Internazionale
Francia

I rivoluzionari e il movimento dei “gilets gialli”

Da “Lutte de classe” n°196 - dicembre 2018-gennaio 2019

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Questo testo è tratto da un intervento al congresso di Lutte Ouvrière, svoltosi l’8 e il 9 dicembre scorso (vedi qui sotto), cioè prima dell’intervento televisivo del 10 dicembre di Macron, in cui ha annunciato alcune concessioni al movimento dei “Gilets gialli”.

All’epoca in cui il testo sulla situazione interna è stato scritto, all’inizio di novembre, il movimento dei gilets gialli era essenzialmente virtuale. Era impossibile prevedere cosa sarebbe successo e quali sarebbero state le conseguenze. Ma sotto la pressione popolare, la situazione politica e sociale sta cambiando rapidamente, e ciò può essere ulteriormente accelerato.

La recente evoluzione del movimento

Come abbiamo già detto, questo movimento non è di un’ampiezza eccezionale. Stando ai dati del ministero degli interni, che rilevava 287 000 dimostranti il 17 novembre, 166 000 il 24 novembre e 136 000 il 1° dicembre, il movimento tenderebbe anche a diminuire. Ma, come abbiamo visto il 1° dicembre, questo movimento è deciso ed esplosivo nel senso proprio della parola. Infatti non ci sono da un lato i fracassoni professionali e dall’altro i bravi gilets gialli che manifestano pacificamente. I magistrati che tutta la settimana hanno giudicato in direttissima i dimostranti arrestati sabato scorso hanno dovuto rendersene conto : invece di fracassoni, di saccheggiatori o di faziosi, hanno visto presentarsi in tribunale lavoratori, piccoli imprenditori, tecnici e lavoratori interinali, spesso venuti dalla provincia.

C’è una rivolta sociale che si esprime anche con la violenza, e la cosa più significativa da questo punto di vista non è ciò che è avvenuto a Parigi sugli Champs-Elysées, ma ciò che è avvenuto ad esempio a Puy-en-Velay e in molte altre città di medie dimensioni che hanno visto il sorgere di barricate per la prima volta da molto tempo. Fino ad oggi, e nonostante i danni materiali, il movimento ha goduto di un’ampia simpatia nell’opinione pubblica. Ciò può cambiare, ma finora questo movimento rimane molto popolare.

Per quanto limitato possa essere, questo movimento è già ricco di insegnamenti per noi. Diciamo spesso che la gente può mettersi in movimento senza preavviso, che chi non è mai stato in sciopero, chi non è interessato alla politica, può ribellarsi. Ed ora ci siamo! Questi “gilets gialli” che si mobilitano per la prima volta nella loro vita, e si accampano da tre settimane al freddo e sotto la pioggia, non vogliono mollare, nonostante le concessioni del governo. Come dicono loro stessi, un passo indietro del governo avrebbe forse calmato le acque un mese fa. Oggi è troppo tardi: le rivendicazioni non si limitano più alle tasse, ma includono ormai il ristabilimento della patrimoniale (ISF), il ritiro dell’aumento della trattenuta CSG (trattenuta sociale generalizzata) sulle pensioni o l’aumento dello Smic (Salario minimo intercategoriale – stabilito dalla legge). E più questa situazione dura, più i gilets gialli osano formulare le loro esigenze, se non altro perché hanno acquisito fiducia in se stessi.

Di fronte alla dinamica della mobilitazione, il governo ha sempre una mossa di ritardo: quando accetta di fare una concessione, già le masse esigono che faccia di più. Tutto questo sta accadendo oggi su scala molto piccola, ma ci dà un’idea di come le cose possono approfondirsi ed accelerarsi in un periodo veramente rivoluzionario.

L’aspetto di questa mobilitazione che colpisce di più è la sua determinazione. Coloro che si mettono in movimento per la prima volta nella loro vita sembrano molto più decisi di tutti i leader sindacali messi assieme. Le tradizioni rivendicative che le organizzazioni sindacali hanno instillato nei lavoratori - ad esempio, i percorsi di manifestazione pianificati con l’accordo della prefettura, le assemblee generali in cui piombano i dirigenti sindacali che non si vedono mai ma che vengono a dare le loro consegne... tutte queste abitudini servono a incanalare la rabbia dietro gli apparati sindacali.

E anche quando i lavoratori di base non sono d’accordo con ciò che le organizzazioni sindacali propongono o non propongono, è difficile per loro fare a meno di esse. Attualmente sono proprio le categorie più lontane dalle tutele sindacali a dare prova della più grande combattività.

Fin dall’inizio, c’è stato un importante limite numerico a questo movimento: la maggior parte delle persone sono rimaste passive e si sono accontentati di colpi di klacson per salutare i gilets gialli. Il movimento reggerà? La drammatizzazione della violenza da parte del governo, e la psicosi che cerca di mantenere da qualche giorno, raffredderà l’ardore dei gilets gialli? Ci saranno violenze? Quali saranno le conseguenze per il movimento stesso e per la politica di governo? Tutto questo lo sapremo nei prossimi giorni.

Una grave crisi politica

Ma ciò che è certo è che ci troviamo in una grave crisi politica. Il testo sulla situazione interna descrive l’instabilità che sta scuotendo il governo Macron da diversi mesi ormai, con il calo delle percentuali nei sondaggi, i dubbi dei fedeli, la vicenda Benalla, le dimissioni dei ministri Hulot e Collomb. Fin dall’elezione di Macron abbiamo difeso l’idea che la stabilità del suo potere è solo apparente. Macron ha certamente fornito una soluzione alla crisi dell’alternanza. Ma poiché governa solo a vantaggio della grande borghesia, non solo è incapace di rispondere ai danni della crisi nelle classi lavoratrici, ma la sua politica non può che aggravarle.

Questo ragionamento, che abbiamo fatto fin dall’inizio, è oggi diventato realtà a tal punto che alcuni commentatori politici stanno ora seriamente considerando la caduta del governo. La crisi politica c’è ed è profonda. Che il governo possa o meno ripristinare la calma, questa crisi politica continuerà. E questo è in primo luogo dovuto al fatto che Macron è ampiamente screditato dalla popolazione e, in una certa misura, dalla borghesia.

Dal punto di vista dei proprietari e della borghesia, Macron non risponde più al suo compito. Aveva tutto per compiacere la grande borghesia, i banchieri e soci, diciotto mesi fa. Ora che sta dando fuoco al paese per una sciocchezza come la carbon tax, la borghesia ha qualche motivo di essere meno soddisfatta di lui.

Ciò che la borghesia si aspetta dal suo staff politico è che gestisca la situazione garantendo l’ordine sociale. È che faccia ingoiare l’amara pillola di una politica fondamentalmente favorevole ai più ricchi. E le critiche che si sentono da parte di vecchi politicanti quali Ségolène Royal o François Hollande, ma anche da Cohn-Bendit, uno dei primi sostenitori di Macron, sottolineano la sua inesperienza e il suo orgoglio sovradimensionato che gli avrebbero impedito di arretrare al momento giusto. Queste critiche riflettono senza dubbio ciò che si dice negli ambienti della borghesia.

Questa crisi è tanto più preoccupante per la borghesia che la diffidenza che si esprime nei confronti di Macron si esprime anche nei confronti dello Stato. La legittimità dell’elezione di Macron e delle istituzioni è contestata. Il fatto che le violenze di sabato 1° dicembre, i danni materiali e gli scontri con la polizia siano per lo più capiti ed accettati non solo dagli stessi gilets gialli, ma anche da una larga parte della popolazione, indica la rottura di una parte della popolazione con lo Stato.
La politica dei partiti di opposizione

Per quanto riguarda l’opposizione, cioè l’estrema destra, la destra, il partito socialista, “Francia Ribelle” di Mélenchon, il partito comunista, tutti sparano a zero sulla persona di Macron. Dopo gli esponenti di destra ed estrema destra Wauquiez e Dupont-Aignan, che hanno rivestito un gilet giallo, Hollande si è fatto fotografare con loro ostentando il piacere che prova per le difficoltà del nuovo presidente che gli ha rubato il posto. Si dice che la vendetta è un piatto che si mangia freddo; ebbene Hollande se la sta godendo.

Adesso tutti i politici che conta il paese danno lezioni a Macron, compresi coloro che sono arrivati al governo in un momento o in un altro, e che quindi hanno una responsabilità schiacciante nella situazione attuale. Tutti pretendono di avere la soluzione per porre fine alla rivolta sociale.

Questa unanimità e unità contro Macron e con i gilets gialli, che tutti dicono di capire, sono completamente fittizie. Ma poiché in questo movimento c’è davvero di tutto, e poiché vi sono presenti molti militanti che cercano di influenzarlo in una direzione o nell’altra, è facile farvi riferimento. Finché il movimento si concentra sulla politica fiscale ingiusta del governo, senza attaccare la borghesia, ognuno di questi partiti sarà in grado di difendere la propria visione.

Detto questo, tutti i partiti di opposizione sono sufficientemente responsabili nei confronti della borghesia per invocare la calma sociale. Le loro richieste di dimissioni di Macron (Dupont-Aignan, François Ruffin) o del ministro degli Interni Castaner (Le Pen), o anche di scioglimento dell’Assemblea Nazionale (Mélenchon) per tornare alle urne, sembrano radicali. Ma consistono principalmente nel proporre soluzioni nell’ambito delle istituzioni e per porre fine alle proteste di strada.

E’ troppo presto per dire in quale direzione politica questo movimento avrà un impatto. Come può evolvere politicamente? Alcuni gilets gialli vorrebbero trasformarsi in un partito politico. Alcuni hanno detto esplicitamente che stanno preparando una lista per presentarsi alle elezioni europee. Date le difficoltà del loro movimento a darsi dei portavoce, questo sembra molto ambizioso. Ma non è impossibile. In Italia, abbiamo l’esempio del Movimento 5 Stelle, molto eterogeneo, costituitosi dal 2009 attorno alla figura di Beppe Grillo, che fungeva da cemento. Grillo non aveva all’inizio nulla di un militante, era un comico, un fenomeno televisivo. Ciò mostra che i percorsi della strutturazione di un movimento possono essere sorprendenti.

In Spagna, il movimento 15M (Indignati) del 2011 ha dato vita a Podemos. Questo movimento era probabilmente più profondo, più massiccio e più marcato a sinistra di quanto lo sia attualmente il momento dei gilets gialli. In ogni caso, non si può escludere la possibilità che possa emergere una nuova tendenza sulla base del più piccolo denominatore comune, che potrebbe essere il “se ne vadano tutti”, cioè il rifiuto dei partiti tradizionali.

L’altra possibilità è semplicemente che il movimento possa disintegrarsi sotto pressione politiche contraddittorie. Tutti i partiti di opposizione tentano di utilizzare il movimento per il loro proprio interesse. E non succede solo sui televisori! Bisogna anche capire quale realtà c’è dietro l’espressione “movimento spontaneo”. I gilets gialli sono soggetti a molteplici influenze politiche. L’estrema destra sta manovrando sin dall’inizio. Alcune iniziative emanano da attivisti di Debout la France (Dupont-Aignan) o del Rassemblement national (RN), l’ex Fronte nazionale della Le Pen. Questa influenza si è vista sul posto di blocco di Flixecourt, nella Somme, dove il 20 novembre dei gilets gialli hanno denunciato alla polizia sei migranti nascosti in un camion cisterna e se ne sono vantati. Lo si vede anche con le voci deliranti che circolano sull’accordo di Marrakech che costringerebbe la Francia ad aprire le sue frontiere. Per il momento, queste posizioni antimigranti sono molto minoritarie e le dichiarazioni razziste sono state spesso esplicitamente respinte dai gilets gialli che vi hanno assistito. Per quanto riguarda l’onnipresenza della bandiera francese, sarebbe sbagliato considerare che corrisponde sempre ad una presenza dell’estrema destra. Dal lato opposto, si sente l’influenza del PCF, della Francia ribelle (France insoumise : LFI) o di sindacalisti, soprattutto nelle voci che insistono sul problema dei servizi pubblici.

Questo movimento è oggetto di scontri politici e riflette le divisioni che esistono nella società. Ne approfitterà Mélenchon o all’opposto la Le Pen? Questo movimento, che ha dato a migliaia di donne e uomini un gusto per l’impegno e l’azione collettiva, può anche dare origine a gruppi che potrebbero diventare, sotto l’influenza di alcuni attivisti di estrema destra razzisti o anti-immigrati, gruppi d’urto contro i migranti o contro il movimento operaio. Troviamo sempre cose simpatiche in questo movimento perché si tratta in gran parte di lavoratori che lottano e con i quali noi possiamo parlare. Ma la maggior parte delle volte non è con noi che discutono e le influenze più forti sono quelle di pregiudizi di ogni tipo.

I periodi di ascesa delle lotte danno un senso alle politiche rivoluzionarie e a quelle reazionarie. Nulla è scritto in anticipo, perché si tratta di una lotta. Anche se noi non siamo in grado di influenzare il corso degli eventi, dobbiamo proporre una politica ai lavoratori in questa situazione.

La nostra politica nei confronti dei Gilets gialli

La nostra convinzione di marxisti è che non ci può essere un’esito positivo per il mondo del lavoro se la classe operaia non interviene sulla base dei propri interessi e soprattutto sulla base delle sue prospettive di classe. Il proletariato organizzato nelle grandi imprese è l’unico in grado di condurre la lotta contro la borghesia e l’ordine capitalista e di portare avanti prospettive rivoluzionarie per l’intera società. Il paradosso sta nel fatto che, per ora, i lavoratori che avrebbero più possibilità di lottare sono anche coloro che lo vogliono di meno. Ma le cose non sono immobili. Quando qualcosa comincia a muoversi, si aprono molte prospettive non solo per chi è in azione ma anche per quelli che osservano. Dobbiamo quindi rivolgerci sia ai lavoratori delle aziende in cui siamo attivi sia a quelli coinvolti nel movimento dei gilets gialli.

I gilets gialli costituiscono un movimento disparato in termini di composizione sociale, che riunisce il mondo del lavoro della Francia rurale o periferica, come si dice, cioè lavoratori dipendenti, pensionati, disoccupati e molti piccoli imprenditori, lavoratori autonomi, a volte agricoltori, per non parlare della categoria, che si è diffusa in molte città, dei motociclisti, socialmente inclassificabile. Questa composizione varia a seconda delle regioni, delle città e anche a seconda dei diversi posti di blocco vicini ad una stessa città.

Quanto al proletariato presente, si tratta di un proletariato di piccole imprese, disperso, spesso non sindacalizzato e strettamente legato al mondo dei piccoli imprenditori e dei commercianti: tutti appartengono alle stesse famiglie, vivono fianco a fianco in associazioni diverse e variegate e spesso condividono lo stesso tenore di vita. Parrucchieri, fioristi, impresari edili, che spesso non vivono meglio dei lavoratori dipendenti pagati al salario minimo; e molti autoimprenditori vivono ancora più duramente.

Così lottano tutti assieme. Ma noi, è alla parte proletaria di questo movimento che vogliamo innanzitutto rivolgerci e proporre una politica, non al movimento nel suo complesso. Sarebbe infatti sbagliato e illusorio voler ridipingere i gilets gialli in..... gilets rossi.

Militiamo per far sì che i lavoratori in gilet giallo siano consapevoli dei loro interessi di classe, si rendano conto che hanno delle rivendicazioni specifiche, che il loro salario è la loro unica ricchezza e che devono lottare per esso. Militiamo perché siano consapevoli del fatto che limitarsi alla questione fiscale è fare un buco nell’acqua. La maggior parte dei gilets gialli che sono lavoratori dipendenti non se la sente di lottare contro il proprio padrone. Molti di loro credono che i loro interessi sono gli stessi di quelli del loro padrone e che la lotta debba essere fatta non contro il capitale, ma contro Macron e lo Stato. Sono di fatto molto lontani dalle idee di lotta di classe, o addirittura le rifiutano.

Se l’aumento del salario minimo legale (lo Smic) è una rivendicazione ripresa dai gilets gialli, è anche perché, per gran parte di loro, è indirizzata al governo e a Macron molto più che ai padroni. E come ha dichiarato il capo del Medef (equivalente di Confindustria), lui non è contrario ad un aumento dello "Smic", a condizione che non siano i padroni ma lo Stato a pagare! Questa idea è in molte teste.

In altre parole, non chiamiamo, come l’NPA (Nuovo partito anticapitalista) a “federare le rabbie”, ma intendiamo differenziarle. Il nostro obiettivo è quello di separare le dinamiche di classe rappresentate da un lato dai lavoratori sfruttati e dall’altro dai piccoli proprietari. Cerchiamo anche di opporre la nostra politica a quella che il Raggruppamento nazionale della Le Pen, che consiste soprattutto nel non parlare mai delle responsabilità dei capitalisti, mai dire che bisogna prelevare sui profitti delle grandi aziende il denaro necessario per aumentare i salari e creare occupazione. Ecco perché noi non siamo gilets gialli. Ma siamo solidali con loro. Auspichiamo che il loro movimento faccia realmente arretrare Macron e che ciò sia considerato come una vittoria per tutti i lavoratori.

Rivolgersi in termini di lotta di classe ai gilets gialli che sono lavoratori non è facile. Occorre trovare le parole, fare riflettere, prendere il tempo di spiegare. I compagni che lo fanno da un mese ne fanno l’esperienza. Ma la cosa importante è che non sono respinti. Del resto discutiamo anche con piccoli imprenditori e commercianti, tra l’altro per dire loro che un aumento dei salari non sarebbe contrario ai loro interessi, cosa che alcuni sono in grado di capire. Nonostante le difficoltà e tutti i limiti esistenti, cerchiamo di fare in questo movimento ciò che facciamo sempre: aumentare la coscienza di classe dei lavoratori.

Ovviamente non siamo noi a poter guidare politicamente questo movimento. E, ancora una volta, questo non è il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è di rivolgerci politicamente al mondo del lavoro di queste città di medie dimensioni e cercare di far progredire la loro coscienza politica.

Decine di migliaia di persone, per lo più appartenenti alle classi popolari, si sono mobilitate, spesso per la prima volta nella loro vita. Scoprono la solidarietà di coloro che lottano insieme. Alcuni ne sono profondamente commossi. Imparano ad organizzarsi, si esprimono, discutono, litigano, che si tratti delle rivendicazioni o del modo di agire. Scoprono le violenze poliziesche e la repressione. Pur spiegando che il loro movimento è apolitico, non hanno mai fatto così tanta politica nella loro vita. Stanno imparando. A cominciare dal fatto che ci si può lanciare in una battaglia anche senza le organizzazioni sindacali, e che i lavoratori non hanno bisogno di “avvocati” per avanzare le loro richieste.

Militare in direzione dei lavoratori nelle aziende

Questo movimento può evolvere e cambiare, sia in termini di numero che di carattere sociale. La contestazione, soprattutto se appare vittoriosa, è contagiosa. Questa settimana, oltre agli studenti delle scuole superiori, gli autisti delle ambulanze e gli imprenditori edilizi si sono mobilitati. E data la crisi economica e le sue conseguenze sulla società nel suo complesso, è possibile che molte categorie sociali non proletarie si arrabbino e lottino con molta più determinazione dei lavoratori stessi contro la politica governativa. Se questo sarà il caso, la classe operaia ne pagherà il prezzo socialmente e politicamente.

Tutta la nostra politica consiste nel cercare di fare in modo che il centro di gravità della combattività si sposti e che il proletariato ne diventi il centro. Ma nella situazione attuale, in cui la maggior parte del proletariato non si sente realmente coinvolto, noi non abbiamo né le dimensioni né il credito per influire in questo senso. Ma la nostra priorità rimane il proletariato concentrato nelle grandi imprese. Questi lavoratori sono attratti dai gilets gialli, con la possibile eccezione dei lavoratori immigrati, hanno la sensazione di non avere un loro posto in un movimento prevalentemente bianco, e che temono possa essere in parte razzista.

In molte aziende, sappiamo di lavoratori che, dopo il lavoro, corrono a qualche posto di blocco, se non altro per passare un po’ di tempo lì. Ma anche se si pongono il problema di partecipare al movimento dei gilets gialli, sembra loro impossibile portare il conflitto nella loro impresa, contro il loro padrone. Non sappiamo se il movimento dei gilets gialli può, come la rivolta studentesca del 68, sboccare su uno sciopero generale, ma occorre difenderne la necessità presso i lavoratori che prendono per l’appunto il 68 come un riferimento..

Non si tratta di moltiplicare gli appelli a scioperare o ad andare a questa o quella manifestazione. Quando i lavoratori vorranno davvero mettersi in sciopero, lo sapranno dire e fare. Dobbiamo soprattutto essere presenti, discutere, fare politica, parlare da comunisti rivoluzionari. Anche se i nostri compagni di lavoro non vogliono lottare, le discussioni che abbiamo oggi con loro contano doppio. Molti si pongono tante domande: cosa pensare di questo movimento? Quale ruolo può avere la violenza? Dove può portare? E se Macron si dimettesse, cosa cambierebbe?

Siamo in un periodo favorevole ad una politicizzazione del mondo operaio, più favorevole di qualsiasi campagna elettorale. Perché molte persone si pongono il problema di agire o conoscono persone in famiglia o nel loro quartiere che si stanno mobilitando. Quindi dobbiamo cogliere questa occasione, fare politica, prendere il tempo di discutere, proporre incontri politici, anche se sono poco numerosi.
Nelle imprese, il movimento dei gilets gialli permette di avere discussioni con un ambiente che di solito è poco politicizzato. In molte aziende questo periodo coincide con quello delle elezioni sindacali. Non possiamo sfuggire alla necessità di agire nel campo sindacale, ma dobbiamo innanzitutto fare politica.

La politica delle organizzazioni sindacali

Fin dall’inizio del movimento, le discussioni nei sindacati sono state animate, perché sia i dirigenti che gli attivisti di base sono stati divisi sulla questione. Tutte le confederazioni hanno preso pretesto del fatto che alcune iniziative provenivano dall’estrema destra di “Debout la France” o che erano sostenute dal RN, per condannare questo movimento, distinguersi da esso e screditarlo. Il segretario della CGT Martinez ha dichiarato: "È impossibile immaginare che la CGT possa sfilare accanto al Fronte nazionale". La CFDT e SUD hanno avuto praticamente la stessa politica. Ciò equivale ad attaccare un’etichetta su decine di migliaia di donne e uomini, proprio quando loro stessi la rifiutano ed esprimono rivendicazioni legittime.
In realtà, i dirigenti sindacali sono stati ostili fin dall’inizio a questo movimento, perché non è stata una loro iniziativa e perché sono generalmente diffidenti e sprezzanti nei confronti delle masse. Ciò ricorda l’atteggiamento della CGT nei confronti del movimento studentesco del maggio 68. Nel testo sulla situazione interna, c’è un intero sviluppo sugli ostacoli e sui pesi morti che le organizzazioni sindacali rappresentano oggi. Ciò che sta accadendo oggi ne è un esempio drammatico.

Da allora, avrebbero avuto tutto il tempo di cogliere l’occasione offerta dalla situazione per lanciare una campagna sui salari in tutte le aziende, per attivarsi, fare conoscere ciò che succede per quanto riguarda i salari. Ma no, non hanno fatto niente di tutto questo.

Intendiamoci. Per noi non si tratta affatto di chiedere alle confederazioni sindacali di prendere la direzione in questo movimento. Siamo favorevoli a che gli scioperanti si organizzino e gestiscano da soli i loro scioperi. E non è contradittorio con il fatto che i nostri compagni, attivisti o responsabili sindacali, lottino contro l’atteggiamento timoroso delle confederazioni, ne discutano e prendano iniziative in quanto militanti della lotta di classe.

Nell’apprendistato politico dei gilets gialli si esprimono sani riflessi, se non altro nella riluttanza a nominare portavoce e a fidarsi di loro. La domanda di uno dei portavoce, che chiedeva che la riunione con il Primo Ministro fosse filmata, è forse ben significativa di questo stato d’animo. Dietro questo ci sono certamente battaglie di tendenze. Ma c’è anche la volontà dei gilets gialli di controllare, di imporre la trasparenza affinché le cose non si facciano alle loro spalle. Il governo la chiama anarchia o disorganizzazione, noi no. Va detto che, a differenza dei leader sindacali, che accorrono al primo fischio del Primo Ministro, i portavoce dei gilets gialli non si precipitano ad andare a sedersi al tavolo delle trattative. L’hanno persino data buca al Primo Ministro.

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Tutto nella società spinge i lavoratori a pensare di doversi rivolgere ad “avvocati” o negoziatori professionisti. L’interesse della classe operaia è all’opposto. Se molti lavoratori fanno l’esperienza di potersi organizzare alla base ed esercitare una pressione collettiva per imporre i propri interessi, se fanno l’esperienza di essere pienamente in grado di esprimersi, di lottare ed argomentare anche quando sono invitati in televisione di fronte ad esperti politici, è già qualcosa.

E i gilets gialli hanno capito una cosa, che i leader sindacali hanno voluto far dimenticare, e cioè che la cosa principale sta nel rapporto di forza. Tutto ciò illustra ciò che ripetiamo spesso: i lavoratori hanno risorse straordinarie e quando entrano in movimento imparano rapidamente. Se il movimento operaio organizzato potesse essere ispirato da tutto questo, sarebbe già un bel risultato!


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