L'INTERNAZIONALE-Periodico Comunista-

 

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Elenco Articoli

:: Filo rosso. Aveva ragione il Manifesto di Marx ed Engels!

::  Editorale. Un conto pagato due volte

::  Elezioni regionali in Francia

:: La CGIL ratifica la linea

:: L'articolo 18 svanisce nel silenzio

:: Undici licenziamenti in ferrovia

::  Chi si rivede, i miliardari!

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Filo rosso

Aveva ragione il Manifesto di Marx e Engels!

Il passaggio che nel Manifesto delinea la tendenza del capitalismo ad abbassare la qualità della vita fino a trasformarla in povertà fu bersaglio di un pesantissimo fuoco di fila. Preti, accademici, ministri, giornalisti, teorici della socialdemocrazia e leader sindacali fecero fronte comune contro la cosiddetta "teoria dell’impoverimento". Invariabilmente essi scorgevano segni di crescente prosperità fra i lavoratori, confondendo abilmente aristocrazia operaia con proletariato e brevi parentesi con tendenze permanenti, mentre lo sviluppo del capitale più potente del mondo, quello statunitense, trasformava milioni di lavoratori in poveri, mantenuti grazie alla carità privata, federale o municipale che fosse.

Trotskij, 1938

 

 

 

 

 

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Un conto pagato due volte

La crisi ha attraversato varie fasi ma non è ancora finita. L’intervento dei governi , nel corso dell’anno passato,è riuscito a porre fine alla crisi di sfiducia tra banche, amplificata dal fallimento della banca d’affari americana Lehman Brothers nel settembre del 2008. Ora le banche stanno bene e ancora di più i banchieri. Un torrente di denaro pubblico, stimato in più di 3000 miliardi di dollari, ne ha dissipato il panico. Per sostenerli e rimetterli in carreggiata, ovvero per consentire loro di riprendere il gioco della speculazione in grande stile che è all’origine della crisi, gli stati hanno dovuto trovare nuove risorse e inventarsi nuovi capitoli di spesa nei bilanci pubblici. In sostanza si sono indebitati più di prima.

Oggi è questo il nuovo spettro: l’esplodere del debito pubblico, l’insolvenza degli stati, la loro bancarotta. Il primo paese europeo ad essere in odore di fallimento è stato la Grecia, ma nella lista dei paesi a rischio ci sono da tempo Portogallo, Spagna, Irlanda e la stessa Italia. Certo che attorno al debito pubblico ed ai titoli di stato c’è una folla di speculatori che gioca con le paure e semina bugie con mezze verità. Però l’aumento astronomico della spesa pubblica in tutti i paesi è un fatto. Secondo l’agenzia di rating Moody’s il debito mondiale degli stati ha raggiunto 49.500 miliardi di dollari, ovvero più di tre volte il Pil americano.

Questo fatto viene ora sempre più insistentemente usato come argomento per colpire ancora di più le condizioni di vita dei lavoratori e di tutti i ceti popolari. Non si contano più le ricette e le raccomandazioni dei vari organismi, dal Fondo Monetario Internazionale all’OCSE, alla Banca Europea alle più nostrane Confindustria e Banca d’Italia. Tutti dicono la stessa cosa: il debito pubblico sta diventando una bomba a orologeria oltre che un fardello insopportabile in questo momento di crisi economica; bisogna tagliare.

E che cosa bisogna tagliare? C’è bisogno di dirlo? Pensioni, assistenza sanitaria, spesa sociale.

Così la massa della popolazione dovrebbe pagare due volte (diciamo due per semplicità) il sostegno ai banchieri e a tutto il sistema finanziario. La prima volta attraverso il fiume di denaro pubblico che, finendo nelle casse delle banche, è stato, in tutto o in parte, sottratto alle scuole, agli ospedali, agli asili nido, all’assistenza agli anziani e ai malati, ai programmi di riqualificazione professionale. La seconda volta per coprire la voragine di bilancio che in questo modo si è aperta.

In poche parole: ci hanno rapinato e ora hanno la sfrontatezza di presentarci il conto della loro rapina.

E tutto questo avviene mentre gli effetti sociali della crisi si fanno ancora più drammatici. Per l’Italia l’Istat parla di più di due milioni di disoccupati e la condizione di disoccupato si estende ormai anche a molti piccoli industriali, artigiani e commercianti, anche in quel Nord-Est di cui molti economisti e molti politici avevano fatto il simbolo orgoglioso del "turbocapitalismo" padano.

La crisi è mondiale e colpisce un’economia internazionalizzata come mai prima nella storia umana. Il capitalismo, se anche riuscirà ad uscirne, lo farà a costo di gravi ulteriori sacrifici da imporre ai popoli dei quattro angoli del Pianeta. I governi, di destra e di sinistra, in quanto difensori e sostenitori, in un modo o nell’altro, del fallimentare sistema capitalistico, hanno fino ad oggi assecondato gli interessi del gran capitale. La loro autonomia si limita alla elaborazione dei mezzi con i quali spianare la strada ai grandi gruppi commerciali, industriali e finanziari. Ma certamente non possono andare contro-corrente.

Eppure gli interventi più necessari ed urgenti, dettati in ogni paese dalla gravità della crisi, hanno bisogno della forza e del coraggio di andare contro-corrente, per quanto siano chiari e comprensibili ad ogni persona di buon senso: dalla garanzia di un salario minimo vitale a tutte le categorie di lavoratori, all’istituzione di una indennità di disoccupazione in grado di sostenere realmente le spese necessarie alla sopravvivenza, dal rafforzamento degli interventi socio-sanitari al potenziamento del sistema di istruzione, dal blocco dei licenziamenti alla spartizione del monte ore lavorativo fra tutti i lavoratori di una stessa fabbrica o di uno stesso gruppo industriale a parità di retribuzione. Sono provvedimenti che richiedono una volontà politica che non si paralizzi di fronte ai tabù imposti all’economia e alla società dal privilegio delle classi possidenti. Sono provvedimenti che si traducono in altrettante rivendicazioni. Cioè nei primi punti di un programma politico indipendente della classe lavoratrice. Oggi possono e devono segnare la crescita politica di una nuova generazione di militanti operai, domani segneranno la strada del loro partito, finalmente rinato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Una Caporetto della "democrazia"

Nelle elezioni regionali di fine marzo, che hanno portato al Centodestra il governo di 7 regioni su 13, le astensioni si sono imposte, per il loro numero e per il loro incremento rispetto a tutte le più recenti tornate elettorali, come il risultato unanimemente condiviso da tutti i partiti e da tutti i commentatori . Per il resto, come da copione, ognuno ha cercato di dimostrare di aver vinto o almeno di non aver perso.

Alcune osservazioni importanti sull’astensionismo di massa sono state svolte a caldo dall’Istituto Cattaneo. Per la prima volta nella storia repubblicana, si legge in un comunicato dell’Istituto, "la partecipazione elettorale in una consultazione di rilievo nazionale è scesa nettamente sotto il 70%, toccando il 63,5%". Sono 8 punti in meno rispetto alle regionali del 2005 e 6,1 punti in meno rispetto alle elezioni europee dello scorso anno prendendo in esame le tredici regioni interessate alle elezioni del 28-29 marzo. La seconda osservazione riguarda il diverso grado di disaffezione che sembra manifestarsi tra le europee e le regionali in contrasto con quanto intuitivamente si potrebbe pensare. "Nelle ultime due tornate elettorali regionali – continua il comunicato – il non-voto è stato più marcato alle regionali che non alle europee". Cioè quelle elezioni che comunemente si pensano "più vicine alla vita della gente", vengono di fatto ignorate da un maggior numero di elettori rispetto a consultazioni che per anni sono state considerate meno importanti.

In sostanza, una Caporetto nella Caporetto. Cioè un aumento della sfiducia nei partiti e nei mestieranti della politica che si fa più netto quando si tratta di eleggere organismi le cui decisioni hanno a che fare direttamente con la vita di tutti i giorni.

Un’ultima considerazione riguarda il forte incremento di astensioni in regioni solitamente meno interessate a questo fenomeno: la Toscana, l’Emilia, le Marche.

Lasciamo che i sociologi si scervellino a fabbricare dei perché. Questa ondata di sfiducia popolare è un fatto. Un fatto che riflette l’impatto della crisi in ampi strati delle popolazione e la convinzione di non poter ricevere dalla "politica" nessuna risposta alle proprie urgenze. Un fatto che riflette l’indignazione verso una casta di politici i cui privilegi risultano ancora più odiosi in tempi di licenziamenti, di aziende che chiudono, di condizioni di vita precarie per milioni di persone.

Il significato del voto

Se prendiamo l’espressione del voto come una fotografia degli stati d’animo e degli umori presenti nelle varie classi e negli strati sociali della popolazione, bisogna contare il numero assoluto dei voti più che le percentuali. È un ragionamento che fa, a suo modo, anche una testata apertamente filo-governativa come "Il Giornale" che titola così un articolo di analisi dei flussi elettorali: "Ma neanche il Carroccio guadagna voti". Il partito di Bossi, infatti è stato votato da duecentomila elettori in meno rispetto alle europee. Un’emorragia minore rispetto a tutti gli altri ma sempre un’emorragia. L’IdV di Di Pietro, che pure è data come vincitrice, dopo la Lega, in queste regionali, ne ha persi 477.000. i grandi partiti hanno le perdite maggiori: il PD un milione e duecentomila, il PdL addirittura 3.222.000. Lo stesso articolo riporta questo giudizio del politologo Roberto D’Alimonte: "Ha vinto queste elezioni non chi ha conquistato nuovi elettori, ma chi è riuscito a tenersi i propri o a perderne meno degli altri". La vittoria "folgorante" della coalizione Bossi-Berlusconi è tutta qui.

L’aumento relativo dei consensi della Lega, anche in rapporto al partito di Berlusconi, ha comunque un significato politico. Qualcuno ha scritto che il Carroccio si è ormai avviato ad essere un partito "normale". Si tratterebbe in sostanza di una reincarnazione "nordista" della vecchia DC. Ha "tenuto" più degli altri partiti per merito del suo insediamento organizzativo capillare tradizionale, mentre gli altri partiti, a cominciare dal suo alleato, sono reti informi , aggregati di notabili e di interessi, come ha scritto Ilvo Diamanti su Repubblica. Non c’è dubbio che la presenza strutturata nei territori sia una delle carte vincenti della Lega così come è vero che il suo "saper parlare alla gente" che tutti sottolineano con ammirazione servile o con malcelata invidia è fatto in gran parte di un cinico utilizzo e di una consapevole amplificazione delle paure e dei pregiudizi della piccola borghesia del Nord e del Nord-Est in particolare, paure e pregiudizi in cui è stata trascinata anche parte della classe operaia.

Nuove illusioni "nordiste"

Il "partito normale" ha messo in soffitta la secessione? Forse. E comunque non la mette all’ordine del giorno nel breve periodo. Molto più proficuo servirsi delle salde posizioni ministeriali conquistate nella "Roma ladrona" per cercare di ottenere il massimo di "federalismo fiscale" che la nuova condizione di forza permetterà di imporre a Berlusconi. Nonostante tutte le sparate nordiste, i dirigenti leghisti sanno benissimo che si è tanto più forti nelle terre padane quanto più si è ascoltati a Roma. Ma il "bottino" del potere regionale presenta anche altri vantaggi. I maggiori quotidiani economici si sono affrettati a sottolinearlo. Scrive Manuel Follis su Milano Finanza che l’implicazione più evidente della conquista del potere regionale in Piemonte e Veneto è quella riguardante le banche, "chiaramente uno degli obiettivi della Lega". Si tratta del controllo delle Fondazioni, espressione dei poteri politici locali, che nel Nord hanno partecipazioni importanti nelle maggiori banche nazionali da Intesa San Paolo a Unicredit.

In un’area geografica che produce la gran parte della ricchezza nazionale e in cui la crisi ha falcidiato un gran numero delle imprese solitamente indicate come il simbolo del nuovo "miracolo italiano", spingendo talvolta perfino al suicidio alcuni piccoli industriali, la possibilità di disporre del denaro dei risparmiatori e di quello del gettito fiscale locale, viene presentata dagli uomini di Bossi come la soluzione di tutti i problemi economici del "popolo del Nord". In realtà si tratta ancora di un’illusione. Sarà ben difficile che, di qualunque colore sia chi siede nel suo consiglio di amministrazione, una grande banca allenti i cordoni della borsa in favore di fabbrichette, laboratori artigiani e botteghe dall’incerto destino. I richiami alla sacralità del suolo padano potranno servire per le folkloristiche scampagnate alle sorgenti del Po ma non commuoveranno per niente i vertici del mondo bancario. Il capitalismo resta il regno dei grandi squali e ai partiti può essere dato, al massimo, il compito di rendere mansueti gli squali più piccoli, non certo quello di assicurare loro i bocconi più grossi. Lo stesso ragionamento vale per l’utilizzo dei proventi della futura fiscalità "federale", una massa di denaro che dovrà andare prevalentemente nelle tasche dei grandi committenti, costruttori, società di trasporto, di servizi, ecc. mentre alla massa dei piccoli imprenditori andrà forse qualche briciola.

I nuovi "governatori" leghisti non potranno dunque fare il miracolo di rimettere in piedi l’economia del Piemonte e del Veneto, duramente colpite dalla crisi mondiale. Però potranno accanirsi con maggiore durezza contro i lavoratori immigrati e tutte le minoranze nazionali e religiose. È un gioco in cui sono maestri. Se la fabbrica chiude, se ci sono licenziamenti o cassa integrazione, se "non c’è da mangiare nemmeno per noi", che cosa c’è di meglio e di più "opportuno" che prendersela con gli stranieri?

È vero che i padroni hanno ancora bisogno di questa manodopera, ma rendere a questi lavoratori la vita ancora più difficile può essere d’aiuto per far subire loro condizioni ancora peggiori.

Una risposta che non può venire dalle urne

La coalizione di governo appare rafforzata perché meno colpita dall’astensione ma, in realtà, perde consensi nella popolazione. L’inettitudine del PD, oltre ad aver favorito la crescita del partito di Di Pietro e, a sorpresa, quella di una lista come quella di Beppe Grillo, rende più lento il maturare dei contrasti tra Lega e PdL, contrasti che la sconfitta di Brunetta e di Castelli nella corsa per la poltrona di sindaco rispettivamente a Venezia e a Lecco sembrano confermare. Bersani ha tentato di contrastare quanti hanno letto il responso elettorale come un crollo del PD. Ma il vero problema del PD è il fatto che il gruppo dirigente è ormai diviso in fazioni i cui rispettivi leader si comportano come franchi tiratori nei confronti del segretario di turno. L’amplificazione del "crollo", vero o presunto, a cui il segretario ha contrapposto una sfilza di numeri e di percentuali, è partita anche dai Veltroni, Franceschini e Marino.

Il PD sembra aver ereditato tutte le debolezze dell’ultimo PCI. In modo particolare la permeabilità dei suoi dirigenti alle critiche e alle valutazioni, anche le più superficiali, che nascono fuori dal partito. Ne risulta una incapacità a programmare una linea d’azione su tempi lunghi e un continuo oscillare all’inseguimento degli atteggiamenti culturali più di moda nella piccola borghesia intellettuale. Il PCI, più o meno dalla fine degli anni ’70 in poi, aveva progressivamente dissipato gran parte di quel patrimonio organizzativo che ne era stato un punto di forza. In altre parole, aveva iniziato a liquidare la rete dei militanti che consentivano al partito una presenza capillare nei quartieri di gran parte delle città e delle cittadine italiane soprattutto del Centro e, in parte, del Nord. Un processo che rifletteva anche un mutamento della composizione sociale degli iscritti e, soprattutto, dei suoi dirigenti intermedi. Diminuivano gli operai e aumentavano i professori. Veniva progressivamente emarginato il lavoro "oscuro" dei militanti, dei diffusori dell’Unità porta a porta, di quelli che tenevano in piedi, anche materialmente, le sezioni, in favore di un modernismo infarcito di miti sui nuovi mass-media. Il "nuovo modo di far politica", di cui Veltroni fu uno dei massimi profeti, assestò dei colpi decisivi al corpo del vecchio partito stalinista prima ancora della caduta del muro di Berlino.

Oggi il PD prosegue ed esaspera queste debolezze ed a queste aggiunge l’inconsistenza sul piano ideale. È un partito privo di identità, a cominciare dal nome, che richiama una improbabile parentela con l’omonimo partito di Clinton e Obama.

I lavoratori sono privi, anche sul piano elettorale, di un partito che li rappresenti o dica di rappresentarli. Dal dizionario dei partiti "che contano" è stato rimosso ogni riferimento specifico agli interessi della classe lavoratrice, ogni accenno alla tradizione socialista del movimento operaio. La crisi, inoltre, aumenta nella classe operaia la sensazione di appartenere ad un mondo estraneo alla politica. "Se la politica se ne frega di me, io me ne frego della politica", così ragiona un numero crescente di lavoratori.

Certo, la risposta ai problemi più urgenti dei lavoratori e delle loro famiglie non potrà venire dall’esito di una consultazione elettorale. Il mondo del lavoro deve mettersi in grado di stabilire rapporti di forza favorevoli in opposizione al padronato. Un processo che passa necessariamente attraverso una riconquista di posizioni favorevoli nei luoghi di produzione.

Ricostruire le forze della classe lavoratrice, rispondere agli attacchi padronali, battersi contro i licenziamenti, nella consapevolezza che per la grande borghesia la crisi non è mai venuta e che vi sono nella società sufficienti riserve di ricchezza per consentire, per fare un esempio, almeno un reddito decente a chi ha perso il lavoro. Tutto questo costituisce già di per sé un indirizzo "politico". Dunque i lavoratori hanno bisogno della politica, ma di una loro autonoma politica, basata principalmente sull’organizzazione dei lavoratori più combattivi. Lo schifo per i politicanti dei due schieramenti principali non deve tradursi nel rifiuto dell’arma della lotta politica ma nello sforzo per forgiarsene una propria.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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ELEZIONI REGIONALI IN FRANCIA

CAMBIAMENTO.. E APPARENZA DI CAMBIAMENTO

 

I risultati delle elezioni regionali in Francia sono stati uno schiaffo per Sarkozy e il suo governo. I voti della sinistra hanno dato la vittoria al Partito socialista in 21 regioni su 22, tanto più facilmente che, da parte loro, molti elettori della destra si sono astenuti per esprimere il loro malcontento verso questo governo. Ma quali saranno le conseguenze di questa "vittoria della sinistra"?

I rappresentanti della destra, costretti di riconoscere che queste elezioni sono state un biasimo del governo e della la sua politica, ripetono che "hanno recepito il messaggio" ma aggiungono subito che proseguiranno la cosiddetta "politica di riforme". Il che significa che il governo continuerà di prendere i soldi nelle tasche di chi ne ha pochi -salariati, disoccupati, pensionati- per darli a chi ne ha già molti.

Allora, a parte la breve soddisfazione di vedere il governo così sconfessato, che cosa cambierà nella sorte dei lavoratori di Francia dopo il risultato di queste elezioni?

Certo, pressoché tutti i consigli regionali saranno diretti dalla sinistra, ma lo erano già prima. E i consigli regionali non sono stati questi "bersagli" che, secondo i dirigenti del Partito Socialista, avrebbero protetto i ceti più poveri delle conseguenze della crisi. Nessun consiglio regionale li ha protetti contro i licenziamenti, l'aumento della disoccupazione e i provvedimenti del governo contro i diritti dei lavoratori.

I partiti della sinistra parlamentare gridano vittoria e già preparano le prossime scadenze elettorali che sono l'elezione presidenziale e le elezioni politiche del 2012. Una cosiddetta "sinistra solidale"

sta emergendo, raggruppando il Partito socialista, gli ecologisti e il Fronte di sinistra, che è una coalizione del Partito comunista francese con dei socialisti dissidenti, e già viene evocata la prospettiva di una vittoria della sinistra nel 2012. Ma c'è davvero qualcosa da aspettarsene ?

Il ricordo del periodo del governo di Mitterrand o del governo di "sinistra plurale" del socialista Jospin non è così lontano da avere dimenticato che, dopo la soddisfazione di avere mandato a casa l'odiato governo della destra, era venuta la delusione di vedere la sinistra riprendere al proprio conto la stessa politica della destra. E il disorientamento dell'elettorato di sinistra aveva poi alimentato la crescita dell'estrema destra xenofoba e anti-operaia del Fronte Nazionale di Le Pen, che oggi riprende un po' di forze.

Passate le elezioni, la crisi continua e si aggrava, come negli altri paesi. La grande borghesia sa che, in un tale periodo, potrà mantenere l'alto livello dei profitti solo con l'aggravare lo sfruttamento nelle imprese e a patto di ottenere dal governo di togliere sempre più soldi dai servizi pubblici, dalle pensioni, dalla previdenza sociale, per darli ai capitalisti. Questo promette più licenziamenti, più disoccupazione, meno salario e condizioni di lavoro peggiorate.

Lo Stato continuerà a sopprimere posti di lavoro con la mancata sostituzione di quelli che vanno in pensione, anche a costo di aggravare sia la disoccupazione che il degrado della sanità, dei trasporti pubblici e della pubblica istruzione.

Il prossimo colpo sarà per le pensioni. Progettando di aumentare l'età della pensione, il governo aggrava una situazione già aberrante in cui si costringono i lavoratori anziani a rovinarsi al lavoro sempre di più, mentre il loro figli rimangono disoccupati.

Ciò che sarà determinante nell'avvenire non sarà il nome o l'appartenenza politica del futuro presidente, sarà l'evolversi della crisi e il rapporto di forze tra il padronato e i lavoratori. La borghesia non lascerà che i suoi profitti e redditi siano compromessi da un cambiamento della maggioranza elettorale. E la "sinistra solidale" non affronterà il gran padronato più di quanto hanno osato in passato l'Unione delle sinistre o la Sinistra plurale.

Più che mai, il saluto per le classi popolari non verrà dalle scadenze elettorali ma dalla loro capacità di reagire ai colpi che ricevono. Il malcontento è importante ed è stato testimoniato, tra le altre cose, dall'importanza delle manifestazioni della giornata sindacale del 23 marzo. Ma è chiaro che questo tipo di giornata di protesta non sarà sufficiente per cambiare il rapporto delle forze con il grande padronato. Per questo ci vorrà una mobilitazione crescente, trascinando sempre più lavoratori, una mobilitazione abbastanza esplosiva da ispirare alle classi possidenti un timore salutare per i loro profitti e anche per i loro capitali.

Questa mobilitazione sarà necessaria, in Francia come negli altri paesi, per rovesciare il rapporto di forze e costringere i capitalisti a pagare loro stessi le spese della crisi che hanno provocata.

I RISULTATI DI LUTTE OUVRIÈRE (LOTTA OPERAIA)

Le liste di Lutte Ouvrière (Lotta Operaia) hanno raccolto 204370 voti e l'1,09% su scala nazionale. Anche se questi risultati sono deboli, comunque è importante che la corrente comunista partecipi a tutte le elezioni che sono alla sua portata, fosse solo per non lasciare il monopolio della politica ai partiti della borghesia. Ma è altrettanto importante sottolineare che la rinascita di una corrente autenticamente comunista non passerà tramite le urne. Il credito non si conquista nelle elezioni ma nelle lotte sociali.

Lutte Ouvrière aveva scelto di intervenire in queste elezioni per esprimere una politica e per difendere obiettivi che corrispondano alle interessi dei lavoratori in una situazione segnata dalla crisi e dagli attacchi della borghesia contro i lavoratori. Si trattava di propagandare l'idea della lotta per il divieto dei licenziamenti, la ripartizione del lavoro tra tutti senza diminuzione di salario, e della necessità per i lavoratori di imporre il loro controllo sui conti e i soldi dei padroni. Un programma che dovrà essere quello delle lotte future.

E oltre questa elezione particolare, appena fatta e appena dimenticata, si trattava di cogliere questa occasione politica per affermare la presenza delle idee comuniste e così contribuire a fare rinascere un partito che riprenda la bandiera che il partito socialista e il partito comunista, uno dopo l'altro, hanno abbandonata da tanto tempo.

 

 

 

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Giochi fatti in Cgil, dove la consistenza numerica dei consensi – veri o presunti - alla mozione Epifani spiana la strada a un successore di gradimento dell’attuale Segretario Generale, e a una politica conseguente.

LA CGIL RATIFICA LA LINEA

Esaurite le assemblee congressuali di base, a buon punto i congressi provinciali, in dirittura di arrivo quelli regionali, sia delle categorie che del confederale, non è prematuro tracciare un primo bilancio del 16° Congresso Cgil. Considerando il momento drammatico che sta attraversando la classe operaia, si può affermare che il livello del dibattito e della rappresentanza, che in questo ambito poteva riguardare solo gli aspetti strettamente sindacali, come minimo si è dimostrato inadeguato.

Era difficile comunque immaginare il contrario, visto come sono stati impostati gli schieramenti congressuali e vista la storia degli ultimi cinque anni che separano la Cgil dal congresso precedente. Nonostante il sindacato più rappresentativo in Italia non abbia firmato l’accordo sulla riforma del modello contrattuale, alcune categorie Cgil hanno successivamente firmato contratti nazionali che sostanzialmente recepiscono quell’accordo, e prima – a governo Prodi in carica – la Cgil aveva firmato l’accordo sul welfare che attaccava pesantemente pensioni e stato sociale. Anche durante le assise congressuali si è assistito spesso a un curioso dualismo tra dichiarazioni roboanti e orgogliose affermazioni identitarie, a confronto invece con una pratica che, molto pragmaticamente, lascia spazio a quello che si può fare, o meglio a quello che le controparti lasciano fare. In pratica, una cosa sono le dichiarazioni di principio e i gloriosi trascorsi, nettamente un’altra la pratica del quotidiano: sono constatazioni più o meno candidamente ammesse anche in qualche relazione ufficiale. La scarsa reattività della classe e la sua sostanziale passività sembrano costituire un comodo e bene accetto alibi, un conveniente pretesto, che giunge come una manna insperata sull’insipienza e l’immobilismo di un gruppo dirigente molto più avvezzo - e di sicuro più incline – a baloccarsi con le faide interne e le lotte di poltrona piuttosto che a organizzare lotte operaie. Quindi le scelte compiute, le carenze organizzative, la mancanza di incisività, la direzione ondivaga, l’assenza di chiarezza, si fanno risalire a cause estranee alla espressa volontà del gruppo dirigente o alle qualità dei funzionari, e si dichiarano genericamente relative a un mondo cambiato, a esigenze diverse, a scarsa rispondenza tra i lavoratori, etc. etc. In sostanza, se la Cgil assomiglierà sempre di più a una grande Cisl, dipenderà dal fatto che proprio questo vogliono i lavoratori. Per avvalorare questa tesi non si è andati troppo per il sottile, giungendo nella maggior parte dei casi a completare l’opera di epurazione, già cominciata nel 2005, dei soggetti meno controllabili e più riottosi a seguire supinamente la linea della maggioranza. D’altronde qualsiasi linea politica viaggia sulle gambe di chi la mette in atto, e se una tendenza va affermata, chi non è d’accordo non può essere della partita.

Questo obiettivo è stato perseguito con estrema determinazione, a partire soprattutto dalle Assemblee di base. Dove, come del resto ci avevano abituato le recenti vicende tipo il referendum sull’accordo welfare, abbiamo assistito al consueto spiegamento di forze, e a una diligenza nell’organizzazione del consenso sicuramente degna di miglior causa. Inutile dire che si è visto di tutto, in particolare dove mancava il relatore di minoranza: assemblee contrabbandate per adunanze oceaniche in posti di lavoro dove in genere i lavoratori disertano le riunioni, valanghe di votanti, votazioni bulgare per il documento di maggioranza; in definitiva il consueto armamentario fatto passare come Grande Prova di Democrazia. In realtà la maggior parte dei lavoratori, spesso anche quelli che hanno partecipato alle assemblee, oltre ad avere un’idea abbastanza vaga degli argomenti, hanno un’attenzione molto blanda per il congresso Cgil, dato che percepiscono in modo molto più immediato le problematiche dei posti di lavoro, e faticano a vedere un nesso tra queste e le vicende congressuali. D’altronde, la maggior parte dei funzionari e dirigenti sindacali ha tutto l’interesse a non rendere i lavoratori particolarmente attivi, e a difendere in prima istanza la propria posizione. Questo "ventre molle" non vede l’opportunità di complicarsi la vita sollecitando la partecipazione dei lavoratori alla difesa dei propri interessi con la combattività e il conflitto, ma tende a vivacchiare da buon burocrate e non ama essere disturbato nel suo quieto vivere.

La minoranza stessa in questo Congresso era un animale strano: una poco congruente mescolanza tra l’anima più sinceramente combattiva della Cgil e spezzoni di apparato mossi da logiche di bottega. I primi non avevano oggettivamente una forza sufficiente per presentarsi con un programma e un documento autonomi; i secondi hanno teso a condizionare i primi, arrivando al compromesso di un documento zoppo, che non accontentava né gli uni né gli altri, e che i sostenitori della mozione 1, quella di maggioranza, hanno avuto buon gioco a definire troppo simile al loro.

A questo punto, se c’è un frutto più avvelenato degli altri che può venire da questo Congresso, è che la sconfitta della mozione 2, sostenuta dalla cordata Moccia-Podda-Rinaldini, ma anche dalla Rete 28 Aprile di Cremaschi, verrà presentata come una porta aperta alle forze più conservatrici in Cgil, e in pratica come un’adesione dei lavoratori alla linea di collaborazione con Cisl e Uil.

I lavoratori più coscienti, e fra loro i più giovani che si avvicinano per la prima volta al sindacato, hanno già avuto occasione di rimanere delusi dalle manovre che hanno visto compiere e da ciò che nasconde la facciata del sindacato in teoria più forte e combattivo. L’auspicio è che non ne siano scoraggiati, ma che ne ricavino invece maggiori energie per le battaglie del futuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Votato al Senato il 3 marzo scorso il Ddl "collegato lavoro", che contiene le norme su arbitrato e controversie sul lavoro. Il disegno di legge, che ha alle spalle ben due anni di iter parlamentare, è passato liscio e senza troppo chiasso. Proprio mentre la Cgil celebra il congresso delle beghe interne e delle lotte di apparato, sembra essersi dimenticata da tempo che la difesa dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori non finiva nel 2002 al Circo Massimo.

L’ART. 18 SVANISCE NEL SILENZIO

Il quotidiano di Confindustria, il Sole 24 Ore, titolava il 4 marzo scorso "Riforma-soft per welfare e lavoro", tanto per non dare troppo nell’occhio. Confindustria del resto ha evitato di brindare pubblicamente e non ha diramato alcuna nota ufficiale, ma chissà in quanti si sono fregati le mani per questo nuovo pesantissimo smantellamento delle tutele per i lavoratori.

I tre milioni in piazza al Circo Massimo sembrano quasi un’irridente caricatura, oggi che le condizioni dei lavoratori sono passate dal tritacarne della Legge 30 e dalla diffusione massiccia del precariato, per scoprire che al peggio non c’è limite se non si riesce ad arginare la marea montante dell’offensiva di classe. In questo caso, con l’approvazione del disegno di legge 1067-b, si può aggirare di fatto l’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, che prevedeva il licenziamento solo per giusta causa.

Può sembrare scandaloso che questo avvenga proprio ora, in un momento di crisi drammatica, tra cassa integrazione e licenziamenti per le fabbriche che chiudono, ma evidentemente è proprio nei momenti di estrema debolezza che si ritiene più facile assestare i colpi più energici. Il risultato, che otto anni fa sembrava così difficile da raggiungere per la borghesia, oggi è a portata di mano con mezzi assolutamente leciti, e molto semplici. Formalmente l’art. 18 non viene toccato; nella sostanza con le nuove norme si prevede che "le parti" - cioè impresa e lavoratore – al momento della sottoscrizione di un contratto di lavoro, possono rinviare le controversie, licenziamento compreso, a un arbitrato privato anziché a un giudice del lavoro. L’arbitro deciderà non secondo le norme inderogabili di legge o i contratti di lavoro, ma "secondo equità", quindi in base a quanto i soggetti avranno privatamente pattuito: novità assoluta per l’ordinamento giuridico italiano, non si considera più il lavoratore il soggetto più debole da tutelare, ma semplicemente una delle parti. Come se lavoratore e impresa stessero su uno stesso piano e si confrontassero con uguali forze, e un lavoratore fosse libero si scegliere, al momento dell’assunzione, se firmare o no un contratto capestro. Inoltre, qualora invece il lavoratore abbia rifiutato di firmare questo compromesso, e voglia ricorrere al giudice del lavoro, troverà un giudice che potrà fare ben poco. Infatti è previsto che il giudice, a fronte di una controversia di lavoro, può pronunciarsi solo sull’aspetto formale del contratto, cioè valutare se è stato stipulato o no in forma legittima. La nuova legge vieta di esprimersi nel merito delle valutazioni tecniche, organizzative, produttive. E’ un annichilimento delle forme di contratto collettivo, una riedizione dei patti individuali e un regresso alla situazione precedente agli anni ’70, con il sostanziale smantellamento del diritto del lavoro.

Così Giuliano Cazzola, deputato Pdl e relatore del provvedimento alla Camera, può permettersi anche di schernire e mettere in ridicolo quello che per molti lavoratori è una questione essenziale di pura sopravvivenza: "Dobbiamo smetterla di considerare i lavoratori come degli incorreggibili e irresponsabili minus habentes, confusi e spauriti, sempre pronti a rinunciare alla difesa dei propri diritti per un piatto di lenticchie". (Il Riformista, 4.3.10)

Per gente come Cazzola, ridurre i lavoratori alla mera individuale accettazione della propria condizione è il sogno di una vita. Se poi davvero si accontentassero di un piatto di lenticchie, non ci sarebbe nient’altro da chiedere. Con questa legge si fa un ulteriore passo in questa direzione, contando sulla mancanza di reazione della classe operaia: sarebbe importante capire che debolezza e scarsa capacità di reazione si accompagnano inevitabilmente ad attacchi particolarmente aggressivi; che non reagendo non si rimane fermi, ma si arretra a velocità vertiginosa.

E’ legittimo chiedersi se veramente i lavoratori riescono a percepire in questo momento il reale livello dello scontro di cui sono protagonisti, più o meno inconsapevoli. Altrettanto legittimo è il dubbio su quale fosse la reale consistenza delle ragioni che nel 2002 portarono la Cgil a puntare tutto sulla strenua difesa dell’art. 18. Allora sembrò subito chiaro che quella difesa aveva un senso se e in quanto, oltre a costituire una linea da cui non indietreggiare, sarebbe servita per rilanciare nuovi obiettivi e l’organizzazione conseguente di nuove lotte. Si trattava di ripartire da quella difesa, per non fermarsi a un semplice baluardo. I mesi e gli anni successivi hanno tracciato un quadro diverso, e l’impressione ormai abbastanza chiara è che a suo tempo si sia trattato in larga misura di un’operazione di propaganda, priva di qualsiasi base strategica.

Oggi, a distanza di otto anni, in una fase di estrema debolezza della classe operaia e delle sue organizzazioni a tutti i livelli, la difesa dei lavoratori nelle controversie legate al lavoro entra solo di riflesso nella piattaforma rivendicativa dello sciopero generale di 4 ore del 12 marzo, e ci entra soltanto per una coincidenza temporale tra l’approvazione del disegno di legge 1067-b e lo sciopero già proclamato. Non un gesto durante un iter parlamentare lungo due anni, men che meno un qualsiasi accenno a iniziative di lotta. Nelle parole di Guglielmo Epifani, segretario Cgil fino alla conclusione del congresso in corso, solo una blanda indignazione dovuta per le circostanze: "E’ il ministro Sacconi che non vuole rendersi conto che la sua scelta renderà più deboli i lavoratori. Tanto più in una fase di crisi come l’attuale. La legge non solo è sbagliata, ma è anche fuori tempo. [] . Stiamo valutando il ricorso alla Corte Costituzionale. L’impressione è che ci sia più d’una norma in contrasto con la Costituzione." A parte che il ministro Sacconi di sicuro si rende conto benissimo di quello che fa, e lo fa proprio perché è cosciente degli effetti, ma dai tre milioni di lavoratori in piazza al ricorso alla Corte Costituzionale, la Cgil sembra aver ridimensionato strumenti e obiettivi.

 

 

 

 

 

 

 

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Undici licenziamenti in ferrovia

Quello del ferroviere era ritenuto fino a qualche tempo fa un "posto" degno di questo nome. Cioè un vero posto di lavoro. Nel quartiere il ferroviere in divisa che arrivava dal lavoro o era in procinto di andarci, incrociando lo sguardo dei vicini, poteva cogliere spesso un misto di invidia e di ammirazione. "Certo è un lavoratore- si pensava e si diceva- ma ha un posto stabile e guadagna bene".

Da diversi anni la situazione dei ferrovieri non è così rosea ma il senso comune tarda ad adattarsi alla realtà. Ora, con 11 licenziamenti in tutta Italia, nel gruppo Ferrovie dello Stato, il mito del "privilegio" dei ferrovieri subisce lo scossone definitivo.

Undici giovani, assunti come apprendisti, si sono visti negare l’assunzione definitiva al termine del loro periodo di "apprendistato". Le varie direzioni regionali non hanno ritenuto di dover dare nessuna spiegazione per quelli che, nei fatti, sono dei veri e propri licenziamenti. La società FS ha usufruito di tutti i vantaggi economici e contributivi che le offrono le leggi sull’apprendistato utilizzando in realtà questi lavoratori come tutti gli altri. Esponendoli cioè ai rischi e alle responsabilità dei colleghi più anziani. Non solo: spesso ha imposto loro prestazioni straordinarie ed eccedenti i limiti imposti dai contratti e dalle normative di lavoro. Tra i licenziati c’è senza dubbio più di un giovane che non ha voluto sottostare alle prepotenze aziendali e ha voluto difendere i propri diritti; questo è bastato per segnalarlo alle solerti gerarchie intermedie che hanno poi "passato il caso" a quelle superiori.

Da tempo si respira un clima di intimidazione. Non si contano i provvedimenti disciplinari, le minacce, le pressioni. Le più recenti scelte aziendali in fatto di organizzazione del lavoro hanno trovato una certa resistenza soprattutto tra i macchinisti. Chi fra questi si è rifiutato di accettare la condotta del treno ad "agente solo" è stato colpito da duri provvedimenti disciplinari e minacciato di licenziamento. Ma anche chi intende semplicemente far rispettare i propri diritti, teoricamente riconosciuti anche dall’azienda, è sempre più spesso colpito. È il caso di un capotreno di Firenze che si è visto appioppare 8 giorni di sospensione (otto!) senza stipendio perché, di ritorno da un servizio di notte, ha avuto l’ardire di rifiutarsi di fare, la mattina stessa, una giornata di aggiornamento professionale.

Certo, con i licenziamenti la politica del terrore e dell’intimidazione ha fatto un ulteriore salto di qualità. Ora circola la paura che nel prossimo scaglione di apprendisti ci possano essere altre mancate conferme. Il terrorismo aziendale comincia ad avere qualche effetto. D’altra parte, come succede sempre in questi casi, c’è anche chi non si abbatte, chi non china la testa, e sente che alla prepotenza del "padrone" bisogna opporre una protesta collettiva e non solo i pur necessari ricorsi legali.

Così, ad esempio, in Toscana, si è tenuta un’affollata assemblea lo scorso 17 marzo, al Dopolavoro Ferroviario di Pisa proprio per organizzare la protesta dei lavoratori e manifestare la solidarietà con i licenziati, cominciando dai due più vicini: un capotreno di Pisa e un macchinista del deposito Cargo di Livorno.

L’assemblea è stata "auto- organizzata", ovvero non è stata indetta da nessuna organizzazione sindacale, per quanto i militanti del sindacato autonomo O.r.s.a. vi abbiano avuto un ruolo preponderante. L’unico altro sindacato che ha mandato una propria rappresentanza è stata la Cgil.

Ora la volontà di lotta di questo primo gruppo di ferrovieri più coscienti ha davanti a sé la sfida di resistere nel tempo e di aumentare il numero dei sostenitori nella categoria. Senza avventurismi ma anche senza accettare passivamente la trasformazione dei ferrovieri in marionette aziendali che si buttano via quando rompono i fili del burattinaio.

Corrispondenza ferrovieri

 

 

 

 

 

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La crisi c’è ma non per tutti

Chi si rivede, i miliardari!

Il miliardario Steve Forbes è l’editore di una rivista che porta il suo nome. Ogni anno, Forbes , si intende la rivista, stila una classifica dei miliardari (in dollari) del pianeta. Nell’anno in corso ne ha trovati 1011, contro i 793 dello scorso anno. Questi super-ricchi del 2010 "valgono" 3600 miliardi contro i 2400 del 2009. Un bel salto, non c’è che dire.

Dunque i miliardari ritornano, nel momento in cui la crisi colpisce sempre più duramente le classi popolari! Il vincente di quest’anno è il miliardario messicano Carlos Slim Helu, davanti ai miliardari americani Bill Gates e Warren Buffet. Lo scorso anno lo stesso trio dominava questa classifica, ma il messicano era terzo. Durante la crisi 2008-2009, questo trio aveva perso 68 miliardi di dollari. Parlare di perdite è più che altro un modo di dire, perché si è trattato solamente della diminuzione del valore dei loro pacchetti azionari, in seguito alla caduta delle borse. In ogni caso, niente paura, il terzetto ha già recuperato 41,5 miliardi nel 2010.

Carlos Slim Helu "pesa" 53,5 miliardi di dollari. Ha costruito la sua fortuna come tutti i razziatori di imprese che sono fioriti negli anni ottanta.

Alla testa del gruppo Carso, fondato venticinque anni orsono, Carlos Slim Helu ha anche acquistato delle imprese del settore del tabacco, delle costruzioni, dell’industria, degli pneumatici, ma anche del settore minerario, delle assicurazioni, della ristorazione o della grande distribuzione. Ma è appropriandosi della compagnia telefonica pubblica messicana, privatizzata a prezzo di amicizia, che è divenuto miliardario. Con una generosità da gran signore d’altri tempi, lo stato messicano gli ha assicurato anche sei anni di monopolio telefonico. Secondo la rivista inglese The Economist, il prezzo al minuto del telefono messicano sarebbe uno dei più cari al mondo, con un sovraprezzo del 30% rispetto alle tariffe che si praticano da tutte le altre parti, dove gli scatti non sono certo regalati!

Una sorpresa è stata l’exploit di Eike Batista, proprietario brasiliano di giacimenti di ferro, balzato dal sessantunesimo all’ottavo posto.

Il primo miliardario europeo è il francese Bernard Arnault, azionista principale del gruppo di prodotti di lusso LVMH (Louis Vuitton, Moet Hennessy), che era crollato al quindicesimo posto nel 2009 ma ritrova il suo settimo posto del 2008.

E Berlusconi? Il poveretto è sceso dal settantesimo al settantaquattresimo posto, il che non significa affatto una diminuzione della sua ricchezza ma solo che qualcuno è diventato un po’ più ricco di lui nella combriccola mondiale dei miliardari. Come, per restare in Italia, Michele Ferrero, mister Nutella, 28° posto (era al 40°) e Leonardo Del Vecchio, fondatore e presidente di Luxottica, 59° (era al 71°). Per dare un’idea: Berlusconi passa da una ricchezza stimata in 6,5 miliardi di dollari nel 2009 ad una di 9 miliardi, Ferrero da 9,5 a 17 miliardi e Del Vecchio da 6,3 a 10,5.

In totale, accanto ai 464 miliardari americani, se ne enumerano 248 in Europa, 234 in Asia-Pacifico ma solamente 65 nel vicino Oriente e in Africa.

I numeri parlano da soli. La crisi colpisce, con la miseria, con la disoccupazione o con fonti di reddito sempre più grame e incerte, la maggior parte della popolazione terrestre, mentre una piccola minoranza si arricchisce ulteriormente. È il capitalismo.

La grande varietà di elaborazioni politiche e sociologiche che sembrano aprirsi a chi si indigna di fronte a questa enorme ingiustizia sociale, quindi, si riducono alla scelta pro o contro il capitalismo.

RP

 

 


 

 

 

 

 

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