Dove va l’Italia?
All’indomani delle elezioni politiche dello scorso aprile abbiamo assistito ad uno spettacolo abbastanza inconsueto per le tradizioni politiche italiane. Mentre il centrodestra annunciava l’inizio di una stagione rivoluzionaria, sia pure nel segno del moderatismo borghese, il centrosinistra riconosceva la legittimità democratica della coalizione guidata da Berlusconi. Un atteggiamento che ha avuto come primo atto la telefonata di congratulazioni di Veltroni al Cavaliere per poi consolidarsi nelle settimane successive.
I commentatori, oltre che gli stessi protagonisti della politica parlamentare, hanno parlato di un fair play finalmente acquisito dalla dialettica politica italiana. Un processo che, del resto, era iniziato con la fondazione del Partito Democratico, scelta che di per sé suscitò gli elogi e spinse all’emulazione Berlusconi. Da allora gli scambi di cortesie e riconoscimenti reciproci hanno avuto uno sviluppo mai conosciuto prima.
La semplificazione degli schieramenti, che ha fortemente ridimensionato o addirittura annullato le formazioni politiche che non si riconoscevano nei cartelli politico-elettorali capitanati da Veltroni e Berlusconi, è avvenuta nel segno della ricerca del consenso dell’elettorato di centro. Più esattamente, si è tentato in tutti i modi di collegarsi agli umori più conservatori, alle paure, agli istinti più reazionari che l’incertezza economica e la crescita della povertà e dell’emarginazione esasperano e diffondono in ampi settori della popolazione.
La demagogia sociale, mischiata ad una buona dose di xenofobia e di slogan legge e ordine sono stati gli ingredienti della campagna elettorale di tutti e due gli schieramenti. La reciproca legittimazione ha aiutato entrambi.
La Confindustria ha potuto esprimere la propria soddisfazione per la fuoriuscita dal Parlamento delle forze contrarie all’impresa e al mercato, intendendo evidentemente la cosiddetta sinistra radicale di Bertinotti o Diliberto.
Ma la Confindustria sa benissimo che nessuna forza politica, per quanto si proclami "comunista", può stare al governo senza farsi in qualche modo portavoce degli interessi della grande borghesia. Il commento dell’associazione padronale ha un altro significato. Ci dice che il potere politico in Italia si può esercitare senza nemmeno più la finzione di una forza politica parlamentare che si richiami al socialismo e alle tradizioni del movimento operaio. Un parlamento interamente borghese, interamente e apertamente sostenitore del capitalismo, ecco un risultato veramente storico di cui la borghesia italiana può essere grata a Veltroni e a Berlusconi ma anche, in fin dei conti, all’opportunismo e alla mancanza di coerenza dei cosiddetti "comunisti".
La soddisfazione del padronato riguarda anche la governabilità finalmente raggiunta, data la maggioranza ampia di cui gode lo schieramento di centrodestra nei due rami del Parlamento: "Non ci sono più scuse per non fare le riforme necessarie", ha detto la neo-eletta presidentessa della Confindustria, Emma Mercegaglia .
La crisi italiana
Una formula politica può nascondere per un po’ di tempo la realtà ma non può sopprimerla. I nodi della crisi italiana sono ben lontani dal poter essere sciolti dalla rivoluzione berlusconiana. In un certo senso, anzi, la base di consenso del centrodestra, più precisamente quella tradizionale della Lega Nord, rappresenta di per sé uno dei problemi, e nemmeno il più piccolo, del capitalismo italiano, almeno sul piano della struttura produttiva. I piccoli industriali, gli uomini che si sono fatti da sé, infatti, per le leggi spietate dell’economia capitalistica, sono diventati un fardello per uno sviluppo ulteriore dell’industria, per una crescita significativa della produttività. Tutto al contrario di ciò che credono di essere, rappresentano un freno alla competitività come e più della tanto odiata burocrazia di stato.
E’ vero che la piccola impresa è l’ossatura dell’economia italiana, ma ormai è un’ossatura che imprigiona più che sostenere, un guscio che non consente all’organismo capitalistico di crescere ulteriormente. Il grande capitale sa di avere bisogno del consenso di questa massa di piccoli borghesi per esercitare "democraticamente" il proprio potere sulla società, ma sa anche che gli imprenditori sono troppo numerosi per poter diventare tutti capitani di grandi imprese. Eppure occorrono grandi imprese per sfornare in quantità produzioni di buon livello e a basso costo e, soprattutto, per prepararsi a inventarne e brevettarne delle altre.
Se il governo Berlusconi si farà interprete fino in fondo degli interessi strategici del gran capitale, in Italia, entrerà inevitabilmente in rotta di collisione con una parte del proprio elettorato. Viceversa, la strada del compromesso sociale interno ai vari settori della borghesia, che è più consono alle tradizioni nazionali, potrà essere percorsa, ancora una volta, a danno dei lavoratori salariati. Le fragilità strutturali del "modello di sviluppo" italiano rispetto alla concorrenza mondiale non saranno intaccate ma, in compenso, si cercherà in un maggiore sfruttamento degli operai l’uovo di colombo per risolvere il problema della produttività. Del resto è quello che sta già accadendo.
Salari e produttività
La manovra economica del governo è stata presentata come una grande rivoluzione. La cosiddetta "Robin Hood tax", vanto di Tremonti, è un effetto speciale, che non stupisce più di tanto. Petrolieri e compagnie di assicurazioni, che operano in condizioni praticamente monopolistiche, si rifaranno facilmente sul proprio pubblico di un’eventuale inasprimento fiscale. Più concretamente si sentiranno le conseguenze dei tagli a spese sociali e Sanità, che comporteranno anche la reintroduzione dei ticket, e quelle dell’ulteriore liberalizzazione dei contratti di lavoro, che consentano al padronato un supplemento di "flessibilità" nell’utilizzo della forza-lavoro.
Da tempo ormai il mondo imprenditoriale, direttamente o attraverso i propri portavoce, si è riconosciuto nella battaglia per trasformare la questione salariale, paradossalmente, in un punto d’appoggio per svuotare di significato la contrattazione nazionale e ottenere un aumento di fatto degli orari di lavoro.
Le prime avvisaglie di questa operazione si erano già viste sotto il governo Prodi. Ora, il ministro del Lavoro Sacconi prosegue e accentua questa tendenza. Così, ad esempio, Il decreto legge che introduce sperimentalmente, per una parte dei lavoratori del settore privato, una contribuzione fissa del 10% per la retribuzione dello straordinario, al di là dei suoi benefici concreti, accoglie completamente le richieste padronali. Ormai, neanche troppo subdolamente, sta passando l’idea che la produttività delle imprese dipende dalla disponibilità dei lavoratori ad allungare la durata della prestazione lavorativa.
Una prima conseguenza di questo modo di presentare le cose è che i "meritevoli" in un’azienda saranno quei lavoratori che si prestano a fare lo straordinario mentre gli altri saranno dei menefreghisti fannulloni. Ma l’obiettivo più importante che si vuole perseguire è quello di legare ogni speranza di miglioramento delle proprie condizioni sociali al "successo" dell’azienda per cui si lavora. La contrattazione collettiva nazionale sfuma sempre di più la sua importanza. Diviene una semplice "cornice".
I sindacati contrastano molto debolmente o non contrastano affatto una tendenza che, se portata alle sue conseguenze estreme, finirebbe per eliminarli come agenti della contrattazione delle condizioni di lavoro.
Le burocrazie sindacali si vantano da tempo di non avere tabù. L’unico tabù che hanno è quello di spendere l’enorme forza contrattuale che hanno i lavoratori in una lotta generale per interessi condivisi. Il salario poteva essere (e può esserlo tuttora) il terreno su cui sviluppare una iniziativa sindacale di vasto respiro, che rendesse fiducia al mondo del lavoro e rinsaldasse i legami e la solidarietà tra le varie categorie di salariati. Il tabù della lotta di classe ha fatto sì che il tema del salario fosse tolto loro di mano e diventasse un’arma contro la contrattazione collettiva. La loro riforma contrattuale rispecchia più le preoccupazioni del padronato che le esigenze d’insieme della classe lavoratrice.
Una componente importante, nella politica sociale del governo, sembra essere la guerra ai lavoratori del pubblico impiego. Come tutte le guerre è stata preceduta e accompagnata da una campagna propagandistica. Il ministro Brunetta si è distinto per le sue vibranti denunce contro i "fannulloni", proponendosi di riorganizzare o moralizzare un po’ tutto. Come è accaduto mille volte in passato, dietro la cortina fumogena della moralizzazione c’è il più prosaico risparmio sulle assunzioni che finirà per colpire ancora di più i settori operativi della pubblica amministrazione: scuola, sanità, servizi pubblici.
Un’opposizione in crisi
Il PD di Veltroni si è lasciato ormai alle spalle il suo momento di gloria, quello che coincide con la sua nascita come forza politica nuova, che punta a correre da sola, senza l’imbarazzante compagnia dei "comunisti", e che spinge quindi anche lo schieramento avverso ad accelerare la fusione delle forze in un nuovo cartello elettorale. La sua seconda nascita, la così detta "costituente", tenuta il 20 giugno, è stata un fallimento, a cominciare dal numero dei delegati presenti. Dovevano essere 2800 e se ne sono presentati meno di ottocento. Parisi ha addirittura sollevato il problema del "numero legale", mentre diversi commentatori hanno parlato di clima "depressivo" tra i presenti.
Anche la leadership di Veltroni, per quanto formalmente nessuno la neghi, è messa in discussione in pratica dalla formazione di correnti e raggruppamenti interni al partito. Tra questi spicca la "Red" di D’Alema, per la quale è previsto addirittura un tesseramento autonomo. Proprio lo scenario che il segretario del PD voleva evitare fin dall’inizio, quello di un partito diviso in correnti e potentati, gli si sta materializzando sotto il naso. Forse per ritrovare forza e visibilità, forse per ricompattare le proprie truppe stanche e sfiduciate, Veltroni ha promosso una grande manifestazione di massa contro il governo nel prossimo autunno.
Tutto questo mentre stava montando la questione dell’immensa voragine economica che Veltroni e la sua giunta comunale romana avrebbero lasciato in eredità ai propri successori di centrodestra.
La luna di miele con il Cavaliere finisce. Anche perché, nel frattempo, si è rinfocolata la polemica sul cosiddetto decreto sicurezza, che contiene tanto la norma sull’aggravante della clandestinità per i reati commessi da immigrati, quanto quella blocca-processi. Quest’ultima, con il pretesto di alleggerire la macchina ingolfata della giustizia per concentrarne le forze sui reati di maggior allarme sociale, potrebbe consentire a Berlusconi di sfuggire all’ennesimo processo per corruzione. Il parere negativo del Consiglio Superiore della Magistratura sulla legittimità costituzionale del decreto, rende ancora più furioso il Cavaliere. Sui giornali e in televisione, come in occasione di convegni e assemblee in cui prende la parola, Berlusconi tuona contro la "Magistratura sovversiva".
Un terreno ideale per Di Pietro e la sua Italia dei Valori, che anticipa Veltroni nel convocare la piazza. Quella del Robespierre molisano è una opposizione senza sconti ma povera di idee e prospettive. Qualcuno ha scritto che il movimento dipietrista ricorda gli ultras delle squadre di calcio. Non c’è bisogno di grandi elaborazioni concettuali per mobilitarli: basta l’ostilità nei confronti della squadra avversaria. Ma nel vuoto e nell’incertezza lasciati dall’esangue politica di Veltroni, può pure darsi il caso che lo sgangherato movimento dell’IdV, che del resto ha avuto un notevole incremento di voti in aprile, acquisti nuovi consensi a sinistra.
Il partito dei Comunisti italiani e Rifondazione Comunista, che avevano formato con i Verdi e una parte della sinistra DS la lista "Arcobaleno", sono ancora a leccarsi le ferite della sconfitta elettorale e impegnati in lotte interne alla ricerca di una via d’uscita.
Il panorama politico non è certamente incoraggiante per i lavoratori.
Se è vero che la portata dell’attacco che viene portato alle loro condizioni di vita richiederebbe la presenza di una propria forza indipendente nello scenario politico, è anche vero che la loro voce può farsi sentire da subito.
Ogni manifestazione di resistenza sociale che il mondo del lavoro saprà opporre al peggioramento del sistema contrattuale e al degrado dei servizi sociali, sarà un passo concreto per la ricostruzione di un partito indipendente dei lavoratori.
giugno 2008