Internazionale
Editoriale

Per una risposta operaia alle crisi aziendali

Varie turbolenze rendono incerta la durata del governo Conte bis. E non si tratta soltanto di eventi atmosferici, con alluvioni, esondazioni e crolli di ponti. Ci sono anche i guai giudiziari di Renzi, l’incognita delle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna, i contrasti interni ai Cinque stelle, le crisi aziendali come quella della ex ILVA di Taranto, e lo scontro sulla riforma del MES, il Meccanismo europeo di stabilità, che per tutto il 2019 è stato completamente ignorato e invece, nelle ultime settimane, ha alimentato una polemica al calor bianco, con Salvini e Meloni che, senza temere il ridicolo, accusano il Primo ministro di “alto tradimento” per aver “venduto l’Italia allo straniero”.
Di tutto questo teatrino, quello che realmente riguarda i lavoratori sono le crisi aziendali. Prendiamo la crisi delle acciaierie ex ILVA: la Arcelor Mittal aveva già formalizzato la sua volontà di riconsegnare alla gestione commissariale, quindi allo stato, il grande impianto pugliese, mentre segnali preoccupanti di smobilitazione arrivavano anche dagli impianti di Genova Cornigliano e di Novi Ligure. Si tratta, tra dipendenti diretti e indotto, di migliaia e migliaia di posti di lavoro in pericolo. Successivamente, la Arcelor Mittal è stata ricondotta al tavolo della trattativa con il governo.
Com’è noto, su questa crisi si sono esercitati tutti i partiti parlamentari, i governi gialloverde prima e giallorosso poi. Oltre a questo, hanno fatto sentire la loro voce i fornitori, che pare vantino crediti per 50 milioni, i mass-media, la Chiesa, la Magistratura. Quest’ultima, con un’indagine partita sia dalla procura di Milano che da quella di Taranto, ipotizzano ora una “distrazione di fondi” di circa 500 milioni oltre a varie frodi fiscali e turbative artificiose del mercato azionario.
È vero che ogni crisi aziendale è una storia a sé, ma c’è un nodo che le accomuna tutte ed è quello della difesa dei posti di lavoro. Questa è la vera priorità.
Fra le tante voci che si sono sentite in questi giorni una almeno si è distinta per chiarezza. Come hanno riportato le agenzie di stampa, il coordinatore delle rappresentanze sindacali dell’Arcelor Mittal di Genova ha detto, concludendo una riunione del consiglio di fabbrica dello stabilimento di Cornigliano: “Tutti devono sapere che il giorno che qui non ci sarà niente da fare noi faremo altro”. E, per rendere chiaro che non era un invito a coltivare hobby e passatempi, ha concluso: “Noi lavoratori non resteremo in mezzo ad un tritacarne che mette a rischio reddito e occupazione dei siderurgici genovesi e italiani. Al vergognoso balletto elettorale dei partiti in parlamento opporremo una lotta senza se e senza ma”.
Non sappiamo se la rappresentanza sindacale in questione dalle dichiarazioni passerà ai fatti. Queste parole, tuttavia, esprimono una linea di condotta che i rappresentanti dei lavoratori dovrebbero tenere in tutte le crisi aziendali. Una linea che, tra l’altro, potrebbe costituire il primo gradino di una risposta generalizzata, un riscatto operaio di fronte ai tanti colpi subìti in seguito a chiusure d’impianti e ristrutturazioni. Ma perché fino ad oggi questa risposta non c’è stata? Perché alla fine prevale, in ogni azienda, la speranza che qualche “autorità” tolga le castagne dal fuoco ai lavoratori? Perché non si fa strada e non si traduce in azione l’idea di mettere insieme le forze e di rivendicare tutele comuni a tutti gli operai e gli impiegati i cui posti di lavoro sono minacciati?
I sindacati non organizzano nessuna seria mobilitazione, nessun piano di lotte prolungato nel tempo. Questo fatto è vero, ma è la conseguenza di un altro fatto: la mancanza di una forza politica organizzata che rappresenti gli interessi collettivi della classe lavoratrice e sappia farli pesare nella società. Ciò che è assente, in altre parole, è la rappresentanza politica della classe che subisce più di tutti gli effetti delle crisi, delle chiusure e delle ristrutturazioni. In questo paradosso sta il nodo politico da sciogliere.
Ecco allora che la solidarietà doverosa nei confronti dei siderurgici, come nei confronti di tutti i lavoratori colpiti dalla crisi, non vale granché se non è accompagnata dalla lotta per la costruzione di un partito del proletariato.


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