Internazionale

Cinquant’anni fa: 1969, l ’"autunno caldo" della classe operaia

L’autunno del 1969 fu in Italia il culmine di un’ondata di lotte operaie, i cui primi segni si erano manifestati nei primi anni sessanta. I dirigenti sindacali dovettero impiegare tutte le loro energie per riuscire a limitare il movimento al solo terreno economico. Ci riuscirono, anche se in fondo le lotte di questo periodo erano una sfida alla società capitalista stessa.

Gli anni Cinquanta erano stati quelli del "miracolo economico" in Italia. Un miracolo che non aveva niente di divino. La spinta fu data dalla ricostruzione dell’economia europea danneggiata dalla guerra. I bassi salari italiani attiravano gli investimenti consentendo un forte aumento della produzione industriale concentrata nel nord del paese.

Tra il 1955 e il 1960, più di otto milioni e mezzo di persone emigrarono da sud a nord. A Torino e nei suoi sobborghi, la popolazione aumentò di quasi un milione di persone, mentre le infrastrutture e le case disponibili rimanevano indietro. Spesso giovanissimi, i lavoratori venuti dal sud scoprivano un altro mondo. Un operaio calabrese di 17 anni ricorda così il suo stupore per le strade pavimentate, le vetrine illuminate e i lampioni, concludendo: "Invece non mi trovavo spaesato nelle due stanze nel seminterrato dove la mia famiglia era stipata, senza acqua corrente né elettricità e con pezzi di cartone per chiudere la finestra ".

Ospitate male e pagate male, queste decine di migliaia di immigrati scoprivano nelle catene di produzione delle grandi fabbriche condizioni di lavoro ben poco avanzate. Assunto alla Fiat, che contava nelle sue fabbriche torinesi 70.000 dipendenti, lo stesso lavoratore calabrese descrive la sua officina come segue: "Nel reparto levigatura, eravamo sempre nell’acqua fino al ginocchio. Quando chiedevamo di andare in bagno, il capo rideva e ci diceva di aggiungere acqua sul posto. Eravamo trattati come animali”.

Il subbuglio degli anni sessanta

Queste centinaia di migliaia di giovani proletari, senza sindacato e senza tradizioni politiche, portavano nuove energie ai loro colleghi più anziani. Scoprirono, insieme alla ribellione contro le loro condizioni di vita e di lavoro, la forza che potevano costituire.

Nel giugno 1962, alla Fiat di Torino, uno sciopero coinvolse migliaia di lavoratori per il rinnovo del contratto collettivo. La direzione firmò un accordo bidone con due sindacati e decise la serrata. Ciò fece scoppiare la rabbia e provocò quattro giorni di scontri di piazza. I dirigenti sindacali erano sopraffatti dalla reazione dei lavoratori che un giornale descrisse come "immigrati arrivati di recente che urlano la loro rabbia in modo disordinato. La maggior parte dei 36 arrestati ha 20 anni, sono lavoratori della Fiat.”

Alcuni anni dopo, nell’aprile del 1968, mentre le manifestazioni studentesche erano in pieno sviluppo, un altro movimento fece scalpore. In Veneto, la cittadina di Valdagno viveva al ritmo delle decisioni della famiglia Marzotto, proprietaria di fabbriche tessili e praticamente di tutta la città, compresi negozi e alloggi. La statua del conte Marzotto, capostipite di questa dinastia, vigilava, eretta al centro della città ... fino a quando fu abbattuta durante uno sciopero operaio. Non si era mai visto cosa simile in questa città schiacciata dal paternalismo!

A Milano, due anni prima, durante uno sciopero nello stabilimento Siemens, gli scioperanti avevano formato un consiglio di fabbrica, prima esperienza di organizzazione dei lavoratori creata dalla base. Anche se scomparse dopo lo sciopero, questa prima esperienza mostrava la volontà di questi lavoratori di eleggere i propri rappresentanti per dirigere le loro lotte, e la loro diffidenza nei confronti degli apparati sindacali burocratici.

L’autunno inizia in primavera

Nella primavera del 1969 scoppiarono scioperi in centinaia di fabbriche, grandi e piccole, in tutta Italia. I lavoratori chiedevano salari e condizioni di lavoro migliori, ma anche la fine dell’autoritarismo e della repressione prevalenti in molte aziende. All’avanguardia c’erano le più grandi fabbriche, dove il loro numero dava fiducia agli operai, quali la Pirelli, la Siemens, la Fiat o la società chimica Montedison.

Per una parte degli operai, gli impiegati per esempio, era la prima esperienza di lotta. I padroni di settori prevalentemente femminili, come le fabbriche tessili e del cuoio in Toscana, fecero la dura esperienza che la docilità da loro attribuita alle donne diventava determinazione a lottare contro le ingiustizie, a cominciare dalle disuguaglianze salariali.

Con le sue decine di migliaia di lavoratori, Torino era la più grande concentrazione operaia del paese, nonché il simbolo della politica repressiva dei padroni e del governo. Divenne il centro delle lotte degli operai, che segnarono l’intero 1969, specialmente alla Fiat, di cui un lavoratore ha descritto così l’atmosfera della primavera: "Se uno di noi si fermava, tutti lo seguivano, e gli obiettivi di un reparto diventavano poi comuni a tutti: cambio di categoria, aumento di salari uguali per tutti, rifiuto di lavorare il sabato, ecc.".

I lavoratori sollevarono anche il problema della rappresentanza sindacale, limitata a pochi burocrati lontani dalla base. C’erano in tutto e per tutto i 18 delegati per i 40.000 lavoratori della fabbrica Fiat di Torino-Mirafiori.

La ribellione messa sotto controllo

Dopo un’estate segnata all’inizio di luglio da nuovi giorni di scontri nelle strade di Torino, le lotte ripresero a settembre, parallelamente ai negoziati per il rinnovo dei contratti. I sindacati sensibili al clima di contestazione radicalizzarono il loro discorso, moltiplicando gli appelli a giorni di sciopero, evitando al contempo che portassero a scioperi illimitati. Numerosissimi i lavoratori che vi partecipavano e le manifestazioni erano spesso accompagnate da scontri con la polizia e incidenti tra le direzioni e gli scioperanti.

Le dirigenze sindacali, e in particolare la CGIL legata al Partito Comunista, organizzavano i giorni di sciopero in funzione delle trattative sul contratto collettivo di ciascuna categoria, spezzando le lotte per averne il controllo. Mentre l’ascesa della combattività dei lavoratori diventava ogni giorno più evidente, riuscirono ad impedire che si potesse arrivare a un movimento generale della classe operaia, che avrebbe potuto trasformarsi in uno scontro politico con la borghesia.

Per quanto riguarda i padroni, all’inizio cercarono di intimidire i lavoratori aumentando le sanzioni contro gli scioperanti e i licenziamenti, poi capirono che si doveva fare alcune concessioni. Firmati da novembre, i nuovi contratti collettivi garantirono la settimana di 40 ore e aumenti salariali. Ma soprattutto, i padroni fecero concessioni agli apparati sindacali istituendoli interlocutori ufficiali nelle aziende. Riconoscevano quanto potevano essere utili per controllare i movimenti della classe operaia.

Le lotte dell’autunno caldo rimasero così limitate al terreno economico. Gli apparati sindacali furono rafforzati nel loro ruolo, ma la borghesia e i suoi apparati politici avevano avuto abbastanza paura della classe operaia per preparare una controffensiva. Il primo segnale fu il sanguinoso attentato di Piazza Fontana a Milano il 12 dicembre. Fomentato dall’estrema destra e da una parte dell’apparato statale, era il primo tentativo di una serie mirante a preparare l’opinione ad una svolta autoritaria a cui la classe operaia non era in alcun modo preparata.

L’affermazione del "Potere dei lavoratori", uno slogan ribadito con entusiasmo nelle manifestazioni più radicali dei lavoratori e degli studenti, dimostrava però che molti manifestanti di questo "autunno caldo" si aspettavano altro e speravano che si aprissero prospettive rivoluzionarie. Dal PC all’apparato sindacale, dal governo ai partiti e ai gruppi di estrema destra, tutte le forze politiche si sforzarono di scongiurare tale pericolo.

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