Internazionale
Francia

Maggio 68, la corrente trotskista e la questione del partito rivoluzionario

Da “Lutte de classe” n° 191 – Aprile 2018

Anche se ben lungi dal costituire una situazione rivoluzionaria, gli eventi di maggio-giugno 1968 in Francia crearono, per un breve periodo, le condizioni per l’emergere di un partito che potesse superare la semplice sommatoria delle forze sparse dell’estrema sinistra. Questa opportunità non fu colta dal movimento trotskista e da allora non si presentò più. Oggi, l’assenza di tale partito, di fronte alla guerra di classe messa in atto dalla borghesia, si fa ancor sempre crudelmente sentire, ma il problema si pone in modo ben diverso, tanto più che le organizzazioni che cinquant’anni fa facevano riferimento al comunismo rivoluzionario o al trotskismo, in gran parte vi hanno rinunciato l’una dopo l’altra.

Maggio-giugno 1968: i rivoluzionari escono dall’isolamento

Il movimento di contestazione della gioventù studentesca, poi lo sciopero generale che paralizzò la Francia per più di un mese a partire dal 13 maggio 1968, fece sì che le idee rivoluzionarie e le organizzazioni d’estrema sinistra uscissero dal loro isolamento ed apparissero alla luce del sole e, con esse, le bandiere rosse ed il linguaggio della rivoluzione.

Tuttavia, a causa dello scarso radicamento dell’estrema sinistra nella classe operaia, questa dinamica non poteva controbilanciare il peso egemonico che, nel corso dei decenni, si erano assicurati gli apparati sindacali, in primo luogo la CGT, come pure il Partito comunista francese, il PCF.

Questi apparati, sorpresi dapprima dall’agitazione studentesca, poi dalla volontà di una parte dei lavoratori di proseguire lo sciopero spontaneamente estesosi all’indomani del 13 maggio, ripresero in seguito il controllo della situazione. Dopo aver concluso un accordo con il padronato seguito alle discussioni di Grenelle, abbandonarono tutte le rivendicazioni essenziali dei lavoratori in cambio di un aumento dei salari che, rispetto all’ampiezza del movimento, risultava irrisorio, aumento che sarebbe stato rapidamente cancellato dall’inflazione. E se lo smig (il salario minimo intercategoriale garantito oggi denominato smic) fu rivalorizzato del 35%, ciò riguardava soltanto il 7% dei lavoratori dipendenti e non faceva altro che adeguarsi al ritardo accumulato da anni.

La CGT, la più influente delle organizzazioni sindacali, e le altre confederazioni fecero affondare il più grande movimento di sciopero che la Francia avesse mai conosciuto per il numero di partecipanti, quasi dieci milioni, in cambio di vantaggi per il loro tornaconto. Se è vero che il riconoscimento delle sezioni sindacali d’impresa aumentava la rappresentanza dei lavoratori, l’insediamento di delegati sindacali designati dai direttivi, le commissioni paritarie di categoria per l’occupazione ed il grande affare della formazione professionale erano però vantaggiosi soltanto per gli apparati. Quello della CGT otteneva in più la fine dell’ostracismo nei suoi confronti per quanto riguardava la sua presenza in organismi quali l’Ufficio internazionale del lavoro (BIT), ostracismo derivante dalla guerra fredda.

I loro militanti adoperarono tutta la loro influenza, azienda per azienda, allo scopo di far riprendere il lavoro. Spiegarono che, grazie alle nuove elezioni decise da de Gaulle, i lavoratori avrebbero avuto una seconda possibilità nel portare avanti le proprie rivendicazioni votando a favore di un “governo popolare„. Fu però il potere gollista a vincere le elezioni.

Decine di migliaia di liceali, studenti e lavoratori avevano potuto osservare e percepire, per alcune settimane, i meccanismi di questo tradimento e di queste manovre. L’entusiasmo ed il risveglio politico, preparati nel decennio precedente con le mobilitazioni contro la guerra d’Algeria e poi contro la guerra del Vietnam, il rimettere in discussione l’influenza che fino a quel momento il Partito comunista esercitava su una parte dell’opinione popolare, li portarono a guardare verso le organizzazioni d’estrema sinistra, il più delle volte senza cogliere ciò che le differenziava.

Indipendentemente dai calcoli politici degli organizzatori, che pensavano ad un ricorso a Pierre Mendès-France, 35 000 persone si riunirono il 27 maggio allo stadio Charléty, in occasione del comizio promosso dal principale sindacato studendesco, l’Unef, dalla CFDT, dal SNESup (sindacato degli insegnanti universitari) e dalla Federazione dell’educazione nazionale FEN. Anche il PSU (Partito socialista unificato) e gran parte dell’estrema sinistra vi parteciparono.

L’esistenza di questa area politica su scala nazionale faceva di nuovo emergere concretamente la questione dell’assenza di un partito rivoluzionario. Questi due mesi avevano creato in qualche modo la prima condizione della sua ricostituzione.

La necessità di un raggruppamento delle organizzazioni rivoluzionarie

Le organizzazioni rivoluzionarie, unificandosi, sarebbero state in grado di costruire un quadro all’interno del quale decine di migliaia di intellettuali e di lavoratori avrebbero potuto scegliere democraticamente tra le diverse correnti trotskiste, maoiste e libertarie.

A causa dell’eterogeneità delle sue componenti, tale quadro sarebbe stato certamente lontano dal tipo di partito necessario e dalle basi programmatiche ed organizzative del bolscevismo. Tuttavia, attrarre una parte significativa dell’ambiente che in un modo o nell’altro, e per la prima volta da decenni, si riconosceva nella prospettiva rivoluzionaria, avrebbe potuto costituire un innegabile passo in avanti. La chiarificazione tra le tendenze e gli orientamenti, a quel momento difficile da ottenere perché si agiva in ambienti chiusi all’interno di ogni organizzazione, si sarebbe potuta effettuare sotto gli occhi di tutti e ad un tutt’altro livello.
Inoltre, l’esistenza di tre organizzazioni che facevano riferimento al trotskismo, vale a dire l’Organizzazione comunista internazionalista (OCI), lambertista, quella che sarebbe diventata la Lega comunista rivoluzionaria (LCR) (1) e Lotta operaia (Lutte ouvrière - LO), avrebbe potuto consentire a queste formazioni di avere una parte determinante nell’evoluzione di tale raggruppamento e, allo stesso tempo, di svilupparsi all’interno della classe operaia.

Tale era il senso della proposta fatta allora da Lutte ouvrière (2). Ma nessuna organizzazione accettò di provare a verificarne non fosse che la fattibilità. Il massimo che si riuscì a fare, fu di dar vita ad un comitato transitorio di collegamento tra gruppi trotskisti, che riunì solo LCR, LO e l’AMR (Alleanza marxista rivoluzionaria), per coordinare alcune azioni e soprattutto scambiare i vari punti di vista.

Le potenzialità per gettare le basi di tale partito di certo non durarono più di alcuni mesi. Il rifiuto dell’OCI da un lato e della JCR-LC (Gioventù comunista rivoluzionaria-Lega comunista) dall’altro di collocarsi in questa prospettiva fu ancor più dannoso poiché l’aspirazione a sconvolgere l’ordine sociale, apparsa in un ambiente relativamente ampio nel maggio-giugno 1968, rifluì nei mesi successivi.

La corrente maoista, che attrasse la maggior parte della gioventù contestatrice studentesca, dal canto suo era troppo ostile al trotskismo, troppo incancrenita dallo stalinismo da cui era sorta e a cui si riferiva, accecata dai miraggi della sedicente rivoluzione culturale cinese, in cui credeva di vedere l’estensione della rivoluzione d’Ottobre, per sentirsi interessata alla prospettiva di costruzione di un quadro comune. L’entrata di parte dei suoi militanti intellettuali nelle imprese industriali, gli “stabiliti” come si definivano, non cambiò nulla, poiché poggiava sull’idea di un vicino sollevamento della classe operaia e su metodi individuali, fatti di provocazioni e di atti di vendetta che, anche quando erano visti con simpatia da parte dei lavoratori, non potevano in alcun modo far crescere la coscienza di questi ultimi. A causa di tali scelte politiche, il declino del maoismo fu tanto rapido quanto lo era stata la sua crescita. Per ciò che riguarda i suoi dirigenti, spesso venuti dalle più prestigiosi scuole, la maggior parte di loro abbandonò ogni idea di combattere il capitalismo e ritornò nel grembo della borghesia ed ai suoi valori.

L’opportunità creata dalla situazione apertasi nel maggio-giugno 1968 non si prolungò che per un breve periodo. L’entusiasmo, la curiosità, il desiderio di agire e di organizzarsi sbollirono in pochi mesi. Alla fine, fu il PCF che, paradossalmente, ne approfittò, nonostante il discredito legato al suo atteggiamento ed alle sue prese di posizione nel corso del movimento.

Il nostro atteggiamento di fronte alla corrente trotskista dopo il 1968

La preoccupazione di coinvolgere coloro che attraverso gli avvenimenti si erano svegliati alla politica restava una delle preoccupazioni di LO, ma un anno dopo, essendo cambiato il contesto, il senso del suo approccio non era più lo stesso quando diede il suo sostegno militante ad Alain Krivine, candidato della Lega comunista alle elezioni presidenziali del giugno 1969.

LO restava convinta che la divisione dell’estrema sinistra non doveva impedire di fare un passo unitario quando era possibile, come ad esempio avvenne durante le elezioni comunali del 1977 dando vita, insieme alla LCR e all’Organizzazione comunista dei lavoratori (OCT) alle liste “Per il socialismo, il potere ai lavoratori„, poi nelle elezioni europee del 1979, questa volta con la sola LCR, oppure in alcune campagne, come quella per la gratuità dei mezzi pubblici organizzata nella regione parigina all’inizio degli anni 1970. E ciò doveva ancor meno inibire la discussione fraterna, il confronto delle esperienze come delle analisi che, da parte sua, LO ha sempre ricercato.

La Lega comunista accettò dei dibattiti ed anche l’idea di un riavvicinamento tra le due organizzazioni. Tuttavia, LO non poteva più avere illusioni sull’esito di tale approccio. I dirigenti della Lega comunista, in fondo, condividevano con quelli dell’OCI la convinzione che sarebbero stati in grado da soli di attrarre verso di loro la gioventù, in particolare quella intellettuale, che guardava verso l’estrema sinistra. Condividevano anche l’idea che gli avvenimenti del maggio-giugno 1968 erano stati una sorta di prova generale, che avrebbe preannunciato un’imminente situazione rivoluzionaria di cui pretendevano di essere l’avanguardia.

Inoltre, le discussioni con la Lega comunista, che nel 1971 portarono ad un protocollo d’accordo che definiva le tappe di una fusione dei due gruppi, inciamparono sulla semplice idea di un settimanale comune.

La corrente lambertista, da parte sua, si vantava da tempo di incarnare la fedeltà al Programma di transizione di Trotsky e non lesinava lezioni. Il suo accecamento l’aveva tuttavia portata, ad esempio, a vedere nella sconfitta di de Gaulle in occasione del referendum dell’aprile 1969 “una vittoria della classe operaia„. Ciononostante, non cambiò nulla, né nel suo atteggiamento, né nei suoi metodi, e continuò nel suo esistere in modo separato.

Lo stesso accadde sul piano internazionale, dove i tentativi di riavvicinamento così come le proposte di semplici scambi d’opinione da parte di LO si urtarono contro l’inerzia, l’incomprensione o la volontà dei diversi raggruppamenti che si contendevano l’etichetta della IV Internazionale di assoggettare LO ai loro orientamenti, senza cambiare nulla né nella politica né nei metodi organizzativi.

Il codismo di OCI e LCR verso i partiti di sinistra

Solo pochi anni dopo aver spiegato che il maggio 68 era stato, sul modello dell’insurrezione del 1905 in Russia, l’annuncio “della rivoluzione proletaria in Francia„, OCI e LCR optarono per una politica più che compiacente nei confronti dell’Unione della sinistra e del Programma comune sottoscritto dal Partito socialista e dal PCF. Col pretesto di costituire questa volta “un’avanguardia larga„, e di adottare “un approccio unitario sistematico„, ci si metteva a rimorchio dei riformisti. Lo stesso atteggiamento prevalse nell’ambito sindacale: l’OCI nella confederazione FO (Forza operaia), la LCR nella CFDT. In questi sindacati, i loro militanti fecero la scelta di investire tutte le proprie energie in modo prioritario, di scalare i livelli dell’apparato se ne si lasciava loro la possibilità, rinunciando per di più a condurre una battaglia politica in direzione dei lavoratori della base.

L’OCI, che in quel periodo contava probabilmente fino ad una decina di migliaia di membri, avanzò in questo senso. I suoi dirigenti agivano come se avessero voluto farsi riconoscere da PS e PCF come gli unici seri interlocutori alla loro sinistra. Nel 1973, essa chiamò a votare per questi due partiti ad esclusione… dei radicali di sinistra, terzi firmatari del Programma comune, ma che erano definiti come “rappresentanti del padronato„ ad esclusione dei due altri. L’OCI, dopo l’insuccesso di Mitterrand alle presidenziali del 1974, si lanciò in una campagna per un governo PS-PC, presentato come una tappa indispensabile… per la presa di coscienza da parte della classe operaia del vicolo cieco del riformismo. Ciò significava confondere la politica di fronte unico nelle lotte operaie, difesa da Trotsky, e quella di fronte popolare, che egli aveva combattuto. Significava anche rinunciare al dovere dei rivoluzionari, che è quello di mettere in guardia i lavoratori contro questo tipo di illusioni e prepararli a contare soltanto sulle proprie forze.

L’ OCI, del resto, non volle candidarsi alle presidenziali del 1981, come alle elezioni legislative successive, e chiamò a votare Mitterrand fin dal primo turno. Sostenne, in seguito, che la sua elezione era una vittoria della classe operaia “contro i capitalisti ed i banchieri„. L’OCI, scimmiottando le parole d’ordine bolsceviche del 1917, esortò i lavoratori “a cacciare i ministri borghesi„, in questo caso quelli del Partito radicale di sinistra. Il suo codismo rasentava il ridicolo, che per di più si accompagnava ad un’ostilità evidente verso quelli che, come la corrente di LO, si erano candidati alle elezioni per affermare la presenza delle idee rivoluzionarie e la necessità per i lavoratori di non mettersi nelle mani dei venditori di illusioni e di altri saltimbanchi della sinistra riformista.

La LCR conservò una linea meno apertamente codista e non mancò di criticare la sinistra dopo la firma del Programma comune del 1972. Essa presentò nuovamente Alain Krivine alle presidenziali del 1974. Inoltre, forte di una certa notorietà nell’ambito della gioventù scolarizzata, attirò una frazione non indifferente della gioventù, in particolare quella studentesca, cosa che gli permise di attribuirsi circa 4 000 membri, il doppio di simpatizzanti, e di contare decine di funzionari fissi o a tempo parziale. Il suo giornale, Rouge (rosso), si trasformò, per quasi tre anni, in quotidiano.

Senonché, i dirigenti della LCR, con l’appros­simarsi delle elezioni legislative del 1978, in cui ci si aspettava una vittoria della sinistra, si fecero più concilianti. Nel settembre 1977, dichiararono che “per farla finita con l’austerità, per cacciare via il governo Giscard-Barre, per imporre le soluzioni operaie alla crisi, occorre[va] l’unità operaia„. Questa formula annunciava un soste­gno de facto all’unione PS-PC. La LCR ebbe così in comune con l’OCI il riservare le più aspre critiche ai dirigenti del PC, in particolare quando li rese responsabili della rottura dell’Unione della sinistra e della sua sconfitta alle elezioni del 1978. La parola d’ordine “battere Giscard„ continuò a servire come argomento per sostenere la prospettiva di un governo PS-PC che, a lor dire, avrebbe aperto una breccia nella quale “la combattività dei lavoratori si sarebbe potuta inserire„, con i rivoluzionari al loro seguito. Al primo turno delle presidenziali del 1981, senza presentare candidature, la LCR chiamò a votare indifferentemente per la nostra compagna Arlette Laguiller, Huguette Bouchardeau (PSU), Georges Marchais (PCF) o lo stesso François Mitterrand. Anche l’elezione di quest’ultimo venne interpretata come una spinta a sinistra ed una specie di vittoria postuma del maggio 68. La LCR offrì il suo servizio d’ordine per celebrare questa “vittoria„ in Piazza della Bastiglia il 10 maggio 1981.

Molti quadri dell’OCI, ed anche interi settori di questa, così come della LCR, ruppero in quel periodo con il trotskismo per confluire nel partito socialista. Molti diventarono anche dirigenti, sul modello di Henri Weber, uno dei fondatori della LCR, di Julien Dray, di Jean-Luc Mélenchon o di Jean-Christophe Cambadélis che, dall’essere stato un vecchio responsabile dell’OCI, sarebbe poi diventato primo segretario del PS.

Una lunga serie di rinunce e di rinnegamenti

L’arrivo della sinistra al governo, a cui fece seguito alcuni anni dopo lo smembramento del blocco sovietico, lungi dall’aprire una strada maestra ai lavoratori ed all’estrema sinistra, si tradusse nel crollo elettorale e soprattutto militante del PCF, una manifestazione di scoraggiamento e demoralizzazione della classe operaia da cui quest’ultima, ad oggi, non è ancora uscita.

L’OCI, dopo essersi ribattezzata Partito comunista internationalista (PCI), fu la più rapida a sciogliersi in quanto organizzazione trotskista, a partire dalla metà degli anni ’80, in un Movimento per un partito dei lavoratori (MPPT), diventato poi Partito dei lavoratori (PT) e, più recentemente, Partito operaio indipendente (POI), che nel 2016 si scisse in due. Queste forme susseguitesi nel tempo e ritenute l’avvio di raggruppamenti ampi e democratici, ebbero in comune, oltre ad un certo settarismo ereditato dalla corrente lambertista, l’allontanamento a grandi passi non solo dal Programma di transizione, ma anche dalle basi stesse del marxismo. Infatti, i loro fondamenti furono la difesa della laicità, la denuncia delle istituzioni della V Repubblica, l’indipendenza dei sindacati e dei partiti, il riconoscimento della lotta di classe ma anche un’ossessione antieuropea e sovranista sempre più marcata, vicina alle posizioni di personaggi come Chevènement o Mélenchon. Il POI, del resto, diede indicazione di votare per quest’ultimo in occasione delle presidenziali del 2017.

La LCR seguì, più lentamente, lo stesso anda­mento. I suoi responsabili giustificavano da molto tempo il loro investimento in organizzazioni movimentiste, antirazziste, ecologiste o no global con la preoccupazione di essere “là dove qual­cosa si muove„, in modo da conquistarsi alcuni dei loro attori. Tali organizzazioni e movimenti, oltre a fungere spesso da coperture alla social­democrazia, e all’essere presenti soprattutto nella piccola borghesia, restarono completamente impermeabili, quando non ostili, al marxismo. In compenso, le loro idee contagiarono sempre di più quelle dei militanti della LCR che vi milita­vano.

La LCR continuò simultaneamente a promuovere “una vera politica di sinistra„ o “al 100% a sinistra„, che le consentiva di mantenere la speranza di essere riconosciuta come un interlocutore a pieno titolo. Alle presidenziali del 1988, essa decise di sostenere Pierre Juquin, un vecchio apparatčik del PCF, che non aveva né truppe né altra prospettiva se non quella di rinnovare la sinistra su basi socialdemocratiche. Il pretesto era, già allora, di permettere la creazione di un “partito anticapitalista allargato„. Nel 1995, la LCR chiamò a votare indifferentemente per il candidato del PCF Robert Hue, Dominique Voynet (Verdi) oppure la nostra compagna Arlette Laguiller. Questa non scelta era, effettiva­mente, una vera scelta.

Il vero cambiamento della LCR cominciò nel 2002, dopo il relativo successo elettorale di Olivier Besancenot alle elezioni presidenziali, in occasione delle quali, per la prima volta dal 1974, essa presentava un candidato. L’etichetta comunista e rivoluzionaria non aveva tuttavia impedito a Besancenot di conquistare un certo credito negli ambienti popolari e presso un pubblico militante. Nel frattempo, la LCR aveva invitato, sebbene senza un’assunzione esplicita, a votare Chirac al secondo turno delle presidenziali del 2002, adducendo a pretesto la necessità di “battere Le Pen nelle strade e nelle urne„.

Nel 2009, questo orientamento portò alla costituzione del Nuovo partito anticapitalista (NPA), che nasceva su iniziativa dei trotskisti, ma nell’ambito di molteplici correnti e sensibilità, che andavano dal femminismo ai libertari passando per i fautori della decrescita. E se questa organizzazione conobbe all’inizio un certo afflusso, ben presto perse l’essenziale delle sue forze, in particolare a causa dell’attrazione che Mélenchon esercitava sui militanti e su alcuni dirigenti di NPA.

Come porre la questione oggi?

In assenza di una mobilitazione della classe operaia sui propri interessi di classe, la volontà dell’OCI, poi della LCR di creare organizzazioni allargate era vana e volgeva le spalle alle idee che avevano giustificato fino ad allora la loro esistenza. Questo approccio, inoltre, si svolse, contrariamente a quello che avevamo tentato di iniziare nel 1968, al di fuori, ed è il meno che si possa dire, di una qualsiasi spinta della classe operaia, o almeno di una sua parte, verso la sinistra o l’estrema sinistra.
È invece proprio in questi periodi d’arretramento che i comunisti rivoluzionari devono difendere le loro prospettive con maggiore chiarezza, senza rinunciare alla loro identità, alla loro bandiera, alle lezioni tratte dalle esperienze passate del movimento operaio.

È ugualmente loro dovere cogliere tutte le occasioni, a cominciare dalle elezioni, per rivolgersi ad ampi strati della popolazione lavoratrice anche in nome delle idee comuniste. Nel 1995, quando la nostra compagna Arlette Laguiller ottenne più del 5 % alle elezioni presidenziali, prolungammo la nostra campagna cercando di verificare se una parte di quel 1.600.000 di elettori potesse essere conquistata all’idea di partecipare alla costruzione di un vero partito dei lavoratori. Se così fosse stato, ciò avrebbe potuto essere un passo importante in questa prospettiva. C’era però, purtroppo, una notevole distanza tra il sentimento di simpatia che avevamo incontrato e tale impegno.

A cinquant’anni dal 1968, il problema posto dall’assenza di un partito rivoluzionario resta dunque aperto. Questo non si potrà costruire indipendentemente da una nuova ascesa operaia.

Dipende però dai militanti comunisti rivoluzio­nari far sì che questi periodi futuri pongano e risolvano il problema del rovesciamento della borghesia da parte dei lavoratori. Da questo punto di vista, la situazione può sembrare oggi molto più sfavorevole che non nel 1968. L’importante indebolimento pluridecennale della presenza del PCF nelle imprese e nei quartieri popolari, non è stato compensato. E, soprattutto, l’arretramento della coscienza nella classe operaia favorisce la borghesia nella sua guerra sociale, nella diffu­sione dei suoi valori e della sua morale.

Le organizzazioni sindacali ed i partiti di sinistra ne portano una grande responsabilità, in particolare per aver distillato le idee riformiste o scioviniste nei periodi in cui erano all’opposizione, nonché per la politica che hanno condotto o sostenuto quando erano al governo.

La responsabilità che deve assumere chi continua a riconoscersi nella prospettiva rivoluzionaria è ancora maggiore. Essa poggia, come fu per generazioni di militanti nei periodi di riflusso del movimento operaio, sulla nostra tenacia nel difendere gli ideali del comunismo controcorrente e per far vivere il programma d’emancipazione nella classe operaia.

29 marzo 2018

(1) Nel 1953, Pierre Boussel, detto Lambert, era stato il capofila degli oppositori alla politica del cosiddetto entrismo sui generis nei partiti comunisti, raccomandata dal dirigente della IV Internazionale Michel Pablo. La Lega comunista fu costituita nel 1969 dal Partito comunista internazionalista (PCI), legato al Segretariato Unificato (SU) della IV Internazionale, e dalla Gioventù comunista rivoluzionaria (JCR). Essa, nel 1974, assunse la denominazione di Lega comunista rivoluzionaria.

(2) “Charléty non portò alla nascita di un partito rivoluzionario, ma la possibilità rimane„, Lutte ouvrière n. 2 del 3 luglio 1968; “Dai gruppuscoli al partito„, Lutte ouvrière n. 3 del 10 luglio 1968; “Verso il partito rivoluzionario„, Lutte ouvrière n. 4 del 17 luglio 1968; “La questione del partito„, Lutte ouvrière n. 5 del 1° agosto 1968. Questi numeri sono disponibili su https://journal.lutte-ouvriere.org/journal/archives


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