alle loro idee, poiché l’anticapitalismo era un termine abbastanza vago, che tutta una parte di questo ambiente poteva rivendicare.

Ma la LCR non fu l’unica organizzazione a considerare che il discredito del PS e del PC aveva creato uno spazio politico a sinistra di queste organizzazioni. Nel novembre 2008 Jean-Luc Mélenchon lasciò il Partito Socialista e creò il Partito di sinistra (Parti de gauche, PG) con cui voleva ricomporre la "sinistra della sinistra" organizzando i delusi della sinistra riformista tradizionale. Da parte di un ammiratore di Mitterrand come Jean-Luc Mélenchon, rimasto al centro del sistema politico per quasi trent’anni, dare l’illusione della novità era una bella scommessa.

Il Partito di sinistra e l’NPA si rivolgevano quindi alle stesse correnti, agli stessi militanti e, dal 2009, furono in concorrenza. Per le elezioni europee di quell’anno condussero delle trattative in vista di liste comuni ma, ciascuno pensando di prevalere sull’altro, si presentarono separatamente, con un leggero vantaggio per il nascente Fronte di Sinistra, alleanza del partito di Mélenchon e del PCF, che ottenne il 6,05%, mentre l’NPA otteneva il 4,88% dei voti. La crescita elettorale di Mélenchon, sostenuta dal PCF e dai suoi militanti, era almeno in parte dovuta alla conquista di quell’elettorato che, tra il 1995 e il 2007, aveva trovato solo il voto LO o LCR per esprimersi ma che, in sostanza, preferiva il riformismo rivendicato del Fronte di sinistra alle ambiguità dell’NPA, le cui origini trotskiste erano ancora evidenti, e al comunismo rivoluzionario affermato da Lutte ouvrière.

La concorrenza del Fronte di sinistra ebbe delle conseguenze per l’NPA. Il Fronte di sinistra di Mélenchon fu più efficace nella ricomposizione. Inoltre, nel marzo 2009, una prima corrente dell’NPA ne uscì per raggiungere la coalizione del Fronte di sinistra. Nel 2011 due altre correnti dell’NPA la seguirono e nel 2012, dopo lunghi dibattiti sull’opportunità o meno di abbandonare la campagna di Poutou (NPA) per unirsi a quella di Mélenchon, un intero flusso di militanti storici della LCR abbandonò l’NPA per raggiungere il Fronte di sinistra.

2018, il quarto congresso dell’NPA

Il calo del numero dei militanti NPA ne ha cambiato gli equilibri interni. Le tendenze convinte che la ricomposizione della "sinistra della sinistra" sarebbe passata in fin dei conti dal partito di Mélenchon si allontanarono una dopo l’altra, lasciando con i dirigenti storici del NPA varie correnti più o meno ostili a questa prospettiva di allargamento politico. Le scissioni e le uscite rafforzarono meccanicamente la sinistra del partito, lasciandolo sempre più diviso. Così il congresso del 2018 ha dato il 48% alla tendenza Besancenot-Krivine-Poutou, mentre altre sei correnti che si affermano comuniste rivoluzionarie (compresi i militanti della nostra corrente che hanno aderito alla prospettiva rappresentata dall’NPA o che vi hanno trovato rifugio) hanno raccolto una equivalente percentuale dei militanti che si sono espressi, il che ha dato l’immagine di un partito frammentato.

I dibattiti interni ruotavano intorno a tre problemi: lo stato delle relazioni tra le diverse correnti, l’atteggiamento da avere verso la sinistra della sinistra, e il tipo di partito da costruire. I leader storici, Alain Krivine, Olivier Besancenot e il candidato alla presidenza Philippe Poutou, erano questa volta uniti, con l’obiettivo di costruire una maggioranza. Sostenevano l’idea che l’NPA doveva avere una "politica di fronte unito" nei confronti della “Francia ribelle” (La France insoumise, LFI), il nuovo nome dato da Mélenchon al suo partito dopo la sua rottura con il PCF.

Léon Crémieux, un rappresentante di questa tendenza, ha dichiarato apertamente: "Mélenchon e La Francia ribelle si rivolgono agli stessi militanti del movimento sociale come noi. L’esigenza che dobbiamo portare, in particolare con le forze locali dell’NPA, è quella di costruire raggruppamenti militanti unitari, esprimendo nel contempo un orientamento diverso da quello di LFI". Si tratta di rivolgersi allo stesso ambiente di LFI ma senza scomparire, al contrario delle tendenze che avevano lasciato l’NPA, nella speranza di tornare ad essere il perno della ricomposizione. Nel 2017, questa politica si è espressa nelle elezioni legislative in cui, al primo turno, mentre la loro organizzazione chiamava ufficialmente a votare LO, i militanti locali dell’NPA sostenevano i candidati di LFI e del PCF e chiedevano addirittura di votare "per qualsiasi formazione a sinistra del PS" (3). Poi l’NPA chiese sistematicamente di votare per le formazioni presenti al secondo turno, come il PCF (4).

Tuttavia, le principali discussioni del Congresso del 2018 si sono concentrate su questioni interne. I dirigenti storici hanno detto di voler "ricostruire un contesto di fiducia tra militanti e farla finita con le pratiche settarie e le invettive". Ciò dà un’idea dell’atmosfera deleteria che esisteva tra le varie tendenze, quella che gli uni et gli altri riassumono come una crisi di leadership, criticando "le correnti che hanno un proprio finanziamento indipendente dal partito" e quelle “la cui attività è contraddittoria con l’attività del partito". Questo porta ad una constatazione: l’NPA ora è un’assemblea di frazioni più che un partito.

Dall’esterno, è difficile fare distinzioni. Ma l’immagine che dà delle sue relazioni interne dimostra che l’NPA non si inserisce nelle tradizioni del movimento operaio rivoluzionario, quelle che abbiamo ereditato da Lenin, dai bolscevichi e dall’Internazionale comunista, quelle di partiti comunisti rivoluzionari che sono strumenti di propaganda e una scuola per gli operai, che partecipano alla vita della classe operaia e a tutte le sue lotte, anche le più immediate: partiti che sono innanzitutto strumenti di lotta per la rivoluzione, strumenti che il proletariato deve utilizzare per strappare il potere politico alla borghesia. Tali partiti possono funzionare solo sulla base del centralismo democratico, con militanti dedicati alla causa del comunismo rivoluzionario, conquistati alle idee marxiste. Né l’NPA né la LCR si sono dati l’obiettivo di un partito costruito sulla fiducia reciproca, possibile solo tra militanti rivoluzionari organizzati per lo stesso scopo. Le fondamenta politiche dell’NPA sono infatti così larghe, consentono che sotto lo stesso tetto esistano così tante contraddizioni, che minacciano di paralizzare il tutto. Già il fatto che ogni frazione, ogni tendenza, faceva quello che voleva era una pratica in uso all’interno della LCR. Chiaramente questo uso raggiunge ora un suo parossismo.

All’interno dell’NPA, delle correnti minoritarie affermano di porsi sulla base del comunismo rivoluzionario e dicono di volere orientare il partito verso la classe operaia. Ma ciò che preoccupa di più i loro militanti è la lotta di frazione. Così l’attuale tendenza comunista rivoluzionaria (CCR, 10% dei voti nel 2018) fa apertamente parte e milita per un’organizzazione internazionale, la Frazione Trotskista - Quarta Internazionale (FT), diversa da quella dei dirigenti storici che provengono dalla LCR - il Segretariato unificato della Quarta Internazionale (SU), di cui l’NPA è, come partito, "osservatore". Il CCR, editore del sito internet Révolution permanente, considera l’NPA come un incubatoio che gli permette di esistere e reclutare. Se questa corrente rimprovera giustamente all’NPA il suo accodarsi nei confronti di LFI, si è comportata nello stesso modo durante le manifestazioni catalane per l’indipendenza all’inizio del 2018, quando ha adottato gli slogan indipendentisti della piccola borghesia catalana, pur rimproverando all’NPA di non aver criticato Puigdemont e altri dirigenti catalani come combattenti indipendentisti incoerenti. Un’altra corrente, Anticapitalismo e Rivoluzione (A & R, 12,5% dei voti), difende una politica detta di fronte sociale, che consiste nel riunire militanti e responsabili sindacali che contestano i dirigenti delle confederazioni e gareggiano con loro. È una politica di costruzione "dall’alto", che non è neanche questa una politica di radicamento delle idee comuniste rivoluzionarie nella classe operaia.

Altre due tendenze, Democrazia rivoluzionaria (DR) e la Scintilla (L’Étincelle), create da ex-militanti della nostra corrente, anche loro impressionati dai risultati dell’estrema sinistra al momento della svolta degli anni 2000, si sono unite nel 2018 e hanno ottenuto il 17% dei voti. Mentre entrambi dicono di volere orientare l’NPA verso il radicamento delle idee rivoluzionarie comuniste nella classe operaia odierna, hanno però due approcci diversi. DR è stata per più anni alla direzione dell’NPA e ha difeso e persino organizzato il tentativo di superare la LCR, in collaborazione con i suoi leader storici. L’Étincelle si preoccupa principalmente dello sviluppo della propria frazione all’interno dell’NPA e considera, come il CCR, l’NPA come un ambiente che gli permette di reclutare, un tetto comune che gli permette di esistere a costi minori. Queste tendenze costruiranno un partito comunista rivoluzionario così come affermano di averne l’ambizione? La loro posizione all’interno dell’NPA come frazione limita le loro possibilità. Queste frazioni potrebbero certamente conquistare una maggioranza più chiara all’interno dell’NPA. Dovrebbero comunque mettersi d’accordo.

Dopo le elezioni europee

Le contraddizioni interne dell’NPA si sono evidenziate prima, durante e dopo le elezioni europee. L’NPA non si è candidato, sostenendo che non disponeva di risorse finanziarie sufficienti. Un’organizzazione militante dovrebbe però trovare queste risorse quando lo ritiene necessario. Altre correnti politiche, esterne al movimento operaio, sono riuscite a candidarsi a queste elezioni con meno risorse dell’NPA, pur essendo meno conosciute. L’assenza dell’NPA alle elezioni europee va vista piuttosto come un riflesso delle sue divisioni interne, dell’incapacità di raggiungere un accordo tra le sue tendenze e di valutare le scelte politiche e organizzative che sono state fatte.

Questi disaccordi sono stati percepibili durante la campagna. Tutte le frazioni dell’NPA hanno in realtà fatto campagna a modo loro, con riunioni su temi a cui tenevano (contro le guerre e il militarismo, contro Macron e la fortezza Europa, contro l’austerità), ma non proprio nell’unanimità. Inoltre, mentre tre delle frazioni dell’NPA hanno ripreso il suo appello a votare LO, "nonostante le loro differenze significative", i dirigenti noti dell’NPA sono rimasti molto discreti su questo argomento. Un forum intitolato "Perché non chiameremo a votare LO alle elezioni europee", pubblicato il giorno prima delle elezioni nel L’Anticapitaliste (giornale dell’NPA), esplicita infatti la reticenza di una parte dell’NPA, dicendo che tale voto avrebbe bloccato l’NPA "in un faccia a faccia esclusivo e sterile" occultando "l’immagine radicale, unitaria e aperta dell’NPA, che gli può consentire di affermare di svolgere un ruolo utile". E non parliamo degli appelli di Besancenot, dopo le elezioni, all’unità alla base con la sinistra radicale per agire insieme, appelli che riportano ufficialmente l’NPA sulla sua linea storica.

Il Congresso di Lutte ouvrière ha affermato nel dicembre 20175: "Conquistare una frazione della classe operaia alle idee rivoluzionarie comuniste può essere raggiunto solo affermando in ogni momento l’esistenza di una corrente rivoluzionaria comunista e di una politica rivoluzionaria fondamentalmente diversa". Questo è il significato della nostra presenza sistematica alle elezioni, che sono delle battaglie politiche. La difesa delle idee comuniste rivoluzionarie in ogni momento è necessaria perché queste idee possano ritrovare la strada delle masse. Bisognerà certamente, affinché ciò avvenga, che il periodo cambi, che ci sia un ritorno all’offensiva da parte del movimento operaio. Ma riunire oggi coloro che sono consapevoli di queste idee e intervenire politicamente in tutta la classe operaia su queste basi è l’unico modo di preparare questo periodo. Di contro, abbandonare le idee comuniste rivoluzionarie nel tentativo di diventare un partito di massa non è certo il modo di orientarsi in questa direzione.

6 settembre 2019

(1) Intervista a Louis Weber, riportata in "Le Nouveau parti anticapitaliste, LCR-bis ou ouverture à tous les courants de l’autre gauche ?" Savoir/Agir 2008/3 (n. 5), pp. 123-134.

(2) Articoli online: "Due forum sul voto LO alle elezioni politiche", 7 giugno 2017.

(3) Articolo online di Sandra Demarcq, "La Francia ribelle e il PCF: sorrisi o resti di una sbornia?", 15 giugno 2017.

(4) "Per un Partito Comunista Rivoluzionario", Lotta di classe n. 25, febbraio 2018.


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