Internazionale
POLONIA

Karol Modzelewski (1937-2019), il percorso di un militante, ma per quale politica?

Da “Lutte de classe” n° 202 – Settembre – Ottobre 2019

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Con la morte di Karol Modzelewski il 28 aprile 2019, è scomparso un uomo che fu uno dei protagonisti dell’opposizione al regime che ha imperato in Polonia dal 1947 al 1989. In questa occasione è uscita la traduzione francese dell’autobiografia da lui pubblicata nel 2013, Abbiamo fatto galoppare la storia, confessioni di un cavaliere esausto (Éditions de la Maison des sciences de l’homme, 2019). Questo libro racconta, tra l’altro, quali furono le lotte, le aspirazioni dei giovani intellettuali che si ribellarono nella Polonia del dopoguerra, le aspirazioni dei burocrati, che erano sempre meno stalinisti e sempre più nazionalisti, e anche le aspirazioni dei lavoratori che periodicamente sfidavano questo regime in nome di un ideale socialista che il regime stava calpestando. In questo libro possiamo scoprire i contatti di questi giovani con le idee del marxismo rivoluzionario e con i militanti trotskisti.

Così si assiste dall’interno del sindacato Solidarność a quello che fu, nel 1980-1981, un periodo di intensa attività della classe operaia, la quale era diventata dal punto di vista collettivo, economico, l’elemento principale della lotta della popolazione contro un regime odiato, anche se essa non lo fu dal punto di vista politico, poiché nessuno glielo propose mai come obiettivo. Tutto questo chiarisce retrospettivamente qual’è stato il percorso di Modzelewski, le sue scelte e le politiche per le quali ha combattuto per trent’anni.

L’URSS stalinista e la Polonia dei burocrati

Per capire questi eventi e questo percorso militante, bisogna ricordare il contesto in cui si sono svolti: quello del "blocco orientale", un gruppo di paesi dell’Europa centrale e orientale che l’esercito sovietico aveva occupato nel 1944-1945 quando aveva respinto l’esercito di Hitler.

Alla fine della seconda guerra mondiale, alla Conferenza di Jalta, i futuri vincitori, ancora alleati per qualche tempo, Stati Uniti e Gran Bretagna da un lato ed Unione Sovietica dall’altro, si divisero l’Europa in zone di influenza. Ognuno nella propria area era responsabile del mantenimento dell’ordine: quello dell’imperialismo e quello della burocrazia stalinista. Nonostante tutto ciò che li opponeva, avevano sia l’uno che l’altro un interesse comune. Volevano ad ogni costo impedire che, come dopo il primo conflitto mondiale, la fine della guerra portasse ad una potente ondata di rivoluzioni operaie capace di scuotere il mondo. La minaccia era molto reale, in primo luogo nei paesi il cui debole apparato statale era stato distrutto o fagocitato dalla Germania nazista. Il vuoto statale che ne risultava poteva trasformarsi in un caos generalizzato.
Gli stati imperialisti e l’URSS di Stalin si preoccuparono quindi di ristabilire, anche prima della fine della guerra, un apparato statale capace di impedire ogni movimento della classe operaia. A tal fine, sia ad Est che ad Ovest, i vincitori formarono governi di unità nazionale riunendo partiti dall’estrema destra agli stalinisti, e soprattutto ricostruirono al più presto una forza di polizia e un esercito incaricati di mantenere l’ordine, riciclando a tutti i livelli dell’apparato statale i politici cechi, polacchi o ungheresi che avevano collaborato con i nazisti.

Scartato il pericolo operaio, innanzitutto grazie al ruolo svolto dai partiti stalinisti di tutta Europa come gendarmi del proletariato, il campo imperialista non ebbe più bisogno dell’aiuto del Cremlino e cominciò una politica mirante a combattere l’influenza sovietica: fu l’inizio della guerra fredda. Minacciata di perdere le sue posizioni strategiche in Europa, l’URSS reagì. La reazione fu tanto più brutale che, pur dominati dai cosiddetti partiti comunisti, i governi dell’Est erano sensibili alle pressioni degli Stati Uniti, alla promessa dei crediti del Piano Marshall per rilanciare la loro economia distrutta dalla guerra, un finanziamento che Mosca non poteva offrire loro. Da Varsavia a Budapest e Sofia, da Praga a Bucarest, il Cremlino eliminò dai governi gli elementi che gli erano più ostili, costrinse gli altri partiti a fondersi con i Partiti comunisti e installò i suoi uomini, in particolare quelli della sua polizia politica, ai posti di comando e di controllo. Così nacquero le "Democrazie popolari". La loro economia, già debole prima del 1939, era stata nazionalizzata alla fine della guerra dai governi borghesi nazionali, come lo era stata per esempio in Francia dallo stesso de Gaulle. Lo fu però su scala molto più larga, perché i capitalisti dell’Europa dell’Est, già ben pochi prima della guerra, erano stati espropriati dalla macchina bellica industriale tedesca, erano stati uccisi o erano scappati. In un certo senso, questi governi tenuti al guinzaglio da Mosca aggiunsero solo l’epiteto "socialista" a trasformazioni economiche in gran parte già avviate dai loro predecessori borghesi.

In Polonia, dove il giovane Modzelewski era cresciuto ed aveva studiato, c’era quindi un regime installato dall’esercito di Stalin. Il cosiddetto Partito comunista, il partito unico POUP (Partito operaio unificato di Polonia), lo dirigeva, contando sulle imprese statali e sullo sfruttamento della classe operaia, tanto più feroce che, in paesi dall’economia poco sviluppata, i ricchi del regime potevano contare solo su ciò che prendevano ai lavoratori per garantire i loro privilegi.

Questo Stato, la cui polizia reprimeva ogni tipo di opposizione, affermava di essere quello dei lavoratori. Ma la classe operaia non aveva nulla a che fare con la creazione di questo regime, fondato addirittura contro di essa! Lo dimostrò rapidamente affermandosi come la principale forza che si opponeva a questa dittatura, come lo verificarono a proprie spese i successivi gruppi dominanti durante i ripetuti e spesso violenti scontri con la classe operaia: nel 1956, 1970, 1980.

Dal marxismo al liberalismo

Modzelewski aveva 19 anni quando partecipò alle sue prime battaglie politiche. Nel 1956 vide la classe operaia sollevarsi a Poznan e, pochi mesi dopo, entrare in subbuglio in tutto il paese costringendo il regime ad alcune concessioni. Fu durante questi eventi che stabilì i primi contatti con i lavoratori in lotta.

In preda al panico per la minaccia di un’ampia rivolta operaia, i dirigenti del POUP erano in cerca di un nuovo dirigente che fosse in grado di riportare la calma sociale. Fu scelto Gomulka, un dirigente di stampo stalinista che era stato imprigionato per un certo tempo. Questo poteva rassicurare Mosca e l’apparato del partito, perché dare al governo un dirigente dall’immagine moderata poteva dare loro l’appoggio di una gran parte dell’intellighenzia contestatrice, quella dell’"ottobre polacco" e della "sinistra del 1956".

Più generalmente, gli ambienti di destra, i nazionalisti e i religiosi, sia all’interno che all’esterno dell’apparato statale, potevano essere grati a Gomulka per aver allentato un po’ il controllo sovietico, per aver posto fine alla collettivizzazione nelle campagne, per aver dato alla Chiesa cattolica e alla sua gerarchia uno status quasi ufficiale, per avere permesso loro di aprire case editrici, e poi delle università... Tutto questo "preservando l’integrità della nazione", tema che compare frequentemente nell’auto­biografia di Modzelewski, cioè evitando l’inter­vento dell’esercito del Cremlino, che in quello stesso tempo schiacciava nel sangue la rivolu­zione operaia in Ungheria.

Karol Modzelewski e il suo compagno e amico Jacek Kuron (1934-2004) avevano denunciato questo inganno del POUP che, approfittando della mobilitazione popolare e operaia, aveva rinnovato il suo gruppo dirigente senza cambiare nulla di fondamentale nei rapporti di dominazione sociale. Denunciando l’allineamento della "sinistra del 1956" allo staff di Gomulka - che lavorava per far cessare i disordini nelle fabbriche e neutralizzare i consigli dei lavoratori, che il governo aveva concesso nel 1956 per dare un contentino alla classe operaia -, Modzelewski e Kuron avevano intorno a loro un piccolo ambiente che condivideva le loro idee.

Nel 1957, raggiunsero il POUP, nella speranza di potere fare propaganda presso gli operai e gli studenti che spesso erano stati in prima linea nella protesta. Questa attività fu poi impossibile anche nell’Università, e furono espulsi dal partito e dall’associazione giovanile ufficiale, la ZMS. Modzelewski e Kuron decisero poi di far conoscere la loro "piattaforma ideologica" in una Lettera aperta al POUP. Scritta all’inizio del 1965, la sua pubblicazione fece un po’ di rumore, anche se la bezpieka (la polizia politica) sequestrò quasi tutte le copie. I suoi autori furono arrestati e condannati a tre anni e tre anni e mezzo di carcere nel luglio 1965. Tre veterani del movimento trotskista in Polonia, ai quali si erano rivolti per chiedere aiuto nel duplicare la Lettera, subirono poco dopo la stessa sorte.

In una lettera di protesta, lo storico anglo-polacco ed ex trotskista Isaac Deutscher interpellò Gomulka: "Non avete imprigionato e incatenato nessuno dei vostri troppi e virulenti oppositori anticomunisti, e meritate considerazione per la moderazione con cui li trattate. Ma perché rifiutate questo trattamento a coloro che vi criticano a sinistra?"

La risposta si trovava nella lettera, che faceva "una critica [del regime] in linguaggio marxista" e formulava un programma rivoluzionario di lotta per il socialismo che, rivolgendosi alla classe operaia, poneva l’obiettivo di rovesciare "il potere della burocrazia". "La rivoluzione, si leggeva, è essenziale per lo sviluppo della società. È anche inevitabile. Ma il suo sviluppo e i suoi risultati dipendono in primo luogo e soprattutto dal livello di preparazione dell’organizzazione e del programma della classe operaia".

Questo era esatto, e anche fondamentale per i rivoluzionari militanti nella classe operaia. Per questo motivo, quando in Francia Voix ouvrière (Voce operaia), antenata di Lutte ouvrière (Lotta operaia) ebbe conoscenza della Lettera, appena pubblicata dal Segretariato Unificato della Quarta Internazionale, accolse con favore la sua "posizione inequivocabile a favore della rivoluzione socialista", considerandola come "la prova che ci sono rivoluzionari dall’altra parte della cortina di ferro che si sono seriamente impegnati a dare al proletariato chiare prospettive di lotta" (Lutte de classe, n° 1, febbraio 1967). In questo articolo, pur interrogandoci sui possibili legami di Kuron e Modzelewski con particolari tendenze del movimento trotskista, criticavamo i "vuoti e difetti" nelle loro analisi e, più grave, il "modo nazionale di affrontare i problemi che è la debolezza fondamentale del testo", una prospettiva sbagliata in cui essi inquadravano il loro approccio politico e organizzativo.

Tale prospettiva nazionale sarebbe rimasta una costante nella loro politica successiva e avrebbe funto da ponte - in nome della difesa della società "polacca" o dello Stato "polacco" - tra la loro attività militante e quella delle forze apertamente filoborghesi.
Pochi anni dopo, deluso dalla sconfitta della protesta studentesca del marzo 1968 a Varsavia, poi dalla fine della primavera di Praga che l’esercito russo aveva schiacciato in agosto, Modzelewski scrisse: "Il mio ottimismo rivoluzionario si è esaurito". E, dopo, affermò di aver rinunciato all’"utopia" - cioè alla lotta rivoluzionaria del proletariato per il socialismo - preferendo obiettivi che non specifica, ma che sospettiamo ritenga più realistici.

Kuron seguì la stessa strada, come ha detto nelle sue Memorie: "Ho quindi ritenuto che fosse necessario smettere di essere marxista. Gli eventi del dicembre 1970, la grande rivolta operaia, erano appena iniziati. Ho pensato: tutto sta andando storto, ora smetto di essere marxista quando questa filosofia comincia a prendere forma". Modzelewski spiega che, come molti militanti di questa generazione, faceva parte degli "attori del marzo 1968 che sono passati dal marxismo al liberalismo".

Dirigenti "operai" che conducono la classe operaia alla sconfitta

Facendo una pausa militante, Modzelewski tornò al suo lavoro di storico e non raggiunse la lotta politica prima del 1980, quando venne creato il sindacato indipendente Solidarność, imposto al regime da milioni di lavoratori in sciopero. Modzelewski divenne il portavoce nazionale di Solidarność ed entrò a far parte dei suoi ambienti dirigenti. Lì incontrò Kuron che, dal 1976, si era battuto in seno al Comitato di difesa dei lavoratori (KOR), accanto ai sostenitori della libera impresa, del mercato e dell’instaurazione di uno Stato borghese "normale" (cioè non più soggetto alle deformazioni imposte dalla guerra fredda), tra cui molti avvocati, giornalisti e universitari del movimento clerico-nazionalista. Gli stessi si ritrovarono, affiancati dalle eminenze della Chiesa cattolica, come consiglieri di Lech Walesa, il dirigente dello sciopero del 1980 nei cantieri Lenin di Danzica, che divenne presidente di Solidarność, e quindi come ispiratori della politica dei dirigenti di questo sindacato che contava otto milioni di membri.

Su questa strada, Modzelewski racconta nella sua autobiografia che fu tra coloro che, durante i diciotto mesi di esistenza di Solidarność prima del divieto, consigliavano agli operai di temporeggiare di fronte al potere. Lo fa con alcune autocritiche, perché sa come è finita, sostenendo di essersi a volte opposto alle decisioni di Walesa, e di averle a volte attuate. Riconosce anche che sarebbe stato possibile rovesciare questo potere, poiché avevano mobilitato la stragrande maggioranza della popolazione dietro di loro, ma che avevano dovuto rinunciare ad andare in questa direzione perché c’era il rischio di un intervento dell’esercito del Cremlino. Tra l’altro Modzelewski, che si riferisce costantemente alla "polonità", alla "difesa dell’integrità della nazione" o allo "Stato polacco", ritiene positivo il fatto che lo stesso capo generale del governo e del partito Jaruzelski abbia avuto per mesi preoccupazioni nazionali, cercando di evitare a tutti i costi un intervento militare russo contro i lavoratori polacchi. Preferiva attuarlo lui stesso...

Tutto il resto si sa. Durante il periodo di esistenza legale di Solidarność, il regime, pur isolato, completamente screditato e indebolito, rimase in vantaggio perché era all’attacco. Fino a ché sferrò il colpo decisivo istituendo la legge marziale. Solidarność fu vietato, i suoi dirigenti e militanti imprigionati a migliaia, e tutto ciò demoralizzando la classe operaia per un lungo periodo.

A questo si arriva quando, anche in condizioni favorevoli, coloro che pretendono di guidare i lavoratori in lotta rinunciano in anticipo alla prospettiva di rovesciare il potere esistente per stabilire quello della classe operaia. Infatti il problema non era la classe operaia. Modzelewski dice ancora una volta nella sua autobiografia come per più di trent’anni essa ha combattuto la dittatura in nome di un futuro socialista, anche se coloro che l’hanno guidata hanno rinunciato a proporre un esito rivoluzionario.

Se c’è un paese in Europa dove il proletariato non ha praticamente mai smesso di confrontarsi con il potere nella seconda metà del XX secolo, è la Polonia. La storia non può essere riscritta, e questo non avrebbe senso. Ma è in tali circostanze che una piccola organizzazione rivoluzionaria avrebbe potuto e dovuto svolgere il suo ruolo presso il proletariato in lotta, un programma che era stato delineato con precisione nella Lettera del 1965. E si può immaginare quanto contagioso avrebbe potuto essere l’esempio di un proletariato polacco vittorioso nel "blocco orientale", dove milioni di lavoratori si trovavano di fronte a regimi e in condizioni di vita molto simili nei paesi confinanti con la Polonia.

Così non fu. Già nel 1989, ancor prima del crollo dell’URSS, sotto il "co-governo" di Jaruzelski e Walesa, i lavoratori polacchi pagarono un prezzo molto alto: con la demoralizzazione, i licen­ziamenti, la brutale perdita di potere d’acquisto; col piano Balcerowicz di svendita dell’economia nazionalizzata a beneficio degli squali del capita­lismo, specialmente stranieri; con l’istituzione di governi ultranazionalisti, reazionari e antioperai. Alla fine del suo libro, Modzelewski è dispia­ciuto, dicendo in sostanza che non è questo che lui voleva. Il risultato però è questo!

Avere una politica rivoluzionaria e un programma comunista da proporre

Nel numero di giugno-luglio 2019 di Inprecor, pubblicato dal Comitato Esecutivo della Quarta Internazionale, il nuovo nome del Segretariato unificato che ha pubblicato la Lettera alla fine del 1966, Jan Malewski, il suo caporedattore, ha scritto un articolo su Karol Modzelewski col titolo "Una vita di militanza per la fratellanza".

Certo, non ha l’ingenuità - o meglio l’ignoranza - dei redattori della "Tendenza Claire" del NPA, che ha salutato "un grandissimo comunista. Tanto di cappello" (L’Anticapitaliste, 29 aprile 2019). Questo mentre nella sua autobiografia, Modzelewski, che sa benissimo quale divario separa lo stalinismo dal comunismo - almeno lo avrebbe dovuto imparare dalla lettura di Trotsky - non solo rifiuta il termine comunista, ma spesso accoglie con favore la caduta del "sistema comunista", usando altre espressioni di questo tipo.

Da parte di un responsabile di una corrente che si dichiara trotskista, cosa può significare "militante per la fratellanza"? L’editore di un giornalino parrocchiale potrebbe dirlo. Ma si capisce che Malewski è imbarazzato perché colui di cui si ripercorre l’evoluzione non proprio gloriosa, è stato presentato per un intero periodo dalla tendenza internazionale di Malewski come vicino ad essa. Ne fu anche membro, secondo uno dei principali animatori del Segretariato unificato, Livio Maitan, che aveva conosciuto bene Modzelewski mentre quest’ultimo era in Italia con una borsa di studio.

A questo proposito, Malewski e Georges Dobbeleer, trotskista belga che tra il 1959 e il 1964 era stato in contatto con Modzelewski, che egli chiama "il mio compagno e amico" nella citata edizione di Inprecor, omettono un punto. Nelle sue Confessioni di un cavaliere esausto, quest’ultimo evoca questi contatti personali in modo distante, quando non mostra il suo disprezzo per il trotskismo in generale ("un piccolo residuo", scrive, p. 205). E si dedica addirittura alla calunnia contro i militanti polacchi che gli hanno fatto conoscere gli scritti di Trotsky e lo hanno aiutato tecnicamente, accusando questi veterani della lotta contro lo stalinismo - che lo avevano pagato a caro prezzo, uno di loro per un totale di diciotto anni di gulag - di aver collaborato con la bezpieka (pp. 201-207).

Quanto all’articolo di Malewski, che descrive la vita di Modzelewski cercando di non far arrabbiare troppo il lettore, si apre con un episodio che vuole essere edificante. "Per il capitalismo, non avrei scontato otto anni e mezzo di carcere, nemmeno un mese o una settimana", avrebbe detto Karol Modzelewski in una cerimonia per l’anniversario della fondazione del sindacato Solidarnosc, dopo aver sentito Lech Walesa, presidente del sindacato diventato presidente della Repubblica, dichiarare: "Abbiamo combattuto per il capitalismo e abbiamo vinto, ma non l’abbiamo detto, perché la gente non ci avrebbe capiti".

Questo dovrebbe fare di Modzelewski un fautore dell’anticapitalismo? Ciò conferma soprattutto quello che si sapeva della politica dei circoli cattolici, pro-capitalisti e nazionalisti di destra, a cui Walesa apparteneva in Polonia negli anni ’70 e ’80 - circoli a cui Modzelewski e Kuron erano stati associati alla guida di Solidarność e anche, per quest’ultimo, fin dai tempi del KOR. Quindi, se questa citazione è utile, è per sottolineare, dalla bocca di Walesa, che lo deplora, che quando i lavoratori combattevano, non lo facevano per il capitalismo.

E pone ancora un problema, soprattutto quando ne conosciamo l’esito, il vedere Georges Dobbeleer scrivere: "Ernest Mandel - uno dei leader dell’allora Segretariato Unito (SU) - fu molto soddisfatto del mio lavoro nel sostenere l’organizzazione del piccolo gruppo polacco a cui prevedeva un futuro molto efficace", anche se riconosce che nel 1962 Modzelewski gli aveva ripetuto "che non si considerava legato alla Quarta Internazionale". O quando si legge la prefazione ditirambica di Pierre Frank (allora leader principale del SU) nel marzo 1968 alla seconda edizione della "Lettera aperta al POUP", in cui la descrive senza riserve come "un programma di lotta antiburocratica per dare vita a uno Stato operaio democratico nella tradizione di Marx, Rosa Luxemburg, Lenin e Trotsky" o come "un importante contributo al programma di un partito rivoluzionario che fa propria la bandiera del marxismo rivoluzionario dell’otto­bre 1917". In questa prefazione non cita più nemmeno il disaccordo tra Kuron-Modzelewski e Trotsky sulla caratterizzazione storica della buro­crazia, disaccordo che aveva minimizzato all’e­stremo nel settembre 1966 scrivendo che era "una divergenza [....] più di natura terminologica che politica".

Nelle sue due prefazioni, Pierre Frank non trovò nulla di sbagliato nel ruolo positivo che Modzelewski e Kuron attribuivano alla burocrazia - quello di aver sviluppato l’industria in Polonia. E per un buon motivo: anche il SU giudicava positivamente la burocrazia dei paesi dell’Est, poiché era arrivato a chiamare stati operai questi stati costituiti contro la classe operaia! Quanto al fatto che gli autori della Lettera ragionavano in termini nazionali, conside­rando non la situazione della Polonia nell’ambito del dominio mondiale dell’imperialismo, ma la situazione mondiale sulla base della loro analisi della Polonia, il SU non ci trovava niente da ridire. Eppure non mancava di dare lezioni d’"internazionalismo", ma solo per affrontare ten­denze che osavano dubitare che la loro fosse la vera Internazionale che sosteneva di essere.
Naturalmente, tutto questo può sembrare un ricordo del passato. Soprattutto agli occhi di generazioni che non sanno cosa fossero i regimi dell’Europa orientale, frutto delle contraddizioni tra il dominio della borghesia mondiale e il peso della burocrazia sovietica che aveva presieduto alla creazione di questi stati. E chi si ricorda più degli scontri tra le forze che rappresentavano gli interessi del Cremlino, i sostenitori di uno Stato nazionale al di fuori del controllo russo, e la classe operaia, che spesso sembrava essere l’unica forza in grado di affrontare queste dittature?

Qui sta la questione. Questa classe operaia era ridotta a combattere da sola, senza un programma, senza un partito o dei militanti rivoluzionari che difendessero i suoi interessi politici e storici. E quando, come in Polonia nonostante tutte le difficoltà, sorsero giovani militanti che volevano rinnovare il programma e la costruzione di organizzazioni veramente comuniste, partiti che lottassero per la rivoluzione socialista mondiale, il fatto di esaminare il loro approccio e le loro posizioni in modo benevolo non era aiutarli a progredire su questa strada, perché questo toglieva in partenza ogni possibilità di aiutarli a correggere le loro carenze.

Non sorprende che il SU abbia fatto così in Polonia: questa tendenza ha sempre presentato la realtà con colori fuorvianti ma vantaggiosi, poiché le consentiva di accodarsi a Mao, Ben Bella, Guevara, Castro, Ho Chi Minh e altri, che non avevano nulla a che fare con la rivoluzione proletaria socialista, ma che erano di moda negli ambienti a cui il SU cercava di piacere: in generale quelli della piccola borghesia più o meno intellettuale.

Per quanto riguarda Kuron e Modzelewski, anche se il SU l’avesse voluto, forse non sarebbe stato in grado di conquistarli e formarli davvero. Ma notiamo che non ha nemmeno cercato di aiutarli a vedere le cose più chiaramente tramite la critica fraterna tra militanti della stessa causa. E poi, anche se è vero che dopo la loro Lettera ruppero rapidamente con la prospettiva rivoluzionaria, forse sarebbe stato possibile, sfruttando i legami con loro e il loro ambiente, sviluppare una critica delle loro idee e cercare così di conquistare altri giovani militanti alle idee trotskiste.

Comunque, il SU non l’ha fatto. Ha semplice­mente applaudito - e continua ad applaudire – dei militanti che non lo volevano nemmeno fare. Il paradosso è che se la fiducia nella capacità della classe operaia, e della sola classe operaia, a trasformare la società era assente dalla politica del SU al punto di qualificare come stati operai (deformati, certamente) quelle democrazie popolari costruite contro la classe operaia, invece i Modzelewski e Kuron, anche dopo la rottura con il marxismo, in un certo senso si fidavano della classe operaia. Continuavano a rivolgersi ad essa, non per trasformare la società in senso socialista, ma per utilizzare la forza collettiva del mondo del lavoro, per incatenarla al carro della trasformazione politica e sociale che voleva la borghesia, nazionale e globale. Non importa che alcuni Walesa perseguivano consapevolmente questo obiettivo, mentre altri no, come sostiene tardivamente Modzelewski - che tuttavia entrò nel Senato polacco dopo Jaruzelski, mentre Kuron divenne ministro di Walesa durante il periodo degli attacchi più violenti del governo della "nuova" Polonia contro la classe operaia.

Quindi, chiunque può volere "fare galoppare la storia", come scrive Modzelewski. Ma allora bisogna avere solide conoscenze di equitazione e, soprattutto, non montare il cavallo sbagliato, né ingannare coloro che ne stanno cercando uno. Avere del coraggio personale, saper entrare in contatto con i lavoratori, mantenere delle idee, come hanno fatto Modzelewski e Kuron, è certamente essenziale. Ma bisogna che queste idee siano quelle giuste, e avere da proporre ai militanti e alla classe operaia un programma tale che consenta loro di aumentare la loro consapevolezza e di avanzare sulla strada della rivoluzione operaia e comunista.

13 settembre 2019


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