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Filo rosso
Il monopolio del capitale contro la libertà di stampa
Tutte le "libertà democratiche" sono di carattere formale, sono puramente delle proclamazioni. Tale è, per esempio, l’ "uguaglianza democratica di tutti davanti alla legge". Questa "uguaglianza" prende meravigliosamente corpo nell’ "uguaglianza" formale dell’operaio venditore della propria forza-lavoro, e di colui che la compra: il capitalista. Uguaglianza ipocrita, che maschera un asservimento di fatto. In sostanza, l’uguaglianza è proclamata, ma al fondo l’ineguaglianza reale, economica, fa dell’uguaglianza formale un fantasma. La libertà di stampa, ecc. , che la democrazia borghese accorda agli operai non va per niente meglio. Essa è all’occorrenza proclamata, ma gli operai sono nell’impossibilità di esercitarla: il monopolio di fatto della carta, della stampa, delle macchine ecc. , che esercita la classe dei capitalisti, riduce praticamente a niente la stampa della classe operaia.
N. I. Bukharin, 1919
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Non è inevitabile che la crisi la paghino i lavoratori
La scelta
tra due vie
Negli ambienti vicini al governo si sono inventati una specie di premio di consolazione. In molti se ne saranno accorti. Si tratta dell’affermazione, ripetuta alla nausea dai vari rappresentanti del Centrodestra e dai loro reggicoda, che la crisi avrebbe colpito l’Italia con conseguenze sociali meno drammatiche rispetto agli altri paesi europei. Si soffre, insomma, ma meno degli altri. Di chi il "merito"? di Berlusconi, Tremonti e soci , naturalmente, oltre che del modello italiano di capitalismo.
Da noi, per fare un esempio, ci sarebbero meno disoccupati per via del prevalente peso delle piccole aziende. Guarda un po’ che miracolo! Ancora una volta quello che la maggior parte degli economisti evidenziava come un punto di debolezza del capitalismo italiano, è invece diventato una forza. In particolare, ci spiegano Tremonti, Sacconi, Scajola, ecc. , per il mantenimento dell’occupazione. Infatti, dicono, un piccolo industriale ha un rapporto particolare con i propri dipendenti. Ha speso dei soldi per formarli, li considera parte integrante del patrimonio aziendale, preferisce tentare di tenerli in azienda fino all’ultimo piuttosto che liberarsene alla prima difficoltà…
Non entriamo nel merito della comparazione, che si dovrebbe fare su periodi più lunghi, tra l’economia italiana e quella tedesca, francese, ecc.. Limitiamoci al rapporto tra comportamento dei piccoli imprenditori e degli artigiani e occupazione: se prendiamo da questo quadro quello che significa sul piano strettamente economico, se ne ricava che non ci sono ragioni "oggettive" tanto forti da "costringere" a mettere fuori dai cancelli delle medie e grandi aziende tanti lavoratori. Se il piccolo industriale o l’artigiano con un dipendente o due sono in grado di rinunciare a qualcosa del loro guadagno per conservare il legame dei propri operai con la propria azienda, perché non potrebbero farlo gli azionisti di aziende molto più forti dal punto di vista economico? Perché non la Fiat, cominciando da quella più nota?
Da qualsiasi punto si parta, anche da quello dei portavoce di Berlusconi, la crisi economica, con le sue drammatiche conseguenze sociali, finisce per condurre alla scelta se mantenere intatta la massa dei profitti, in particolare quelli dei grandi imprenditori, dei grandi banchieri, dei grandi speculatori, nelle varie forme patrimoniali che possono aver preso dopo decenni di accumulo, oppure intaccare questi profitti e attingervi le risorse necessarie per assicurare un minimo di giustizia sociale. Ma, arrivati a questo bivio, tutti fingono di non vederlo e si ingegnano a inventarne altri.
La grande borghesia lotta e lotterà sempre con ogni mezzo per conservare integro il proprio mondo di privilegi. In questo è forte e quindi influente oltre ogni immaginazione. Una manifestazione di questa influenza è precisamente il fatto che nessuno tra i leader e i partiti più importanti pone il problema di violare la "santità" dei profitti. Secondo l’ultimo rapporto del Censis, solo il 2% dei contribuenti italiani dichiara più di 70mila euro l’anno. Tutti sanno che dietro questo dato inverosimile si nasconde la realtà di un’area di privilegio molto più estesa, per quanto minoritaria. Tutti sanno, in altre parole, che i ricchi e i super-ricchi sono di più.
Ma per mettere in luce le dimensioni reali della ricchezza detenuta dalle classi privilegiate occorrono evidentemente una volontà politica e una forza adeguate. Solo la classe lavoratrice ha interesse a sviluppare questa forza e questa volontà politica. Trai drammi sociali della crisi bisogna aggiungere la mancanza di un partito che sia espressione degli interessi complessivi dei lavoratori.
Ecco un altro importante "bivio" politico per i lavoratori: seguire la politica dei più diversi sostenitori del capitale, divenire gregge dei partiti di governo, di quelli di un’opposizione che aspetta solo di poter servire i grandi banchieri e i grandi industriali con ancora più zelo, oppure cercare di costruire un proprio partito con un proprio programma e una propria politica?
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14 Novembre, ancora la Cgil in piazza
SERVONO OBIETTIVI CONCRETI E UNA LINEA SENZA INCERTEZZE
Il meccanismo è ancora funzionante, le strutture hanno ancora energie da spendere, ci sarebbe ancora un peso notevole da utilizzare per contare nella dinamica sociale. Ancora una volta la Cgil prova a saggiare le sue forze, e ancora una volta scopre che – nonostante le fabbriche che chiudono, lo scoraggiamento, le delusioni molteplici, e nonostante anche qualche crepa nell’organizzazione – ci sarebbe ancora un buon serbatoio di forze disponibili. Fossero 30.000 o 200.000, in Piazza del Popolo il colpo d’occhio era comunque più che dignitoso. Tanta gente, bandiere, striscioni, anche se pochi slogan e soprattutto molta insicurezza.
"Non voleva essere una manifestazione oceanica", ha dichiarato il segretario generale Guglielmo Epifani in una recente trasmissione televisiva, ma il tentativo di portare in piazza "i volti della crisi". I volti della crisi in piazza continuano ad andarci, anche se magari vorrebbero sapere con più chiarezza con quali obiettivi. E’ vero che il tema della manifestazione era "Esigiamo le risposte", ma le risposte arrivano solo se le domande si fanno concrete e pressanti. La manifestazione – quella sì, abbastanza oceanica – del 4 aprile scorso, si era conclusa con un discorso finale dello stesso Epifani che aveva lasciato la netta sensazione della montagna che partorisce il topolino: non si portano in piazza centinaia di migliaia di persone solo per chiedere un tavolo di confronto con il Governo e per lanciare un ponte verso Cisl e Uil, che avevano appena sottoscritto una vergognosa riforma del modello contrattuale. Tanto più che il Governo non si è nemmeno curato di rispondere e ha tirato dritto per la sua strada, e i sindacati "gialli" se ne infischiano dei ponti con la Cgil.
Nel frattempo le fabbriche continuano a chiudere, e i lavoratori continuano ad avere la percezione di trovarsi soli di fronte a una situazione che non sanno come fronteggiare, e che questa "solitudine" dipenda essenzialmente dalla loro scarsa visibilità mediatica; di qui le forme di lotta più fantasiose ed eclatanti, i messaggi e i gruppi di discussione su internet, etc. Tutto questo può essere fatto, in alcuni casi deve essere fatto. Ma è fuorviante pensare che basti stare sotto i riflettori perché ogni singola vicenda volga magicamente a buon fine, e soprattutto pensare che in questo modo si possa eludere il nodo dei rapporti di forza reali, dimenticare la possibilità di unire energie e vertenze di lotta.
Che il Sole 24 Ore, quotidiano della Confindustria, abbia constatato una diminuzione delle ore di sciopero del 71% nel primo semestre 2009 rispetto allo stesso del 2008, può sembrare ad esempio una notizia con scarsa visibilità mediatica, ma sicuramente per Confindustria conta, eccome. E’ vero che con la crisi e tante fabbriche chiuse semplicemente molti scioperi non sono realizzabili, ma il dato è comunque importante, anche perché è il 71% in meno di quasi niente.
La Cgil stessa non fa molto per riportare la discussione con i piedi per terra: una direzione ondivaga e confusa crea le condizioni per uno sbandamento generale, che non riesce a concentrare le forze dove ce ne sarebbe bisogno. Basti ricordare le condizioni con cui si stanno rinnovando i contratti: nonostante il rifiuto di firmare l’accordo sulla riforma e i proclami ufficiali di condanna, i contratti veri e propri si stanno firmando nelle varie categorie, alla spicciolata e alla chetichella, con la durata che prevede la riforma, cioè tre anni invece di due, e senza nessuna garanzia di recupero del potere d’acquisto in questo periodo di tempo. Tutti, tranne finora quello dei metalmeccanici.
C’è bisogno di un chiarimento, e sicuramente anche di una discussione vera con i lavoratori. Il prossimo congresso della Cgil potrebbe offrire almeno un’occasione. Purché non si risolva semplicemente in una resa dei conti tra gruppi dirigenti, e in un andazzo futuro che non cambia.
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SICILIA
PRECARI DELLA SCUOLA PROTESTANO
Domenica 29 novembre in Piazza Indipendenza a Palermo è apparsa una tenda. Ancora una volta si vedono gli striscioni dei precari della scuola, ma non quelli dei docenti : sono lavoratori ATA a presidiare il Palazzo d'Orléans, sede della Regione. Cinque precari ATA hanno deciso di digiunare per ottenere il diritto alla visibilità, all'espressione di un problema per il quale non si vogliono trovare soluzioni.
Per queste cinque persone come per tante altre ancora troppo invisibili, non s'intravede una soluzione. Si parla al massimo di offrire 1800 posti di lavoro tramite "contratti di disponibilità" mentre i precari (ATA e docenti) rimasti senza lavoro in Sicilia sono 7200. Un quarto delle persone, dei professionisti che per anni ed anni hanno mandato avanti la scuola, per i prossimi due anni ha forse qualche speranza. I rimanenti tre quarti che faranno?
Intanto loro cinque sono lì sotto la tenda davanti alla presidenza della regione Sicilia a protestare e chiedere una soluzione, con la solidarietà di alcuni giovani palermitani. Il problema riguarda migliaia di altri precari in Italia, particolarmente nel Sud, licenziati da uno Stato che vuole sempre meno dedicare soldi alla pubblica istruzione statale e diventa, accanto ai padroni, uno dei principali responsabili dell'aumento della disoccupazione.
Da settembre i precari della scuola protestano in tutti i modi contro i tagli decisi nel personale scolastico (8 miliardi in meno per la scuola e 1,5 miliardi in meno per l'università). Sono determinati a continuare e a far nascere in Sicilia una mobilitazione di tutti i lavoratori della scuola, docenti, collaboratori scolastici, personale tecnico-amministrativo, che siano precari o di ruolo. Si rivolgono anche agli studenti e genitori, chiamando ad una manifestazione regionale a Catania lunedì 21 dicembre. (ore 10, concentramento in piazza Roma)
La "prima" della Scala assediata dalla protesta dei lavoratori
Anche se giornali e televisioni ne hanno parlato poco e niente, il 7 dicembre, in occasione della "prima" della Scala, diverse centinaia di lavoratori delle aziende in crisi hanno "assediato" lo storico teatro milanese.Poliziotti e carabinieri erano dispiegati in quantità impressionante. Certo, dovevano garantire il "diritto" dei rappresentanti del gran mondo di godersi lo spettacolo in santa pace. In fin dei conti il biglietto per la Carmen costava 2400 euro. Fuori a gridare c’erano quelli che, quando va bene, 2400 euro li vedono ogni due mesi. I delegati o semplicemente i lavoratori di tante fabbriche e aziende in chiusura o in ristrutturazione. A loro, compresi i lavoratori precari dei teatri comunali, non è importato molto del minuto di silenzio che l’orchestra ha osservato in omaggio ai lavoratori delle aziende in crisi.Come c’era da aspettarsi, i manganelli sono scesi sui manifestanti. Un’operaia è finita in ospedale.Ma le cronache del giorno dopo erano piene delle contestazioni del loggione contro… l’innovativa regìa della Carmen e la sua autrice, Emma Dante.Forse nella finzione scenica, finché restano protagonisti di un melodramma, gli operai si possono anche "sopportare", beninteso con parsimonia. Ma quando, in carne e ossa, pretendono di ricordare alla borghesia che esistono anche loro, beh, allora il manganello e i lacrimogeni sono d’obbligo.
C’è chi la chiama "modernizzazione". In un recente epitaffio del Sole 24 Ore in memoria di Gino Giugni, "padre" dello Statuto dei Lavoratori, il giornale di Confindustria accredita Giugni del merito di avere riconosciuto gli anacronismi dello Statuto, come la chiamata numerica dei lavoratori e il monopolio pubblico del collocamento. Infatti, dice, questi "anacronismi" hanno subito i "colpi della modernizzazione". La modernizzazione sarebbe poi tornare alle origini: forza lavoro da sola di fronte al capitale.
FUTURO PRECARIO, UN RITORNO AL PASSATO
Tre milioni e ottocentomila lavoratori: questo era il dato ufficiale che l’Istituto Nazionale di Statistica dava nel 2007 per definire il numero dei precari in Italia. Uno studio recente dell’Università Bocconi di Milano stima in 4 milioni e mezzo il numero dei precari, tra dipendenti a termine, para subordinati, apprendisti etc., mentre un’indagine della CGIA di Mestre (Associazione Artigiani e Piccole Imprese) fissa il numero intorno ai tre milioni e mezzo. In realtà si dura fatica a districarsi tra i dati ufficiali sul lavoro precario, perché data la varietà di forme e di situazioni, unita alla fluidità estrema del sistema, è molto difficile fissare una fotografia certa. Il numero di tipologie introdotte nel 1997 dal cosiddetto pacchetto Treu, o Legge 196, integrate e definite successivamente dalla cosiddetta legge Biagi, o Legge 30 del 2003, è pressoché inesauribile: va da sé inoltre che non si è estinto il sempre in auge lavoro nero, tuttora gagliardo sebbene per introdurre una sempre maggiore precarizzazione si sia spesso invocato come pretesto "l’emersione del lavoro nero" (come no!)
Alla libera fantasia delle imprese viene comunque affidata una vasta gamma di forme di sfruttamento: c’è il lavoro interinale o "in affitto", fornito da agenzie di somministrazione lavoro, di intermediazione, ricerca e selezione del personale e di supporto alla ricollocazione professionale, cioè tutta una serie di soggetti di intermediazione che prima della 196 in Italia erano proibiti; c’è il lavoro accessorio (si comprano i "buoni" prepagati), il lavoro ripartito (tra due lavoratori), e il lavoro intermittente o a chiamata; c’è il contratto di collaborazione a progetto (che sostituisce il precedente contratto di collaborazione coordinata e continuativa); c’è il contratto di inserimento o reinserimento, un succedaneo del contratto di formazione e lavoro; c’è l’apprendistato per istruzione e formazione, l’apprendistato professionalizzante e perfino quello per l’acquisizione di un diploma, che però non è ancora definitivamente normato; infine ci sono le partite IVA, ovvero lavoratori imprenditori forzati, costretti a prestare lavoro dipendente ma con la totale libertà delle imprese su di loro. Una partita IVA è un lavoratore che si può lasciare se conviene e riprendere a piacimento, costa poco (il 25% in meno rispetto a un contratto di collaborazione e il 33% in meno rispetto a un contratto "normale", secondo il segretario confederale Cgil Fulvio Fammoni), e in tempi di crisi è più che flessibile: una formula di successo, se è vero che riguarda ormai il 27% dell’occupazione complessiva. Già nel 2007 le partite IVA – c’è chi pomposamente le definisce "imprenditori di se stessi" - erano cresciute di 30.000 unità in un solo anno.
Inconsistenti per tutte queste tipologie le possibilità di passare a un lavoro a tempo indeterminato: già prima della crisi solo un giovane su tre riusciva a trovare un lavoro a tempo indeterminato, e le probabilità di passare da un lavoro temporaneo a uno stabile non arrivavano al 10% nel 2004-2005.
In tutto questo, se fosse vero che capitale e forza lavoro stanno nella società come due entità sullo stesso piano che liberamente contrattano i loro rapporti, allora un rapporto di lavoro precario dovrebbe costare molto di più all’impresa, perché le offre opportunità enormi, e ne toglie di altrettanto enormi al lavoratore. Con meno garanzie, meno tutele, meno pensione, meno tutto, un lavoratore dovrebbe essere compensato molto di più. Guarda caso non è così, e i reali rapporti di forza sono chiari quando la debolezza del lavoratore isolato, la sua ricattabilità, il rischio di licenziamento costante lo mettono nella condizione di percepire un salario più basso. E non solo: tendenzialmente si abbassa anche il salario di chi ha un lavoro tutelato e a tempo indeterminato, perché si svaluta il valore del lavoro stesso. Perché mai un padrone dovrebbe pagare di più un lavoro che può pagare molto meno?
L’adesione politica all’adozione di queste forme di lavoro è – come si suol dire – trasversale: Treu faceva parte del primo governo Prodi, e annoverava Biagi tra i suoi consulenti. Per la cronaca, a suo tempo anche Rifondazione Comunista votò il pacchetto Treu, e su Liberazione dell’8 maggio ’97 si leggeva che si trattava di "primi passi per l’occupazione". La legge 30 ha caratteristiche di continuità e assoluta coerenza con le disposizioni precedenti. A riprova che le due formazioni, di destra o di sinistra che siano, possono avere punti di vista articolati su svariate questioni, ma hanno interessi assolutamente convergenti sulle forme di sfruttamento della classe operaia; salvo poi, per alcune componenti politiche, piangere le lacrime del coccodrillo.
E mentre la crisi continua a falcidiare posti di lavoro (secondo stime recenti superano il mezzo milione i posti di lavoro persi), i lavoratori con contratti temporanei e atipici subiscono la gran parte dei tagli. Secondo Repubblica del 23 settembre scorso, tre posti di lavoro su quattro distrutti dalla crisi sono contratti a tempo determinato, collaborazioni coordinate e continuative e lavori autonomi fittizi, che mascherano altrettanti posti di lavoro dipendente. Nessun ammortizzatore sociale è previsto per questi lavoratori, nessuna indennità e nessun tipo di integrazione al reddito: la disoccupazione è interamente a loro carico. La cassa integrazione non ha soltanto la funzione di assicurare un minimo di reddito, ma anche quella di conservare un legame con il posto di lavoro e fornire una prospettiva di continuità, che rimane riservata però solo a una minoranza dei lavoratori. Per la maggior parte c’è il nulla, e il nulla riguarda la fascia più giovane della popolazione: il tasso di disoccupazione della fascia d’età compresa tra i 15 e i 24 anni è cresciuto di 5 punti percentuali in Italia nell’ultimo anno ed è pari al 26%. E se tra i lavoratori italiani il rischio povertà è più alto della media Europea e riguarda il 10% contro l’8% in Europa, per i lavoratori precari schizza al 19% contro il 13% della media europea.
Recentemente in un dibattito televisivo Maurizio Lupi, vicepresidente PDL della camera dei Deputati, rivendicava come un successo del Governo Berlusconi l’aver sostenuto la crisi economico-finanziaria senza manifestazioni di tensione sociale e senza scioperi. Che ci sia assenza di reazione, o scarsa reazione, è vero. Quanto ai motivi, la faccenda è un po’ più complicata, e non riguarda solo il Governo attuale; dare una risposta articolata in questo momento è molto difficile. Però si può almeno guardare alle nostre spalle per vedere come la classe operaia sia stata progressivamente defraudata degli strumenti di reazione, sfibrata nella sua composizione, privata di una strategia complessiva, ma anche di tattiche elementari come la semplice difesa economica. In questo senso il sindacato stesso, in particolare la Cgil, che ha accettato negli anni il sostanziale smantellamento delle forme di impiego, oggi non riesce a elaborare nemmeno una formula difensiva efficace, ed è ridotta all’angolo dal progressivo adeguamento degli altri sindacati come "enti bilaterali" di servizio e consulenza.
Ricostruire un’unità di obiettivi, ricomporre la coscienza degli interessi comuni di tutti i lavoratori, soprattutto una coscienza politica, non sarà facile. Ma è l’unica via d’uscita.
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STATI UNITI
I LAVORATORI DELLA FORD DICONO "NO" A NUOVI SACRIFICI
Quasi il 75% dei 41 000 lavoratori della Ford chiamati a votare ha respinto i nuovi sacrifici che l'impresa chiedeva e che i dirigenti del sindacato dei lavoratori dell'automobile, la UAW, gli voleva fare accettare. I primi di novembre i dirigenti della UAW hanno dovuto riconoscere, prima ancora che tutte le fabbriche avessero votato, che la proposta d'accordo era stata respinta.
I responsabili del sindacato hanno fatto votare prima le
fabbriche di cui erano più sicuri e solo dopo quelle che avevano già dimostrato più resistenza, come l'impianto di camion di Detroit che, negli ultimi anni, è stato il centro di opposizione ai sacrifici. Tuttavia, i risultati sono stati significativi in tempi brevi. Infatti, nelle due prime fabbriche, i lavoratori hanno effettivamente votato "sì", ma in modo molto meno massiccio rispetto a marzo. E anche se alcune piccole unità produttive hanno pure votato a favore dell'accordo, una serie di grandi impianti lo hanno respinto con stragrandi maggioranze di tre quarti, o addirittura dall'86% al 92%! Con il voto «no» al'84% nel grande stabilimento di camion del Kentucky, e il 93% di "no" in quello di Detroit, i dirigenti sindacali hanno riconosciuto che erano stati sconfessati.
Questo sberleffo alla direzione, questo schiaffo ai dirigenti sindacali, è una vittoria morale importante per i lavoratori, che fino a quel momento non erano riusciti a resistere ai ricatti della direzione e alle forti pressioni esercitate dagli apparati sindacali.
Ma decisamente, era troppo !
BASTA CON I SACRIFICI!
L'anno 2009 risulta redditizio per la Ford, che ha annunciato un utile di un miliardo di dollari nel terzo trimestre, dopo aver guadagnato 2,3 miliardi nel secondo trimestre! Dal 2005 la società presentava bilanci in rosso. E per anni, col pretesto di questi brutti risultati, impone sacrifici pesanti ai lavoratori. Ford ha chiuso più di una dozzina di impianti dal 2003 e, negli ultimi quattro anni, ha ridotto il personale del 45%. Ha imposto un peggioramento delle condizioni di lavoro e tagli drastici alle prestazioni sociali dei lavoratori dipendenti e pensionati. Per quanto riguarda i nuovi assunti, sono pagati meno e non hanno quasi alcun vantaggio sociale.
Ford aveva ancora la faccia tosta di affermare di essere svantaggiato rispetto ai suoi concorrenti, General Motors e Chrysler, che si sono posti lo scorso aprile sotto protezione della legge sui fallimenti par scaricarsi completamente dei loro obblighi salariali, sociali, fiscali, e mandare in frantumi il contratto firmato con la UAW. Così la Ford, che comunque ha già ottenuto nel marzo scorso una revisione in suo favore del contratto che doveva durare fino al 2011, ha ancora osato chiedere ulteriori sacrifici ai lavoratori!
Nel mese di marzo, la Ford aveva già tagliato i salari, soppresso premi, ferie, ridotto il pagamento degli straordinari... e aveva ottenuto l'approvazione del sindacato per pagare con le proprie azioni una parte del suo debito verso il fondo che gestisce la copertura medica dei pensionati.
E questa volta l’azienda voleva ottenere una maggiore flessibilità dei lavoratori, il blocco dei salari dei nuovi assunti per sei anni, e l'impegno a non scioperare per i salari o le prestazioni sociali fino al 2015!
I LAVORATORI HANNO FATTO FALLIRE LE MANOVRE DELLE DIREZIONE
La Ford sperava di allettare i lavoratori con la promessa di un premio di mille dollari nel prossimo marzo, se il voto fosse stato positivo. Inoltre s'impegnava a fornire lavoro supplementare ad alcune fabbriche e a "creare o salvare" 7 000 posti di lavoro, secondo i calcoli della UAW.
Ma i lavoratori non hanno alcuna fiducia nelle promesse mai mantenute della direzione e non erano disposti ad abbandonare il loro diritto di sciopero, l'unica arma per far valere le loro rivendicazioni. Volantini opposti ai nuovi sacrifici, poster, spille e magliette sono stati utilizzati alla Ford Rouge di Detroit, ma anche in molte altre fabbriche, per chiamare i lavoratori a votare "no".
Il successo di questa campagna, in opposizione alle pressioni dei dirigenti sindacali nazionali, ha dimostrato che i lavoratori sapevano trovare i mezzi per farsi sentire, anche da un impianto all'altro e in tutto il paese. Questo non può che dare di nuovo fiducia ed è un punto importante per il futuro.
Dc
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Nuove vittime del "miracolo cinese"
Nella Cina nord-orientale, in una miniera di proprietà statale, sono morti 108 minatori in una grave sciagura mineraria; la più grave, anzi, da due anni a questa parte. Le fonti ufficiali spiegano che all’origine della strage c’è la fuoriuscita del micidiale grisou, un gas altamente infiammabile, tristemente noto ai minatori di tutto il mondo e di tutte le epoche. Il grisou è esploso in un dedalo di gallerie scavate fino a cinquecento metri nel sottosuolo. Al momento dello scoppio, avvertito in un raggio di 10 chilometri, nella miniera si trovavano 530 lavoratori.Xinxing è il nome della miniera. Una delle più vecchie e ricche del paese. Vi si estraggono 12 milioni di tonnellate di carbone all’anno.Il 70% del fabbisogno energetico cinese è coperto dal carbone. Il "miracolo" industriale del capitalismo cinese, con i suoi ritmi di incremento da capogiro, si basa quindi in gran parte su un’industria estrattiva i cui livelli di sicurezza non sono di molto superiori a quelli delle miniere che ci hanno descritto i romanzi di Emile Zola e di Joseph Cronin.Un minatore cinese passa anche 14 ore al giorno nel ventre della terra, per un salario di 150 euro al mese.Nei primi sei mesi dell’anno sono già morti in 1175 nei pozzi di carbone della repubblica cinese. Le autorità dicono che questa cifra è già un successo in quanto rappresenta una diminuzione del 18,4% degli infortuni mortali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.Di tutt’altro avviso il "China Labour Bulletin", un’organizzazione che promuove i diritti dei lavoratori e che ha sede a Hong-Kong. Secondo il "Bulletin", le indagini svolte nei precedenti disastri minerari dimostrano che i direttori delle miniere, per paura di un calo di produzione, si rifiutano di evacuare i pozzi, anche quando il pericolo del grisou è segnalato dagli strumenti di monitoraggio o dagli allarmi acustici. Di recente, il direttore di questa organizzazione, Han Dongfang, ha scritto: "Come imprese responsabili dei profitti e delle perdite, le miniere di carbone di proprietà statale sono interessate alla massimizzazione dei profitti tanto quanto quelle dei privati " .
La legge del profitto uccide qualunque sia il titolo giuridico di proprietà delle imprese.
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Gran Bretagna
Ferrovie private o cosiddette pubbliche
LA PIETOSA SITUAZIONE DEI TRASPORTI
Il 13 novembre la East Coast, la più importante delle ferrovie britanniche -che collega Londra ad Edimburgo in Scozia- è stata "rinazionalizzata". Il ché non significa affatto che il governo laburista intenda tornare indietro sulla privatizzazione delle ferrovie attuata tredici anni fa dai conservatori.All'epoca il trasporto passeggeri fu suddiviso in settori geografici dati in concessione ad imprese private. Era previsto di assicurare ad ogni settore in concessione una redditività massima, in parte finanziata da sovvenzioni pubbliche. Ma i contratti di concessione consentivano anche ai loro titolari, se avessero giudicato i profitti troppo bassi, di sbarazzarsene a basso costo tramite una semplice astuzia contabile.Così ha fatto il titolare della East Coast National Express che è e anche il numero uno britannico del trasporto stradale di passeggeri. Trovare un compratore era impossibile e quindi il governo ha ripreso il controllo di questa linea ferroviaria ma, come sottolinea il ministero dei trasporti, solo a titolo provvisorio e sotto il controllo di un'impresa di diritto privato (La Dor ossia Ferrovie amministrate direttamente). Non è la prima volta che in seguito all'incapacità di un operatore il governo è portato a riprendere pezzi di ferrovie privatizzate. In passato altre concessioni, di cui una controllata dalla Veolia, hanno fatto brevi passaggi sotto controllo statale prima di essere date di nuovo al privato.La Network Rail, l'impresa responsabile dell'infrastruttura (binari, segnalazione e stazioni), ha fatto eccezione, rimanendo pubblica almeno apparentemente. In realtà fu rinazionalizzata quando una serie di gravi incidenti evidenziò l'esorbitante costo del parassitismo dei suoi azionisti in un'impresa che viva innanzitutto di fondi pubblici. Resta il fatto che sono le compagnie ferroviarie private a spartirsi collettivamente gli otto miliardi di euro di sovvenzioni annuali dello Stato per il funzionamento della rete.Questo la dice lunga sul potere che gli azionisti continuano ad esercitare su queste imprese cosiddette pubbliche. Non a caso tra l'altro, dopo avere licenziato il 15% dei suoi operai in questi ultimi mesi, la Network Rail prevede di licenziare la totalità dei 13000 operai rimasti, prima di riassumere una gran parte di essi con salari più bassi e orari peggiorati. E tanto peggio per la sicurezza dei treni!Nel frattempo le condizioni si degradano nell'insieme della rete. Colmo d'ironia, la padrona dell'impresa "pubblica" Dor viene direttamente da un gigante privato del trasporto stradale di passeggeri, la First, che controlla tre concessioni delle ferrovie. In questi tre settori è bastato che i macchinisti rifiutassero di lavorare sia la domenica, sia durante i loro giorni di riposo (per protestare contro un "aumento dello 0%" nel 2010), perché si dovesse sopprimere tutti i servizi della domenica di due settori e cancellare ogni giorno la metà dei treni previsti sulla rete di periferia del terzo.Mai tra i macchinisti si era visto un organico così insufficiente. E ciò che è vero per i macchinisti della First lo è anche per tutte le altre categorie di ferrovieri di tutte le concessioni, compreso la East Coast, la cui direzione ha già annunciato il suo rifiuto di cambiare politica in questo campo. Non rinunciando, però, ad un aumento "commerciale" delle tariffe del 5%!Oggi si pone la questione di sapere cosa succederà prima : un'esplosione della rabbia dei ferrovieri, o un nuovo disastro ferroviario di cui tutti gli elementi si stanno accumulando da anni.
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