Internazionale
Spagna

Il braccio di ferro tra Stato e nazionalisti catalani

Da “Lutte de classe” n° 187 – Novembre 2017

Il seguente articolo è stato scritto prima di venerdì 27 ottobre, giorno in cui sono stati compiuti nuovi passi nella rottura tra il governo della Catalogna e quello dello Stato spagnolo con sede a Madrid. Il governo ed il Parlamento catalani hanno infatti proclamato l’indipendenza immediata e la creazione di una repubblica catalana. Poche ore dopo, il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy annunciava il commissariamento della Catalogna fino a nuove elezioni, già fissate per il 21 dicembre prossimo.

Il conflitto esistente da anni in Catalogna tra l’apparato di Stato centrale ed il campo nazionalistico catalano si è trasformato in queste settimane in un confronto aperto. Le autorità catalane, dirette dal nazionalista Carles Puigdemont, hanno organizzato il 1°ottobre un referendum sull’indipendenza dichiarato illegale dal governo di destra di Mariano Rajoy, capo del Partito popolare (PP). Rajoy non ha ceduto per nulla alle rivendicazioni delle autorità catalane e ha voluto dimostrare che sarebbe rimasto inflessibile bloccando i seggi elettorali, ricorrendo alla giustizia, alla polizia ed ai suoi manganelli per affrontare le iniziative indipendentiste, perquisire i loro locali, arrestare alcuni dei loro capi accusandoli di sedizione.

Lo scrutinio si è comunque svolto con una parte­cipazione del 43% e con il 90% di sì all’indi­pendenza. Il campo nazionalistico catalano, schierato dietro al politico di destra Carles Puigdemont, ha tentato, in nome del diritto all’au­todeterminazione, di far leva sulla mobilitazione delle proprie truppe per imporre gli interessi di quelli che rappresenta, innanzitutto la piccola e media borghesia catalana. Per ora, Puigdemont è dovuto arretrare di fronte a Rajoy, rimandando di fatto la scadenza dell’indipendenza. Il governo di Madrid, dal canto suo, ha avviato il processo di dissolvimento dell’autonomia catalana ricorrendo all’articolo 155 della Costituzione.

I nazionalisti catalani riusciranno, dopo il commissariamento da parte di Madrid, a negoziare con lo Stato centrale più autonomia, cosa che certamente procurerebbe soddisfazione ad una parte della loro base? È possibile, tanto è vero che Rajoy e Puigdemont appartengono in realtà allo stesso campo sociale. Nulla però permette di prevedere l’esito di una crisi le cui conseguenze sono già ora pesanti per le classi popolari. Una di queste conseguenze, peraltro importante, è la progressione del nazionalismo, che polarizza le popolazioni in due campi schierati dietro ai politici e ai partiti reazionari ed antioperai gli uni quanto gli altri.

Un conflitto antico

Nell’Ottocento, il nazionalismo catalano espri­meva la potenza crescente della borghesia della provincia di fronte alle vecchie classi feudali ed alla monarchia dei Borboni che regnava a Madrid e su tutta la Spagna. Durante la dittatura di Franco (dal 1936/1939 al 1975), i catalani furono imbavagliati nei loro diritti più elementari, così come il resto degli spagnoli. Il loro diritto di parlare catalano era represso e la fine del fran­chismo ha significato più libertà, come nelle altre regioni. Ciò non ha impedito ai particolarismi regionali di durare nel tempo. Lo Stato spagnolo integrò del resto questa dimensione nel 1978, dopo il cosiddetto periodo transitorio seguito alla morte di Franco. Venne istituito un regime monarchico fondato su istituzioni elette, sia a livello nazionale che regionale.

Questa transizione però non portò ad uno Stato omogeneo e centralizzato simile a quello costituito in Francia dopo la Rivoluzione. Lo Stato spagnolo è rimasto organizzato attorno ad un sistema monarchico che domina le Comunità autonome, il cui statuto e le cui competenze sono stati negoziati con lo Stato centrale, mentre quest’ultimo ha conservato la possibilità di imporre le sue scelte in caso di disaccordo. Queste Comunità autonome hanno permesso di soddisfare un certo numero di rivendicazioni autonomiste, in primo luogo in Catalogna, nei Paesi baschi e in Galizia, definiti nella Costituzione “nazionalità storiche”. Molti politici locali vi hanno trovato il loro tornaconto, disponendo così di una parte del potere, di posti, di responsabilità e di fondi. I loro omologhi nelle altre regioni della Spagna hanno chiesto a loro volta di poter beneficiare della stessa ripartizione di competenze e di posti.

La ripartizione delle competenze e delle prerogative tra lo Stato centrale e le Comunità autonome implica tuttavia delle scelte, e fra le competenze che causano tensioni c’è la fiscalità. Da questo punto di vista, le Comunità non sono considerate allo stesso modo. Così, dopo aspre battaglie, i Paesi baschi e la Navarra dispongono di un’autonomia fiscale completa, che le autorizza a raccogliere tutte le imposte sul loro territorio, prima di trasferirne una parte allo Stato centrale. Non è il caso della Catalogna che, come altre Comunità, è sottoposta ad un regime fiscale più dipendente da Madrid. A partire dal varo della legge sull’autonomia fiscale del 2009, lo Stato centrale permette a tutte le Comunità di prelevare alcune imposte. Le più importanti quali l’IVA, l’imposta sul reddito, la tassa sugli idrocarburi, restano però prelevate dallo Stato centrale che le ridistribuisce alle Comunità, secondo decisioni prese a Madrid.

La Catalogna, volta verso l’Europa, è diventata la regione più ricca della Spagna. I suoi 7,5 milioni di abitanti rappresentano oggi il 16% della popolazione del paese. Il 22% della sua industria produce il 19% del PIL e realizza il 25% delle esportazioni spagnole. Il sistema fiscale fa sì che la Catalogna sia un contribuente netto rispetto al resto della Spagna: le imposte prelevate in Catalogna sono superiori alle somme trasferite dallo Stato centrale alla regione, da 8 a 15 miliardi secondo le stime, e ciò è alla base delle rivendicazioni di una parte del movimento indipendentista. Così il Cecot, un’organizzazione padronale in prima linea nella lotta per l’indipendenza, ripete da mesi che la Catalogna è imbrogliata in materia di infrastrutture e di investimenti poiché è Madrid che riscuote le imposte dei catalani e ne definisce l’utilizzo e la destinazione. In questi tempi di crisi, tutta una parte della piccola e media borghesia catalana non vuole più condividere le proprie risorse fiscali con il resto della Spagna ritenendo che questo denaro debba tornare in Catalogna.

Tensioni inasprite dal 2008 e con la crisi economica

Sin dal 2006, i politici catalani hanno tentato di rinegoziare la fiscalità con Madrid. Dieci anni fa, sembravano vicini all’obiettivo. Nel 2006, il socialista Zapatero, capo del governo dal 2004 al 2011, prevedeva tra l’altro una certa prevalenza del potere giudiziario catalano, della lingua catalana e soprattutto una ripartizione delle imposte più favorevole alla Catalogna. Lo statuto promesso ai nazionalisti e sostenuto da tutti i partiti catalanisti fu immediatamente contestato dalla destra spagnola e, nel 2010, annullato e dichiarato anticostituzionale.

Inoltre, il conflitto tra la Catalogna e lo Stato spagnolo si era inasprito con la crisi economica sviluppatasi dal 2008. La crisi provocava ampie manifestazioni contro i tagli di bilancio, seguite nel 2011 dall’emergere del movimento del 15M, detto degli indignati (Indignados), e da numerose mobilitazioni. La crisi economica fu l’humus sul quale il nazionalismo poté crescere.

Artur Mas, dal 2010 al 2016 presidente della Generalità, il governo autonomo catalano, predecessore di Puigdemont ed appartenente allo stesso partito borghese, Convergenza democratica di Catalogna (CDC), tentò nel 2012 di negoziare un nuovo patto fiscale. La sua proposta fu rifiutata senza possibilità di discussione dal governo che, con la crisi, aveva ancor più bisogno del denaro riscosso in Catalogna. Il trasferimento di alcuni miliardi a Barcellona e la concessione di una maggiore autonomia avrebbero rischiato di spingere altre regioni ad esprimere le stesse esigenze, compromettendo un po’ di più l’unità del paese. I rifiuti ripetuti dello Stato centrale a concedere qualsiasi cambiamento, coniugati alla crisi degli anni 2008-2011, portarono sempre più catalani a pensare che nulla potesse evolvere nel quadro dell’autonomia delle Comunità e che per loro fosse meglio prendere le distanze con il resto della Spagna, rinchiudendosi sulla loro ricca regione. L’11 settembre 2012, la festa tradizionale della Catalogna (Diada) fu segnata da importanti cortei a Barcellona che raccolsero centinaia di migliaia di dimostranti rivendicanti l’indipen­denza. Secondo i sondaggi effettuati dalla Gene­ralità catalana, il sostegno dei catalani all’indipen­denza passò dal 15% del 2006 a quasi il 50% del 2014.

Nel 2012, i partiti autonomisti in Catalogna si orientavano verso il separatismo ed il sovra­nismo, prima con la richiesta dell’organizzazione di un referendum sull’autodeterminazione e poi con la rivendicazione di una repubblica catalana. CDC, il partito di Artur Mas, lasciò i partiti auto­nomisti con cui prima era alleato per volgersi verso la sinistra indipendentista. Questa virata seguiva di pari passo l’evoluzione dell’opinione della sua base elettorale a favore dell’indipen­dentismo. La destra catalana, d’altra parte, agi­tando la minaccia di una rottura della Catalogna con la Spagna, alzava la posta nei confronti di Madrid.

Era quello stesso Mas che aveva represso le manifestazioni del 15M in Catalogna. Allora aveva utilizzato la polizia catalana, i Mossos, contro i movimenti delle maree (mareas), come venivano definite le manifestazioni delle varie categorie (salute, istruzione…) che riunivano decine di migliaia di dimostranti in Catalogna, in Andalusia, a Madrid. Mas aveva anche inviato la polizia contro i migranti, provocando scontri che causarono morti e feriti. Fu sempre lui a privatizzare certi settori importanti e a decidere tagli di bilancio in diversi servizi pubblici. Dopo essere riuscito a portarsi alla testa del movimento indipendentista, Mas si alleò con un partito indipendentista di centrosinistra, la sinistra repubblicana di Catalogna (ERC), partito che aveva governato la Catalogna repubblicana nel 1936.

In occasione delle elezioni al Parlamento di Catalogna del settembre 2015, una coalizione composta da CDC, il partito di Mas-Puigdemont, e l’ERC ottenne il 40% dei voti. In mancanza di una maggioranza, questa coalizione si volse verso la candidatura d’unità popolare (CUP), formazione elettorale costituita da varie organizzazioni della cosiddetta sinistra radicale e da correnti indipendentiste. La CUP, presentata dalla stampa come un partito d’estrema sinistra, è in realtà un conglomerato di diverse tendenze, che vanno da ecologisti e contestatori a donne ed uomini che si dichiarano anticapitalisti. Il loro minimo denominatore politico, e quindi la loro unica bandiera comune, era la Catalogna indipendente. La CUP accettò di sostenere la coalizione governativa della destra e della sinistra nazionalistiche a due condizioni. La prima era che Mas, il cui passato era troppo compromettente, fosse sostituito da Puigdemont, le cui battaglie per l’indipendenza erano note da tempo. La seconda riguardava l’impegno da parte di Puigdemont di organizzare un referendum sull’indipendenza e di dichiararla in caso di vittoria del sì. Tutto ciò non cambiava per niente il carattere borghese e fortemente di destra di questa coalizione con la quale la CUP si schierava.

Mas, processato per corruzione, troppo compro­messo, lasciò il posto nel gennaio 2016 a Carles Puigdemont. Una coalizione tra CDC, ERC e CUP fu formata il 9 gennaio 2016, con l’indipen­denza per obiettivo. Così Puigdemont diventò presidente della Generalità e dirigente di CDC, ribattezzato Partito democratico europeo catalano (PDECAT) nel luglio 2016. Tutta l’attività di questa maggioranza catalana fu allora orientata verso l’organizzazione del referendum sull’indi­pendenza, che infine si è svolto il 1° ottobre 2017.

Il referendum accelera la crisi politica

Dal 2012 al 2017, lo Stato centrale ha fatto orecchie da mercante alle rivendicazioni catalane. La destra di Rajoy al governo a Madrid disprezzava la destra di Mas e di Puigdemont al governo a Barcellona. L’organizzazione del refe­rendum era l’unica strada possibile per Puigdemont, non soltanto per conservare il potere preservando la sua coalizione con la CUP, ma soprattutto per tentare di costringere Rajoy a muoversi. Al fine di stabilire un tale rapporto di forza, Puigdemont aveva bisogno di un sostegno popolare. La destra costruì così delle organizza­zioni di massa nell’ambito della piccola borghe­sia: l’Assemblea nazionale catalana (ANC) e l’Omnium culturale.

Omnium culturale è un’associazione creata nel 1961 per promuovere la lingua e la cultura catalane, che conta 70 000 tesserati e che, nel 2010, è riuscita a riunire a Barcellona un milione di persone di tutte le tendenze politiche contro la decisione della Corte costituzionale di censurare una parte del nuovo statuto per l’autonomia. Quanto all’ANC, forte di 40 000 membri, essa dispone di tre milioni di euro annui per fare propaganda per l’indipendenza. Come ha scritto un giornalista, “l’ANC è un’istituzione unica in Europa, un’organizzazione filogovernativa, popo­lare, che funge da ponte con la società, capace di mobilitare e controllare decine di migliaia di persone”.

La preparazione del referendum, annunciato all’inizio di settembre 2017 per il 1°ottobre, ha fatto effettivamente muovere lo Stato centrale… nel senso dell’irrigidimento. Perquisizioni, arresti, avvisi di garanzia: il governo di Rajoy ha utilizzato tutti i mezzi dello Stato per screditare questa iniziativa. Ogni volta, migliaia di giovani catalani che in particolare rispondevano agli appelli di ANC e di Omnium culturale, si opponevano ai poliziotti. Il giorno del referendum, migliaia di loro hanno protetto i seggi elettorali al prezzo di centinaia di feriti.

La violenza esercitata da Rajoy ha scandalizzato, giustamente, numerosi catalani e spagnoli. Alla fine, il primo ottobre, il referendum ha mobilitato il 43% dei 5,5 milioni di elettori, che ha votato al 90% sì all’indipendenza. È stata, tuttavia, una mobilitazione appena più ampia di quella del referendum simbolico del 9 novembre 2014, al quale aveva partecipato il 40% degli elettori catalani. La partecipazione del 1° ottobre, quindi, non è stato un successo eclatante per il campo indipendentista, ma comunque importante.

L’elettorato indipendentista è in parte un elettorato di destra, costituito in buona misura da elettori piccolo borghesi o dai membri più agiati della classe operaia, ma anche, molto ampiamente, da una parte delle classi popolari che pensa di poter vivere meglio in una Catalogna indipendente. La classe operaia di Catalogna è lungi dall’essere acquisita del tutto all’idea dell’indipendenza. Molti tra i lavoratori non hanno partecipato al referendum, tanto più che la classe operaia è in buona parte composta da lavoratori originari di altre regioni, in particolare l’Andalusia, e più recentemente da immigrati del Magreb.
La borghesia fischia la fine della partita?

Puigdemont si è espresso sull’indipendenza soltanto dieci giorni dopo il referendum. Nel frattempo, la grande borghesia gli aveva fatto sapere che non doveva proseguire su questa strada. Per parecchi giorni, banche e grandi imprese presenti in Catalogna si sono succedute nella stampa per annunciare il trasferimento della loro sede centrale fuori della Catalogna. La borghesia europea si è mossa nello stesso senso. Il governo francese ed altri governi hanno dichiarato che la Catalogna era un problema interno spagnolo, esprimendo così il loro sostegno a Rajoy. Le istituzioni europee hanno affermato che non avrebbero esercitato il ruolo di mediatore che Puigdemont ed i suoi si aspettavano da loro ed hanno precisato che una Catalogna indipendente si sarebbe nei fatti messa fuori dall’Europa.

Il governo di Madrid ha la necessità di dare una battuta d’arresto alle ambizioni separatiste per fermare tutte le velleità d’indipendenza delle altre regioni della Spagna. E i dirigenti europei vogliono ostacolare le tendenze separatiste dei nazionalisti o degli autonomisti di altri paesi, come in Scozia, nella Fiandra o nel Nord d’Italia, anch’essi intenzionati ad emanciparsi.

Quanto a Rajoy, questo conflitto gli ha solo consentito di mascherare la sua corruzione e la sua politica antioperaia. È riuscito a schierare dietro di sé una parte della popolazione. Il fatto che migliaia di bandiere spagnole siano apparse sui balconi delle zone popolari era impensabile prima. Contemporaneamente ai nazionalisti cata­lani, la destra spagnolista e reazionaria si è ora rafforzata, con il sostegno del Partito socialista (PSOE).

Quale politica per i lavoratori?

Questo conflitto permette in modo opportuno ai dirigenti dello Stato centrale ed a quelli di Catalogna di mascherare la loro politica antioperaia. Allo stesso tempo, esso permette di far dimenticare gli scandali di corruzione che hanno incancrenito la vita politica e nei quali i dirigenti dei due campi si sono compromessi. Da un lato, Mariano Rajoy, Primo ministro spagnolo, gioca all’uomo forte e fa intervenire la polizia e la giustizia contro i catalani. Dall’altro, i catalanisti cercano con le loro mosse indipendentiste di mantenere le proprie posizioni di potere. I due nazionalismi, quello della Spagna e quello della Catalogna, si alimentano reciprocamente.

Qualsiasi sia l’esito di questa crisi, le idee nazio­nalistiche usciranno da tale scontro rafforzate. Ciò è una catastrofe per la classe operaia, quella di Spagna come quella di Catalogna. Nelle fami­glie popolari, non è raro che ciascuno si schieri su posizioni nazionalistiche opposte. La classe operaia rischia di essere allontanata dalle sue posizioni di classe, dalla battaglia contro le fron­tiere, contro lo sfruttamento e per l’unità dei lavo­ratori contro i loro sfruttatori.

È totalmente contrario agli interessi della classe operaia, in Catalogna come nel resto del paese, mettersi a rimorchio dei partiti nazionalistici e manifestare dietro la destra e la sinistra governative ed il patronato catalano. Le parole d’ordine di repubblica catalana e di lotta per l’indipendenza sono un inganno. È inaccettabile che siano stati ripresi dall’estrema sinistra raccolta attorno alla CUP. In Catalogna, i rivoluzionari dovrebbero al contrario spiegare che la condizione dei lavoratori non migliorerà in un paese indipendente, anche se diventato repubblica. I lavoratori, le classi popolari dovranno difendersi contro questo nuovo potere come oggi contro Rajoy. Tanto più che il padronato ed il governo utilizzeranno l’Union sacrée per imporre sacrifici ai lavoratori in nome della nuova nazione da costruire di fronte alla concorrenza. La parola d’ordine di repubblica catalana sarà utilizzata per abbassare la coscienza di classe, coltivando le divisioni all’interno della classe operaia di Catalogna, opponendo i lavoratori catalani a quelli venuti dall’Andalusia, dalla Galizia, dal Nord Africa. Alimenterà la divisione con la classe operaia del resto della Spagna, lasciando credere che i catalani vivranno meglio per il semplice fatto che sarebbero sfruttati e diretti da borghesi catalani! Il dovere dei rivoluzionari è di evidenziare le frontiere di classe, di indicare senza ambiguità i nemici del mondo del lavoro. Occorre dire che cos’è questo movimento indipendentista: un modo per deviare le collere popolari verso un binario morto.

Occorre denunciare la trappola rappresentata dalla destra e da Puigdemont ed affermare che la classe operaia deve lottare unita per i suoi interessi, che una repubblica catalana nelle mani degli stessi di sempre sarebbe un regime contro i lavoratori. Il chiamare a votare sì al referendum di Puigdemont ha voluto dire volgere le spalle ad ogni politica di difesa degli interessi generali dei lavoratori. Il non schierarsi dietro i fautori del catalanismo non impedisce ai lavoratori di Catalogna di opporsi alle brutalità di Rajoy. Essi devono però farlo in piena indipendenza, su un terreno di classe.

I lavoratori coscienti non possono essere solidali con Rajoy. Devono denunciarlo. Rajoy utilizza gli stessi metodi polizieschi sia nei confronti dei catalani che nei confronti dei lavoratori di tutta la Spagna. Utilizza il nazionalismo spagnolo come Puigdemont utilizza il nazionalismo catalano, per servirsi dei popoli come massa da manovrare. Pensare che la crisi catalana indebolirà Rajoy è un’illusione e voler convincerne i lavoratori è una mistificazione, per non dire un tradimento. Qualunque sia l’esito del conflitto, Rajoy potrà dire ai lavoratori che bisogna stringere la cinghia a causa di questi maledetti catalani. Questa crisi serve a far passare in secondo piano i problemi concreti esistenti in Spagna: la disoccupazione, i salari. Il diritto dei catalani di votare è un diritto elementare da difendere, ma senza per questo mettersi al rimorchio del separatismo.

Tale crescita del separatismo è una delle manifestazioni della crisi capitalistica. I lavoratori della Spagna, come quelli del Regno Unito, del Belgio, dell’Italia, dove le stesse tendenze vengono a galla, non devono darsi come obiettivo lo smembramento del paese dove vivono e sono sfruttati. Occorre al contrario affermare che l’uscita dalle contraddizioni del sistema capitalistico passa per il suo rovesciamento, per l’unione dei lavoratori, uniti oltre le frontiere attuali nell’ambito di una federazione socialista dei popoli che avranno espropriato la grande borghesia. In tale federazione, ci sarebbe posto per tutte le culture. La paccottiglia nazionalistica che diffondono Rajoy e Puigdemont è l’opposto di tale prospettiva.

26 ottobre 2017


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