Internazionale
Non è una novità: ancora una volta la montagna ha partorito il topolino. Dopo la sequela di annunci roboanti sull’iniquità del Jobs Act, il nuovo Governo – rappresentato nel caso specifico dal Ministro Luigi di Maio – ha messo in pratica ciò che intende per “rinnovamento” del Decreto legislativo 81/2015 (cosiddetto Jobs Act). Ovvero, una versione appena un po’ annacquata delle regole stesse; e non è detto che sia migliorativa…

QUALE DIGNITA’?

Il nome attribuito al decreto varato a metà luglio dal nuovo Governo Lega – 5 Stelle è pomposo (Dignità!), come dev’essere quando l’apparenza deve sostituire la sostanza, la quale sostanza stessa infatti non cambia. La notizia è che il Jobs Act resta, eccome. Nessuno reintegrerà i lavoratori licenziati senza giustificazione: tutt’al più potrebbe rischiare di pagare loro un’indennità leggermente superiore, da 6 a 36 mensilità, invece che da 4 a 24 mensilità. Come garanzia contro i licenziamenti ingiustificati non crediamo possa spaventare i padroni più di tanto. Quanto ai lavoratori, per ottenere queste cifre dovrebbero comunque andare in causa; probabilmente per evitare spese ulteriori si accontenteranno anche di meno. Comunque, cambia davvero molto ottenere qualche euro in più di indennizzo, paragonato al reintegro nel posto di lavoro dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori?
Altro obiettivo dichiarato dal Decreto è la “lotta alla precarietà”. Questo ambizioso risultato è affidato alla possibilità di assumere a tempo determinato per un periodo non superiore a 12 mesi, con la possibilità di prorogare il contratto per 4 volte anziché per 5, considerando una durata complessiva del contratto di 24 mesi anziché 36. Nonostante le intenzioni più sopra affermate di lotta alla precarietà, la miglioria rischia solo di far lavorare per periodi meno lunghi gli assunti a tempo determinato; alla fine del quarto rinnovo infatti il padrone può semplicemente non rinnovare il contratto che precedentemente avrebbe potuto prolungare: anche perché, dal punto di vista contributivo, per ogni rinnovo i contributi sono aumentati di 0,5 punti percentuali. E d’altra parte, anche qualora il padrone recalcitrante si risolvesse ad assumere il precario con un contratto a tempo indeterminato, sarebbe sempre un’assunzione sotto il segno del Jobs Act, quindi insicura di fatto e precaria per definizione. L’eventualità che una norma così concepita possa perfino mettere a rischio per qualcuno la possibilità di lavorare (almeno qualche mese in più) è un dubbio che ha assalito anche il Ministero delle Finanze e i funzionari della Ragioneria dello Stato, che nella relazione allegata al provvedimento hanno parlato di ottomila posti di lavoro a rischio ogni anno nei prossimi dieci anni. Ovviamente il Ministro del Lavoro Di Maio ha smentito categoricamente, tacciando di boicottaggio gli estensori della relazione…che di rimando hanno semplicemente riconfermato i dati.
Quanto poi al battagliero intento di combattere le imprese che intascano i contributi dello Stato per poi trasferirsi all’estero, Di Maio è stato categorico: “Ci sono aziende che vogliono delocalizzare e quelle vanno fermate perchè secondo me la delocalizzazione, soprattutto se come impresa hai preso fondi dallo Stato, non deve essere permessa". (La Repubblica, 9.6.18). Allo scopo, il decreto prevede che le imprese che abbiano beneficiato di un aiuto di Stato subordinato alla realizzazione di investimenti produttivi possono decadere dal beneficio qualora - nei primi cinque anni dall’erogazione del contributo - spostino la loro azienda fuori dall’Italia. Stessa sorte dovrebbe toccare alle imprese che - qualora gli aiuti prevedano una valutazione dell’impatto occupazionale – riducano gli occupati di oltre il 10% senza “un giustificato motivo oggettivo”. A parte le ovvie considerazioni su quali e quanti potranno essere questi giustificati motivi oggettivi, resta il fatto che dal sesto anno in poi l’impresa potrà fare quel che vuole, e comunque le delocalizzazioni “proibite” saranno solo quelle in Stati non appartenenti all’Unione Europea, o non aderenti allo spazio economico europeo. Il che significa che si potrà liberamente delocalizzare in Bulgaria, Croazia, Repubblica Ceca, Grecia, Polonia, Portogallo, Repubbliche Baltiche, etc.
A fronte di queste variazioni, evidentemente modeste anche se accompagnate dalla grancassa del cambiamento, il vicepremier oltreché ministro del Lavoro Luigi Di Maio ha ventilato la possibilità di reintrodurre i voucher, ma solo in alcuni settori circoscritti, come agricoltura e turismo, con la consueta motivazione di combattere lavoro nero e precariato. Stuoli di lavoratori - immigrati e non - lavorano a giornata nei campi, sotto gli occhi di tutti, atrocemente sfruttati e palesemente al nero. La soluzione può essere la reintroduzione dei voucher? Decisamente no. Se veramente fosse interesse del vicepremier combattere questa realtà, basterebbe intervenire direttamente sul posto. E’ probabile che la stragrande maggioranza delle aziende non sia in regola, e non saranno i voucher a metterci una pezza, come non saranno decreti di questa fatta a restituire dignità ai lavoratori. Se lo vorranno, i lavoratori potranno riconquistarla soltanto opponendo allo sfruttamento la loro capacità di lotta, e imponendo con la forza le loro ragioni. Finché durerà la loro debolezza, potranno soltanto accontentarsi delle briciole sparse dagli “innovatori” di turno.

Aemme


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