Internazionale

La vergogna del razzismo di stato

Il 18 settembre 1938, nella grande piazza dell’Unità d’Italia a Trieste, Mussolini annunciò alla folla la promulgazione delle leggi razziali. Da quel momento in poi, gli ebrei italiani subirono una serie di privazioni di diritti civili che culminarono, negli anni della Repubblica di Salò con la persecuzione più feroce e la deportazione nei campi di sterminio. Già nel luglio del 1920 Trieste conobbe la furia dello squadrismo fascista con l’incendio della Narodni Dom, la Casa del popolo slovena, avvenuta in nome della difesa della “identità nazionale” triestina contro una comunità slava la cui presenza era vista come troppo “ingombrante”.
Il miscuglio di pregiudizi e di pure fandonie che stanno alla base delle teorie razziste trovò in Italia un primo supporto “scientifico” nel Manifesto della Razza, pubblicato per la prima volta nel luglio del 1938. Dieci esponenti del mondo scientifico italiano ne furono gli autori o, almeno, i firmatari. Tutta la pesante macchina della propaganda fascista si mise in moto con riviste come la Difesa della Razza, con articoli, manifesti, circolari e tutto l’armamentario che avrebbe dovuto convincere la popolazione italiana di appartenere ad una razza pura. Una razza minacciata dagli ebrei e da altre minoranze razziali ancora più irrilevanti sul piano demografico. Non più di un abitante su mille, infatti, risultò essere ebreo, secondo i canoni definiti dal Ministero appena costituito in difesa della “razza italiana”.
Una certa letteratura storica ha insistito per molto tempo sul fatto che l’antisemitismo di Mussolini fosse un qualcosa di meno crudele di quello di Hitler e che riflettesse più la volontà di compiacere l’alleato, da parte del “Duce”, che una sua propria profonda convinzione. Ma questo non assolve certamente né il regime fascista, né Vittorio Emanuele III che controfirmò le leggi razziali.
Ma uno dei fenomeni che più fa riflettere è il fatto che il nuovo vento razzista trovò appoggi entusiasti in quegli ambienti culturali che in qualche modo vengono identificati come “fascismo di sinistra”. Una parte della propaganda antisemita, in effetti, fu condotta come continuazione delle supposte origini “proletarie” del nazionalismo e del fascismo italiani. L’ebreo come rappresentante della finanza internazionale, come quinta colonna dell’imperialismo anglo-americano che voleva strangolare l’Italia, fu uno dei motivi della propaganda razzista. Contemporaneamente, nei comizi di Mussolini e dei gerarchi di regime, così come negli articoli che apparivano sui giornali nazionali, si insisteva particolarmente sul carattere “sociale” del fascismo e su una sua immaginaria contrapposizione al capitalismo che, di preferenza, era sempre quello straniero.
Contemporaneamente, in quanto restaurazione di una legislazione discriminatoria che ricalcava quella del vecchio Stato Pontificio, le leggi antisemite non furono per niente sgradite al Vaticano. Nel dopoguerra, un gesuita, padre Tacchi Venturi, chiese che una parte almeno di queste leggi restasse in vigore.
L’esecrazione e la condanna del razzismo di regime sono ormai divenuti parte di una ritualità ufficiale. Ma, fuori dall’ipocrisia delle commemorazioni ufficiali, ben pochi hanno avuto il coraggio di “guastare la festa” per ricordare che quasi nessuno tra i persecutori e gli ideologi di allora ebbe una qualche noia dalla “Repubblica nata dalla Resistenza”. Per esempio, tutti i dieci firmatari del citato famigerato “Manifesto”, continuarono indisturbati le loro carriere e, morti per ragioni anagrafiche o di malattia, sono oggi ricordati nella toponomastica delle loro città o si sono intitolati a loro delle scuole. Alcuni di loro ebbero un ruolo attivo nel promuovere la persecuzione degli ebrei. È il caso di Lino Businco, docente di Patologia generale all’Università di Roma, che fu nominato membro del comitato segreto italo-germanico per le questioni razziali e, in questa funzione, “visitò” il campo di concentramento di Sachsenhausen, riportandone evidentemente delle impressioni tanto positive da continuare fino al 1942 la collaborazione con la citata Difesa della Razza. Quest’uomo, che avrebbe almeno meritato la prigionia perpetua, fu invece nominato Commendatore della Repubblica nel 1962!
Le condanne tardive al razzismo di stato, quando praticamente tutti i protagonisti di allora sono morti, lasciano in po’ il tempo che trovano. Affondare appena un po’ il coltello nella storia ci mostra che tutta la magistratura del dopoguerra era praticamente la stessa che esercitava sotto il fascismo, al cui regime era sottoposta per legge. L’apparato poliziesco non era da meno, Giorgio Bocca (Storia della Repubblica italiana, 1982) riporta queste cifre, riferite al 1960: due soli prefetti in tutta Italia non hanno servito sotto il fascismo, i 241 sottoprefetti sono tutti ex-fascisti. Su 135 questori, 120 vengono dalla polizia fascista. Su un totale di 1642 dirigenti, quindi contando commissari e commissari capo aggiunti, solo 34 hanno preso parte in qualche modo alla Resistenza.
Non è difficile dedurre che tra magistrati e funzionari di polizia ancora in servizio per più decenni dopo la fine della guerra, si trovassero quelli che avevano coscienziosamente applicato e fatto rispettare le infami leggi razziste e anche quelli che, in collaborazione con la polizia militare tedesca e con le SS, avevano strappato gli ebrei italiani dalle loro case e gli avevano condotti sui carri merci verso la morte più atroce.
Le leggi razziali furono una vergogna, ma l’impunità di quelli che le applicarono fu forse una vergogna peggiore. Ma al peggio non ci sono limiti, e l’affacciarsi di nuovi impulsi razzisti nella lotta politica, l’incoraggiamento ai peggiori istinti aggressivi nei confronti degli immigrati, in Italia come nel resto d’Europa, suonano di nuovo un campanello d’allarme.
R. Corsini


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