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Filo rosso
Un secolo. Indietro o avanti?
Dopo che al congresso delle organizzazioni di mestiere di Limoges del 1895 la classe operaia si è data un’organizzazione autonoma, indipendente da tutti i partiti democratici, ha avuto la tendenza costante a liberarsi sempre di più da tutte le tutele, sia dello Stato, sia delle amministrazioni municipali.
È che la classe operaia non si sogna neanche di adattarsi al mondo capitalista, di incastrarsi nel sistema di produzione attuale, per svilupparsi al suo interno al meglio dei propri interessi. Essa ha delle mire più alte – delle mire di trasformazione sociale – e sono queste aspirazioni rivoluzionarie che l’hanno condotta a costituirsi in partito di classe e in opposizione a tutti gli altri partiti e a tutte le altre classi.
Così, oltre che con la sua forma d’organizzazione, la classe operaia comprende di essersi forgiata un mezzo per lottare, giorno per giorno, contro le forze dello sfruttamento e dell’oppressione, essa intende anche, realizzare e fortificare dei raggruppamenti atti a portare a compimento l’espropriazione del capitale e capaci di procedere ad una riorganizzazione sociale sul piano comunista.
Émile Pouget, "La Confederation Générale du Travail", 1910
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Una "ripresa" che crea nuovi disoccupati
Mentre ci si interroga, un po’ in tutto il mondo, sui tempi e sui ritmi dell’uscita dalla crisi, è chiaro che la crisi stessa viene usata come una cortina dietro alla quale i grandi gruppi capitalistici regolano liberamente i propri conti: si ristrutturano, si raggruppano, si scindono per poi dar luogo a nuove fusioni, delocalizzano le proprie attività.
La crisi spiega tutto, copre tutto, giustifica tutto.
L’azione congiunta dei governi, delle banche, delle grandi imprese multinazionali, ha già preparato le condizioni in cui si troveranno i lavoratori nei prossimi anni: meno posti di lavoro, nessuna certezza del loro mantenimento, più sfruttamento, salari più bassi. Non è il ritornello di un piccolo gruppo di ostinati marxisti, è il quadro della situazione reale, che analisi come quelle che ogni anno rende note l’ILO, confermano. L’ILO è l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di monitorare le condizioni dei lavoratori in tutto il mondo. Secondo il suo rapporto annuale, il 2009 si è concluso con un aumento di 34 milioni di disoccupati, portando alla cifra record di 212 milioni il numero dei senza lavoro sul pianeta. Non c’è solo questo. Più di ottocento milioni di lavoratori, infatti, vivono in condizioni di estrema povertà e 630 milioni di loro con 1,25 dollari al giorno.
Il direttore generale dell’ILO, Juan Somavia, ha detto: "Bisogna evitare una ripresa senza posti di lavoro, è una priorità politica".
Invece i primi segnali di ripresa della produzione industriale si accompagnano alla crescita della disoccupazione. È quello che succede anche in Italia.
A volte ascoltare gli Amministratori delegati, i Direttori generali, i grandi manager in genere, può essere utile. Ognuno di loro riserva la sua "seria preoccupazione" per l’emorragia di posti di lavoro alle occasioni pubbliche. Ascoltateli i Montezemolo, i Della Valle, i Marchionne, le Mercegaglia. Sentite come nei loro interventi al palco di qualche seminario o di qualche convegno pubblico si appassionano al problema della disoccupazione. Battono i pugni sulla tribuna, "bisogna fare qualcosa", dicono. Sembrano più convinti di quei disgraziati operai che si arrampicano sulle gru o sulle ciminiere, che si accampano sui tetti dei capannoni o bivaccano nei locali di un’azienda che non li paga da mesi.
Poi, presi uno ad uno, incalzati da qualche intervistatore o da una delegazione di lavoratori, questi stessi manager, questi stessi imprenditori, diranno che nella loro azienda, "per restare competitivi", sono stati costretti, anche se "con rammarico", a chiudere, licenziare, mettere in cassa integrazione, ecc.
È chiaro, ci dicono, che non si può pretendere che il problema della disoccupazione sia risolto dalla singola azienda. Ci vuole una politica economica, ci vogliono aiuti alle imprese, ci vogliono sgravi fiscali e così via.
Nel frattempo siamo più o meno al 10% di disoccupazione.
È chiaro che l’estendersi della crisi e dei suoi effetti sull’occupazione e sulle condizioni dei lavoratori pone un problema generale e imporrebbe delle misure altrettanto generali. Ma è obbligatorio seguire il padronato e il governo nelle loro elucubrazioni sulle politiche economiche, sul sostegno allo sviluppo e altre merci avariate di questo tipo?
Tutti sanno che esiste una parte di società che è passata indenne dalla crisi e che spesso, anzi, ci ha guadagnato qualcosa e ce n’è un altra, molto più grande, che ci ha già rimesso e ci sta rimettendo sempre di più. Ora, il problema è che la conquista di garanzie anche minime contro la miseria per milioni di lavoratori e per le loro famiglie, ha dei costi.
Questi costi graverebbero sull’economia nazionale rendendo impossibile la ripresa? No, questi costi, se i lavoratori riuscissero a imporli con le proprie lotte, graverebbero esclusivamente sui privilegi di qualche decina di migliaia di grandi azionisti, di grandi finanzieri, di ricconi di ogni tipo
Serve una risposta complessiva, generale, alle necessità che la situazione economica ha imposto alla maggioranza della popolazione. Servono alcune misure urgenti e immediate: il blocco dei licenziamenti, la distribuzione dei carichi di lavoro fra tutti i dipendenti delle aziende che fronteggiano un calo di ordinativi, con conseguente riduzione d’orario ma a parità di trattamento salariale, la determinazione di un salario minimo legale, l’istituzione di una indennità di disoccupazione, erogabile senza limiti di tempo, estesa a tutte le categorie di lavoratori e pari ad almeno l’80% del salario minimo.
Si dirà che queste o altre rivendicazioni del genere sono arretrate, demagogiche, si dirà che non affrontano il "vero problema" del rilancio del sistema economico, della competitività, ecc.
Rispondiamo che oggi l’interesse del mondo del lavoro è di conquistarsi delle tutele che non lo facciano sprofondare nella miseria e quindi nella completa subalternità nei confronti delle imprese. Non sappiamo se e quando assisteremo ad un nuovo slancio dell’economia capitalistica. Quello che è certo è che bisogna fare di tutto perché questo non avvenga calpestando le condizioni di vita, la sicurezza e la dignità di milioni di lavoratori.
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La beatificazione civile di Craxi
Il caso ha voluto che si sovrapponessero due anniversari che hanno a che fare con il socialismo italiano: i dieci anni dalla morte di Bettino Craxi e i cento da quella di Andrea Costa. Tutti e due il 19 gennaio. Ma le analogie finiscono qui perché, mentre il Costa è ricordato come pioniere del movimento operaio e tra i fondatori del Partito socialista, Craxi sarà ricordato come il leader politico che ha dato il colpo di grazia al socialismo italiano.
Andrea Costa apparteneva a quella generazione di militanti che, nella seconda metà dell’ottocento, percorrevano il Paese in lungo e in largo, ponendosi come ragione di vita la necessità di dare voce agli interessi della classe lavoratrice. È l’epoca in cui si fondano le prime leghe di braccianti e le prime associazioni operaie di mestiere. Un’epoca in cui i socialisti, anarchici o marxisti, contendono alla democrazia piccolo-borghese rappresentata dai mazziniani, l’influenza sul proletariato. Il Partito socialista rivoluzionario di Romagna, animato e diretto da Costa, dieci anni prima della fondazione del PSI, contiene nel programma, primo tra i partiti socialisti di tutti i paesi, la rivendicazione della dittatura del proletariato come mezzo per arrivare alla completa liquidazione del capitalismo e alla proprietà e gestione collettiva dei mezzi di produzione, cioè al socialismo.
Con tutto questo Craxi c’entra molto poco. Eredita un partito già abbondantemente fuori dagli orizzonti del socialismo originario. Tenta di farne lo strumento in grado di superare l’anomalia italiana, ovvero quel "bipartitismo imperfetto" per il quale la Democrazia Cristiana è costantemente al governo mentre i voti di sinistra sono in gran parte "congelati" nel Partito Comunista, un partito molto più grande del PSI ma impedito nella sua strada verso il potere dalla filiazione sovietica, e quindi dal veto del potente alleato-padrone americano. Buon conoscitore degli ambienti sindacali, politicamente scaltro e senza eccessivi scrupoli, Craxi impone un nuovo stile politico: il decisionismo. Sottrae il PSI alla posizione in gran parte subalterna nei confronti del PCI, fa appello, con successo, all’orgoglio di partito. L’era Craxi nel PSI è anche l’era della politica-spettacolo, dei gadget firmati da grandi stilisti venduti nei congressi di partito, dell’esaltazione della bella vita, dell’adesione completa sfrontata e proclamata agli stili di vita delle classi privilegiate.
Oggi un coro quasi unanime ne esalta le qualità di "statista". Si è arrivati, bisogna dirlo, al ridicolo. A parte l’istituzionalizzazione del culto di Craxi, c’è stato chi, come Giuliano Cazzola, ex dirigente della CGIL passato armi e bagagli con Berlusconi, ha ricordato il leader socialista con le parole del poeta americano Walter Whitman: "Oh Capitano, mio Capitano…" . Sul berlusconiano L’Opinione, si è potuto leggere che Craxi è stato il più importante socialista dopo Turati, e De Michelis, in un’altra intervista, dice che "era veramente come Garibaldi, a favore di chi lottava per la libertà del proprio paese, da Arafat ad Allende".
Si dice, e la cosa è stata ripetuta dalle massime cariche dello Stato: "Non confondiamo le vicende giudiziarie con l’apprezzamento dell’uomo politico". In fin dei conti è un modo di ragionare a cui in Italia siamo abituati da generazioni. Il poeta toscano Renato Fucini, in un celeberrimo sonetto in vernacolo sul santo patrono di Pisa scriveva: "Levato quer viziaccio di rubbare, San Ranieri è un gran santo di ve’ boni" . Se Ranieri può mantenere il suo titolo di santo pure avendo avuto il "viziaccio" di rubare, la beatificazione civile di Craxi, che sembra già ben avviata, non stupisce più di tanto.
Si capisce che, superata da più di 15 anni la bufera giudiziaria di "mani pulite", ci sia una corsa a riabilitare Craxi e il suo gruppo dirigente. In primo luogo perché le classi dominanti e i loro portavoce cercano sempre di auto-assolversi (e hanno molti mezzi a disposizione per far ingoiare al pubblico la loro "verità"). In secondo luogo per rivendicarne la politica anti-operaia. Craxi al governo, infatti, varò il famoso decreto di San Valentino, il 14 febbraio 1984, con il quale impose il congelamento di alcuni punti di scala mobile sui salari operai. L’operazione, condotta con il pretesto di contrastare l’inflazione, fu un importante segnale di disponibilità che il governo a direzione "socialista" dava al padronato, segnale reso più forte dalla decisione di ignorare l’ostilità del PCI e di gran parte della CGIL. Nel merito segnò la strada a tutti i governi successivi, da quel momento in poi con la complicità della stessa CGIL, fino all’abolizione definitiva del meccanismo di adeguamento automatico dei salari al costo della vita. In terzo luogo perché molti tra i socialisti "rampanti" dell’era Craxi hanno tuttora un importante ruolo politico. Lo spiega Gianni De Michelis in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera lo scorso settembre, in cui fa l’elenco dei socialisti tuttora sulla cresta dell’onda: "Agli Esteri c’è Frattini, cresciuto alla corte del nostro grand-commis Nino Freni e portato da Martelli. Poi c’è la Boniver, che capisce la politica estera. A Palazzo Chigi c’è Bonaiuti, un amico: lui era proprio demichelisiano. Capo dei deputati è Cicchitto, che ha una finissima cultura marxista (sic!); certo più di Bersani". A dirigere la CGIL c’è Epifani, continua l’ex ministro di Craxi, "che nel PSI è sempre stato alla mia destra, prima demartiniano poi craxiano. All’Economia c’è Tremonti, cresciuto con Reviglio e Formica. Ma, conclude, "i miei figli sono Sacconi e Brunetta".
Lasciamo ad altri la decisione se si può considerare Craxi un "grande statista" o meno. La galleria dei nemici della classe lavoratrice è piena di "grandi statisti", per il semplice fatto che la macchina dello stato è sempre stata, in un modo e nell’altro nelle mani della grande borghesia e il buon statista è come il buon meccanico che conosce la macchina, è in grado di farla ben funzionare e sa all’occorrenza ripararla.
Certamente Craxi non rappresentò il socialismo per come dovrebbe intendersi: il movimento politico teso all’emancipazione del lavoro e dei lavoratori dal paralizzante dispotismo del capitale. Di questo dispotismo fu piuttosto un sicuro sostenitore. Ma come sarebbe ingiusto e falso sostenere che fu l’unico leader politico a beneficiare, con il suo partito, di un sistema di corruzione, di bustarelle, di appalti truccati, altrettanto ingiusto e falso sarebbe farne l’unico colpevole della fine del movimento socialista in Italia.
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A cose fatte, anche la stampa borghese "cade dalle nubi" e si sente in dovere di scoprire che dal 1 gennaio 2009 diminuiscono i coefficienti di rendimento delle pensioni. Chissà perché, il provvedimento contenuto nel protocollo sul welfare, ufficialmente votato a suo tempo da cinque milioni di lavoratori, viene oggi definito come "conosciuto da pochi".
UNA BOMBA A OROLOGERIA SULLE FUTURE PENSIONI
La generazione di figli che stanno peggio dei genitori è ufficialmente cominciata da tempo, ma ciò che già oggi è sotto gli occhi di tutti è soltanto l’inizio: dopo una vita da precari e salari insufficienti, quelli che oggi sono giovani sperimenteranno sicuramente pensioni sotto la soglia di povertà. E’ una prospettiva che le nuove leve nel mondo del lavoro vedono ancora lontana e quindi poco reale, ma che per i cinquantenni comincia a prendere corpo e si traduce in numeri a breve scadenza e niente affatto rassicuranti. Il peccato originale consisterebbe nel fatto che i pensionati vivono per troppi anni, per cui l’ammontare mensile delle loro pensioni deve essere più basso.
Con questi presupposti, a partire dal 1 gennaio 2010 scatta la revisione triennale dei coefficienti di rendimento delle pensioni. Tanto per essere chiari, il coefficiente di rendimento delle pensioni è un parametro numerico che si moltiplica per i contributi versati dal lavoratore nell’arco della sua vita lavorativa, e dà come risultato la cifra che il lavoratore prenderà come pensione. La revisione di questo coefficiente era una norma minacciosa già prevista nella riforma Dini del ’95, ma per dieci anni tutti avevano fatto finta di dimenticarsene, finché il Governo Prodi e l’allora ministro del Lavoro Damiano non la risuscitarono. La revisione triennale dei coefficienti di rendimento è uno dei provvedimenti inseriti in quel protocollo sul welfare firmato da Cgil Cisl Uil e fatto passare tra i lavoratori con un referendum dalla partecipazione spettacolare, accreditata all’epoca di oltre cinque milioni di partecipanti, con risultati favorevoli superiori all’80% (Il Sole 24 Ore titolò 81,59%). Come siano andate veramente le cose ce lo ricordiamo tutti. Se l’organizzazione della consultazione presentò senza imbarazzi una serie interminabile di scorrettezze, il dato più grave è stato proprio che l’accordo per una riforma simile fosse presentato dai sindacati come un’opportunità per i lavoratori, l’unico mezzo per abolire il famoso "scalone". A suo tempo, denunciammo in modo chiaro che nessun onere risultava a carico dello Stato per quella riforma, ma che il pacchetto era interamente a carico dei lavoratori: se per qualcuno diventava un guadagno, altri dovevano farsene carico. Oggi siamo al dunque, e all’improvviso se ne accorgono tutti.
La Repubblica del 12 novembre scorso scopre "silenziosa e implacabile, la nuova tassa occulta" di cui "non si parla tanto" e che "pochi conoscono". In teoria almeno cinque milioni di lavoratori la dovrebbero conoscere perfettamente, e anzi approvare con entusiasmo: questa che lo stesso giornale chiama una "tassa sulla speranza di vita" non si limita a costringerli ad andare in pensione il più tardi possibile, ma falcidia le loro pensioni, e stava scritta a chiare lettere nel protocollo sul welfare. Evidentemente si era distratta anche (e soprattutto) la Cgil, che su La Stampa del 4 dicembre lamenta la mancata "istituzione di una commissione per verificare l’impatto dei nuovi coefficienti" e chiede – è perfino superfluo specificarlo – l’ennesimo tavolo "per valutare le ripercussioni di questo cambiamento e per evitare che le pensioni si impoveriscano ancora. I soldi ci sono, i bilanci degli enti previdenziali sono in attivo". Campa cavallo, risponde Paolo Reboanti, collaboratore del Ministro Sacconi: "Fu una scelta che si fece a suo tempo proprio per evitare il riaprirsi di un continuo dibattito politico-sindacale su un fattore che è puramente tecnico". E così il discorso è chiuso: è inutile che la Cgil, dopo essersi tagliata gli attributi – o meglio dopo averli tagliati ai lavoratori – tenti di riattaccarli con il vinavil. Non c’è commissione che tenga. La firma è fatta, l’applicazione automatica è possibile, figuriamoci se il Governo intende sedersi a un altro tavolo. Come altre volte in passato, sul tavolo che contava i lavoratori hanno lasciato un altro pezzo dei loro diritti, in cambio di fumo.
E vediamo nel concreto di che si parla quando si dice "fattore puramente tecnico". I dati cambiano a seconda dell’età e di come sono stati versati i contributi, se con il sistema contributivo o con quello retributivo in vigore fino al 1995, ma una cosa è certa: nessuno può dire oggi quanto prenderà di pensione domani, perché i coefficienti di rendimento sono sempre modificabili in base all’aspettativa di vita, e il loro calcolo potrà presentare anche elementi arbitrari. Ma anche calcolando la perdita con i dati oggi disponibili, le stime vanno dal 3 a quasi il 10% in meno, e la situazione non migliora se si ritarda l’età della pensione. In definitiva, anche con 35 anni di contributi la perdita netta può oscillare – per ora, ma la misura potrà allargarsi progressivamente – da 79-80 a quasi 200 euro in meno al mese.
Non restano che un paio di alternative. Una consiste nel dimenticarsi che un tempo esisteva la possibilità di vivere senza dover lavorare fino a settant’anni. L’altra nel ricordarsi che, oltre ai tavoli di trattativa, è fondamentale recuperare la consapevolezza della nostra forza per imporre davvero le condizioni per una vita dignitosa; una strada che passa solo dalla capacità costante di organizzarsi per lottare con forza e determinazione.
La rivolta dei braccianti africani e la "pulizia etnica" a Rosarno
Rosarno, nella piana di Gioia Tauro, è una cittadina calabrese di meno di sedicimila abitanti. Come hanno ampiamente riportato i resoconti giornalistici, in questo piccolo centro, famoso per i suoi agrumeti e per lo spadroneggiare della ‘ndrangheta, si sono vissuti tre o quattro giorni di vera guerra civile.
Due giovani balordi del luogo, la notte del 6 gennaio, si sono divertiti a tirare con un fucile ad aria compressa su tre immigrati ferendone uno in modo grave. Non era la prima volta. Le centinaia di immigrati che lavorano negli agrumeti che si estendono a perdita d’occhio attorno al paese, sono stati fatti oggetto molte volte di questo tipo di aggressioni, oltre che di provocazioni di ogni tipo. Questa volta i braccianti non erano nello stato d’animo adatto a chinare la testa e hanno reagito. Si sono diretti a centinaia verso Rosarno, partendo dai campi dove lavoravano e dai rifugi dove trovano abitualmente un riparo indegno di un essere umano. È avvenuto quello che avviene in circostanze simili. La collera dei lavoratori dei campi, quasi tutti africani, si è indirizzata in modo cieco sulle vetrine dei negozi, sulle automobili dei rosarnesi, su qualche cittadino. Stufi di essere trattati come bestie, stufi della miseria in cui li tiene chi sfrutta il loro lavoro, resi disperati dall’aggravarsi della crisi, hanno risposto in modo istintivo.
La rivolta è durata poco. L’intervento della polizia ha indotto gli immigrati a far ritorno ai propri rifugi.
Quello che è successo il giorno dopo e i due ancora successivi lo si capisce leggendo le prime pagine dei maggiori quotidiani del 9 gennaio: "Rosarno, caccia agli immigrati", titolava, ad esempio, il Corriere della sera. Ed è stata davvero una caccia. Drappelli di cittadini indignati contro le "bestie" che sgobbano nei campi dalla mattina alla sera, hanno organizzato veri linciaggi. Hanno sparato, bastonato a sangue, incendiato baracche, automobili, ripari di fortuna.
Alla fine, la pulizia etnica, come qualche cronista l’ha definita, ha raggiunto lo scopo. Accompagnati da polizia e carabinieri che li imbarcano sui pullman, un migliaio di braccianti africani se ne va, tra gli insulti di una folla di imbecilli. Molti devono ancora avere i pochi euro con cui sono retribuiti di solito. Il giorno prima, mentre i bastoni delle squadracce si abbattevano ancora sui lavoratori africani, il ministro dell’Interno, il leghista Maroni, dichiarava: "C’è stata troppa tolleranza con i clandestini".
Nei giorni successivi le ruspe hanno distrutto le costruzioni, per lo più fabbriche abbandonate, in cui vivevano gli immigrati. Per anni questi lavoratori, nella stagione della raccolta delle arance e dei mandarini, hanno dormito in "alloggi" senza acqua, senza elettricità, senza servizi igienici. Lo sapevano tutti: istituzioni, magistratura, polizia, presidi sanitari. La cosa era talmente nota che erano usciti reportage di giornalisti coraggiosi, erano stati girati servizi televisivi, ecc. . Nessuno ha fatto niente.
I disordini di Rosarno hanno a che fare con la ‘ndrangheta? C’entrano con il controllo che questa associazione mafiosa esercita su tutto il territorio? C’entrano con i nuovi criteri fissati dall’Unione europea per finanziare la coltura degli agrumi, non più sulla base del prodotto ma su quella degli ettari coltivati? C’entrano con l’abbassamento del prezzo delle arance, dovuto alla concorrenza internazionale? Probabilmente sì, probabilmente tutto questo c’entra. Tra i facinorosi bastonatori, tra i "liberatori" di Rosarno c’era, non per caso, il figlio di uno dei capi famiglia più potenti della ‘ndrangheta locale. Il fatto poi che i soldi alle aziende agricole arrivino a forfait, 1500 euro a ettaro a prescindere dalla quantità di prodotto, unito al crollo del prezzo di vendita degli agrumi, rende spesso più conveniente lasciare marcire i frutti sulle piante che raccoglierli. Questo rende evidentemente "inutili" una quantità di braccia. E scatenare una specie di pogrom può essere stato utile per togliersi dai dintorni della cittadina una massa di schiavi divenuta troppo grande e socialmente "pericolosa".
Tutto vero o almeno plausibile, d’accordo. Ma quale sarà il destino dei braccianti? Inviati in altri centri del Sud, senza un lavoro, senza niente, saranno di nuovo vittime di altre mafie, di altre camorre, di altri padroni senza scrupoli.
Il governo si dice deciso ad affrontare il problema del lavoro illegale nelle campagne. Sacconi promette "tolleranza zero" per gli sfruttatori. Chiacchiere già sentite migliaia di volte.
Nel frattempo circola in rete la proposta di un gran sciopero nazionale dei lavoratori immigrati. Dovrebbe essere fatto il primo marzo. Sembra che i promotori si siano ispirati ad una analoga iniziativa organizzata in Francia per lo stesso giorno.
Il responsabile della Cgil per le "politiche migratorie", Piero Soldini, ha messo in dubbio la praticabilità di questo sciopero in una intervista rilasciata all’Unità del 7 gennaio. "Che gli immigrati un giorno si fermino tutti e facciano pesare la loro utilità è una bella suggestione, ma difficilmente realizzabile"a causa della ricattabilità di gran parte di loro che vivono, dice Soldini, "in condizioni di assoggettamento, soggezione, neo-schiavismo in alcuni casi". Questo, prosegue, rende molto difficile che possano accordarsi "e anche per un giorno possano alzare la testa". Il dirigente confederale prosegue il suo ragionamento sostenendo che lo sciopero dei soli immigrati è una forma di auto-segregazione strategicamente sbagliata e che sarebbe meglio uno sciopero generale, anche di un’ora sola, ma di tutti contro il razzismo.
Ma il problema è: se la confederazione sindacale più forte d’Italia, la Cgil, appunto, con i suoi più di cinque milioni di iscritti, non è stata spinta allo sciopero generale nemmeno dagli episodi vergognosi di linciaggio, di caccia al nero, se dei braccianti presi a fucilate o a colpi di bastone non sono stati un motivo sufficiente per dichiarare subito uno sciopero generale o almeno per far sentire in qualche modo, forte e autorevole, la solidarietà con gli operai africani, come si può pretendere che gli immigrati non cerchino una propria via, magari correndo veramente il rischio dell’auto-segregazione?
Del resto sia la Cgil che gli altri sindacati sono ancora in tempo ad unire le loro forze e chiamare tutti i lavoratori, italiani e stranieri, ad una mobilitazione non solo simbolica contro il supersfruttamento che colpisce, certo con forme e modalità diverse, tutto il mondo del lavoro. Contro il razzismo, che è il veleno sparso da quanti, a nord come a sud, temono che il malcontento e la collera degli operai immigrati si saldi con quello degli operai italiani.
14/01/10
2010, anno europeo contro la povertà. Quasi un oltraggio nell’Europa dei nuovi poveri.
79 MILIONI DI EUROPEI SOTTO LA SOGLIA DI POVERTÀ
Eurostat ha appena pubblicato le statistiche sulle condizioni economiche della popolazione, con particolare attenzione ai livelli di reddito perché – udite udite – il 2010 sarà l’anno che la Comunità europea dedica alla lotta contro la povertà e l’esclusione sociale. Stando alle statistiche accertate non mancherà il lavoro né gli argomenti di riflessione, perché come un tumore gigantesco la povertà – complice la crisi economica – si sta allargando dai Paesi cosiddetti del terzo mondo alla seconda area più ricca del mondo, l’Unione Europea. Nel 2008, secondo i dati Eurostat, 79 milioni di persone, il 17% della popolazione, non ha avuto la possibilità di soddisfare le necessità di base: il cibo, il riscaldamento, gli elettrodomestici elementari.
I numeri, nella loro freddezza, sono impressionanti: un europeo su otto abita in una famiglia dove nessuno ha un lavoro, e per l’8% dei cittadini europei lavorare non significa vivere al di sopra della soglia di povertà, perché il salario che percepiscono è insufficiente. Ovviamente i parametri cambiano a seconda dei Paesi, ma la tendenza è comune in tutto il territorio europeo, e i dati dei singoli Paesi a volte sono sorprendenti: in alcuni Paesi dell’Est europeo la statistica può sembrare prevedibile, come la percentuale di poveri in Lettonia, Romania e Bulgaria, dove il dato è rispettivamente del 26, 23 e 21%, ma la Repubblica Ceca ad esempio è il Paese europeo con la percentuale più bassa, il 9%. Spagna e Grecia possono vantare ben il 20% di poveri, immediatamente seguiti dall’Italia che ne conta il 19%. Ma anche i Paesi del Nord europeo, dove lo stato sociale è una conquista storica, hanno percentuali altissime: l’Olanda raggiunge l’11%, la stessa percentuale della Slovacchia, la Danimarca e la Svezia il 12% come l’Ungheria. Tutta l’Europa tende a uniformarsi, a quanto pare, nel livellare al ribasso il livello economico dei propri abitanti.
Il futuro, stante così la situazione, non offre molti motivi di ottimismo, e la prospettiva è aggravata dal fatto che proprio nelle fasce più giovani della popolazione si trovano le percentuali di povertà più alte, molto di più che nella popolazione adulta. In questa indegna classifica l’Italia si pone nelle posizioni di testa, al terzo posto con il 33% di bambini poveri, subito dopo la Romania con il 33% e la Bulgaria con il 26%, mentre le percentuali più basse si registrano in Ungheria, con il 4%, Lussemburgo (5%), Repubblica Ceca (7%).
Anche l’occupazione è in forte flessione ormai da un anno nell’Unione Europea, con la perdita di 4,6 milioni di posti di lavoro: quasi cinque milioni di famiglie che non sapranno come soddisfare i bisogni elementari.
Ed è solo l’inizio: mentre non manca chi in tempo di crisi si è arricchito, gli esiti della crisi economica continuano ad abbattersi sui lavoratori e le loro famiglie. Ma la povertà e lo sfruttamento non sono fenomeni naturali, come gli uragani o i terremoti; hanno origine da un sistema economico e sociale che si regge anche su di essi, hanno mandanti ed esecutori. Non ci sono giustificazioni per un sistema sociale che avrebbe raggiunto un livello di sviluppo tale da assicurare il necessario a tutti.
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Contro i ricatti della Fiat
VIETARE I LICENZIAMENTI !
Il 25 gennaio l'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, ha annunciato che l'impresa manderà in cassa integrazione alla fine di febbraio 30 000 operai in tutta Italia. Il motivo sarebbe il crollo degli ordini di auto intervenuto in seguito alla fine degli incentivi all'acquisto quali il premio alla rottamazione. Marchionne non usa mezzi termini per fare pressione sul governo proprio nel momento in cui sta studiando come si potrebbero prolungare gli aiuti all'industria automobilistica, cioè innanzi tutto alla Fiat.
Il ricatto della Fiat, però, non si rivolge solo al governo, ma anche e innanzi tutto agli operai. Saranno loro a pagare le spese della decisione con un taglio da 200 a 300 euro sulla busta paga come conseguenza di queste due settimane di cassa integrazione. E sono loro anche il primo bersaglio delle minacce della direzione, che fa capire che il suo primo obiettivo, in caso di diminuzione della produzione di auto, sarà di mantenere comunque gli utili dell’azienda. Come? Facendolo pagare agli operai con la cassa integrazione e magari i licenziamenti. Un segnale in questo senso lo dà la direzione annunciando il versamento di 237 milioni di dividendi agli azionisti nonostante le perdite registrate nel 2009 : profitti per gli azionisti, tagli per il salario già misero degli operai, non si può essere più chiaro.
Ancora più precisa è la minaccia per gli operai dello stabilimento siciliano del gruppo a Termini Imerese. Marchionne ha annunciato che comunque la Fiat non potrà più produrre in questa fabbrica. Secondo lui, un’auto prodotta in Sicilia costa 1000 euro di più rispetto ad ogni altro stabilimento e la Fiat non se lo potrebbe permettere. Strana e tardiva scoperta rispetto a questa fabbrica costruita, tra l'altro, con sostanziosi aiuti dello Stato e della regione Sicilia. Sono anni che la casa torinese ha fatto produrre auto in questo impianto e ne ha ricavato profitti sostanziosi. Ma con questo si lascia intendere che dare lavoro agli operai di questa regione segnata dalla disoccupazione sia solo un'operazione caritatevole.
Il colmo è stato il 27 gennaio quando la Fiat ha deciso di rispondere con una vera e propria serrata ai lavoratori della ditta d'appalto Delivery Mail che occupavano i tetti della fabbrica siciliana. 18 operai protestavano in questo modo contro il loro licenziamento deciso dalla Delivery Mail dopo che la Fiat gli ha tolto l'appalto. La Fiat ha allora deciso di sospendere la produzione in tutta la fabbrica, col pretesto che le manifestazioni di sostegno ai licenziati avevano bloccato l'arrivo dei tir e quindi delle forniture per le catene di montaggio.
L'intento è ovviamente di cercare di opporre gli operai Fiat agli operai delle dite d'appalto, nello stesso modo che si cerca di dividere gli operai dei vari stabilimenti Fiat, da Torino a termini Imerese e da Pomigliano d'Arco a Melfi. Al tempo stesso la Fiat cominciava le trattative con il governo per ottenere nuovi incentivi.
Gli operai non possono accettare questi ricatti fatti sulla loro pelle. In questi anni il loro lavoro ha fatto incassare alla Fiat e ai suoi azionisti dei profitti enormi. Oggi questi soldi devono servire a garantire il salario di tutti gli operai., che siano della Fiat o delle ditte d'appalto, e questo sarà più utile di tutte le speculazioni in Borsa che saranno fatte con questi soldi.
Bisogna scegliere. La Fiat vuole salvare innanzi tutto i profitti del gruppo, mentre si tratta di salvare la vita di decine di migliaia di operai e di loro famiglie. Per questo nessun stabilimento Fiat deve chiudere, le produzioni vanno ridistribuite su tutti gli stabilimenti senza diminuzione di salario, i licenziamenti vanno vietati.
Bisogna imporre queste esigenze, che sono una semplice necessità in questo periodo di crisi, per i lavoratori della Fiat e per tutti gli altri. I lavoratori ne hanno la forza se lottano insieme per questi obiettivi.
A.F.
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Quello che segue è il testo di un editoriale di "Lutte Ouvrière", diffuso anche sotto forma di volantino tra i lavoratori di centinaia di aziende francesi, pochi giorni dopo il terremoto di Haiti.
Haiti: gli effetti di una catastrofe naturale… e dello sfruttamento prima coloniale e poi imperialista
Il sisma che ha colpito Haiti il 12 gennaio ha fatto decine di migliaia di vittime, certamente milioni di senza tetto ed è evidente che l’organizzazione e il coordinamento dei soccorsi, in un paese in cui la più parte delle infrastrutture sono state distrutte, non sono una cosa facile. Ma la sorte della popolazione povera è resa ancora più terribile dal fatto che essa viveva già nella miseria, tanto che il consumo di gallette di argilla per ingannare la fame faceva parte della vita dei più poveri tra gli haitiani ben prima del terremoto.
Haiti non è vittima di una maledizione. Haiti è stata vittima in primo luogo dello sfruttamento coloniale da parte della Francia e poi da parte dell’imperialismo nord-americano.
Il commercio e lo sfruttamento senza freno degli schiavi neri nelle piantagioni di canna da zucchero nel XVII e nel XVIII secolo sono stati una delle principali fonti di arricchimento della borghesia francese durante questo periodo. È sul loro sudore e sul loro sangue che si sono costruiti gli hotel particuliers , le sontuose ville, di Nantes, di Bordeaux e di molte altre città. E quando, investita dal soffio della Rivoluzione francese, Haiti ha abolito la schiavitù, vincendo in seguito le truppe che Napoleone vi aveva inviato per ristabilirla, la Francia non accettò di riconoscere l’indipendenza dell’isola che in cambio di un indennizzo colossale che rovinerà le finanze di Haiti fino al 1888.
Nel XX secolo gli Stati Uniti hanno preso il posto della Francia nello sfruttamento dell’isola, mettendo le mani sui terreni agricoli migliori e utilizzandone, nella zona industriale di Port-au-Prince dei lavoratori sotto-pagati: meno di due dollari al giorno in questi ultimi anni. E, parallelamente a questa presenza economica, gli USA non cessano di intervenire nella vita politica haitiana: deposizione del presidente Aristide nel 1991, suo reinsediamento nel 1994 (dopo un soggiorno negli USA destinato a convincerlo di cambiare politica), invio in esilio dello stesso Aristide nel 2004 e messa in atto, sotto la copertura dell’ONU, di una missione di 6000 militari e 1400 poliziotti incaricati di mantenere l’ordine dell’imperialismo ad Haiti.
Allora, Obama può ben fare dei discorsi umanitari, affidare a Clinton e a Bush (un nome che è tutto un programma) la cura di raccogliere dei fondi per Haiti. Le sue principali preoccupazioni sono, da una parte, evitare l’afflusso di una massa di rifugiati haitiani negli Stati Uniti, come è successo in occasione dei recenti cicloni devastatori, quando quelli che erano riusciti a lasciare l’isola con imbarcazioni di fortuna sono stati respinti senza pietà; dall’altra parte, Obama si preoccupa di evitare tutti i rischi di esplosione sociale che possano minacciare gli interessi tanto dell’imperialismo americano quanto degli haitiani ricchi che ne sono gli alleati locali.
Una delle prime misure di Obama è stata di inviare 10.000 marines ad Haiti. Per assicurare la sicurezza del trasporto e della distribuzione dei viveri? Certamente, ma anche pronti ad assicurare l’ordine imperialista. Quanto a Sarkozy, per non restare indietro ha proposto a sua volta di inviare in loco 1000 gendarmi europei.
Nella tragedia che vive, il popolo haitiano ha bisogno della solidarietà di tutte le persone di buona volontà. È bene che la generosità popolare, che non fa calcoli politici, si sia, ancora una volta, manifestata. Ma questo popolo che, primo al mondo, ha saputo rompere le catene della schiavitù, non fuggirà veramente dalla miseria se non quando tutti gli sfruttati, tutti gli oppressi della terra, quelli di Haiti come quelli di tutti gli altri paesi, avranno buttato a gambe all’aria il sistema capitalistico, costruendo una società che si darà i mezzi per far fronte alle conseguenze delle catastrofi naturali invece di consacrare delle fortune per costruire delle macchine da guerra.
Che cosa rappresentano, infatti, i 100 milioni di dollari stanziati da Obama o i 20 milioni di euro stanziati dalla Francia per Haiti, al confronto di 377 milioni di dollari che costa ogni giorno l’intervento militare degli USA in Iraq e in Afghanistan?
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I lavoratori greci nella morsa della crisi
Alla fine di quest’anno, dopo che per anni, dall’epoca delle Olimpiadi di Atene del 2004, si era parlato di una Grecia orami solidamente integrata all’Europa ed economicamente in pieno decollo, la realtà ha brutalmente strappato il paese dal sogno di un roseo futuro e gli ha gettato in faccia lo spettro, questo reale, di una crisi senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale. Il governo socialista di G. Papandréou, vincitore delle elezioni del 4 ottobre, si è accorto che i conti non tornavano…. Il rapporto deficit/PIL che, pochi mesi fa, il precedente governo conservatore stimava al 3,7% è risultato essere al 12,7%, più che triplicato! Il debito pubblico salito al 113,4% potrebbe il prossimo anno attestarsi al 125%. La versione ufficiale parla di "errori statistici" nel calcolo dell’andamento dell’economia. Ma la realtà detta in modo brutale è che i conti sono stati "taroccati". Non è la prima volta ed una pratica che è stata usata da tutti i governi conservatori e socialisti. Già a cavallo del secolo il governo del socialista Simítis, dichiarò un rapporto deficit/Pil del 2,4% per entrare subito nella zona euro, mentre poi si "scoprì" che tale rapporto era del 4,2%.
Il governo Papandréou sotto pressione dell’Unione Europea, che non gradisce di avere sulla schiena una Grecia economicamente malata, si è impegnato a rimettere le cose a posto entro il 2012, il che significa per i lavoratori greci un futuro di lacrime, sudore e sangue. Senza voler entrare negli aspetti internazionali che la crisi greca può causare (indebolimento dell’Unione Europea, tentativo cinese di aumentare l’influenza sulla Grecia e sui Balcani, già una società cinese, la COSCO, controlla buona parte del porto del Pireo, rapporti fra Grecia e Turchia, etc.) è più importante capire quello che potrà accadere a chi deve pagare gli "errori statistici nel calcolo dell’andamento dell’economia".
Dato per scontato che il governo non farà pagare niente a grandi speculatori, industriali, armatori etc. G. Papandréou si trova a dover fare un lavoro sporco, salvare l’economia mettendo in ginocchio una buona metà del suo elettorato, i lavoratori salariati. Il suo piano triennale prevede un aumento delle imposte indirette già dalle prossime settimane (sigarette, carburanti, petrolio da riscaldamento), il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego (escluso i comparti sanità, sicurezza, ed istruzione), tagli vari, da definire, per risanare i conti pubblici. Mentre una buona parte dell’elettorato del partito socialista, che si autodefinisce il partito che rappresenta l’unione fra i lavoratori e i "ceti medi", pagherà la crisi duramente il governo non sembra convinto a rendere partecipi dello sforzo i "ceti medi", cioè i professionisti, i piccoli e medi industriali e commercianti, che dichiarano un reddito anno medio che è un terzo di quello dei lavoratori dipendenti.
Mentre l’economia in alcuni paesi europei da timidi "segni di ripresa" in Grecia gli indici sono ancora negativi, le entrate turistiche sono calate del 20%, la disoccupazione è in costante aumento e ormai non solo fra i lavoratori immigrati ma anche fra i lavoratori greci che sono impiegati in lavori qualificati. I mille giorni di austerità che il governo esige potranno portare il numero di disoccupati fino a un milione in un paese dove gli occupati ufficiali sono circa cinque milioni.
Il sindacato del pubblico impiego, ADEDY, ha annunciato un prossimo sciopero generale (nel momento in cui scriviamo la data, non è ancora stata definita) per rispondere alla crisi. Non sarà un semplice sciopero generale che potrà ribaltare una tale difficile situazione, specialmente se si continuerà a seguire la strategia di una direzione sindacale legata a doppio filo con il partito socialista ora al governo.
Ben altre mobilitazioni sono necessarie e questo deve diventare patrimonio dei lavoratori più coscienti, per tentare una ripresa operaia che può sembrare ora molto lontana.
Corrispondenza da Atene
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LA NOVARTIS INCASSA 184 MILIONI DI SOLDI PUBBLICI E LICENZIA 24 LAVORATORI
Dopo la grande sbornia delle mascherine negli aeroporti, del bollettino di guerra quotidiano sulle vittime dell’epidemia, dell’emergenza internazionale sull’influenza H1N1, altrimenti detta A, o suina, abbiamo il consuntivo. All’inizio del 2010 i dati del Ministero della Sanità sono chiari: l’incidenza di mortalità del virus sul totale dei contagiati è stata dello 0,005%, contro lo 0,2% della normale influenza, evidentemente molto più grave e pericolosa dell’influenza A.
Eppure mai avevamo assistito a un tale polverone allestito su tutti i media, con aggiornamenti continui sugli ammalati e sui morti (nella quasi totalità dei casi persone anziane o malate), e un martellamento incessante durato per mesi. Ma nemmeno l’intervento serale di Topo Gigio, riesumato per l’occasione con l’incarico di ammonire sulla necessità di sorbirsi due vaccini, uno per l’influenza stagionale e uno per l’influenza A, ha convinto gli italiani a vaccinarsi. Che tutto il pacchetto influenza rappresentasse molto bene gli interessi delle multinazionali del farmaco era abbastanza chiaro da sconsigliare alla maggioranza di prendere sul serio gli inviti alla vaccinazione; anche molti medici avevano espresso in modo più o meno chiaro non solo dei dubbi sulla adeguatezza dei tests effettuati sul vaccino, ma anche sull’effettiva pericolosità del virus. Tanto è vero che il Ministero della Salute ha acquistato 24 milioni di dosi di vaccino, di cui 10 milioni sono stati consegnati alle ASL, e solo 870.000 dosi sono state effettivamente somministrate, neanche il 3,9%. Al momento rimangono da ritirare ancora 14 milioni di dosi dal fornitore, la multinazionale Novartis che in Italia ha sede a Siena, e sembra che stando agli accordi il Ministero dovrà pagare anche le dosi non ritirate; secondo quanto denunciato da una deputata dell’Italia dei Valori che ha domandato un’inchiesta parlamentare, il Ministero avrebbe anche accettato di assumersi la responsabilità di risarcire eventuali danni collaterali del vaccino, e inoltre di pagare alla Novartis 24 milioni di euro se non fosse stata autorizzata la commercializzazione del siero; invece, nel caso di ordini supplementari, il Ministero non avrebbe avuto diritto a nessuno sconto. In totale l’acquisto dei vaccini è costato 184 milioni di soldi pubblici, che la Novartis ha incassato senza rischi di sorta.
Nonostante i profitti realizzati con questa partita, Novartis annuncia proprio in questi giorni una "ristrutturazione del settore commerciale", con il licenziamento di 24 lavoratori nello stabilimento di Siena; non basta la robusta iniezione di commesse statali, non bastano i contratti capestro per la controparte, non basta nemmeno un anno di fatturato record. I profitti non sono mai abbastanza.
Non è possibile lasciar licenziare un’azienda che fa i soldi – e li fa così - con le commesse pubbliche!
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