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Bucharin: Lenin come marxista
Rakovskij:
I pericoli professionali del potere
Pantelìs Puliòpulos :
« Rivoluzione democratica o socialista in Grecia ? »
Nel gennaio 1933 i nazisti presero il potere in Germania
e nel giro di brevissimo tempo il proletariato tedesco e
le sue organizzazioni furono schiacciate dal tallone di
ferro di uno spietatissimo regime.
Il più grande partito socialdemocratico dell’epoca, che
contava centinaia di migliaia di iscritti e organizzava
tramite i sindacati milioni di lavoratori, fu messo a
tacere e si dissolse nel giro di poche settimane, mentre
decine e decine di migliaia di suoi militanti insieme a
quelli del Partito Comunista Tedesco, che aveva subito
poco prima la stessa sorte, diventarono i primi «ospiti»
dei neonati lager hitleriani.
La
catastrofe tedesca è l’ultima di una serie di sconfitte
del proletariato internazionale mandato allo sbaraglio
dallo stalinismo. La «tattica» stalinista del
socialfascismo, una politica avventurista che annunciava
l’imminente caduta del capitalismo e sosteneva che, per
arrivare a questo scopo, al proletariato sarebbe bastato
«camminare sopra il cadavere della socialdemocrazia»
ultimo balurdo di un «capitalismo agonizzante», fu fra
le cause principali di questa sconfitta.
Senza un Fronte Unico dei partiti operai contro l’offensiva
nazista, il partito di Hitler si trovò a sfondare una
porta praticamente aperta.
La «correzione» degli stalinisti a questa tattica
sciagurata si materializzò nella politica dei «Fronti
Popolari». Il Comintern iniziò a maturare questa
politica dal grande sciopero antifascista francese
indetto dalla CGT il 12 febbraio 1934, in cui gli operai
del PCF sfilarono per le vie di Parigi insieme agli
operai «socialfascisti» della SFIO. Per frenare il
rinato militarismo tedesco, alla cui rinascita la
politica staliniana aveva oggettivamente dato un
contributo, il Comintern non trovò di meglio che far
entrare i partiti comunisti in coalizioni borghesi
«antifasciste». La nuova «tattica» si rivelò
peggiore della precedente, i partiti comunisti
diventarono puntello dei governi borghesi, repressero,
come accadde nel 1937 in Spagna, ogni tentativo
rivoluzionario del proletariato, e non fermarono
assolutamente il rinato militarismo tedesco con il
quale, nel 1939, Stalin trovò un accordo.
Il Partito Comunista di Grecia (KKE – Kommunisticò Kòmma
Ellàdas) si allineò alla nuova politica già nel gennaio
1934, anticipando adirittura la «svolta» francese del
mese successivo.
In questo modo il KKE abdicò anche formalmente alle sue
posizioni di classe iniziando a sostenere che in Grecia
la lotta per il socialismo doveva passare dal
completamento della rivoluzione democratico-borghese e
da un indefinito stadio intermedio, prima di giungere ad
una ipotetica «fase socialista» che avrebbe dovuto
tenere conto delle peculiarità greche. Il socialismo
avrebbe dovuto avere un carattere nazionale «greco».
L’opposizione trotskista greca comprese subito dove
sarebbe andata a parare la svolta del KKE e incaricò il
suo maggior dirigente, Pantelìs Puliòpulos, di
rispondere passo su passo alle «storiche decisioni del
6˚ Plenum del KKE».
La critica alla «nuova linea» degli stalinisti greci
Puliòpulos la espresse nel libro “Rivoluzione
democratica o socialista in Grecia ?”, testo di cui
“L’Internazionale” ha curato oggi la traduzione e
la stampa.
Il testo di Puliòpulos, un testo che per il lettore
italiano può non essere di agile lettura, per il suo
stile letterario e per i continui riferimenti a fatti
specifici della politica greca dell’epoca, descrisse in
anticipo le conseguenze politiche della svolta del KKE
del 1934, che non furono molto differenti da quelle
causate dalle analoghe svolte degli altri partiti
comunisti. Questi rovinosi cambiamenti di direzione
hanno visto ovunque il proletariato subordinato alla
propria borghesia, alla ricerca di improbabili “vie
nazionali al socialismo”, nella difesa più o meno aperta
della “patria del socialismo”, fino a quando, nel 1991,
l’URSS “chiuse - malinconicamente - bottega” per il
fallimento totale della casta burocratica che la
dirigeva. A queste conseguenze Puliòpulos non ha potuto
assistere, perché è caduto insieme a 105 ostaggi sotto
il piombo di un plotone di esecuzione italiano il 6
giugno 1943.
Il testo di Puliòpulos ci aiuta a capire non solo la
situazione economica e sociale in Grecia, il dibattito e
le lotte politiche nel movimento operaio greco ed
europeo, la natura della controrivoluzione staliniana e
i suoi crimini negli anni trenta, ma anche l’evoluzione
politica e sociale degli anni successivi. Per questo è
una lezione che, dopo tanti anni, non ha smesso di
essere attuale, ed ha ancora molto da insegnarci.
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