Internazionale
Algeria

Il movimento popolare di fronte alle manovre politiche

La situazione in Algeria è in continua evoluzione. Venerdì 5 luglio, nel giorno dell’Indipendenza dal dominio francese, si è avuta, stando a quello che sostengono molte fonti giornalistiche, la più grande mobilitazione di una serie iniziata a febbraio. Non solo ad Algeri, ma nelle più importanti città algerine la gente è scesa in piazza a decine di migliaia. Contro lo stato maggiore dell’esercito e contro il governo si è gridato: “Andatevene, liberate l’Algeria!”. Tra i manifestanti, c’era chi indossava una t-shirt con su scritto “liberate Bouregaa”. È il nome di un vecchio combattente della guerra d’indipendenza, incarcerato la domenica precedente per aver criticato il ruolo dell’esercito e del suo capo di stato maggiore: Gaid Salah.

In Algeria, il movimento popolare di protesta per liberarsi dal "sistema" è entrato nel suo quarto mese. Il 18 giugno, nella speranza di dividere il movimento su basi regionaliste e identitarie, Gaïd Salah, capo di stato maggiore dell’esercito, ha cercato di impedire la presenza di bandiere berbere nelle manifestazioni.

Il venerdì successivo, in tutto il paese manifestazioni massicce hanno risposto vigorosamente alla sua provocazione, cantando "Arabi e Cabili sono fratelli, Gaïd Salah è con i traditori". Ma la polizia ha confiscato le bandiere berbere, come simboli che minano l’unità della nazione. Da Orano a Setif e ad Algeri, almeno 18 persone sarebbero state arrestate.

Dal 22 febbraio, il fatto che nei cortei la bandiera berbera coesista senza problemi con la bandiera nazionale dimostra nella pratica l’unità di un movimento e il rifiuto di un potere che, dal 1962, ha coltivato le divisioni regionali e marginalizzato le popolazioni di lingua berbera. Per ora la manovra di Gaïd Salah è fallita, ma dimostra che lo stato maggiore, e con esso le classi dirigenti, è capace di usare tutti i mezzi per cercare di far uscire il regime dalla crisi politica aperta dalla protesta.

L’operazione mani pulite di Gaïd Salah, che avrebbe dovuto soddisfare le richieste dei manifestanti che prendevano di mira la "banda di ladri che saccheggiava il paese", non è bastata a fermare il movimento. Nelle scorse settimane, la prigione di El Harrach ad est di Algeri è diventata una prigione VIP. Accoglie due ex primi ministri, ricchi uomini d’affari come Ali Haddad, l’ex presidente del “Forum” degli imprenditori d’Algeria, il miliardario Issad Rebrab o Mahieddine Tahkout, proprietario di uno stabilimento di assemblaggio auto Hyundai, vicino al presidente deposto.

Sembra che l’incarcerazione di Ouyahia, l’ex Primo Ministro, sia stata accolta con gioia dai lavoratori e dalle classi popolari che lo odiavano. Non hanno dimenticato la sua politica di austerità o il suo disprezzo, specialmente il suo disprezzo per gli harragas, quei giovani che partono sui barconi in cerca di una vita migliore.

Dopo essersi presentato alternativamente come protettore del movimento, arbitro e giustiziere, Gaïd Salah ha anche fatto ricorso alla forza e alle intimidazioni contro i manifestanti. Costretto sotto la pressione popolare a rinviare le elezioni presidenziali del 4 luglio, egli intende imporre quella che definisce una transizione democratica. Chiede alle personalità politiche di impegnarsi in un dialogo per far uscire il paese dalla crisi politica, cioè per fermare il movimento.

Sabato 15 giugno, una conferenza nazionale che riuniva associazioni, sindacati autonomi, collettivi e personalità definiti "società civile" avrebbe dovuto offrire una prospettiva all’Hirak (“il movimento” in arabo). Ne è scaturito un testo comune per andare verso una nuova repubblica. Questa conferenza chiede all’esercito di appoggiare la transizione democratica che propone. Inoltre, vari partiti hanno proposto un’alternativa democratica che dovrebbe incarnare una prospettiva di rottura con il sistema, tra l’altro tramite l’elezione di un’assemblea costituente.

Dopo quattro mesi di mobilitazione, alcuni esponenti del regime sono stati deposti, ma il sistema è ancora lì, soprattutto l’apparato militare che è l’ultimo baluardo per gli interessi delle classi dirigenti. Finora i vertici dell’esercito non hanno scelto di ricorrere alla repressione brutale, ma questo non può essere escluso. La feroce repressione che ha colpito il movimento popolare in Sudan è un avvertimento. Nessun cambiamento duraturo, nessuna rottura con il sistema può avvenire senza che le masse mobilitate e coscienti agiscano per conquistare la benevolenza dei soldati della base.

Quale sarà la scelta di Gaïd Salah? Cercherà ancora di rinviare le elezioni presidenziali in attesa del ritorno del movimento? Risponderà all’appello di questa conferenza nazionale? In entrambi i casi, il potere politico che ne risulterà mirerà ad assicurare la successione di Bouteflika senza cambiare nulla di fondamentale per la borghesia algerina.

Non c’è nulla da aspettarsi da un dialogo con uno stato maggiore che si adopera costantemente per rimettere in riga i lavoratori e le classi popolari ed è pronto se necessario a schiacciarli. Per difendere le loro aspirazioni a vivere nella libertà e nella dignità, i lavoratori dovranno affidarsi esclusivamente alla loro coscienza, alla loro mobilitazione e alla loro organizzazione.

Leïla Wahda


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