Internazionale

Pernigotti, il racconto padronale

Il mese di novembre ha visto la vicenda dei lavoratori della Pernigotti, celebre azienda dolciaria, sotto i riflettori della stampa nazionale. La proprietà turca ha comunicato la chiusura dello storico stabilimento di Novi Ligure, in provincia di Alessandria, che occupa 250 lavoratori.
Oltre a giornali e telecamere la fabbrica è stata meta di un prevedibile pellegrinaggio mediatico di esponenti politici, tanto di Governo quanto di opposizione, teatro di intervento del clero locale, passerella per demagoghi e rappresentanti di sigle sindacali sulla cui reale combattività e coerenza nel difendere i lavoratori è lecito quanto meno nutrire molti dubbi. Insomma, figuri di ogni coloritura della tavolozza della politica borghese, preti e pennivendoli hanno ancora una volta d’un tratto riscoperto gli operai. Nelle fasi “normali” pontificano sulla scomparsa delle classi, sulla fine della classe operaia, si ergono a paladini di categorie utilmente vaghe e generiche come popolo e ceto medio. Ma all’occasione, quando si può beneficiare di una non disprezzabile visibilità, quando il tornaconto politico ed elettorale si profila interessante, eccoli puntuali ai cancelli delle fabbriche. Con la faccia contrita, intenti a presentarsi come nobili figure dolenti, incarnazioni istituzionali consapevoli della sofferenza di chi vive di solo pane. Oppure pronti a ritagliarsi a poco prezzo la parte di caricaturali Masanielli, votati ad una pugna rigorosamente di comodo, compatibile con le sorti della propria carriera politica e in linea con lo spaccio ideologico della famiglia politica borghese di riferimento. Durerà il tempo utile agli interessi di lorsignori, lo sappiamo. È già avvenuto e così avverrà anche questa volta. Eppure è interessante notare alcuni tratti prevalenti della copertura ideologica che della vicenda si sono affrettati a fornire stampa e politica borghesi.
- Padroni cattivi e padroni buoni. Mentre la proprietà turca della Pernigotti annunciava operazioni del tutto consuete e tipiche della classe padronale di ogni nazione ed etnia (chiusura di stabilimenti, trasferimento della produzione, conservazione di un marchio prestigioso e redditizio), la stampa riscopriva l’esistenza di ben altri imprenditori, non si capisce perché estranei a queste pratiche. Sulle pagine locali de La Stampa si è arrivati alla celebrazione, con tanto di elevazione agli altari nell’incipit dell’articolo («benefattori»), di una famiglia di imprenditori locali data per interessata a rilevare l’azienda.
- Mamma li turchi e poveri italiani. Frequente e grossolano è stato il ricorso a toni nazionalistici, oggi ampiamente premianti nell’agone politico borghese, come se il fatto che i padroni licenzino e gli operai perdano il posto di lavoro derivi dalla specifica nazionalità degli uni e degli altri. Insomma, il dato fondamentale della vicenda non sarebbe l’ennesima dimostrazione della natura del modo di produzione capitalistico, in cui la forza-lavoro è una merce soggetta inevitabilmente alle oscillazioni del mercato, in cui ciò che conta veramente è la proprietà dei mezzi di produzione e non le vite spese da operai in uno stabilimento che rimane sempre e comunque “roba” d’altri. No, l’essenza della faccenda andrebbe ricercata nel fatto che i lavoratori sono italiani e i padroni stranieri: che i lavoratori del Bel Paese vengano sfruttati e licenziati all’occorrenza da connazionali, anche su questo piano “prima gli italiani”!
Molto interessante è anche osservare ciò che invece la copertura mediatica maggiormente diffusa ha preferito lasciare più nell’ombra:
- La lotta dei lavoratori. I dipendenti della Pernigotti di Novi Ligure non si sono limitati ad accogliere pennivendoli e politicanti, a sfilare davanti alle telecamere per talk show belluini, ad affidarsi ai governanti. Hanno scioperato, sono scesi in piazza, hanno occupato la fabbrica, sfidando i richiami all’ordine della proprietà.
- La Pernigotti di Novi Ligure, oggi sotto minaccia di chiusura, è uno specchio, porta i segni dei processi di riorganizzazione aziendale e di mutamento della disciplina del lavoro che hanno attraversato il capitalismo italiano negli ultimi decenni. Dei 250 lavoratori ben 150 sono interinali. La precarietà, l’indebolimento della condizione dei lavoratori viene ormai da lontano. Quelli attuali sono solo gli ultimi, devastanti colpi inferti ad una classe che è stata prostrata, messa all’angolo nel corso del tempo, tra gli applausi e con il valido sostegno dei politicanti e dei pennivendoli che poi corrono davanti ai cancelli a fare sfoggio di empatia. Una classe che, segmentata e divisa in svariate forme di assunzione e di impiego, risulta inevitabilmente più debole, presta maggiormente il fianco all’azione divisiva del padronato. Ed è solo merito dei lavoratori Pernigotti in lotta se almeno finora questa divisione è stata superata nella mobilitazione comune.
Non stupisce, quindi, che il mondo politico e massmediatico della borghesia abbia sottaciuto questi aspetti. Come non stupisce come il solo accenno puntuale ad una contrapposizione tra essere umano e prerogative proprietarie sia arrivato dal mondo ecclesiastico e in primis dal vescovo di Tortona. Santa Madre Chiesa è un organismo antico ed esperto della classe dominante. La sua millenaria esperienza le consente di maneggiare concetti e categorie assai delicati e pericolosi, con la capacità di depotenziarli in un orizzonte in cui non può rientrare la prospettiva di una coerente e conseguente lotta di classe. La vicenda Pernigotti conferma purtroppo lo stato di debolezza della nostra classe e i pur preziosi segnali di reazione non consentono di modificare questo giudizio generale. Ma questi ancora pochi sussulti della classe lavoratrice rivelano comunque un’energia potenziale immensa, forze latenti capaci di scuotere dalle fondamenta quel sistema di sfruttamento che oggi può apparire indiscutibile. La borghesia e i suoi tirapiedi ideologici lo sanno. Lo dimostra il come raccontano e ricostruiscono fatti come quelli della Pernigotti.

Corrispondenza Alessandria


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