Internazionale
Editoriale

Elemosine elettorali

Il governo aveva appena terminato la sua eroica battaglia difendendo i confini nazionali dall’invasione di 47 naufraghi che le notizie sull’andamento dell’economia si facevano più allarmanti e si aggiungevano nuove voci a dar loro credito. Istat, Banca d’Italia, Fondo monetario, tutti hanno corretto al ribasso le stime per il 2019, basandosi in primo luogo sui dati degli ultimi due trimestri del 2018 che già, come ci dicono, indicano una “recessione tecnica” in atto. Il ministro Di Maio, invece, vede un nuovo boom economico in arrivo, mentre il capo del governo, Conte, preannuncia un anno “bellissimo”.

Per chi conserva un minimo di lucidità, non è difficile intuire che il problema della disoccupazione si riproporrà aggravato nei prossimi mesi.

Le due misure sociali contenute nel Decreto legge presentato in modo teatrale il 17 gennaio,cioè il famoso Reddito di cittadinanza e l’altrettanto famosa “quota 100” per le pensioni, sono con tutta evidenza un’elemosina di carattere elettoralistico. Per i due sempre più litigiosi inquilini di Palazzo Chigi si tratta evidentemente di portare qualche risultato tangibile, ciascuno prima di tutto al proprio elettorato, entro la scadenza elettorale di maggio. Non è un caso se nella conferenza stampa del 17 Salvini si sia fatto immortalare con un cartello in cui stava scritto solo “Quota cento”, mentre Di Maio e Conte ne esibivano uno con scritti tutti e due i provvedimenti. Salvini, e questa è solo l’ennesima conferma, si assume agli occhi degli elettori soltanto la responsabilità degli obiettivi della Lega e fa di tutto per smarcarsi dagli obiettivi specifici dei Cinque Stelle. I sondaggi lo danno già in avanti rispetto ai suoi partner di governo e le elezioni saranno probabilmente uno snodo decisivo per la continuazione, la ridefinizione o la crisi della formula giallo-verde. Certo, anche dal punto di vista delle promesse elettorali della Lega, siamo ben lontani da quella “abolizione della legge Fornero” che avrebbe dovuto segnare il primo atto del nuovo governo. In concreto, “Quota cento” riguarderà al massimo meno di trecentomila lavoratori, in gran parte del pubblico impiego, che sceglieranno di andarsene un po’ prima rispetto a quanto era già possibile con il regime previdenziale attuale, accettando di riscuotere una pensione più bassa. La montagna ha partorito il topolino. Ma forse può bastare come espediente elettorale.E il Reddito di cittadinanza? È un percorso a ostacoli. Impregnato di una sorta di paternalismo poliziesco. Presume un livello di organizzazione dei centri per l’impiego, entro due mesi, difficile a immaginarsi per come sono andate le cose fino ad oggi. Prevede la frequentazione obbligatoria di corsi di formazione, dando per scontato che la disoccupazione dipenda dalla bassa qualificazione dei senza lavoro; una storia vecchia, che è già stata raccontata in mille modi nel passato e che fa a pugni con la realtà. Ma soprattutto, pretende l’accettazione di un’offerta di assunzione entro cento chilometri dalla propria residenza nei primi sei mesi, entro i 250 chilometri nei sei mesi successivi e in tutta l’Italia negli ultimi sei mesi di erogazione del sussidio. Già cento chilometri di distanza per chi si presume povero, possono essere un problema insormontabile, figurarsi tutto il resto! Ma non poteva mancare il regalino agli imprenditori, che, nel caso assumano un disoccupato, riscuoteranno loro il suo Reddito di cittadinanza, sotto forma di detrazioni fiscali, per l’equivalente dei mesi di indennità non ancora ricevuti.

Da più di trent’anni, in tutti i paesi avanzati, la ricchezza nazionale si sposta dai salari alle rendite e ai profitti. In Italia questo spostamento è stato valutato nel 15% del Pil! Dunque, qualsiasi provvedimento che volesse proporsi una maggiore giustizia sociale e una lotta alla disuguaglianza e alla povertà, dovrebbe aggredire risolutamente la fetta di torta che finisce nelle tasche dei capitalisti di tutti i tipi!Invece si torna allo stesso gioco di far pagare qualcosa al bilancio statale, e assolutamente niente a chi si è arricchito in tutti questi anni, compreso l’ultimo decennio iniziato con la crisi finanziaria.

Tanto la lotta alla disoccupazione e alla povertà, quanto il diritto ad andarsene in pensione a un’età ragionevole, sono esigenze vere, che la crisi ha reso più drammatiche. Ma se non si traducono in rivendicazioni della classe lavoratrice, condotte in prima persona dagli stessi lavoratori, diventano fatalmente lo strumento di una politica fatta per conto della grande borghesia o per tentare di compiacerla.


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