Internazionale
Algeria

Contro il sistema, una mobilitazione popolare vasta e determinata

Da “Lutte de classe” n°199 – Maggio 2019

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Il 10 febbraio, in assenza di un candidato che potesse trovare un consenso tra i vari clan al potere, Abdelaziz Bouteflika, al potere da 20 anni, muto e invalido dal 2013, ha annunciato di essere in corsa per il quinto mandato. Martedì 2 aprile si è dimesso. Questo è stato il risultato dell’enorme pressione esercitata per sei settimane dal popolo algerino. Vissuto come l’ennesima umiliazione, il quinto mandato ha innescato un potente movimento popolare di dimensioni senza precedenti in Algeria. Settimana dopo settimana, in risposta a tutte le manovre del governo, il movimento si è trasformato in una contestazione all’intero sistema politico e anche per quanto riguarda molti aspetti sociali.

L’11 marzo, Bouteflika ha rinunciato al quinto mandato e ha annunciato il rinvio delle elezioni. I manifestanti, sempre più numerosi, hanno rifiutato questa proroga del quarto mandato. Ouyahia, l’odiato primo ministro, è stato sostituito da Bedoui, l’ex ministro degli Interni, anche lui immediatamente respinto perché visto dai manifestanti come uomo del "sistema".

Di fronte alla protesta, i partiti al potere si sono spaccati e dilaniati a vicenda, come è avvenuto con i leader dell’FLN e dell’RND che hanno fatto cadere Bouteflika. Il 26 marzo, per trovare una via d’uscita dalla crisi politica, Gaïd Salah, capo di Stato Maggiore dell’esercito, ha ritirato il suo sostegno. Ha proposto di attivare l’articolo 102 della Costituzione che consente la destituzione del Presidente in caso di incapacità. Si voleva dichiarare Bouteflika inabile..... a sei anni da un ictus che lo aveva reso incapace di parlare. La mossa è stata massicciamente denunciata da milioni di algerini nelle manifestazioni successive.

Ora vengono respinte anche “le 3 B", i tre uomini scelti per organizzare la transizione sotto l’egida di Gaïd Salah: Bensalah, il presidente ad interim che guida il Senato da 22 anni, Bedoui, primo ministro, e Belaiz, presidente del Consiglio costituzionale. Sono tutti vecchi e fedeli servitori del sistema. Dopo lo slogan "Eliminazione del sistema! ", quello più ripreso è diventato: "Che se ne vadano tutti! ».

Una mobilitazione massiccia e popolare

Da più di un anno, giovani dei quartieri popolari riuniti negli stadi, organizzati nei club dei tifosi, manifestano il proprio disprezzo per il potere e denunciano la mancanza di un futuro per se stessi. Come ha detto uno di loro: "Volevano tenerci lontani dalla politica chiudendoci negli stadi ed è stato allora che ci siamo politicizzati". La loro canzone, "La casa del Mouradia", è diventata uno degli inni della rivolta.

Questa gioventù, sfidando il divieto di manifestare ad Algeri, è in prima linea nella protesta sin da venerdì 22 febbraio. Con le sue manifestazioni pacifiche, la determinazione e l’entusiasmo, essa è riuscita a conquistare il rispetto dei più anziani e a coinvolgerli in un momento in cui molti esitavano ed erano sensibili alle minacce di guerra civile ventilate dal governo.

Le manifestazioni del venerdì sono diventate un punto di forza. In esse, sempre più sperimentate e ben organizzate, i manifestanti preparano cartelli e striscioni, i cui slogan riprendono i temi d’attualità e rispondono alle manovre del potere. Se l’ironia e l’umorismo sono presenti, è pur vero che i manifestanti si preoccupano soprattutto di preservare l’unità e la forza del loro movimento, assicurando il rispetto reciproco al suo interno. Innanzitutto, vogliono essere ascoltati. Così, quando il 22 marzo erano comparse le vuvuzuelas nei cortei, coprendo gli slogan dei manifestanti, nella settimana successiva i commenti sui social network invitavano i partecipanti a lasciarle a casa e il 29 marzo ad Algeri non ce n’erano già quasi più.
La presenza delle donne nei cortei è un supporto inestimabile per il movimento. Esse, vittime di molestie quotidiane, scoprono nelle manifestazioni una fraternità tra uomini e donne inimmaginabile fino ad oggi. Nonostante la folla e la promiscuità, gli allungamenti delle mani e le parole fuori posto sono state marginali. Le donne si stanno affermando, anche se non sono scomparsi né il conservatorismo né coloro che vorrebbero segregarle e metterle a tacere.

Le donne devono così far fronte a chi dice loro: "siamo lì contro il sistema, ma per le donne si vedrà più tardi". Le donne però vogliono combattere questo sistema come gli uomini, e pertanto si rifiutano, giustamente, di rimanere in silenzio in nome dell’unità per il futuro dell’Algeria. Sono in molte a dire che non vogliono rivivere il destino delle loro progenitrici, che avevano combattuto il colonialismo francese durante la guerra d’indipendenza, e poi, nel 1962, si erano ritrovate relegate nelle loro cucine. Per non parlare della pressione delle correnti islamiste che le prese di mira durante il decennio nero.

Una richiesta di libertà che abbraccia tutti gli strati sociali

Il quinto mandato di Bouteflika ha avuto l’opposizione unanime, riunendo generazioni, uomini e donne, scolari e studenti in tutte le regioni del paese. Tutte le categorie sociali si sono espresse a favore di una "Algeria libera e democratica". Ognuno ha le sue ragioni per opporsi al "sistema".

È il caso di giudici e avvocati, che ritengono di non vivere in uno stato di diritto. Vorrebbero poter esercitare la giustizia con maggiore flessibilità e senza pressioni da parte di funzionari o alti dignitari, che impongono la loro legge con una semplice telefonata. Lo dimostra lo scandalo scoppiato all’inizio di marzo a Tipaza. Un giudice istruttore ha poi rivelato e denunciato le pressioni esercitate da un generale della gendarmeria e da sua moglie, presidente della Corte d’appello di Tipaza, per concedere la libertà provvisoria ad un corrotto importatore di componenti elettrici. Analogamente, molti giornalisti vorrebbero poter svolgere il proprio lavoro senza censura o minacce di arresto. Quelli della radio e della televisione pubblica si sono opposti alla loro direzione, che non trasmetteva alcuna informazione o immagine sul movimento mentre milioni di persone sfilavano nelle strade!

Dal canto loro, uomini d’affari, piccoli e grandi padroni vogliono più libertà nelle loro attività, poiché alcuni di questi ritengono di essere stati danneggiati a scapito di quelli favorevoli al regime, come Ali Haddad, l’ex leader del FCE - la confederazione padronale - che Gaïd Salah ha infine sacrificato alla rabbia popolare, facendolo arrestare al confine tunisino mentre tentava di lasciare l’Algeria.

Il miliardario Issad Rebrab è il simbolo di questa opposizione liberale. Già professore di contabilità a Tizi-Ouzou, ha fatto fortuna grazie al monopolio ottenuto per l’import-export di zucchero e olio durante gli anni di Bouteflika. Successivamente, ha esteso le sue attività all’industria, all’edilizia, alla stampa e agli elettrodomestici. Dopo aver beneficiato dei favori del regime, ora egli sostiene di essere stato danneggiato da quest’ultimo, accusandolo di aver bloccato i suoi progetti e affermando con sicumera che gli è così impedito di creare 100.000 posti di lavoro in Bejaia. Da quasi due anni ormai, ogni giorno, i quotidiani El Watan e Liberté pubblicano in prima pagina un inserto che mostra il numero di giorni in cui i progetti di Rebrab sono stati bloccati. L’opposizione liberale che costui incarna è stata in grado di attrarre anche un certo numero di lavoratori che ritengono sincero il desiderio di Rebrab di sviluppare il paese e creare posti di lavoro.

Un Rebrab si oppone al sistema solo perché vorrebbe avere un migliore accesso alla mangiatoia dello Stato e alle sue decisioni. Egli esige la libertà per la propria attività, ma nelle sue fabbriche i lavoratori non hanno diritti. E’ stato intransigente con coloro che hanno fatto sciopero e hanno cercato di creare un sindacato. Il 10 marzo, in nome della disobbedienza civile contro il 5° mandato, Rebrab ha permesso ai suoi dipendenti di interrompere il lavoro, ma non appena Bouteflika ha annunciato le sue dimissioni, ha minacciato coloro che volevano dare continuità al movimento. Questo miliardario che si vanta di essere un democratico ha accumulato una fortuna di 3,7 miliardi di dollari solo mediante lo sfruttamento feroce dei suoi lavoratori ed il saccheggio delle casse statali.

L’Algeria libera e democratica a cui aspirano i lavoratori e gli strati popolari ha connotati opposti a quelli desiderati da un Rebrab. Le classi lavoratrici denunciano un sistema che li condanna alla precarietà, alla "mal-vie", -"la vita difficile"- e che offre pochissime prospettive ad un giovane anche se formato e qualificato. Tra gli slogan che essi scandiscono, vi è "Algeria libera!", negano qualsiasi legittimità storica ai leader dell’FLN, che definiscono "bande di ladri" che hanno svenduto le ricchezze del paese ad affaristi e a multinazionali.

Mentre i privilegiati hanno i loro conti bancari ben forniti in valuta estera e depositati in Francia o in Svizzera, le classi lavoratrici non accettano più di essere povere in un paese ricco. Non accettano più che le loro lingue popolari, ad esempio il cabile, l’arabo dialettale e il darija, siano disprezzate. Non accettano più le divisioni che il governo ha creato tra le popolazioni di lingua araba e berbera, come dimostra il mix di bandiere, Amazigh e nazionali, che vediamo nelle manifestazioni in Cabilia e ad Algeri.

Dal 22 febbraio, i milioni di algerini che hanno partecipato alle marce del venerdì si sono aggiudicati il diritto di esprimersi nello spazio pubblico, il diritto di discutere, confrontarsi e scambiarsi le opinioni su ogni tema. Tutta la rabbia fuoriesce e si esprime. È quella delle persone con disabilità, degli architetti che si ritrovano disoccupati con la chiusura di importanti cantieri, o persino degli animalisti che sono presenti per denunciare la sorte riservata a cani e gatti randagi. È anche la rabbia di ricercatori, impiegati comunali, studenti, insegnanti, personale dell’esercito in pensione bistrattati dalle autorità, avvocati, ufficiali giudiziari, agricoltori e lavoratori agricoli...., di famiglie di vittime della guerra civile che vogliono che i carnefici siano processati. Come accade in ogni grande movimento popolare, è tutto ciò che è stato sepolto a riemergere.

I lavoratori nella mobilitazione

Qual è stata la partecipazione al movimento della classe operaia in quanto tale? In che misura, ad esempio, essa ha risposto alle richieste di sciopero sulla rete? È molto difficile avere una visione d’insieme della situazione perché i media ignorano e censurano queste informazioni. In ogni caso, è certo che i lavoratori hanno partecipato massicciamente alle manifestazioni. Per loro si tratta di esprimere la loro opposizione ad un sistema che per anni li ha privati di una vita dignitosa, che ha portato a piani di austerità e che ha imposto loro la precarietà e, allo stesso tempo, ha fatto molti regali ai padroni del settore privato. Per quanto riguarda il settore pubblico, il "sistema" si concreta tramite quei dirigenti che ottengono il loro incarico attraverso i rapporti con qualche wali (prefetto) o la protezione di qualcuno in alto loco.

Tuttavia, le rivendicazioni contro l’ingiustizia sociale, la povertà e la "mal vie" sono per ora rimaste in secondo piano all’interno del movimento. Molti lavoratori accettano l’idea che cambiare il sistema politico sia una priorità e che le istanze sociali dovranno essere avanzate in seguito. Allo stesso tempo, però, in alcune aziende, il clima di protesta e il successo delle manifestazioni del venerdì ripristinano il morale e incoraggiano i lavoratori a presentare, a livello locale, le loro richieste di salario, occupazione e condizioni di lavoro. In ogni caso, esse sono al centro delle discussioni in molte manifestazioni operaie.

Ad Orano, ad esempio, i lavoratori dell’acciaieria privata algerino-turca Tosyali, che occupa 3500 lavoratori, di cui 800 turchi, sono scesi in sciopero per la loro "stabilizzazione", cioè per avere un contratto a tempo indeterminato. Potrebbero essere stati incoraggiati dalla vittoria dei 1100 impiegati comunali della città che, dopo un mese di sciopero, hanno ottenuto la promessa di contratti a tempo indeterminato.

Le condizioni di lavoro nel settore pubblico sono molto diverse da quelle esistenti nel settore privato. Il settore pubblico comprende dipendenti pubblici di varie amministrazioni, insegnanti, dipendenti delle ferrovie (SNTF), dei trasporti urbani, delle imprese nazionali di idrocarburi e di lavori pubblici in cui sono presenti sindacati autonomi che hanno diffuso gli appelli allo sciopero. In varia misura, insegnanti, postini, lavoratori del gas, portuali, impiegati delle varie amministrazioni hanno risposto a questi appelli, talvolta manifestando in cortei di massa come è avvenuto giovedì 11 aprile a Bejaia, dove migliaia di lavoratori pubblici hanno manifestato contro Bensalah.

Nonostante le privatizzazioni, le aziende pubbliche di produzione nei settori del tessile, dell’automobile, degli elettrodomestici, della ceramica, etc. sono ancora numerose. I salari sono piuttosto bassi, ma i lavoratori più anziani sono assunti a tempo indeterminato, mentre quelli di più recente assunzione sono a tempo determinato. Solo il sindacato UGTA è presente e il più delle volte i delegati sono più dei gestori di aiuti sociali che non organizzatori della lotta. Per esempio, durante uno sciopero di tre giorni del settore pubblico indetto sulla rete, le operaie di un’azienda tessile della regione di Bejaia hanno scioperato senza che ci fosse un appello dei delegati UGTA. Il giorno dopo, il direttore ha invitato tutte le lavoratrici a riprendere il lavoro, minacciandole di sanzione. La maggioranza lo ha accettato. A quel punto, le lavoratrici hanno dovuto fare pressione per ottenere il diritto di scioperare durante due giorni non consecutivi.

Nel corso del movimento, dopo di avere scioperato i lavoratori dei porti di Algeri e Bejaia hanno ottenuto un aumento del 26%. Anche la Naftal, l’unica azienda distributrice di carburante, ha dovuto concedere aumenti ai propri dipendenti. In un’altra azienda tessile, le lavoratrici che rivendicavano un premio sono state ricevute in modo odioso dal direttore. Hanno risposto: "Non vuoi darci il premio, va bene. Ora quello che vogliamo è la tua testa! Direttore, vattene! ». Hanno vinto, il dirigente è stato costretto alle dimissioni.

Nel settore privato, in assenza di tradizioni di lotta, le reazioni sono state meno numerose. Tuttavia, ad esempio nella zona industriale di Rouiba vicino ad Algeri, i lavoratori di diverse aziende agroalimentari come Ramy, Pepsi-Cola, Coca-Cola o LU hanno aderito allo sciopero generale nonostante la pressione dei padroni. In queste aziende private, nazionali o internazionali, la precarietà è generale e i lavoratori non hanno diritti. In nome dello sviluppo nazionale, l’UGTA, per non dare fastidio ai padroni ha sempre rifiutato di creare sindacati. Alcune di queste aziende private sono d’altra parte ex aziende pubbliche acquisite da personaggi vicini al governo, dignitari FLN, funzionari..., o sono aziende dipendenti da una multinazionale, ma anch’esse gestite da costoro. È il caso di Ali Haddad, l’ex capo del FCE recentemente caduto in disgrazia, rivenditore di veicoli Astra, e di Tahkout, i cui impianti a Tiaret assemblano veicoli Hyundai. Essi sono odiati per aver costruito molto rapidamente le loro fortune sotto la protezione delle autorità, e sono stati denunciati nelle manifestazioni. Gaïd Salah, per avere il favore dei lavoratori, non ha esitato a sacrificare questi personaggi, tra l’altro impedendo a Haddad di lasciare il territorio. Tuttavia, non è stato incolpato per appropriazione indebita o per arricchimento sospetto, ma solo perché era in possesso di un passaporto britannico e portava con sé 5000 euro!
I lavoratori di SNVI, azienda pubblica che produce camion e mezzi pesanti come parte della società SONACOM, criticano il governo per aver dismesso il settore industriale pubblico a beneficio di multinazionali e ricchi uomini d’affari algerini come Haddad o Tahkout. Essi Incolpano il leader dell’UGTA Sidi Saïd e i dirigenti sindacali locali per essere stati complici di questa svendita.

La SNVI è un’azienda di punta che tutti i lavoratori della grande area industriale di Rouïba guardano con interesse nonostante la drastica riduzione della forza lavoro. Il governo ha cercato più volte di sbarazzarsene, ma i lavoratori hanno resistito e dato vita a ripetuti scioperi. Sono stati tra i più mobilitati nella protesta popolare e vogliono cacciare Sidi Saïd.

Questo desiderio è ora condiviso dai lavoratori di molte aziende. Sidi Saïd ha annunciato, senza vergognarsene, di sostenere il movimento popolare. Ora, per calmare la protesta contro di lui, ha annunciato che non si ricandiderà alla guida dell’UGTA al prossimo congresso.

Il sistema, difensore dell’ordine sociale borghese

Fino a che punto può essere soddisfatta l’aspirazione espressa nello slogan "fuori il sistema"? Questo slogan riassume in modo confuso il desiderio di vivere liberamente e di godere di veri diritti democratici, mentre il malcontento sociale rimane sullo sfondo. Per la stragrande maggioranza dei lavoratori, sembra che "ripulire il sistema" sia un prerequisito, e solo dopo, essi affermano, "ci occuperemo delle condizioni di vita e dei salari". In sostanza, tendono ad attribuire solo ad un gruppo di politici la responsabilità degli sprechi e della vita difficile.

Di fronte a questa mobilitazione, il governo continua a sviluppare una serie di manovre. L’ultima, e cioè l’appello per delle elezioni presidenziali il 4 luglio, avrà successo? L’ampiezza delle manifestazioni di venerdi 12 aprile e di quelle successive ha dimostrato un rifiuto assoluto di Bensalah e Gaïd Salah e del rifaciimento democratico di facciata che i fedeli del clan Bouteflika vorrebbero realizzare.
Queste elezioni avranno luogo? Se la mobilitazione continuerà, l’esercito sarà tentato da un colpo di forza per mettere a tacere la protesta? Finora non è stata la sua scelta di fronte a un movimento di questa portata. Nondimeno, ciò non è da escludere.
Sin dalla nomina di Bensalah a presidente ad interim, il primo ministro Bedoui ha vietato le dimostrazioni nei giorni feriali, ha fatto arresti ed ha utilizzato cannoni ad acqua e gas lacrimogeni contro gli studenti martedì 9 e venerdì 12 aprile nella sola Algeri. Sta cercando di recuperare il terreno perduto dal 22 febbraio per imporre il suo processo elettorale, nel quale i candidati hanno iniziato a farsi conoscere. È il caso dell’ex ufficiale Ali Ghediri e dell’ex primo ministro, ma per tutti coloro che aspirano al cambiamento non sono candidati credibili. Ce ne saranno altri? Per ora, lo Stato maggiore dell’esercito, screditato in particolare dagli scandali di corruzione, non ha al suo interno uomini capaci di dare l’illusione di una transizione democratica. Non è certamente impossibile che altri militari, meno compromessi, possano emergere nel prossimo futuro in risposta ad uno degli slogan più ripetuti dei manifestanti "esercito, popolo, fratelli, fratelli". Ma ancora non siamo a quel punto.

Da parte sua, l’ex avvocato e portavoce della Lega per i diritti umani Bouchachi, dopo aver elogiato il ruolo di Gaîd Salah nelle dimissioni di Bouteflika, si oppone alle elezioni del 4 luglio. Il suo nome sta circolando come possibile garante di una vera transizione democratica. Gode di una certa popolarità nella piccola borghesia e presso i giovani studenti e potrebbe cercare di servirsene. Un altro, Karim Tabbou, ex membro dell’FFS che si presenta come un uomo nuovo e giovane, si vedrebbe adatto ad interpretare questo ruolo. Anche le correnti islamiste potrebbero farsi avanti, ma per ora, nonostante la religiosità ancora molto diffusa, il movimento non sta affatto spingendo nella loro direzione. Ma sono una forza organizzata che può sempre diventare di nuovo una minaccia.

In ogni caso, che siano questi od altri, non mancheranno certamente uomini con ambizioni personali e politiche che vorrebbero utilizzare una tale mobilitazione. La cricca del clan Bouteflika potrebbe alla fine essere sostituita da nuove personalità più giovani non screditate da un passato al governo. Ma è chiaro che questa squadra di rimpiazzo cercherà di perpetuare il sistema economico che permette alla borghesia algerina, così come al capitale imperialista, di sfruttare i lavoratori grazie ai bassi salari e all’assenza dei diritti fondamentali, tra cui il diritto di creare e di scegliere il proprio sindacato nelle aziende pubbliche e in quelle private.

Queste soluzioni politiche, che provengano dall’opposizione liberale, democratica, islamista, o eventualmente dall’esercito, possono essere soluzioni valide solo per la borghesia. La posta è quella di preservare un ordine sociale ingiusto che favorisca le multinazionali francesi come Total, Lafarge, o quelle americane che hanno nel mirino lo sfruttamento dei giacimenti di gas di scisto tra i più importanti del mondo. Si può dire sin d’ora che queste soluzioni politiche, se emergeranno, non soddisfaranno in alcun modo le aspirazioni democratiche e sociali delle classi lavoratrici.

Solo i lavoratori possono offrire una prospettiva

La popolazione accusa gli esponenti del regime, gli uomini del "sistema" e in particolare quelli del FLN, di aver rubato l’indipendenza conquistata a costo di pesanti sacrifici nel 1962. Li accusa di "svendere il paese", di svenderlo alle potenze imperialiste, alla Francia e agli Stati Uniti. Questo sentimento nazionale è fortemente presente nella mobilitazione popolare, con la sensazione che le aspirazioni del popolo algerino a vivere in un paese libero e senza oppressione, fatte proprie nel 1962, sono state tradite.

Tuttavia, per soddisfare davvero queste aspirazioni, i lavoratori e gli strati popolari in generale dovrebbero combattere le radici stesse del potere che stanno sfidando, il dominio delle classi dirigenti e chiedere conto. Dove sono andate tutte le ricchezze del paese? Che fine hanno fatto i mille miliardi di dollari generati dall’estrazione degli idrocarburi negli ultimi anni? Che fine hanno fatto i duecento miliardi di dollari della riserva di valute estere a disposizione dello Stato? Come mai i padroni quali Haddad, Rebrab, Tahkout e altri sono potuti diventare ricchi in una sola generazione, quando tutti nel paese hanno difficoltà a sostenere le loro famiglie ?

Quindi, di fronte a tutte le prevedibili manovre politiche, fino a che punto i lavoratori saranno in grado di organizzarsi, di prendere coscienza delle proprie capacità in quanto classe e di avanzare le proprie soluzioni? Di fronte alla crisi del capitalismo, la classe operaia algerina deve essere consapevole dei suoi obiettivi politici. È giovane, numerosa e istruita e, nel contesto di un movimento di massa come quello in atto, le settimane possono valere secoli.

Il governo ha finora cercato di guadagnare tempo, sperando indubbiamente che il movimento finisse per esaurirsi. Finora non è stato così e probabilmente non si esaurirà tanto rapidamente. Una situazione in cui tutte le classi sociali sono mobilitate può dare alla classe operaia il tempo di fare un balzo in avanti in materia di coscienza di classe, di organizzazione. Ciò sarebbe fondamentale per poter proseguire in avanti, superare in modo coeso le nuove sfide che si preannunciano ed essere finalmente in grado di offrire una prospettiva a tutte le classi lavoratrici.

Le classi dominanti hanno una moltitudine di uomini e partiti per difendere al meglio i loro interessi. Hanno al loro servizio l’apparato statale con le sue istituzioni, le sue forze di sicurezza e il suo esercito. La classe operaia ha bisogno di organizzazioni che rappresentino i suoi interessi. Gli ostacoli che si troverà di fronte necessitano che in Algeria emerga un partito che proponga ai lavoratori obiettivi in ogni fase della mobilitazione, che dia una risposta ad ogni attacco del potere, un partito comunista rivoluzionario. Questo partito non esiste, ma nel contesto di una tale mobilitazione popolare, possono sorgere i militanti per crearlo.

Quello che sta accadendo parallelamente in Sudan, dove una mobilitazione popolare ha costretto alle dimissioni il dittatore Omar al-Bashir, come pure il capo militare che voleva prenderne il posto, dimostra che la rivolta apparsa nel 2011 nel mondo arabo è ben lungi dall’essere spenta. La rivolta delle masse algerine può dare speranza a molti lavoratori di altri paesi, a cominciare da quelli del Maghreb e del mondo arabo con cui condividono la lingua, la cultura e la storia di lotte contro il colonialismo. I lavoratori algerini possono trovare alleati naturali in tutti questi paesi, ma anche in Europa e soprattutto in Francia, dove una parte importante della classe operaia proviene dal Maghreb. La questione che oggi tutti si trovano di fronte consiste nel trovare la strada per porre fine ad un sistema capitalistico globale, la cui crisi non può che continuare a dar vita ad una serie di esplosioni sociali.

16 aprile 2019


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