Internazionale
Francia

L’uomo del capitale finanziario alla presidenza

Da “Lutte de classe” n°186 – Settembre – ottobre 2017

Le prime misure di Macron, da quando si è inse­diato all’Eliseo, esprimono in atti ciò che sono il suo governo e la sua maggioranza parlamentare: un governo di borghesi per i borghesi, aperta­mente e fondamentalmente antioperaio.

La stampa borghese chiosa sulla fine dello stato di grazia di Macron, facendo riferimento ai sondaggi. La quota di popolarità di Emmanuel Macron sta crollando ad un ritmo ancora più rapido di François Hollande a suo tempo. Questa stampa, che ha tanto contribuito a costruire il personaggio Macron prima della sua elezione, così come a mettere in scena i suoi fatti ed atteggiamenti di giovane arrivista, si stupisce che la bolla di sapone possa scoppiare così rapidamente. Ciò fa parte del ruolo della stampa borghese consistente nel gettare fumo negli occhi del pubblico.

Il personaggio non merita né tanto onore, né tanto sdegno. Macron è stato eletto per servire la borghesia nel momento in cui questa è di fronte alla persistenza della crisi dell’economia capitalistica e conduce una guerra a morte contro il mondo del lavoro. Macron non è né migliore né peggiore dei suoi predecessori Sarkozy e Hollande. La borghesia ha favorito il suo arrivo al potere perché prenda il posto dei grandi partiti screditati dell’alternanza sinistra-destra, e che “faccia il lavoro”, cioè che adotti tutte le misure che questa borghesia esige dallo Stato in campo economico e sociale e, per il resto, che se la veda lui con l’opinione pubblica.

La politica di Macron discende dalla situazione economica oggettiva e dagli interessi della borghesia in tale contesto. Lo stato di grazia non è mai esistito e non poteva esistere.

Fare della demolizione del codice del lavoro il segno del suo mandato quinquennale, annunciare parallelamente la diminuzione di 5 euro del sussidio per l’abitazione e la soppressione dell’imposta patrimoniale, come pure la sua sostituzione con un’imposta che esonera completamente i patrimoni azionistici e gli investimenti finanziari, danno il quadro del suo programma. Il duo Macron - Philippe è deciso a prendere quel poco che hanno i più poveri per darlo ai più ricchi.

Altre misure seguiranno inevitabilmente e saranno dello stesso tenore. A dispetto dei periodici entusiasmi della stampa, l’economia capitalistica non sta uscendo dalla crisi. Solo la crescita febbrile dei titoli in borsa, che riflette o che anticipa la crescita globale dei profitti finanziari, giustifica questi momenti d’ottimismo. Sono profitti parassitari che si autoalimentano ma che non rilanciano l’attività produttiva.

L’uomo del capitale finanziario

Macron è e continuerà ad essere l’uomo del grande capitale, come i suoi predecessori e, nel contesto di un capitalismo sempre più finanziarizzato, è innanzitutto il servo del capitale finanziario. In altri termini, continuerà ad adottare le misure che, al di là della loro diversità e delle molteplici forme che assumeranno, mireranno a mettere sempre più denaro a disposizione della finanza.

Lì sta il denominatore comune tra la sua volontà di continuare la privatizzazione, cioè sottrarre allo Stato stesso quel poco di imprese che gli restano, e l’abbandono dei servizi pubblici all’attività pre­datoria dei fondi speculativi. Non sarà certamente un palazzo delle chiacchiere qual è il Parlamento a porre ostacoli dinanzi a questa politica.

Non solo perché Macron vi ha una maggioranza schiacciante. Si è visto con l’operazione Macron sino a che punto la maggioranza può essere mutevole, il personale politico versatile e riciclabile. Costoro non hanno altra fedeltà che quella alla borghesia, cioè al sistema capitalistico, alla proprietà privata dei mezzi di produzione. Ciò è genetico o, più precisamente, risiede nella natura della loro selezione. Ma, come Macron, la maggioranza parlamentare è sottoposta alle leggi economiche, cioè alla legge del grande capitale. La grande borghesia stessa constata, sono i suoi economisti a denunciarlo, quale freno costituiscono l’ampiezza della disoccupazione, l’insufficienza del consumo popolare, le politiche di austerità, cioè di riduzione delle spese statali destinate all’assistenza sociale. Ma sono totalmente impotenti di fronte all’insaziabile appetito della finanza. Il cambio di politica può venire soltanto da un mutamento dei rapporti di forza tra la borghesia e la classe operaia.

Il rifiuto di Macron da parte dei lavoratori

Dopo solo quattro mesi al potere, Macron ed il suo gruppo sono odiati da una parte importante della classe operaia. Macron lo era già in larga misura prima e durante la sua elezione, ed il suo arretramento nei sondaggi riflette più il cambiamento d’opinione della piccola borghesia che non quello dei lavoratori.

Il rifiuto di Macron si era già espresso al secondo turno delle elezioni presidenziali. I 10,6 milioni di voti ottenuti da Marine Le Pen, un record rispetto ai suoi risultati abituali, sono provenuti in parte dalla reazione di quella parte dell’elettorato popolare che l’ha votata in opposizione a Macron.

Questo rifiuto da parte dei lavoratori poteva solo essere rafforzato dal modo in cui è iniziato il suo mandato quinquennale. La promessa di Macron di rinnovare la vita politica si è concretizzata con l’apertura alla cosiddetta “società civile”, la quale è composta da ex-banchieri, capi del personale, dirigenti d’impresa, e completata da un’armata di giovani arrivisti piccolo-borghesi inquadrati da vecchi cavalli della casta politica, tutti profondamente animati da un manifesto disprezzo nei confronti del mondo del lavoro.

L’ostilità del mondo del lavoro nei confronti di Macron è istintiva ma non è una coscienza politica dei propri interessi di classe. Quando essa si esprime politicamente, lo fa servendosi di qualunque strumento: la Francia ribelle di Mélenchon, ma anche il Fronte nazionale di Marine Le Pen.

Più sovente, si esprime solo con il disgusto verso la politica in generale, condito di rimproveri a quelli che, votando per Macron, lo hanno portato alla presidenza. A ciò si aggiunga una sensazione d’impotenza della serie “non c’è nulla da fare”, “comunque ne abbiamo per cinque anni”, opinioni molto spesso diffuse da ex militanti demoralizzati.

La classe operaia oggi è completamente diso­rientata sul piano politico. Questo disorienta­mento si evidenzia innanzitutto nei militanti politici delusi, demoralizzati, che abbandonano la battaglia.

La coscienza di classe, tuttavia, si basa fonda­mentalmente sui rapporti sociali. Nonostante i tra­dimenti dei partiti che si ergevano a rappresen­tanti della classe operaia, nonostante la vigliac­cheria e i cedimenti dei capi sindacali, essa risorgerà.

Ciò deriverà dalla ripresa di fiducia di questa generazione di militanti che non vi credono più? Oppure verrà da nuove generazioni di lavoratori a cui la propria condizione, la propria vita in questo periodo di crisi insegneranno l’inanità del riformismo, quale fomentatore dell’ingenua illusione che il capitalismo possa garantire loro un’esistenza degna del 21° secolo?

Solo il futuro ce lo dirà. È nelle mani della gioventù della classe operaia, con il suo entusiasmo, il suo coraggio, la sua capacità di rompere con l’individualismo, il ciascuno per sé, questi valori della morale borghese che diventano una peste quando contagiano i lavoratori, la cui forza è collettiva. Dipenderà anche dalla sua curiosità per il ricco passato del movimento operaio e dalle sue battaglie per emanciparsi dallo sfruttamento e dall’oppressione della classe capitalistica. Il risveglio della gioventù operaia contribuirà certamente alla ripresa di fiducia della generazione più anziana. Questa, da parte sua, può e deve svolgere il suo ruolo per trasmettere le esperienze del passato, le tradizioni operaie che ne sono derivate, la coscienza di appartenere ad una classe sociale opposta a quella dei possidenti. A condizione di non trasmettere contempora­neamente tutto ciò che col passare del tempo è stato deformato, corrotto dal riformismo socialde­mocratico o stalinista, l’elettoralismo, la fiducia per i politici borghesi di sinistra al posto delle battaglie di classe, il nazionalismo al posto del­l’internazionalismo.

Molti militanti operai, sindacalisti o associativi, in particolare quelli venuti dal PCF, si riconoscono oggi nella politica di Mélenchon, se non nella sua persona. Il mélenchonismo contribuisce a fuorviare la classe operaia, come hanno fatto tanto a lungo gli stalinisti, seppure su scala ben più ridotta e con meno mezzi e virulenza.

In quanto al FN, il risultato più drammatico dello sviluppo della sua influenza sulla classe operaia consiste nello spingere fino in fondo un’evolu­zione, di cui i riformismi socialdemocratici e sta­linisti hanno la responsabilità principale, arri­vando a rifiutare tutti i valori del movimento operaio e di qualsiasi coscienza di classe.

Quale deve essere in tale contesto la politica dei militanti comunisti rivoluzionari? Devono co­gliere tutte le opportunità per dare un’espressione politica alla coscienza di classe dei lavoratori ed accrescere la loro fiducia in se stessi. Ciò implica partecipare e, quando è possibile, prendere l’ini­ziativa delle lotte quotidiane, anche se apparen­temente secondarie.

Va da sé che occorre partecipare alle eventuali iniziative delle confederazioni sindacali, ben sapendo che anche le meno timorose, come la CGT, quando prendono iniziative come gli appelli alle giornate del 12 e del 21 settembre, lo fanno con la convinzione, giusta o meno che sia, che non saranno scavalcate.

Allo stesso tempo occorre spiegare sistematica­mente il ruolo degli apparati sindacali nella pre­servazione dell’ordine sociale, anche quando si ergono a difensori del mondo del lavoro.

Nell’agitazione quotidiana, occorre combattere quella forma di demoralizzazione che consiste nell’ affermare che Macron, con la sua maggioranza parlamentare eletta per cinque anni, è troppo forte perché sia possibile opporvisi. Il PCF, all’epoca in cui era molto più potente di oggi, argomentava che de Gaulle rappresentava un potere forte contro cui non si poteva far nulla… fino al mese di maggio 1968! E Macron non è neanche un de Gaulle!

Crisi economica ed instabilità politica

Nel campo politico, entreremo inevitabilmente in un periodo d’instabilità. Non è tanto in causa il carattere eterogeneo della maggioranza parlamentare, anche se questo ha il suo peso. L’arrivismo cementa oggi questa maggioranza messa insieme in qualche modo. Ma il cemento regge solo finché tutto va bene e se nessuna categoria sociale esprime la sua insoddisfazione, e comunque con una certa rabbia.

Le reazioni saranno però inevitabili in quei settori della popolazione che soffriranno direttamente per le misure del governo, oppure riterranno di non essere abbastanza sostenuti. Questo sarà inevitabile, perché la finanza è insaziabile.

Il peso delle banche è sempre più insopportabile per una folla di categorie piccolo-borghesi, per i contadini indebitati, per gli artigiani ed anche per le imprese capitalistiche piccole e medie che accedono difficilmente al credito.

Una delle aberrazioni della finanziarizzazione è che, mentre il mondo crolla sotto i capitali in cerca di redditività, anche la piccola borghesia o i capitalisti di minor peso si lamentano delle difficoltà ad ottenere un credito. La spiegazione dell’enigma è semplice. Per quelli che possiedono i grandi capitali, è meglio puntare sulla finanza sia direttamente sulla speculazione, sia sul finanziamento di acquisizioni di imprese le une tramite le altre, piuttosto che dare soldi alle piccole imprese produttive, con i rischi che ciò comporta in un periodo di stagnazione dei mercati.

Il parassitismo del capitale finanziario si palesa in gran parte tramite lo Stato. Più lo Stato favorisce la finanza, meno ha soldi anche servono a supportare alcune categorie della borghesia.

In periodo di crisi più che in altre circostanze, lo Stato, pur essendo lo strumento politico della classe borghese nel suo complesso, diventa sempre più lo strumento economico dei soli vertici della borghesia, i grandi gruppi industriali e finanziari, la cui linea di separazione scompare sempre di più. Ci saranno, quindi, inevitabili reazioni nelle classi popolari appartenenti alla piccola borghesia: coloro che fanno parte del mondo del lavoro, piccoli contadini, artigiani, piccoli commercianti, camionisti o taxisti proprietari del proprio veicolo, così come quelli che vivono direttamente o indirettamente del plusvalore estorto alla classe operaia, proprietari di piccole imprese capitalistiche, start-up, notai, negozianti, trafficanti ed intermediari di ogni genere.

Nessuno può prevedere da quale categoria sociale verranno le reazioni. Il vero problema per i prossimi mesi è che gli interessi della classe operaia non scompaiano dietro le reazioni di altre categorie sociali. Se la lotta di questa o di quella categoria della piccola borghesia sarà abbastanza determinata e se non sarà troppo numerosa, lo Stato le cederà qualcosa. Ma questo qualcosa, per modesto che sia, lo Stato non lo prenderà né alle banche, né ai gruppi industriali capitalistici per darlo a questa o a quella categoria della piccola borghesia. Lo prenderà necessariamente ai lavoratori dipendenti. Se i lavoratori resteranno passivi, esitanti di fronte ai colpi inferti dal grande capitale e dallo Stato, le lotte di categorie piccolo-borghesi gli si rivolgeranno contro, anche quando i loro rispettivi interessi non sono contraddittori. Per cedere qualcosa ai contadini schiacciati dai capitalisti della grande distribuzione, lo Stato non se la prenderà con gli interessi di questi ultimi ma con quelli dei consumatori. L’assorbimento del regime sociale dei lavoratori autonomi (RSI) nel regime generale della previdenza sociale è un miglioramento per tutta una parte della piccola borghesia: artigiani, commercianti, liberi professionisti. Ma per fare questo regalo “ai piccoli” secondo l’espressione del giornale Les Echos, si attinge ai contributi dei lavoratori salariati.

Non si tratta soltanto di soldi. Lo dimostrano alcuni aspetti della riforma del codice del lavoro. La parte che riguarda i diritti sindacali, in particolare la fusione di alcune funzioni come quelle di delegato del personale, di rappresentante alla commissione interna o alla commissione sicurezza e condizioni di lavoro (CHSCT), corrisponde ai desiderata dei padroni di imprese piccole e medie.

Le grandi imprese, dal canto loro, hanno abbastanza esperienza politica e soprattutto i mezzi finanziari per riconoscere l’utilità dei sindacati, in particolare quando non sono combattivi e sono compiacenti con i padroni. Le grandi imprese, a differenza di quelle piccole e medie, hanno i mezzi per pagarsi i capi del personale il cui lavoro è di curare questo tipo di rapporti. Per gran parte del padronato, fare a meno dei sindacati, dei delegati e di tutto il fronzolo delle negoziazioni significa altrettanto guadagno in termini di tempo e di denaro.

Nonostante la propaganda governativa, ripresa con compiacenza dai media, la demolizione del codice del lavoro è un beneficio per l’insieme della classe capitalistica ma avvantaggia soprattutto i più grandi. Alcuni aspetti della riforma sono anche chiaramente dedicati ai trust multinazionali, come l’autorizzazione di licenziare in Francia anche se i loro profitti sono fiorenti per l’insieme della multinazionale.

Fra le altre categorie sociali che potrebbero entrare in contestazione, occorre anche citare la polizia, la cui protesta, per il suo ruolo nella repressione, può porre problemi al governo.

Le minacce contro i lavoratori sono anche politiche

Si sta assistendo ad una specie di gara tra la classe operaia e queste categorie piccolo-borghesi. La classe operaia avrà molto da perdere non solo sul piano materiale, ma anche su quello morale e politico, se saranno le categorie piccolo-borghesi ad alzare la bandiera della contestazione. Le proteste provenienti dalla classe piccolo-borghese, dai suoi strati legati alla proprietà privata, che spesso disprezzano i lavoratori salariati, favorirebbero una spinta reazionaria ancora più forte.

Ma c’è un’eventualità ancora più grave per la classe operaia: il pericolo che sia una parte del proletariato, delle sue categorie colpite dalla disoccupazione, sprofondate nella povertà, spinte verso il sottoproletariato, a fornire truppe ai demagoghi d’estrema destra, espressi dal Fronte nazionale o da altre formazioni politiche reazionarie.

La minaccia non è più solo ipotetica. In alcune regioni, dove la disoccupazione è più forte e durevole, dove la speranza di trovare lavoro si riduce, già si moltiplicano le reazioni segnate dal razzismo, l’odio nei confronti degli immigrati, o l’ostilità rispetto a tutto ciò che viene dal movimento operaio. È appena paradossale constatare che le regioni in cui ex militanti del PC o sindacalisti si sono schierati dalla parte del FN sono proprie quelle come il Nord, il Pas-de-Calais oppure la Lorena, dove un po’ di tempo fa erano il Partito comunista, il Partito socialista o entrambi a raccogliere i voti dei proletari.

Non è facile misurare l’importanza del fenomeno ed ancor meno prevederne l’evoluzione. Dipen­derà fondamentalmente dall’andamento della crisi, dal suo aggravarsi, dai suoi sobbalzi, dalle reazioni dei vari strati sociali, cioè in ultima analisi dalla lotta di classe. Le uniche risposte a queste domande che riguardano il futuro sono risposte militanti. In altri termini, occorre tentare di arrestare tale evoluzione e di ridare fiducia nella propria classe e nei propri interessi a quei disoccupati e lavoratori poveri che ora hanno gli occhi puntati sul Fronte nazionale. Almeno finché ciò sarà possibile e prima che l’estrema destra riesca a trasformarli in polizia del grande capitale. È nel campo sociale, nel campo degli interessi di classe, che è indispensabile rivolgersi anche a questa parte della classe operaia.

Non basta battersi nel campo delle idee contro il razzismo, contro il protezionismo, contro lo sciovinismo di cui l’FN è portatore. Si tratta innanzitutto di condurre la nostra propaganda e la nostra agitazione sul fatto che l’FN, come quello di Macron, è un partito borghese, diretto da borghesi. Non solo questo partito non li condurrà a combattere la radice di tutti i mali, vale a dire l’organizzazione capitalistica della società, ma ne farà dei mercenari, truppe ausiliarie delle forze di repressione volte a mantenere lo sfruttamento.

In fondo, la propaganda e l’agitazione per conte­stare l’influenza politica di Mélenchon su una parte dei lavoratori, o almeno la sua influenza elettorale, devono ruotare attorno allo stesso asse. Non basta criticare la superficialità delle sue idee, come la Sesta Repubblica, o la loro dannosità, come lo sciovinismo antitedesco, i suoi discorsi protezionistici o tinti di demagogia contro i lavo­ratori distaccati. Non basta criticare il suo carrie­rismo, il suo gioco individuale, che gli rimpro­verano sia il PCF che gli ex oppositori del PS.

L’uno e gli altri sono in concorrenza, ma con la stessa prospettiva politica: ricostituire una nuova versione dell’Unione della sinistra, riproporre all’elettorato operaio le stesse illusioni usurate dell’epoca di Mitterrand, Jospin o Hollande, con le stesse conseguenze prevedibili. Sarebbe lo stesso inganno che da decenni incatena la classe operaia e che, nel frattempo, ha ridimensionato il PCF a vantaggio del Partito socialista, poi il Partito socialista a vantaggio di Macron e del Fronte nazionale.

Occorre attaccare Mélenchon su un terreno di classe. Mélenchon è forse favorevole ad una politica più comprensiva rispetto ai lavoratori dipendenti, più rispettoso di altri delle libertà sindacali. Ma non sono e non possono essere altro che promesse da marinaio. Se prendesse parte al potere, Mélenchon farebbe ciò che la borghesia gli direbbe di fare, poiché anche all’opposizione non se la prende mai con il grande capitale. In quanto a distruggere il capitalismo, quest’uomo che assume pose da poeta non ci pensa nemmeno in sogno. Anche solo questo basta per dire che egli non potrà soddisfare nessuna esigenza seria della classe operaia, poiché, per adottare misure che permettano di migliorare la situazione dei lavoratori, di porre fine alla disoccupazione e di garantire un giusto salario, occorre prendersela con il grande capitale con una volontà che non fa parte dell’universo mentale del politico della borghesia qual è Mélenchon. Se arrivasse al potere, Mélenchon governerebbe, come tutti i suoi predecessori di sinistra, in modo funzionale alla classe più potente che dirige la società, cioè la borghesia, in particolare la grande borghesia, forte dei suoi capitali e del pieno sostegno dell’apparato di Stato che essa ha insediato nel corso dei secoli, con la sua polizia, il suo esercito.

Mélenchon non rappresenta affatto gli interessi della classe operaia e lui stesso non lo pretende neppure. È stato il PCF, che Mélenchon tratta però come il signor nessuno, ad utilizzare il poco d’autorità che gli rimaneva per farne il proprio rappresentante e portavoce presso l’elettorato operaio.

La necessità di un partito di classe, vitale per i lavoratori

Da decenni i partiti riformisti, sia socialisti che stalinisti, hanno dedicato i loro sforzi politici a convincere i lavoratori che si fidavano di loro che potevano migliorare la loro situazione nell’ambito della democrazia borghese, votando bene nelle elezioni. Da oltre trent’anni, la classe operaia ha fatto e rifatto l’esperienza di quanto ciò fosse una menzogna grossolana e che credervi significava cullarsi nelle illusioni. Nessun politico la cui atti­vità si svolge nell’ambito dell’economia e della società così come sono, cioè capitalistiche, nessun partito borghese può cambiare fondamen­talmente la condizione dei lavoratori, checché possa promettere per farsi eleggere. Occorre che la classe operaia si dia un partito che rappresenti i suoi interessi materiali, politici, morali, un partito che contrasti la politica della borghesia e che organizzi le sue lotte quotidiane. Un partito che, dalla base al vertice, non sia legato in nessun modo all’ordine borghese ed alle sue istituzioni. Ciò significa non solo che questo partito non deve temere di scuotere l’ordine borghese, ma che la distruzione dell’organizzazione capitalistica della società deve essere il suo obiettivo fondamentale, la sua ragion d’essere. Solo un tale partito, un partito comunista rivoluzionario, può condurre le lotte quotidiane dei lavoratori fino al massimo delle loro possibilità.

C’è ancora un’altra cosa. La classe operaia di un paese non può isolarsi dal resto del mondo, contrariamente alle grossolane menzogne protezionistiche, che non vengono soltanto dal Fronte nazionale. Credere che i lavoratori di questo paese possano preservare i loro privilegi irrisori, non fosse che di poter mangiare ogni giorno, in mezzo all’oceano di povertà che copre i tre quarti del pianeta, non è solo abietto ma stupido. L’attualità ce lo ricorda ogni giorno.

Gli attentati terroristici che hanno colpito New York, Barcellona, Londra, Parigi, Berlino, Bruxelles o Stoccolma ricordano che è impossibile isolarsi del mondo. Come ce lo ricordano, in un altro modo, le ondate di migranti. La nostra solidarietà con quelli che la guerra o la miseria caccia via dai loro paesi non si basa soltanto su un’elementare sensazione umana. Si radica nella constatazione che il mondo è uno e l’umanità indivisibile. Si possono alzare tutte le barriere materiali possibili tra i popoli, tra nazioni ricche e nazioni povere, ma non si potrà cancellare le trame economiche e sociali che la storia ha tessuto tra tutti gli esseri umani di questo pianeta.

La nostra borghesia ci ricorda, in questi tempi di crisi, che anche i nostri piccolissimi privilegi di proletari di paesi imperialisti, ricchi rispetto ai nostri fratelli di classe dei paesi poveri, possono essere liquidati ed è quel che sta avvenendo.

Anche il privilegio della pace relativa che hanno conosciuto la Francia e la parte occidentale ricca dell’Europa a partire dalla seconda guerra mondiale può essere rimesso in discussione, e lo sarà inevitabilmente se la crisi economica continuerà e peggiorerà. Il parlare di pace corrisponde ad una concezione del mondo visto dalle finestre delle grandi potenze imperialiste e visto, soprattutto, con gli occhi della borghesia. Per molti popoli, la pace imperialista è stata sinonimo di guerre, di massacri, qui per il petrolio, là per l’uranio, altrove per la conquista di mercati ed un po’ ovunque quando un popolo sollevava la testa per rivendicare diritti che l’imperialismo non era pronto a riconoscere. Quando osserviamo le immagini che i media ci danno di Mossul in Iraq, di Aleppo in Siria o di Aden in Yemen, bisogna pensare che forse sono quelle del nostro futuro a Parigi, Londra o New York.

Finché non l’avremo fatta finita col capitalismo e la sua concorrenza, con l’imperialismo e le sue rivalità, anche la pace è molto relativa, fragile, come lo è, a maggior ragione, la felicità del genere umano.

Il proletariato dei paesi imperialisti, di cui la Francia è parte, deve sapere che la radice di tutti i mali non si trova né in Medio Oriente, né in Africa o in Asia, ma a casa sua. Sebbene la violenta agitazione di fanatici farabutti quali lo Stato islamico o al-Qaida, anche le guerre che insanguinano il Medio Oriente partono dai paesi imperialisti. Sono preparate dai loro stati maggiori e si decidono, in ultima analisi, in funzione degli interessi dei consigli di amministrazione di quei grandi trust le cui sedi sono a New York, Parigi, Londra o Francoforte. È qui il cuore del grande capitale, ed è qui che lo si può distruggere definitivamente.

Tutto ciò sembra oggi fuori portata della classe operaia dei paesi imperialisti, una classe prostra­ta, priva di fiducia in se stessa e di coscienza di classe sotto l’enorme peso della borghesia, con la collaborazione attiva delle grandi organizzazioni che pretendono di rappresentare i lavoratori.

La classe operaia, tuttavia, costituisce sempre l’unica forza sociale capace di rovesciare il potere della borghesia. La coscienza politica del suo compito insostituibile verrà, inevitabilmente. Il futuro degli sfruttati e quello del pianeta dipendono da questa presa di coscienza politica.

13 settembre 2017

Testo votato dal Congresso di Lutte ouvrière (Francia), il 3 dicembre 2017


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