Internazionale

Astensionismo elettorale e strategia rivoluzionaria

Se si vuole misurare l’ampiezza dell’abisso che separa la logica politica di Lotta Comunista dalle tradizioni del socialismo marxista e segnatamente da quel leninismo del quale si presentano come legittimi continuatori, la questione dell’“asten­sionismo strategico” offre indubbiamente un punto d’osservazione privilegiato. Nella lunga lettera con la quale Lotta Comunista risponde ai compagni francesi, si trova una spiegazione “ag­giornata” di questo “astensionismo strategico”.

Che cosa vi si sostiene? Che questo astensionismo si basa “sulla considerazione-chia­ve” della crisi del parlamentarismo. In pratica, che cosa vuole dire questa frase? Meglio ancora, che cosa aggiunge alla situazione generale che aveva davanti Lenin quando polemizzava con gli astensionisti dei suoi tempi (tra cui Bordiga)? La discussione è di un secolo fa, ma già allora si poteva parlare di crisi del parlamentarismo.

Senza spolverare altre citazioni, basterà guardarsi le Tesi sul parlamentarismo del Secondo congresso dell’Internazionale Comunista (1920), in cui si legge, tra le altre considerazioni: “Il centro di gravità della vita politica attuale è completamente e definitivamente uscito dal parlamento”. Va solo ricordato che in queste Tesi l’Internazionale polemizzava proprio con la posizione astensionista! Quindi, ritornando all’articolo di LC, scrivere che “per lo stesso padronato le Camere non sono più al centro della decisione legislativa” non è portare un argomento nuovo rispetto alla scelta di partecipare alle campagne elettorali.

Una valutazione superficiale

L’altra considerazione dei “leninisti” è di una sorprendente superficialità: “è ormai evidente che la maggioranza degli operai e dei salariati non vota. Non si capisce perché dovremmo essere proprio noi rivoluzionari a reintrodurre nella nostra classe quel virus parlamentare, rilegittimando un’istituzione borghese che lo stesso padronato ha svuotato di significato”. Qui l’incomprensione del Lenin de “L’estremismo” è totale. La maggioranza dei lavoratori non vota? Ma come si immaginano che andassero le cose ai tempi dell’Internazionale comunista? In Italia, ad esempio, si svolsero le prime elezioni politiche a suffragio universale maschile nel 1919. Votò poco più del 52% degli aventi diritto. Nel 1920 si arrivò al 56,7% e nel 1921 al 63,1%.

Lenin aveva ben presente il distacco delle masse proletarie dalla “politica” e quindi anche dal meccanismo elettorale, ma indubbiamente, in occasione delle campagne elettorali, una parte di queste masse viene trascinata almeno nel mondo del confronto politico, degli slogan, delle parole d’ordine ed in numeri superiori a quello che il grado di partecipazione al voto può far supporre. Tutti i partiti tirano fuori le loro “ricette”. Si parla di progetti generali in risposta a problemi generali, che spesso riguardano direttamente i lavoratori. Perché i rivoluzionari non dovrebbero approfittare di queste circostanze? Perché non dovrebbero dire la loro sulla disoccupazione, sulla povertà, sull’immigrazione, sulle spedizioni militari all’estero, ecc. ?

Davvero “lo stesso padronato ha svuotato di significato” il Parlamento? E allora perché contribuisce a tenere su, da decenni, tutto questo gran baraccone? In realtà c’è bisogno dell’apparato democratico borghese per garantirsi il controllo delle masse e per dare forma a governi che siano il più possibile “graditi” al maggior numero di elettori in una determinata situazione.

Rimane, per la borghesia come classe dominante, la necessità, vista e denunciata da Marx e da Lenin, di una finzione istituzionaliz­zata: quella del “popolo” che decide attraverso le elezioni il proprio stesso destino. Almeno da questo punto di vista, i parlamenti e le consul­tazioni elettorali in genere non sono vuoti di significato.

Le masse e la politica

Tra le masse è profondamente radicata l’idea che la “politica” sono le elezioni, i parlamenti, le campagne elettorali. Nei momenti in cui la situazione politica, per qualsiasi motivo, si “surriscalda”, aumenta in tutte le classi e in tutti gli strati della popolazione la voglia di “contare”, la voglia di “battersi” per impedire un determinato esito o per favorirne un altro.

Ma come “battersi”, come “pesare” nelle decisioni? In tutte le classi sociali, e quindi anche nelle masse proletarie, ci si rivolge in primo luogo a quelli che vengono ritenuti i meccanismi naturali della lotta politica: le elezioni. Così avviene che aumenta anche la partecipazione al voto. Un esempio eclatante lo abbiamo visto nelle ultime elezioni catalane, dove ha votato più dell’80% della popolazione locale, contro, ad esempio, il 40% in occasione del referendum di novembre 2014! E non si tiri fuori il sofisma che una cosa sono le elezioni e un’altra i referendum, perché quelle elezioni avevano proprio il senso di un referendum pro o contro l’indipendenza della Catalogna.

Più recente ancora l’esempio delle elezioni ungheresi alle quali ha partecipato il 70% degli aventi diritto contro il 61,7% delle precedenti elezioni. Tutto questo dimostra che il virus parlamentare è sempre lì e che non esiste nessuna tendenza ineluttabile che può liberarci dalla necessità di farci i conti anche nel futuro. E nemmeno si può pensare che sia nel potere delle organizzazioni rivoluzionarie sconfiggerlo nella mente e nel cuore delle grandi masse. I rivoluzionari possono solo servirsi dei momenti di maggior interesse per le questioni politiche per difendere e diffondere il programma del socialismo e del comunismo, il quale contiene in sé, non dovrebbe servire ribadirlo, la critica allo Stato borghese e alle sue istituzioni rappresen­tative.

Il senso dell’intervento rivoluzionario nelle elezioni

Il senso dell’attività politica rivoluzionaria in occasione delle elezioni è ben spiegato da Paul Lafargue in un opuscolo del 1899. In particolare, vi si sostiene: “Il Partito Socialista, per quanto non sia un partito parlamentare, è stato dunque portato, dalla forza delle circostanze, ad avere un’azione parlamentare che si esercita fuori del Parlamento e dentro il Parlamento. Esso ha dovuto prendere parte alle elezioni, che sono i periodi di gestazione dei parlamenti, perché questi sono tra i più propizi per la propaganda”. Questo vecchio dirigente rivoluzionario spiega gli effetti della mobilitazione elettorale dei socialisti. Le elezioni, scrive, “forniscono un’eccellente occasione di mobilitare i suoi uomini e di far loro dare la misura della loro intelligenza, energia e devozione. Non esiste in Francia un altro partito che possieda queste qualità allo stesso grado: il numero di propagandisti che si producono durante i periodi elettorali, l’energia che essi dispensano per sostenere il candidato socialista e i sacrifici che si impongono per farlo trionfare è incredibile. Ho preso parte a un bel po’ di lotte elettorali in regioni differenti, ed ho sempre incontrato lo stesso coinvolgimento”.

Così, il Partito Socialista è il solo partito che non teme le disfatte, le insegue pure perché, vinto o vittorioso, esce da ogni periodo elettorale più ricco in uomini e meglio organizzato”.

Lotta Comunista riduce la questione della partecipazione alle elezioni all’uso che si può fare del Parlamento come tribuna rivoluzionaria. Ma questo, come abbiamo visto, è sempre stato solamente un aspetto della politica elettorale rivoluzionaria dei partiti marxisti, e nemmeno il più importante. Lafargue descrive bene il momento della mobilitazione elettorale come leva per mobilitare energie, suscitarne delle nuove, farsi ascoltare da un numero più grande di lavoratori. E questo indipendentemente dall’esito delle elezioni.

Le basi “teoriche” dell’astensionismo smentite dai fatti

Le basi “teoriche” dell’astensionismo di Lotta Comunista si trovano riassunte in un articolo del suo fondatore, Arrigo Cervetto, del 1968. È in questo che, tra l’altro, si argomenta sul carattere “strategico” dell’astensionismo dei “leninisti”. Nessuno pretende che un articolo scritto per un giornale rivoluzionario sia un’opera letteraria, ma qualsiasi persona dotata di un minimo di senso critico non può negare che si tratta, a voler essere generosi, di una serie di concetti messi insieme in modo confuso.

Cercando di districarsi in questo guazzabuglio, prendiamo alcuni concetti meglio delineati: si legge, ad esempio, che “cercare di utilizzare la tribuna parlamentare in paesi come l’Italia in una situazione come l’attuale non ha un senso strategico”. Perché? “perché il partito è ancora nella fase della preparazione dei quadri e l’attuale corso della lotta di classe restringe enormemente il lavoro di preparazione militare e di mobilitazione di massa”. Rispetto al 1917, sostiene Cervetto, la rivoluzione dovrà combattere il grosso delle sue battaglie militari “prima” della presa del potere da parte del proletariato. Quindi la fase che precede la conquista del potere sarà una fase di chiusura di tutti o quasi gli spazi legali, tra cui quello elettorale. La previsione sulla lunghezza di questa “fase” e le sue implicazioni politiche sono spiegate così: “Il nostro astensionismo è strategico perché si basa sulla impossibilità di utilizzo della tribuna parlamentare in tutto il futuro delle battaglie di classe che porrà nella forma più violenta il problema del potere. Il nostro astensionismo è strategico perché è collegato al futuro della lotta rivoluzionaria”.

Giustamente, Cervetto colloca l’intervento politico dei partiti rivoluzionari in occasione delle campagne elettorali e l’eventuale elezione di loro rappresentanti nei parlamenti come un aspetto di quello che Lenin e i bolscevichi definivano “lavoro legale”. Ma, afferma, l’esperienza dell’ultimo mezzo secolo dimostra che per i partiti rivoluzionari “ogni margine di utilizzazione del lavoro legale si è estremamente ridotto se non è scomparso”. Da quando sono state scritte queste parole è passato un altro mezzo secolo. Quale bilancio possiamo trarne? Come minimo che le previsioni di Cervetto erano sbagliate e che è lo stesso sviluppo di Lotta Comunista negli anni successivi a dimostrarlo.

Infatti, negli ambiti in cui svolgere il “lavoro legale”, correttamente Cervetto include “sinda­cati, giornali, circoli, tribuna parlamentare”. Ma, tolte le campagne elettorali, dalle quali i “leninisti” si sono autoesclusi, in tutti gli altri ambiti i margini di intervento non si sono ridotti particolarmente e tanto meno sono scomparsi. Tanto è vero che il giornale Lotta Comunista continua ad uscire come nel 1968 e, anzi, con più regolarità, con una redazione molto più numerosa e viene diffuso da un numero molto più grande di diffusori che, in piena legalità, vendono il giornale nei quartieri, nei luoghi di lavoro o davanti alle scuole. Non solo: il “lavoro legale” nei sindacati ha consentito loro di conquistare la direzione di una Camera del Lavoro come quella di Genova, di alcune segreterie locali di categoria, di diverse RSU, per non parlare della direzione della Compagnia portuale genovese. Oltre a questo, Lotta Comunista possiede due case editrici, un Centro Studi aperto al pubblico e un paio di fondazioni. In altre parole, è lo stesso, innegabile sviluppo numerico e organizzativo ottenuto da questa organizzazione nell’ultimo mezzo secolo che attesta l’erroneità della premessa “strategica” di Cervetto.

Una totale incomprensione del leninismo

Naturalmente, non si può pretendere che i rivoluzionari marxisti abbiano la sfera magica; nel 1968 si poteva anche ipotizzare che gli stati democratico-borghesi, fatte rifluire le lotte spontanee dei lavoratori e degli studenti, avrebbero effettivamente reso quasi impossibile qualsiasi attività politica legale alle organizzazioni rivoluzionarie. Ma l’esperienza bolscevica, così spesso richiamata da Lotta Comunista, ci mostra proprio come Lenin insistesse sulla necessità di sfruttare ogni margine di legalità nei periodi di più dura reazione. L’esperienza elettorale e parlamentare dei bolscevichi negli anni seguenti alla sconfitta della rivoluzione del 1905-1907, fu eroica per le difficoltà enormi e i rischi che questi dovettero affrontare. Quindi il ragionamento di Cervetto va proprio nel senso opposto alla logica leninista. Il riconoscimento formale della giustezza della posizione di Lenin rispetto a quella di Bordiga, nella discussione sull’astensionismo, non trova basi solide nella confusa argomentazione del fondatore di Lotta Comunista.

Tentando di prendere le distanze dall’astensio­nismo “di principio” attribuito a Bordiga, Cer­vetto scrive che l’invito di Lenin ai partiti comunisti a non disertare le elezioni partiva dall’analisi delle esperienze concrete di utilizzo rivoluzionario del Parlamento. Ma per quanto riguarda Lotta Comunista, da allora non c’è stato alcuno sforzo per conoscere e valutare sulla base dei fatti un’esperienza di partecipazione alle campagne elettorali da parte di un’organizzazione rivoluzionaria.

Più precisamente l’esperienza di Lutte Ouvriére è stata totalmente ignorata. Questo, per inciso, può voler dire solo due cose: o si pensa che le esperienze concrete richiamate a suo tempo da Cervetto siano sufficienti a stabilire definiti­vamente una linea di condotta “strategica”, infischiandosene allegramente di quanto è acca­duto dopo, oppure che Lutte Ouvriére per i nostri “leninisti” non è un’organizzazione rivoluzio­naria, e quindi le sue esperienze concrete non hanno importanza come base di riflessione e di analisi per l’azione politica. Le due cose, natu­ralmente, non si escludono.

Nel complesso la formula “astensionismo strategico”, non significa niente, né dal punto di vista teorico, né da quello politico. Vale la pena di aggiungere che, nel corso dei decenni, pur mantenendo l’omaggio formale alla primitiva elaborazione del 1968, Lotta Comunista ha disinvoltamente cambiato le premesse “teoriche” dell’astensionismo, aggrappandosi sempre di più al dato sociologico della disaffezione al voto da parte della classe operaia, presentato, in qualche maniera come un primo gradino verso una coscienza politica di classe. Un astensionismo per il quale si sono escogitate, nel corso degli anni, sempre diverse giustificazioni, lascia perplessi nel momento in cui se ne volesse capire la vera motivazione politica, ma di sicuro ci dice che con la “strategia” ha ben poco a che fare.

10 aprile 2018


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