Internazionale

Ungheria: la vittoria di Orban, demagogo senza scrupoli

In Ungheria, il partito del Primo Ministro ultranazionalista Viktor Orban, è arrivato di gran lunga in testa alle elezioni legislative dell’8 aprile con il 48,8% dei voti. Il suo partito, Fidesz, dovrebbe conservare una maggioranza dei due terzi in Parlamento.

Il partito arrivato secondo dietro Fidesz è un partito d’estrema destra, il partito Jobbik, con il 19,6% dei voti. Tutte le forze reazionarie d’Europa si sono congratulate. Come in tutti i paesi d’Europa Orientale, l’apertura al mercato capitalista, che in Ungheria si è accelerata dopo la caduta del muro nel 1989, si è tradotta con l’arricchimento sfrenato di una piccola minoranza di privilegiati. Questi hanno approfittato del saccheggio dei settori dell’economia ungherese considerati redditizi e i gruppi finanziari ed industriali occidentali hanno preso la parte migliore.

Per la classe operaia, ciò ha significato disoccupazione, inflazione e salari bassi. I ceti popolari hanno anche dovuto subire il degrado dei settori dell’economia statalizzata considerati inutili, mentre erano essenziali per la loro vita quotidiana.

Per la maggioranza della popolazione, questa apertura al mercato è stata sinonimo della promessa mai mantenuta di accedere al presunto miracolo occidentale. I partiti che hanno governato all’epoca, che hanno privatizzato e contribuito all’arricchimento dei miliardari, continuano a subire un discredito profondo. Dopo la crisi finanziaria mondiale del 2009, la situazione è ancora peggiorata, con una disoccupazione di massa e le conseguenze delle politiche di austerità imposte dall’Unione europea e gli istituti finanziari internazionali.

È tutto questo che ha aperto la strada a politici come Orban, al potere dal 2010. All’origine un politicante anticomunista che lodava l’economia di mercato ed il liberalismo, ha poi saputo prendere la svolta del nazionalismo esacerbato, della propaganda contro i migranti, contro gli zingari, dell’antisemitismo e della demagogia contro l’Unione europea.

Nel 2015, Orban si è scontrato con l’Unione europea sulla questione delle quote di migranti ed ha fatto costruire una barriera al confine dell’Ungheria. Durante la campagna delle elezioni legislative, i mass media al servizio di Orban hanno in gran parte trasmesso la sua più scandalosa propaganda sull’argomento. I paesi europei che accolgono migranti sono stati presentati come paesi dove “non si può neppure più prendere la metropolitana in giornata senza essere aggrediti al coltello„, dove “si può essere stuprati senza che la polizia intervenga„, e dove “le infermiere non possono più lavorare senza essere aggredite sessualmente„, come si è potuto sentire su una rete televisiva pubblica ad un’ora di forte ascolto. Lo stesso Orban ha dichiarato a pochi giorni dal voto che: “da un lato ci sono i nostri candidati, che vogliono che l’Ungheria rimanga ungherese„ e dall’altro, quelli “che ci vogliono fare abbandonare le nostre tradizioni cristiane e nazionali per fondere l’Ungheria in una grande internazionalità con lo strumento dell’immigrazione„.

I lavoratori dell’Ungheria, come quelli di altri paesi dell’Europa dell’Est, sono pagati tre o quattro volte meno di quelli d’Europa occidentale. Ciò consente alle grandi società europee che hanno trasferito le produzioni in questi paesi di fare profitti enormi. La politica di Orban mira a sviare la rabbia contro i migranti o contro l’Europa. Ma in Ungheria i salari degli operai sono sempre altrettanto bassi ed i lavoratori sono sempre più sfruttati.

In Italia Matteo Salvini e Giorgia Meloni hanno esultato per la vittoria di Orban, riconoscendo i loro propri metodi per ottenere voti nei ceti popolari. In questo periodo di crisi profonda dell’economia capitalista, le idee di Orban, di Salvini o della Le Pen sono un pericolo mortale per i lavoratori, dividendoli e rafforzando i loro peggiori nemici.
Sarà nel campo della lotta di classe, della battaglia di tutti gli sfruttati per i loro interessi comuni e contro i loro sfruttatori, che la classe operaia potrà opporsi alla minaccia rappresentata da questa gentaglia.

P. R.


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