L'INTERNAZIONALE-Periodico Comunista-

 

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Conferenza d’organizzazione 2008

Quello che segue è il documento politico approvato alla Conferenza d’organizzazione del Circolo Operaio Comunista “L’Internazionale”, tenuta a Livorno il 16 e 17 febbraio 2008

 
Una crisi ciclica

Dagli Stati Uniti, per i milioni di fili che legano i vari comparti dell’economia mondiale, la crisi finanziaria si è proiettata in tutto il mondo. Il punto di partenza è stata la cosiddetta crisi dei “subprime”, i prestiti che si basavano sulla supposizione di una continua crescita del prezzo degli immobili, a sua volta causato da una continua crescita della domanda. Una scommessa, un gioco d’azzardo sul quale si è costruito tutto un castello di “prodotti finanziari” derivati sulla cui transazione si sono arricchiti banchieri e speculatori.

Quando questo castello di carte è crollato, sono intervenute le casse dello stato. In forme diverse, prima in America poi in Inghilterra e in altri paesi d’Europa gli spavaldi cavalieri del liberismo capitalistico si sono trasformati in pulcini pigolanti che implorano l’ala protettiva della chioccia statale.

Al di là delle specifiche circostanze che l’hanno fatta precipitare, si è trattato di una crisi finanziaria come quelle che ormai con una regolarità di tre o quattro anni scuotono il sistema finanziario mondiale. I tratti caratteristici che si possono dedurre allo stato attuale delle cose sono la sfiducia generalizzata che colpisce il sistema bancario e l’intervento massiccio degli stati, sia sul piano economico immediato, attraverso, soprattutto, le banche centrali, sia sul piano, per così dire, politico-ideologico.

I venti del protezionismo, mai completamente sopiti, acquistano nuovo vigore, assieme a un ritorno di ideologie e suggestioni nazionaliste. Il rafforzamento del ruolo dei “fondi sovrani”, cioè di masse di denaro che, dalle banche centrali e da aziende di stato dei paesi più poveri o da quelli delle monarchie arabe si riversano sul mercato finanziario mondiale acquistando quote azionarie talvolta decisive di imprese occidentali, ha scatenato un putiferio. Si sono susseguiti gridi di allarme e levate di scudi, si è adombrato il pericolo di una messa in discussione della sicurezza e dell’indipendenza nazionale. Per ora l’interesse comune alla circolazione dei capitale ha prevalso, in genere, sul “patriottismo economico”. Ma non è detto che un aggravarsi della crisi non rafforzi le politiche protezioniste in un prossimo futuro.

In ogni caso, l’intreccio tra politica statale e interessi dei grandi trust industriali e finanziari non è mai stato così evidente.

Instabilità globalizzata

La “mondializzazione dell’economia” non si è tradotta in un ordine internazionale stabile. Il capitalismo ha allargato su scala planetaria il campo della concorrenza tra grandi gruppi finanziari e industriali. Le gigantesche forze economiche che entrano in gioco piegano ai propri interessi, più o meno direttamente, più o meno rapidamente, tutti gli “attori” della politica internazionale: dagli stati nazionali fino alle bande armate che si fronteggiano in molti paesi dell’area del sottosviluppo. Proprio l’importanza degli interessi in gioco rende le relazioni internazionali costantemente intrecciate a guerre, guerriglie, terrorismo e massacri di ogni tipo. Che la libera circolazione dei capitali avrebbe portato con sé un’epoca di pace potevano sostenerlo solo degli ingenui, degli ignoranti o dei ben retribuiti lustrascarpe al servizio della grande borghesia. In ogni caso oggi risulta una evidente menzogna.

In Iraq il fallimento risulta più evidente. La caduta di Saddam è stata seguita da una guerra civile che prosegue tuttora. La guerra “per la democrazia” ha avuto come risultato una situazione di violenza permanente, di miseria e di oppressione religiosa, di cui la prima vittima è la popolazione irachena.

L’Iraq ha vissuto ininterrottamente un impoverimento. Prima con la guerra contro l’Iran, appoggiata dagli Usa, poi con la prima Guerra del Golfo, nel ’91, e con il successivo embargo economico che ne è seguito. Il secondo intervento angloamericano e l’occupazione hanno  terminato l’opera: seicentocinquantamila morti iracheni, in maggioranza civili, un sistema sanitario distrutto, due terzi della popolazione senza acqua potabile, un approvvigionamento di energia elettrica sporadico e insufficiente.

Nonostante la crescente ostilità dell’opinione pubblica americana a una guerra lunga e costosa, sia in termini di vite umane, sia in termini di budget statale, malgrado si moltiplichino i segnali di demoralizzazione e le diserzioni tra le truppe occupanti, un ritiro dall’Iraq non può essere preso in considerazione dal governo di Washington, almeno a breve scadenza. L’America e i suoi alleati non usciranno di scena fintanto che non avranno la sicurezza di avere in ogni caso il controllo del petrolio iracheno e di mantenere un ruolo predominante in tutta la regione mediorientale. Il risultato migliore, da questo punto di vista, sarebbe che si costituisse un forte e autorevole apparato statale iracheno, magari appoggiato su una suddivisione “federale” del territorio secondo l’appartenenza confessionale prevalente  nelle varie provincie o secondo la nazionalità. Uno stato indipendente quanto basta a non essere visto come un pupazzo della diplomazia americana ma, di fatto, subalterno a questa. Tutto indica però che le cose non stanno andando in questa direzione.

Del resto, un Iraq stabile e pacificato non è pensabile senza il coinvolgimento dell’Iran e della Turchia. Qui le cose si complicano ulteriormente. Da una parte, infatti, la Turchia, per quanto alleata degli Stati Uniti, sopporta sempre meno l’esistenza di una entità politica curdo-irachena ai suoi confini meridionali, dall’altra i rapporti con il regime teocratico di Teheran da parte degli Stati Uniti, almeno ufficialmente, sono sempre sull’orlo di una crisi bellica, sotto il pretesto dei programmi nucleari di Ahmadinejad.

Ma i focolai di crisi non si limitano all’Iraq. Il capitalismo si internazionalizza sempre di più. Aumenta l’interdipendenza economica tra gli stati e le regioni del mondo. La sfera dei rapporti economici sembra mostrare all’uomo la necessità di una cooperazione internazionale e il superamento delle rivalità nazionaliste. Nello stesso tempo, però, il contrasto di interessi tra i grandi gruppi capitalistici che si dividono il dominio del mercato mondiale rinfocola di continuo le rivalità statali o le lotte tra fazioni armate all’interno di un medesimo stato. L’organizzazione delle attività produttive dell’umanità è sempre più in contrasto con i rapporti di produzione capitalistici, con il dominio parassitario della grande borghesia sulla sfera economica, con le istituzioni e i mezzi politici e militari che sono strumento di questo dominio 

Lo sviluppo delle relazioni internazionali nel 2007 non ha fatto che confermare questi tratti generali dell’epoca imperialista.

Guerre civili e stati in decomposizione

Come in Iraq, anche in Afghanistan siamo ben lontani da qualcosa che possa definirsi stabilizzazione. La corruzione dilagante negli organi governativi e la miseria diffusa hanno dato nuova forza ai vari signori della guerra che spadroneggiano appena fuori dalla capitale. I guerriglieri talebani riguadagnano terreno e riacquistano una certa credibilità come forza di opposizione agli occupanti.

Più vicino a noi, nella ex Jugoslavia, dopo quasi dieci anni dall’intervento della Nato contro la Serbia di Milosevic, il pericolo di una nuova crisi politico-militare è sempre presente. L’ indipendenza del Kosovo dalla Serbia è stata sostenuta dal governo americano che ha finito per imporsi ai più riluttanti alleati europei. Al successo degli indipendentisti kosovari-albanesi si contrappone l’ostilità della componente serba della nuova entità statuale. Ulteriori motivi di tensione e di attrito si aggiungono così a quelli che già c’erano. In generale, si sono acuite le differenze economico-sociali tra le repubbliche “ricche” della ex-Jugoslavia e quelle più povere. In questo miscuglio di povertà e di odi nazionalisti rinfocolati hanno trovato un terreno fertile le grandi organizzazioni malavitose, dedite al traffico di droga e di esseri umani.

In Africa l’aspetto più notevole dell’evoluzione politica è la decomposizione degli apparati di stato. In Somalia i signori della guerra si spartiscono il paese in “zone di sovranità”. Le bande armate dominano persino nei quartieri della capitale, Mogadiscio.

Nel Congo ex Zaire la guerra civile è ormai una condizione permanente. Ben lontano dall’unità statale, il paese vede la suddivisione del proprio territorio, ricchissimo di preziosi minerali, tra bande rivali. I vari “eserciti” sono foraggiati talvolta dai governi dei paesi confinanti, talvolta direttamente dai trust minerari, altre volte da tutti e due. Masse di popolazione si spostano così da un campo profughi a un altro, trascinandosi in una miseria sempre più disperata, mentre le cifre del Pil aumentano, spinte in alto dall’innalzamento dei prezzi dei minerali, monopolizzati dai trust internazionali.

Per quanto ci sia stato un certo rinvigorimento delle attività diplomatiche, ben poco di sostanziale è cambiato per quanto riguarda la questione palestinese.

A questo popolo, oppresso da decenni dal governo israeliano e, più ancora, dall’insieme di interessi imperialistici che hanno sempre condizionato le relazioni politiche mediorientali, si è aggiunto il fardello dello scontro tra milizie di Hamas e milizie di Al Fatah.

Tutto questo mentre diviene sempre più difficile, per la popolazione, tentare di condurre una vita normale. Manca il lavoro, mancano o sono insufficienti acqua ed elettricità, mancano medicine e strutture ospedaliere.

L’Unione Europea

Con il vertice di Lisbona dell’ottobre 2007, i più potenti paesi dell’Unione si sono assicurati il controllo dei meccanismi decisionali nelle istituzioni comunitarie di fronte a un Europa che è ormai a 27 paesi. Dopo lo smacco della bocciatura della “Costituzione europea” da parte dell’elettorato francese e di quello olandese, nel 2005, il nuovo trattato sembrerebbe segnare una ripresa del cammino politico europeista.

Ma mentre gli esiti elettorali francese e olandese hanno indebolito ulteriormente gli argomenti dei sostenitori dell’UE come “Europa dei popoli”, il trattato di Lisbona ne conferma la natura di alleanza fondamentalmente economica tra le grandi borghesie delle principali potenze del vecchio continente. Un’alleanza che, tra l’altro, deve essere continuamente rinegoziata nei suoi termini operativi, dati i continui contrasti e le continue rivalità tra Germania, Francia, Inghilterra, Spagna e Italia.

Un esempio di queste rivalità si è avuto nel caso del sistema satellitare Galileo. Questo sistema dovrebbe permettere a una decina di gruppi europei di mettere insieme le loro forze e porre fine all’egemonia americana in questo settore. Si stima che l’operazione potrebbe contare su un mercato di 300 miliardi di euro. Il progetto iniziale prevedeva il lancio in orbita di 30 satelliti, ma i contrasti nazionali e quelli tra imprese hanno consentito di lanciare un solo satellite sperimentale.

Cosa più importante, i tempi si stanno dilatando molto più del previsto, e questo consentirà all’americano GPS di mettere in atto nuovi sistemi che lo rendano ancora più competitivo.

 Che l’UE sia molto più un’associazione di trust capitalistici che una nuova entità politica nello scacchiere mondiale ce lo dice un altro importante indicatore, quello delle spese militari e, in generale, dell’organizzazione della Difesa.

Da sempre, infatti, l’assunzione di un ruolo politico a livello internazionale si accompagna all’organizzazione di un sistema militare unitario. L’ultimo rapporto dell’EDA, l’Agenzia Europea di Difesa, offre un quadro ben distante dall’ideale di esercito europeo vagheggiato da molti.

Senza entrare nei particolari, basti dire che su due milioni di militari a libro paga nei vari paesi europei, solo centomila possono essere mobilitati in missioni estere contempora-neamente. La metà degli USA.

Ma la cosa più importante è che mentre per gli Stati Uniti la forza armata segue una linea di comando unica e sottomessa ad un unico indirizzo politico, così non è per le forze armate europee.

In ogni caso, anche a voler considerare i vari eserciti nazionali come reparti territoriali di un unico grande esercito europeo, resta l’enorme disparità di mezzi nei confronti degli Stati Uniti. La spesa per investimento per soldato è in Europa un quinto di quella americana.

Dopo anni e anni di retorica europeista siamo dunque ben lontani dall’unificazione politica europea. Non sappiamo se le classi dominanti tedesche, francesi, italiane o inglesi riusciranno a consolidare la propria unione fino al punto di costituire un unico stato imperialista di dimensioni continentali.

Non sappiamo se il sogno dell’Europa unita si realizzerà nella forma borghese prima che una rivoluzione sociale la realizzi nella forma proletaria.

Un primo bilancio però ci dice che il processo di integrazione politica non è né facile, né breve, né ineluttabile.

Nel frattempo, l’egemonia americana rimane inattaccabile.

Trionfo clericale

Nel tentare una sintesi del 2007 dal punto di vista della politica italiana, si dovrebbe parlare senz’altro di un anno di trionfo della Chiesa come forza politica egemone nel quadro nazionale. A scorrere le cronache di politica interna ci si accorge di come questa non sia affatto una esagerazione.

La crisi di febbraio, scoppiata quando i senatori Turigliatto e Rossi si rifiutano di votare il rifinanziamento della missione in Afghanistan, si risolve con la riconferma di Prodi e dei suoi ministri grazie, sostanzialmente, all’eliminazione dei Dico dall’agenda dell’esecutivo. Andreotti, da sempre uomo di fiducia delle gerarchie vaticane e senatore a vita, si congratula per l’adozione di un nuovo programma di governo ridotto a 10 punti prioritari da cui, appunto, sono scomparsi i Dico. Il mese successivo viene eletto il nuovo presidente della Conferenza Episcopale Italiana, Angelo Bagnasco. Il neo-eletto si indirizza subito ai politici cattolici di tutti i partiti invitandoli a seguire i precetti della Chiesa in materia di famiglia, sesso e ricerca scientifica. Un appello che non rimarrà inascoltato. Nel mese di maggio le forze cattoliche organizzano, con grande successo, il “Family day” a Roma. Un tentativo di contrapporsi a questa mobilitazione clericale viene fatto dai radicali e dallo Sdi, con una partecipazione neanche paragonabile a quella, enorme, dei cattolici. Gli altri partiti di governo si defilano. La questione dei Dico farà una nuova fugace apparizione nel mese di luglio, col nuovo nome di Cus. Tutto cadrà comunque nell’oblio fino a dicembre. E’ in questo mese che il decreto sulla sicurezza, posto ai voti al Senato, non viene votato dalla senatrice cattolica di centrosinistra Binetti perché contenente un articolo che estende il concetto di discriminazione agli omosessuali. Successivamente, nella versione riscritta da Giuliano Amato, la questione dell’”omofobia” viene stralciata e rinviata a un altro disegno di legge.

La crisi di governo, in ogni modo, è nell’aria, e sembra che il Vaticano non sia estraneo al suo svolgimento.

Clemente Mastella, nel frattempo incappato nelle maglie di una indagine sulla corruzione che decapita la sua Udeur, nega, dopo essersi dimesso, anche l’appoggio esterno dei propri deputati al governo Prodi. I commenti a caldo di diversi quotidiani riconducono questa decisione a una sorta di “ritorsione” contro il governo  che non è stato in grado di garantire a Ratzinger la possibilità di fare il discorso di apertura dell’anno accademico all’Università La Sapienza di Roma.

La vicenda ha messo in luce tutto il servilismo dei politici e di gran parte degli intellettuali italiani nei confronti della Chiesa. Un servilismo che rispecchia il potere di condizionamento del Vaticano nell’ambiente politico. Non a caso, i maggiori esponenti di partito, quasi a volersi segnalare estranei all’iniziativa degli accademici firmatari dell’appello contro l’intervento del Papa alla Sapienza, si sono fatti fotografare in piazza San Pietro la domenica seguente.

Il cardinal Bagnasco ha smentito ogni collegamento tra la condotta politica di Mastella e la Conferenza Episcopale, ma resta il fatto che l’ex ministro della Giustizia si era incontrato con lui prima di annunciare le sue dimissioni.

Se si allarga l’orizzonte all’Europa, ci si rende, conto che la politica sempre più aggressiva del Vaticano punta a rafforzare la propria egemonia in Italia anche per consolidare una propria base territoriale, un proprio punto di forza, da utilizzare nel tentativo di allargare ulteriormente la propria influenza su scala continentale. I risultati si vedono: dalla grande adunata di Madrid, a fine anno, contro la politica sulla famiglia del governo Zapatero, alle strizzate d’occhio a Sarkozy sui “valori cristiani d’Europa”, alla conversione di Tony Blair.

La crisi politica

del capitalismo italiano

Un altro tema che ha accompagnato il dibattito politico, direttamente in rapporto con la crisi più o meno permanente della “democrazia” italiana, è quello della riforma elettorale (l’ennesima), come tappa obbligata per raggiungere l’agognata “stabilità”. Una sceneggiata che i dirigenti politici italiani non hanno vergogna di ripetere da quindici anni, alternandosi nel difendere, ora l’uno, ora l’altro, i sistemi elettorali alla francese, alla tedesca, proporzionali, maggioritari, semiproporzionali, semimaggioritari e quant’altro.

La questione del “come” si votano le Camere comporta naturalmente un problema di prospettiva politica per i vari partiti parlamentari e, nel caso dei più piccoli, addirittura di sopravvivenza. Nel corso del 2007 sono nati almeno tre partiti di un certo peso e una moltitudine di altri. Prima, in ottobre, DS e Margherita hanno formato il Partito Democratico, il mese dopo Berlusconi ha inaugurato il suo partito del Popolo delle Libertà e, all’inizio di dicembre, Rifondazione, Comunisti Italiani, Verdi e “Sinistra Democratica” si sono coalizzati in una federazione denominata “la Sinistra-l’Arcobaleno”. Il contraltare di queste concentrazioni sono state una quantità di altre nascite, da scissioni o da accorpamenti di gruppi più piccoli.

L’asse Veltroni-Berlusconi riflette il tentativo di costruire un sistema bipolare attorno ai due principali partiti di centrosinistra e di centrodestra ma incontra le resistenze dei rispettivi alleati. Su tutto incombe il referendum di primavera, i cui promotori hanno raccolto 750 mila firme. In ogni caso, sarebbe ingenuo credere che la “classe politica” italiana riuscirebbe a trasformarsi grazie ad una nuova legge elettorale. Il problema è presentato di solito in modo capovolto: occorrono regole nuove per costringere le forze politiche ad accorparsi e costruire maggioranze stabili. Questo si legge o si sente più o meno ogni giorno. In realtà non ci sono maggioranze stabili perché  non esiste nella grande borghesia una frazione che abbia oggi la capacità e la forza di riformare profondamente il sistema politico-istituzionale per renderlo più “efficiente” secondo gli stessi modelli ideali di uno stato liberale moderno. Di conseguenza, non esiste nemmeno l’espressione politica di una tale forza.

Qui il discorso esce necessariamente dall’ambito angusto delle tecniche elettorali. Bisogna riflettere sulla natura e la portata di una crisi che ha le sue radici in primo luogo nella società, nel capitalismo, così come si è configurato e come si è trasformato in Italia negli ultimi venti o trenta anni. L’instabilità politica endemica riflette la frammentazione della borghesia italiana, le piccole dimensioni medie delle sue imprese e le conseguenze naturali di questo stato di cose: la povertà culturale, la ristrettezza di orizzonti, il privilegiare l’uovo oggi alla gallina domani. Non esiste, semplicemente, una grande forza ordinatrice tra le varie frazioni della borghesia finanziaria e industriale. Il ruolo che, con tutti i suoi limiti, esercitò il capitalismo statale, peraltro anche come vivaio di dirigenti politici, non è stato ereditato, dopo il suo progressivo ridimensionamento, da nessun grande monopolio capitalistico privato, da nessuna grande concentrazione di banche, di industrie o di servizi. Non perché anche in Italia non si sia assistito a un processo di concentrazione dei vari settori dell’economia, ma perché lo sbocco di questo processo non ha ancora dato luogo a grandi concentrazioni monopolistiche di forza e dimensioni paragonabili a quelle tedesche o francesi.

Il processo di integrazione europea aveva ingenerato in molti ambienti politici e culturali la speranza o l’illusione che quello che le classi dirigenti italiane non erano riuscite a fare da sé, sarebbero state costrette a fare dalla forza coercitiva dei trattati comunitari. L’UE avrebbe dovuto funzionare da forza ordinatrice esterna che avrebbe finito per smantellare tutte le brutture del “modello italiano”, trasformando il Belpaese se non in un’altra Germania, almeno in una nuova Francia. Illusioni smentite dalla realtà.

Due episodi accaduti a cavallo del nuovo anno danno la misura della distanza tra sogni e realtà: la strage dei sette operai della Thyssen-Krupp e la crisi della monnezza in Campania.

Nel primo caso si ha la prova di una “integrazione” al contrario, dove un gruppo tedesco non porta in Italia gli standard più elevati di sicurezza del proprio paese, ma si adatta rapidamente a quelli indecenti che trova e che fanno quattro morti al giorno o poco meno nelle fabbriche e nei cantieri italiani.

Il secondo caso, che ha alle spalle una lunga storia di centinaia di miliardi di denaro pubblico divorato dalle camorre locali, in combutta con grandi imprese nazionali, ci mostra una situazione in cui lo stato, i suoi apparati, i suoi funzionari d’alto rango non hanno nessun controllo reale in una parte non trascurabile del territorio nazionale. Il capitalismo camorristico spadroneggia a Napoli e in gran parte delle province del Sud perché dovendo scegliere tra imporre la legalità, per quanto borghese, impiegando,  necessariamente, risorse economiche importanti, o accettare una spartizione del territorio di fatto con la criminalità organizzata, le classi dirigenti italiane hanno scelto quest’ultima strada.

La miseria, la violenza e la sporcizia subite da centinaia di migliaia di persone sono, per i gruppi dirigenti italiani un prezzo accettabile. Sta avvenendo che proprio la maggiore integrazione dell’economia italiana in quella europea e internazionale ha diminuito l’interesse di gran parte della borghesia a riformare e rendere “efficiente”, “competitivo”, “europeo” quello che pure è, in fin dei conti, il proprio apparato statale con la relativa rete di servizi alla popolazione.

I profitti che non si fanno in Campania si possono fare, con meno problemi, in Romania o in un altro paese dell’Europa orientale. Questo pensano, più o meno, tutti i Sciur Brambilla del terzo e del quarto capitalismo, e anche nei “salotti buoni” si pensa più o meno negli stessi termini.

Bisogna dire che un processo analogo è in corso in tutti i paesi capitalisticamente più sviluppati. L’accresciuta internazionaliz-zazione dell’economia ha portato le varie borghesie nazionali a disinteressarsi progressivamente delle “proprie” infrastrutture, del controllo del “proprio” territorio, almeno dal punto di vista della salute, della sicurezza e dello sviluppo civile della maggioranza della popolazione. Contemporaneamente, la spesa pubblica è stata piegata ancora più direttamente ai propri interessi politici ed economici.  L’incremento delle spese militari e le varie forme di “sostegno” all’economia, cioè in realtà ai profitti, sono gli elementi più significativi e più condivisi di tutte le politiche economiche dei governi, dagli Stati Uniti, alla Germania, all’Italia. Anche la crescita dell’economia “informale”, cioè illegale, è un fenomeno che riguarda tutto il mondo.

Quello che è più tipico della situazione italiana è, ancora una volta, ciò che scriveva Engels nella sua lettera a Turati: la borghesia italiana non ha “organizzato la produzione nazionale sul modello borghese moderno. Incapace di far partecipare il paese ai relativi e temporanei vantaggi dell’economia capitalista, essa gliene impose tutti i carichi, tutti gli inconvenienti”. Poi, richiamandosi a Marx: “Noi siamo afflitti…e dallo sviluppo dell’economia capitalista, e ancora dalla mancanza di questo sviluppo”.

Quindi, i fenomeni più recenti di “abbandono” del territorio e di taglio delle spese sociali, oltre che di saccheggio del bilancio statale, si svolgono in Italia su una base più arretrata e disorganizzata che altrove, con effetti ancora più drammatici e vistosi.

La crisi politica del capitalismo italiano, almeno per adesso, non è stata risolta ma è stata aggravata dall’integrazione europea e dall’accresciuta internazionalizzazione delle proprie aziende e del proprio giro d’affari. Ci vuole altro che una riforma elettorale per modificare questo stato di cose. 

Il capitalismo italiano ha comunque bisogno di un governo che ne garantisca il diritto allo sfruttamento della forza-lavoro e, non fosse che per questo, è interessato a uno svolgimento dell’attività legislativa il più possibile vicina ai propri interessi. Un obiettivo che incontra continue difficoltà a realizzarsi, come la stessa crisi del governo Prodi attesta.

Prodi era riuscito a garantirsi l’appoggio di settori molto importanti della borghesia.  Un articolo firmato da Massimo Giannini, apparso su Repubblica dello scorso 3 dicembre, parla di merchant bank di Palazzo Chigi. “Sul fronte bancario…il Professore dorme tra due guanciali - scriveva Giannini - Intesa-San Paolo da una parte, Unicredit-Capitalia, dall’altra. Due colossi non proprio “targati” Pd, ma sicuramente vicini al Partito democratico”. Sul fronte industriale, la nomina di Galateri e Bernabè al vertice di Telecom e la sconfitta del carissimo nemico  Tronchetti Provera erano, secondo l’autore dell’articolo, altrettanti segni dei legami di Prodi con il gran capitale. Inoltre erano sotto il suo controllo i vertici di quasi tutte le aziende pubbliche, para-pubbliche o semi-private.

Del resto Prodi viene proprio dall’Iri e il capitalismo di stato, per quanto abbia drasticamente diminuito il proprio peso nell’economia italiana, è pur sempre una grande potenza economica. Basti pensare che il primo gruppo industriale italiano per giro di affari è l’Eni, il terzo è la Finmeccanica e il sesto è la Saipem.

A tutto questo si deve aggiungere un atteggiamento della Confindustria comples-sivamente favorevole al centrosinistra per tutta la legislatura.

Perché i grandi gruppi, quelli che hanno obiettivamente una posizione di comando nel capitalismo italiano, non riescono a trovare una rappresentanza politica stabile almeno per disbrigare le minime funzioni di governo? Perché un governo appoggiato dalle banche e dalla Confindustria può essere mandato in crisi da un capo-clan?

C’entrano le regole elettorali ma c’entra soprattutto la composizione sociale e la geografia economica del capitalismo italiano.

Qualsiasi sistema elettorale non può compensare il divario tra il grande numero di elettori che vivono di piccolo commercio e di piccola produzione e la loro importanza economica molto minore.

Secondo uno studio dell’Istat riferito al 2005, le imprese italiane del settore industriale e dei servizi sono 4,3 milioni e occupano 16,3 milioni di addetti di cui 10,8 dipendenti. Ci sono quindi all’incirca 5 milioni e mezzo di “borghesi”, in prevalenza piccoli e piccolissimi imprenditori, dato che la dimensione media è di 3,8 addetti per azienda.

Le imprese con più di 20 addetti rappresentano l’1,8% del totale ma pesano per il 61% del fatturato complessivo e per il 56% del valore aggiunto. In quest’ultimo gruppo si trova anche il cosiddetto “quarto capitalismo”, quello delle medie imprese, quasi totalmente localizzate nel centro-nord. Questo settore, che un recente studio ha contato in 4400 imprese, è attualmente il più dinamico del capitalismo italiano.

I gruppi dirigenti dei partiti, almeno di quelli maggiori, come il PD o il “Popolo della Libertà”, sanno benissimo che non si può governare se non si rappresentano gli interessi della grande borghesia o, almeno, di una sua quota importante.

Il problema classico della democrazia parlamentare come forma di dominio politico della borghesia, cioè la necessità di garantirsi un consenso di massa da una popolazione esclusa dal possesso dei mezzi di produzione e di scambio, quindi in realtà esclusa dal potere, trova un ulteriore elemento di esasperazione nel gran numero di piccoli e piccolissimi imprenditori.

A buona parte di questa piccola borghesia la crisi economica e l’avanzare, per quanto faticoso, del processo di concentrazione in settori come la distribuzione commerciale, aprono più la prospettiva di un impoverimento e di uno scorrimento in basso della scala sociale che quello di un accesso ai piani alti del capitalismo. Ma la loro condizione sociale di “proprietari” di un’azienda, anche piccolissima, li porta naturalmente a immaginare per loro e per le proprie famiglie un miglioramento  o un mantenimento delle proprie condizioni di vita solo nell’ambito della propria condizione di “borghesi”. La distribuzione geograficamente disomogenea della borghesia aggrava il problema ancora di più.

La “politica”, cioè i partiti parlamentari che si contendono il potere e che cercano in tutti i modi la sintonia di interessi con i grandi gruppi finanziari e industriali, deve pescare consensi in un “popolo” tanto diviso da interessi, condizioni di vita e aspettative contrastanti. Il ricorso alla demagogia “patriottica” e sociale, in particolare, nel momento attuale, quella che accoglie e sollecita i pregiudizi razziali e nazionali, quella che fa leva sulla paura per la propria sicurezza e per la sicurezza della proprietà, diviene un ingrediente quasi obbligato per il mantenimento del consenso di massa all’ordine capitalistico.

Da qui le campagne vergognose contro gli immigrati irregolari, i romeni, ecc. campagne che hanno visto un ruolo attivo sia negli esponenti del centrosinistra che in quelli del centrodestra.

La questione salariale

Anche nei confronti della classe lavoratrice il governo di centrosinistra non ha deluso le aspettative padronali.

La cosiddetta “riforma” del welfare, sostenuta dai maggiori sindacati, dopo la messinscena grottesca di una consultazione da repubblica delle banane, non ha eliminato la precarietà e ha confermato, per la maggioranza dei lavoratori, l’impostazione della legge Maroni sulle pensioni. Nel frattempo è venuto a maturazione il nodo della questione salariale. Il governo e gli stessi imprenditori che pagano salari da fame si sono espressi contro i salari troppo bassi.

Sembra incredibile ma il trucco c’è, naturalmente. I salari, argomentano gli esponenti della Confindustria e gli economisti a loro vicini, sono bassi perché è bassa la produttività. Alziamo la produttività e avremo i margini per aumentare i salari.

La questione dei salari diviene così l’appendice della politica padronale nei confronti del governo per ottenere nuovi sgravi fiscali. Gli “aumenti” che i padroni sono disposti a “concedere” sono quelli che non pagherebbero loro, vale a dire sono quelli che risulterebbero da un alleggerimento della pressione fiscale sul lavoro dipendente.

Meglio ancora: da una detassazione degli aumenti risultanti dalla contrattazione aziendale, a sua volta legata alla crescita della produttività.

Se a questo si aggiunge la detassazione degli straordinari prevista dalla legge finanziaria si ha un quadro in cui un incremento del salario netto sarebbe comunque la conseguenza di maggior sfruttamento del lavoratore.

Un’operazione in cui gli imprenditori hanno solo da guadagnare.

La campagna di propaganda filo-padronale, che ruota attorno al concetto “più produttività per ottenere più salario”, si basa su una spudorata mistificazione della realtà economica. I padroni sanno benissimo che nelle aziende i lavoratori non hanno nessun potere sul ciclo produttivo e sull’organizzazione del lavoro. 

Perciò tutto si riduce a una richiesta di più ore di lavoro o di un carico maggiore di lavoro nello stesso tempo. Più sfruttamento, insomma.

Maurizio Beretta, rappresentante della Confindustria, per non citare il solito Montezemolo, dice in un’intervista al Messaggero: “…l’andamento dell’economia in questi anni ci dice che per avere un aumento salariale è necessario far lievitare la produttività”.

E’ un argomento particolarmente infame in un paese in cui si lavora 38,5 ore medie settimanali contro le 37,3 della media comunitaria e le 35,6 di quella tedesca e in cui la paga oraria nell’industria e nei servizi è tra le più basse di tutte.

I morti della Thyssen-Krupp, come tutti i morti sul lavoro, sono una conseguenza diretta di questa rincorsa alla produttività fatta sulla pelle dei lavoratori.

In realtà, sono gli stessi dati Istat che ci offrono un quadro delle ragioni della bassa produttività lamentata dagli imprenditori. Da questi dati risulta che il valore aggiunto per addetto era, nel 2005, di 60.600 euro nelle imprese con più di 250 addetti, e di 26.500 in quelle sotto i dieci. Un rapporto che riflette quello degli investimenti per addetto: 13 mila euro nelle aziende più grandi e poco più di 4.000  in quelle più piccole.

Il peso della piccola produzione nell’insieme del sistema delle imprese comporta una dispersione e una frammentazione del mondo del lavoro salariato.  Questo fatto, come abbiamo sottolineato altre volte, è alla base di una debolezza rivendicativa dell’operaio italiano che si riflette nel corso delle lotte per i rinnovi contrattuali e, in genere, per la difesa delle proprie condizioni di lavoro.

Nel corso del 2007 si sono registrati momenti di mobilitazione o manifestazioni di dissenso, come nel caso del voto contrario all’accordo sul welfare da parte dei lavoratori di molte grandi aziende. Ma, nel complesso, si può parlare di un anno di scarsa resistenza dell’insieme del mondo del lavoro. E’ il proseguimento di una tendenza che va avanti da anni.

La statistica degli scioperi la fotografa impietosamente: nel 2005 si sono avute 6 milioni e 348 mila ore di sciopero, nel 2006 sono state 3 milioni e 883 mila, nel periodo gennaio-settembre 2007 le ore di sciopero sono state del 56% inferiori a quelle dello stesso periodo dell’anno precedente.

Una politica operaia

Chi si pone il problema di un partito dei lavoratori si pone, ovviamente, il problema di contrastare questa tendenza. L’avvicinarsi di una nuova scadenza elettorale porrà di nuovo il quesito se e per chi votare a milioni di lavoratori. Non daremo nessuna indicazione di voto ma cercheremo di collegarci con quelli che nell’espressione del voto o nella scelta di un’astensione di protesta cercano la via di un riscatto, di un’opposizione allo strapotere economico, politico e culturale del capitalismo.

Noi difendiamo l’idea di un partito operaio e pensiamo, più precisamente, che la costruzione di un tale partito sia lo scopo principale a cui devono dedicarsi le energie dei militanti marxisti rivoluzionari oggi.

Non sarà possibile invertire la tendenza sfavorevole ai lavoratori se non in seguito a grandi lotte dell’insieme del mondo del lavoro o almeno dei suoi settori più importanti. L’esistenza di una forza che conducesse una battaglia politica sistematica all’interno della classe lavoratrice, che ne avesse il polso, che riuscisse a mettere rapidamente in contatto i vari momenti isolati di lotta offrendo ai militanti di fabbrica, ai più giovani e inesperti organizzatori di scioperi e proteste operaie l’orizzonte di una politica generale, la memoria e l’esperienza di militanti più sperimentati, sarebbe uno straordinario fattore di accelerazione per spostare i rapporti di forza sociali a favore dei lavoratori. Questo è il ruolo di un partito operaio.

L’idea che difendiamo e che ci sforziamo di propagandare tra i lavoratori è anche quella di una politica operaia e comunista che ha i suoi naturali punti di forza nei luoghi di produzione, nei gangli vitali dell’economia capitalistica e misura l’efficacia della propria azione soprattutto con la capacità di organizzare e dirigere le lotta dei lavoratori. Su questo terreno, non su quello delle alchimie elettorali, si deciderà il ritorno della classe lavoratrice, come forza autonoma, nell’arena della lotta politica.

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Conferenza d’organizzazione 2007

Documento politico

 

  Economia mondiale: un ottimismo interessato

Con l’inizio del nuovo anno i più ascoltati portavoce del grande capitale hanno rilasciato dichiarazioni ottimistiche sulle prospettive dell’economia mondiale. Per prendere alcuni esempi, Rodrigo Rata, Direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha affermato in un’intervista: “L’economia mondiale si sta muovendo verso un altro anno di crescita, quindi è un’opportunità molto buona per i governi di rafforzare le loro economie”. Per il 2007 pronostica “una forte crescita in Europa, un prolungamento della crescita in Giappone e una crescita forte in molte economie emergenti, in Asia ma anche in altre aree”.

Gli fa eco Jean Claude Trichet, Presidente della Banca Centrale Europea: “L’economia mondiale ha di fronte ancora un anno di crescita soddisfacente e non risentirà particolarmente del rallentamento degli Stati Uniti”.

Tuttavia, al di là degli interessati entusiasmi, dei rappresentanti di un capitalismo sempre più “finanziarizzato”, e quindi sempre più obbligato all’ottimismo per continuare ad attrarre capitali e a drenare risparmi, i caratteri fondamentali dell’economia mondiale non sono così rosa.

Nell’ambito dell’attività produttiva reale il capitalismo continua a muoversi con affanno. In altre parole, si conferma quella tendenza alla crescita lenta e stentata che è ormai dagli anni ’70 un segno distintivo del capitalismo contemporaneo. Anche l’indicatore del Prodotto Interno Lordo, per quanto impreciso e spesso fuorviante come criterio per la valutazione della “salute” di una economia, rivela questa frattura tra il breve periodo di slancio economico e quello successivo di marcato rallentamento .

Uno studio dell’OCSE, relativo al periodo 1950-1998, prende in esame il PIL pro-capite a livello mondiale e ne esce questo quadro: nel periodo d’oro del capitalismo post-bellico, dal 1950 al 1973, l’incremento medio annuo è stato del 2,93% ed è piombato all’1,33% nel periodo successivo (The World Economy: a Millennial Perspective , citato in “L’ascesa della finanza” di Silvio Andriani ).

I tempi “gloriosi” dello sviluppo capitalistico sono passati da un pezzo. Anche i tassi di incremento del PIL cinese e indiano, per i quali è diventato di moda sbalordirsi, non compensano il rallentamento del resto del mondo. I dati OCSE ci mostrano un incremento medio annuo del PIL pro-capite dei paesi dell’ “Asia emergente” che balza dal 2,61 al 4,18 per cento nei due periodi considerati, ma le Faltering economies, cioè le “Economie vacillanti”, compresa l’ex-URSS, sono scese dal 2,94% del primo periodo, al decremento medio annuo di -0,21%. Il che, tra l’altro, significa che un terzo abbondante dell’umanità è diventata più povera in beni di consumo e in servizi.

 

Più profitti, più rendite finanziarie e più disoccupazione

 Il fatto che l’economia, sotto il capitalismo, si sviluppi da più di trenta anni in modo stentato non significa che i profitti seguano la stessa sorte.

Da un po’ di tempo si leggono sui giornali dei commenti che citano l’aumentato peso dei profitti a discapito dei salari nella distribuzione della ricchezza. Qualcuno si è persino spinto a scrivere che “il capitale ha vinto sul lavoro”. E i fatti gli danno ragione.

Se prendiamo ancora qualche dato, sempre dalla stessa fonte, scopriamo che, mentre nel 1980 il reddito dei lavoratori incideva per il 56,6% sul totale del PIL, nei paesi dell’attuale area dell’euro, nel 2003 questa percentuale era scesa al 48,9.

Per la Gran Bretagna abbiamo rispettivamente 59,8% e 55,8%.

Andriani cita uno studio di G. Epstein e D. Power dell'Università di Massachusets che illustra, per vari paesi, un altro tipico aspetto dell'imperialismo.

Negli anni ‘70 la rendita finanziaria in Francia pesava mediamente per il 6,24% del Pil e i profitti di origine non finanziaria per il 6,39%. Negli anni ‘90 le quote erano rispettivamente 21,19% e 11,07%. Negli Usa abbiamo 22,47% della rendita finanziaria negli anni ’70 e 10,65% dei profitti non finanziari, sempre come quote del Pil. Negli anni ‘90 si ha rispettivamente 33,49% e 9,97%.

I lavoratori di tutto il mondo stanno pagando il prezzo dell’ “ottimismo” del grande capitale. Per documentare questa situazione non mancano certo i dati. L'ultimo rapporto dell'International Labor Organization (ILO), agenzia delle Nazioni Unite, dice che "nel 2006 il numero dei disoccupati nel mondo è rimasto ai suoi massimi storici nonostante la forte crescita economica a livello globale". Parliamo di 195 milioni di persone, cioè più di tre volte e mezzo l'intera popolazione italiana.

Sulle condizioni di molti di quelli che hanno il "privilegio" di lavorare, il Rapporto dice: "La forte crescita economica degli ultimi cinque anni ha esercitato un impatto minimo sulla riduzione del numero di lavoratori che vive con le loro famiglie in condizioni di povertà ed ha riguardato solo pochi paesi".

Il direttore generale dell’ ILO, Juan Somavia ha dichiarato: "anche quando si dovesse registrare una forte crescita economica per tutto il 2007, rimane forte la preoccupazione sulla prospettiva di creare posti di lavoro dignitosi e quindi di ridurre il numero di lavoratori poveri".

Oggi i "lavoratori poveri", cioè quelli con un salario inferiore ai due dollari al giorno, sono 1,37 miliardi!

 

Il ruolo degli Stati

L'aumento delle rendite e dei profitti a scapito dei salari - in generale - delle condizioni di vita dei lavoratori e dei ceti popolari, non è stato il prodotto di leggi economiche impersonali. È stato in gran parte uno scopo perseguito consapevolmente dai rappresentanti politici della borghesia e dei loro collaboratori più o meno consapevoli che dirigono le grandi organizzazioni sindacali.

A partire dalla fine degli anni '70, le politiche economiche dei vari governi si sono allineate allo scopo fondamentale di sostenere le classi capitalistiche nel ristabilire i tassi di profitto erosi dalla crisi. A questo scopo sono stati eliminati una quantità di ostacoli normativi e istituzionali che ostacolavano un incremento dello sfruttamento della forza-lavoro.

Oltre a questo, una parte crescente del budget di Stato è stato indirizzato al sostegno dell' "economia nazionale" di ogni paese. In altri termini le casse del Tesoro di Stato si sono aperte per il padronato. Questi processi sono ancora lontani dall'essere compiuti e hanno potuto giovarsi, fino ad oggi, della complicità dei vertici sindacali di tutte le nazioni. Il risultato è che i tassi di profitto hanno ricominciato a salire con l'inizio degli anni '80 e alla fine dei '90 avevano già superato il livello ante-crisi. Come abbiamo visto, però, l'aumento dei profitti non ha più significato un aumento degli investimenti produttivi nella stessa proporzione e meno ancora di forze di lavoro.

 

Parassitismo globale

Come abbiamo visto, è aumentata la parte di rendite finanziarie rispetto ai profitti un po' in tutti i paesi sviluppati, cioè, in termini marxisti, nelle aree in cui il capitalismo è divenuto imperialismo. Questo è un tratto caratteristico della fase superiore dell'economia capitalistica. Bukharin parlava di "economia del rentier", cioè di quelli che vivono della rendita che proviene dal semplice possesso dei titoli azionari o di credito.

La storia del capitalismo non è una evoluzione uniforme e proporzionata nelle sue singole componenti. Così i tratti tipici dell'imperialismo hanno assunto, nel corso dei decenni, un'importanza diversa. Nella fase attuale, il tratto parassitario legato all'aumento del peso dell'economia finanziaria su quella direttamente collegata alla produzione, torna in primo piano. Lo sviluppo dei cosiddetti Investimenti Diretti Esteri (IDE) nel mercato mondiale, preso spesso a simbolo della "globalizzazione" e del successo del capitalismo nel far progredire l'umanità, è un fenomeno prevalentemente parassitario e speculativo. Infatti, ai tempi in cui Lenin, Bukharin e Hilferding scrivevano le loro analisi sull’imperialismo, gli Stati e grandi monopoli finanziari-industriali investivano nei paesi coloniali o semi-coloniali costruendo industrie, strade, porti e ferrovie. Certo, era soltanto per il loro tornaconto, e questo apparato era concepito esclusivamente in funzione del paese imperialista che sfruttava la popolazione locale. Tuttavia rimaneva a questa, magari abbozzata appena, una rete di infrastrutture che prima non c'erano.

Gli "investimenti" di oggi, al contrario, sono prevalentemente acquisizioni dei titoli di proprietà di imprese già esistenti e riguardano in gran parte l'ambito dei paesi imperialisti. La concentrazione capitalistica che ne risulta, spesso, non è nemmeno concentrazione dell'apparato produttivo, che potrebbe essere una certa razionalizzazione della produzione, ma semplicemente concentrazione finanziaria.

Nel 2006 gli IDE sono cresciuti del 34% su scala mondiale. Le operazioni di acquisizioni e fusioni, secondo un rapporto dell’UNCTAD, organo delle Nazioni Unite che analizza il commercio e lo sviluppo dell'economia internazionale, "costituiscono una larga parte dei flussi degli IDE".

La crescita più accentuata è stata nei paesi più sviluppati con un 48%. Gli Stati Uniti riprendono il loro primo posto come primo paese destinatario degli investimenti esteri; superando la Gran Bretagna che era in testa nel 2005. L'Unione Europea, considerata nel suo complesso, continua ad essere la più grande regione di destino degli IDE pesando per il 45% sul totale.

Nella classificazione dell’UNCTAD, i paesi destinatari degli IDE si dividono in tre grandi gruppi: Paesi sviluppati, Paesi in via di sviluppo, Europa sud-orientale e CSI (Comunità degli Stati Indipendenti, cioè i paesi che componevano l’Urss esclusi i tre stati baltici). Se globalmente gli IDE hanno raggiunto i 1230 miliardi di dollari, i 2/3 di questi, cioè 800 miliardi di dollari, sono finiti nei paesi più sviluppati. I “paesi in via di sviluppo” hanno visto decrescere la propria importanza nell'ammontare complessivo degli IDE, passando dal 38,67% nel 2004 al 36,46% nel 2005 fino al 29,91% del 2006.

La Cina ha richiamato, nel 2006, 70 miliardi di dollari di IDE, l'India 9,5. L'Unione Europea 549 miliardi di dollari.

Tirando le somme, un esame di alcuni degli aspetti dell'economia mondiale più significativi ci dice che la "forte crescita" che c'è stata e quella che ci sarà, secondo gli economisti e i banchieri, non ha portato e non porterà, nel complesso, nessun miglioramento alle condizioni dei lavoratori. Le nuove opportunità che la Cina e l'India offrono al capitale finanziario mondiale, con lo sviluppo di uno strato sociale privilegiato, minoritario, ma pur sempre enorme in termini numerici, favoriscono la dislocazione di parte delle produzioni dalla madrepatria imperialista a questi nuovi mercati. Le considerazioni che guidano queste "delocalizzazioni" sono più la vicinanza di mercati di sbocco che il livello bassissimo dei salari locali, specie nei processi produttivi ad alta componente tecnologica, dove l'importanza del "costo del lavoro" per unità di prodotto è minima e da sola non compenserebbe le difficoltà logistiche e organizzative di gestire una fabbrica a migliaia di chilometri di distanza.

Ma la crescita in paesi così popolosi di una piccola borghesia, affamata di beni di consumo, che può rappresentare un decimo della popolazione totale, significa già più di 200 milioni di "clienti".

L'imperialismo trova così nuovi punti d'appoggio e rafforza una certa "stabilità".

Si rafforzano, con la "stabilità", i tratti reazionari dell'epoca imperialista; il dominio del capitale appare incontrastato, le classi dirigenti si sentono sicure, tutto il cammino storico dell'umanità appare concluso con il capitalismo, la prospettiva di una società radicalmente diversa, del socialismo, viene cancellata dai programmi politici di gran parte dei paesi imperialisti anche solo come riferimento formale o rituale.

 

Politica internazionale nel segno della reazione

Anche la politica internazionale riflette, da tempo, il clima reazionario generato dalle condizioni di “stabilità” economica. Il crollo dell’Unione Sovietica lo ha accentuato ulteriormente.

Basta scorrere le cronache della politica estera degli ultimi mesi per avere una conferma di questo giudizio.

I giornali hanno svelato una “curiosità”: l’aereo privato di Putin, tempestato di oro e pietre preziose, ornato della vecchia aquila imperiale degli zar, fornito di icona d’epoca e di sacre scritture. Uno scoop da paparazzi, certo, ma anche il segno di una trasformazione profonda dei rapporti sociali in atto nei territori dell’ex Urss, trasformazione che contribuisce da tempo a dare il “tono” alle relazioni internazionali.

Tra i segni più evidenti del carattere prevalentemente reazionario della congiuntura politica internazionale c’è senza dubbio l’influenza dei movimenti religiosi. In Medio Oriente, ma anche nelle periferie delle grandi città europee, tra gli immigrati che provengono da paesi di tradizione musulmana, le correnti dell’islamismo politico rafforzano la propria influenza presentandosi nello stesso tempo come difensori delle masse povere e come custodi di tutti i pregiudizi religiosi più retrogradi. Questo fenomeno, tra l’altro, ne rafforza uno di segno uguale e contrario, rendendo le correnti che rivendicano il cristianesimo come segno di identità europea, più aggressive e intolleranti. Anche i nazionalismi, non di rado aggravati dal razzismo, hanno riacquistato particolare vigore nelle regioni dell’Europa orientale e dell’ex Unione Sovietica, attizzati spesso dalla grande stampa quando non dagli stessi governi.

 

L’imperialismo sa distruggere ma non sa costruire

Con le guerre balcaniche e, successivamente, con quella dell’Afghanistan e quella contro l’Iraq, l’imperialismo si è dimostrato particolarmente incapace di costruire qualche cosa o anche solo di ricostruire quello che aveva distrutto o che aveva contribuito a distruggere. E’ un fatto che, se verrà confermato dagli anni a venire, segna un’ulteriore involuzione del sistema capitalistico mondiale verso la barbarie: un altro tratto reazionario della politica internazionale dei nostri tempi. Gli enormi mezzi finanziari di cui dispongono gli Stati Uniti e le altre potenze imperialistiche sono stati impiegati con pieno successo nell’arte della distruzione di vite umane, di strade, di ponti, di ospedali, di fabbriche e di scuole, ma non hanno consentito una “ricostruzione” che si avvicinasse neanche minimamente a quella che la propaganda bellica prometteva. In Iraq, dove l’amministrazione Bush si appresta a inviare altri 21mila uomini, le aziende americane, chiamate dal governo, hanno divorato risorse economiche immense senza restituire alla popolazione nemmeno l’ombra del sistema sanitario precedente.

In compenso, l’Iraq “pacificato” è diventato il terreno di scontro delle potenze regionali, in primo luogo l’Iran e la Siria, che si affrontano per il tramite di gruppi armati locali, sciiti o sunniti. Oltre a questa guerra per procura, alla quale comunque è lecito supporre che non sia estranea neanche la realpolitik di qualche potenza Occidentale, si intrecciano e si sovrappongono mille faide di mafie locali e signori della guerra, le cui truppe aumentano con la miseria della popolazione.

In questa vera e propria trappola, che segna in modo particolare il fallimento della politica di Bush, ogni giorno muoiono decine di persone, uccise dagli attentati, dagli scontri militari o dalle epidemie. La popolazione americana è sempre più ostile al proseguimento dell’occupazione dell’Iraq e il governo incontra l’ostilità di un numero sempre maggiore di soldati. Seguendo le orme del tardo impero Romano, il governo di Washington è costretto a servirsi di un numero crescente di eserciti “privati”, cioè di truppe mercenarie.

Nonostante il fiasco di una guerra il cui obiettivo dichiarato era di “esportare la democrazia”, l’apparato militare americano è impressionante. Nel 1995 il budget militare degli USA rappresentava un terzo di quello mondiale; oggi ne rappresenta la metà.

L’ordine del mondo capitalistico poggia sull’egemonia di questo monopolio militare-industriale.

 

Illusioni europeiste

La supremazia di una grande potenza non significa la paralisi delle relazioni internazionali. Queste sono soprattutto il riflesso di forze economiche in continuo movimento e la cui crescita diseguale rende impossibile ogni assetto duraturo. A tutti i livelli dei rapporti tra stati il grande capitale cerca di servirsi degli apparati di potere per conquistare nuovi mercati a scapito di altri concorrenti. Questo genera conflitti, tensioni, negoziati, etc.

Negli ambienti di una certa sinistra riformista si è rafforzato da tempo, un europeismo che si vuole contrapporre allo “strapotere” statunitense.

Molti di questi sostenitori dell’Europa-potenza hanno rinnegato il loro passato pacifista e caldeggiano ora un vero esercito europeo, per “bilanciare” la forza militare americana nello scenario mondiale.

I lavoratori europei non hanno nessun interesse ad appoggiare simili disegni. La caduta delle barriere doganali e la possibilità di circolare liberamente nei paesi dell’Unione Europea rappresentano indubbiamente un progresso, ma questo non significa che si debba favorire la nascita di un altro colosso imperialista. Una nuova superpotenza forse “bilancerebbe” quella americana, ma molto più probabilmente ci si accorderebbe, per spartirsi il mondo e per sfruttare ancora di più le risorse naturali dei paesi più poveri e le loro immense riserve di forza-lavoro.

Questa accoppiata di gendarmi planetari non tratterebbe i “propri” lavoratori meglio di quanto già fanno i gruppi capitalistici dei singoli paesi europei o, peggio ancora, degli Stati Uniti.

Al di là dei sogni e delle illusioni della sinistra “europeista”, la realtà del Vecchio Continente è quella di una integrazione economica che si è spinta molto avanti rispetto al passato, ma che è il risultato di un comune interesse dei vari gruppi capitalistici nazionali ad allargare i propri mercati. Per il resto questi gruppi sono e rimangono tedeschi, inglesi, francesi e italiani prima che…europei.

Non c’entra il patriottismo, ideologia alla quale la grande borghesia non crede più da tempo. Il fatto è che gli interessi internazionali di questi grandi gruppi sono più spesso in contrasto di quanto siano in armonia. Di conseguenza, il vecchio armamentario degli stati nazionali, con le loro leggi, i loro apparati amministrativi più o meno “addomesticati”, i loro eserciti e le loro polizie, la loro politica estera, rimane,  realisticamente, la migliore tutela delle posizioni acquisite.

Attualmente l’Unione Europea è un involucro al cui interno si muovono tanto i contrasti tra le potenze più forti: Inghilterra, Germania e Francia, quanto le manovre per sfruttare tali contrasti da parte di potenze più deboli come l’Italia o la Spagna. L’allargamento ad Est, che vede quest’anno l’ingresso della Bulgaria e della Romania, non significa in alcun modo l’elevazione delle ex “Democrazie Popolari” al livello dei paesi europei più ricchi. Significa invece l’apertura definitiva di un ampio campo di speculazione e di sfruttamento a vantaggio delle banche tedesche, francesi o italiane e dei gruppi industriali di questi stessi paesi. Una situazione in cui anche le borghesie dell’Europa orientale hanno da guadagnare, ma a spese dei lavoratori della regione.   

 

Libano, altro focolaio di guerra

Lo scorso 2 febbraio il generale  Claudio Graziano ha assunto il comando delle forze delle Nazioni Unite inviate in Libano (Unifil). Quello italiano è il contingente più numeroso, con circa tremila uomini. L’attacco di Israele al territorio libanese è avvenuto quando il governo di centrosinistra si era da poco insediato in Italia. La politica estera della coalizione guidata da Prodi ha così avuto un primo terreno di prova. Alle prime notizie dei bombardamenti, ufficialmente motivati con il rapimento di due soldati israeliani da parte delle milizie di Hezbollah, e alle prime immagini delle distruzioni e delle vittime nei quartieri delle città libanesi di confine, il neo-ministro D’Alema ha dato prova di tutto il suo coraggio definendo “esagerata” la reazione del governo israeliano. Con questa prova di servilismo nei confronti del governo Bush che aveva esplicitamente “autorizzato” l’azione militare, il nuovo esecutivo italiano ha mostrato quanto poco si distinguesse da quello precedente sul terreno della politica estera.

L’invio di truppe ONU, fortemente caldeggiato dal governo italiano, ha offerto a D’Alema e soci un teatro in cui poter recitare il ruolo di grande potenza. Il Centrosinistra si è preso gli elogi dell’Amministrazione americana, del governo di Gerusalemme, di quello libanese e perfino di Hezbollah. Tutta questa fiducia è arrivata naturalmente quando le distruzioni e i morti c’erano già stati e i carri armati israeliani si stavano ritirando dal Libano.

In Italia si è presentata questa nuova avventura libanese come un’impresa militare… di centrosinistra, contrapposta a quella in Iraq, voluta da Berlusconi. Ci si dimentica che la commedia della politica parlamentare diventa tragedia appena varca i confini nazionali e si proietta in  focolai di guerra come quelli del Medio e del Vicino Oriente. Questo non è meno vero per il Libano che per l’Iraq.

Il Libano, per i tradizionali legami della sua classe dirigente con il mondo Occidentale, è il concorrente naturale di Israele nella regione. La politica israeliana ha sempre teso, di conseguenza, a combattere tutte le correnti politiche libanesi che potevano  in qualche modo minacciare la propria supremazia.

L’uccisione in un attentato di Rafic Hariri, nel febbraio del 2005 fu il segnale della rottura di una fragile tregua fra i vari clan politici in cui si divide la borghesia libanese, in particolare tra quelli legati alla Siria e quelli legati all’Arabia Saudita e alle potenze occidentali. Hariri era stato primo ministro dal 1992 al 1998 e dal 2000 al 2004 e della sua morte furono immediatamente incolpati i servizi segreti siriani. L’attuale primo ministro, Fouad Siniora, appartenente allo stesso clan di Hariri, è un economista con una lunga esperienza nel mondo finanziario e stretti legami con gli ambienti delle grandi banche americane ed europee.

Il ruolo giocato da Hezbollah durante e dopo il conflitto con Israele ne ha accresciuto enormemente la popolarità. Il “Partito di Dio”, le cui milizie hanno saputo tener testa al più temibile esercito della regione e che hanno sostituito le istituzioni governative nell’assicurare soccorsi, cibo e medicinali alle popolazioni colpite, ha avuto propri ministri nell’attuale governo, ma ora ne reclama le dimissioni, mobilitando centinaia di migliaia di persone in una Beirut sotto stato d’assedio.

Una situazione che sembra scivolare verso una nuova guerra civile. Una vera trappola per le truppe ONU e quindi anche per quelle italiane.

 

L’Italia nelle correnti della politica e dell’economia mondiali

L’imperialismo italiano è pienamente inserito nelle grandi correnti dell’economia e della politica mondiale.

La classe dirigente italiana condivide con quella di tutte le grandi potenze la stessa attitudine predatoria, lo stesso utilizzo dello strumento militare, la stessa ipocrisia per nascondere la sostanza imperialista della propria politica estera.

Accade così che torni di moda il vocabolario della diplomazia ottocentesca. D’Alema parla di “prestigio” della Nazione. E si vanta del “rispetto” che l’Italia suscita ora nel mondo.

Il “prestigio” dell’Italia esige un forte contingente in Libano, il “prestigio” esige di non venir meno ai propri doveri in seno all’alleanza Atlantica.

Questo torrente di buoni sentimenti patriottici frutterà forse qualche appalto in più per le imprese italiane. Intanto, comunque, l’industria bellica riceve un nuovo impulso.

Il ministro della Difesa, Parisi, intervistato da “Famiglia Cristiana”, dice: “Il governo precedente riconosceva a parole la sicurezza e la difesa come obiettivi primari, ma poi nei fatti, nonostante i ripetuti allarmi, distruggeva il bilancio tagliando pesantemente le risorse”. La Finanziaria attuale “ha corretto questa tendenza, portando la percentuale del PIL dedicata alla Difesa dallo 0,84% del 2006 allo 0,96% del 2007”. Ma le ambizioni belliciste del “nostro” Ministro non finiscono qui. Parisi intende infatti allinearsi al più presto alla media europea che sarebbe di 1,41%.

Anche la politica economica si armonizza completamente con quella ricordata di tutti i paesi imperialisti. Il taglio alle spese sociali e l’uso del budget statale per “aiuti” di vario tipo al padronato contrassegnano tanto il periodo del Centrodestra al governo quanto i primi mesi del Centrosinistra.

L’attacco al sistema pensionistico e lo “smobilizzo” del TFR sono figli di questa stessa logica.

Nel caso del TFR, i grandi gruppi finanziari hanno ottenuto lo smobilizzo di questa massa salariale che rivendicavano da tempo. La loro è stata una vittoria a metà perché, a loro volta, sindacati e imprenditori hanno ottenuto di poter gestire questa stessa massa di denaro attraverso i fondi pensionistici chiusi, aziendali o di categoria, nei cui consigli di amministrazione siedono rappresentanti del padronato e delle confederazioni sindacali, fondi che godono di particolari agevolazioni fiscali.

Si tratta indubbiamente di una delle pagine più vergognose della storia del movimento sindacale italiano: CGIL, CISL e UIL, dopo aver assecondato attivamente lo smantellamento del sistema previdenziale retributivo, dal 1995 in poi, hanno collaborato a preparare il terreno alla previdenza complementare privata, in parte gestita da loro stessi, dato che i lavoratori di più recente assunzione potranno avere dall’INPS, al massimo, un 60% della loro retribuzione normale. Nell’insieme si tratta di un attacco alle condizioni di vita della classe lavoratrice di cui non si è ancora percepita diffusamente l’esatta portata. Invece, se il mondo del lavoro non riuscirà ad imporre delle contromisure, si prepara una generazione di anziani poveri come da decenni non si vedevano nei paesi più industrializzati.

Lenin scriveva, descrivendo le caratteristiche sociali dell’epoca imperialista, che il capitalismo moltiplica le divisioni tra lavoratori, riuscendo perfino a beneficiare della collaborazione e, più spesso, dell’indifferenza dei settori momentaneamente più garantiti nell’attaccare le condizioni di lavoro di quelli che hanno meno tutele o meno forza contrattuale. Nel caso delle varie riforme della Previdenza pubblica, succedutesi fino ad oggi, il padronato e i suoi complici più o meno consapevoli si sono appoggiati sui lavoratori più anziani, toccati molto meno dagli effetti di questo processo, per colpire quelli più giovani.

 

Le forze del lavoro

L’economia nazionale non è che una parte di quella mondiale. Ne subisce quindi tutte le spinte e  le brusche decelerazioni. Naturalmente, come ci ha insegnato Trotskij, dire che l’economia di un paese è la parte di un tutto più grande non significa dire che ne è l’esatta riproduzione in scala ridotta.

Permane la struttura tipica del capitalismo italiano, fatta di una rete di piccole e medie aziende, permane il gap con paesi come la Germania e la Francia per quanto riguarda indicatori come le spese per ricerca e sviluppo in rapporto al PIL, permane l’addensamento delle produzioni in settori meno qualificati tecnologicamente, permane un grado di inefficienza dell’apparato burocratico e della giustizia, una farraginosità delle norme e delle leggi, un degrado delle infrastrutture viarie e urbanistiche, che segnano una differenza considerevole con i paesi europei più sviluppati.

Nonostante tutto questo, però, il capitalismo italiano continua a far profitti. La vera fisiologia del sistema capitalistico è colta solo in parte dalle cifre delle statistiche ufficiali e dalle analisi degli economisti.

Per quanto riguarda ciò che ci interessa più direttamente, vale a dire la consistenza numerica della nostra classe sociale, possiamo dire che il numero complessivo dei lavoratori salariati non è diminuito negli ultimi anni.

Per i lavoratori dell’industria si può parlare non tanto di una riduzione del loro numero quanto di una loro ridistribuzione in unità produttive più piccole. Secondo uno studio della FIOM, l’occupazione delle grandi imprese manifatturiere è scesa di 14 punti percentuali dal 2000 alla prima metà del 2006. Nel suo insieme, però, la massa dei lavoratori dipendenti è aumentata. Secondo il Censis, si è passati dai 13 milioni e 200 mila del 2000 ai 14 milioni e 500 mila del 2005.  Vi è inoltre un vero e proprio inganno statistico dovuto ai criteri di classificazione delle prestazioni lavorative, per cui spesso risultano addetti ai servizi (quindi inseriti nel terziario) operai che sono impegnati in attività manuali dentro le fabbriche. Tutto questo porta indubbiamente a dei problemi in ordine alla possibilità di organizzazione della classe lavoratrice, storicamente facilitata dalla grande concentrazione e dall’inquadramento sotto un’unica catena di comando aziendale. In ogni caso, nonostante intellettuali e sociologi più o meno accreditati tentino da anni di convincerci che non esiste più la vecchia classe operaia e che il terziario elabora rapporti di lavoro nuovi, non riconducibili al classico rapporto padrone-operaio, i fatti, puntualmente li smentiscono.

La base sociale per una politica operaia e per un partito operaio si mantiene stabile. La prospettiva di un tale partito non è l’impossibile richiamo a un passato che non ritorna, è la risposta a una necessità politica che è nelle cose. L’incremento della precarietà nei rapporti di lavoro subordinato non toglie niente a questa necessità ma la rafforza.

 

La “nuova” politica del governo Prodi

La classe operaia ha mostrato la propria disillusione nei confronti del Centrosinistra, in modo plateale, in occasione dell’assemblea di Mirafiori  dello scorso 7 dicembre. Quando gli operai FIAT hanno duramente contestato i segretari nazionali della confederazioni sindacali che erano venuti, in sostanza, a cercare il loro appoggio alla politica economica del governo Prodi, compreso il prolungamento dell’età pensionabile, hanno dato voce all’insoddisfazione di tutto il mondo del lavoro.

Più silenzioso, ma sicuramente più esteso e più profondo, il malcontento dei lavoratori dopo aver visto le buste paga di gennaio. Quelle che, secondo la propaganda governativa, avrebbero dimostrato nei fatti chi ci avrebbe guadagnato dalle scelte del governo in materia di indirizzi economici. In un articolo apparso sulla Stampa del 31 gennaio, un giornalista si domandava come fosse stato possibile che tutti avessero creduto alla redistribuzione delle ricchezze a vantaggio dei più deboli di cui si parlava e si scriveva fino a quel momento. Bastava fare due conti per capire che non era vero, ma “L’Unione ha fatto miracoli nella comunicazione dei contenuti della Finanziaria”  soffiando il primato a Berlusconi nella specialità di darla a bere alla gente.

Nel frattempo il dibattito politico all’interno del Centrosinistra si concentrava sulla costituzione di un nuovo partito democratico che dovrà assorbire varie componenti dell’attuale alleanza di governo, a cominciare da Margherita e DS. Questo ha causato dei contraccolpi all’interno del partito di Fassino: la sinistra interna, quella dei Salvi e dei Mussi, ha cominciato a puntare i piedi e a parlare di scissione. E’ difficile dire se nei prossimi mesi assisteremo anche alla nascita di un altro partito “socialista” ma lo scenario che si prepara sembra proprio questo. Mussi e i suoi insistono sulla necessità di non abbandonare il riferimento al socialismo. Su questo terreno, giocando più sull’immagine che sulla sostanza, hanno indubbiamente qualche carta buona da giocare e da far valere nell’elettorato di quello che fu il PCI.

La fortuna elettorale di questo ipotetico partito socialista di nuovo conio, in ogni caso, non potrà essere il criterio per giudicarne il contenuto politico. Quello che si può capire fin da ora, infatti, è che il “socialismo” di Mussi e dei suoi amici non è tanto migliore della “democrazia” di Fassino e Prodi.

La lunga decomposizione del vecchio partito stalinista ha dato luogo a nuove crisi anche nel partito di Bertinotti. In questo caso si sono avute due scissioni motivate dall’ingresso di Rifondazione al governo.

Per la tradizione politica a cui dicono di riferirsi, questi due “pezzi” di Rifondazione Comunista ci appaiono più vicini e la loro evoluzione più interessante. Ambedue infatti dicono di rifarsi al trotskismo, quindi ad una eredità politica nella quale anche noi ci riconosciamo.

Naturalmente è presto per dare un giudizio definitivo su questi due gruppi. Possiamo solamente augurarci che si liberino rapidamente dall’illusione di essere già un “partito” e comprendano che un partito operaio oggi in Italia potrà essere solamente il risultato di anni e anni di lavoro duro, costante e controcorrente. Un lavoro che non si può basare sulla “visibilità” televisiva e che non può essere surrogato dal formalismo burocratico.

 

Per che cosa bisogna battersi

Il  nostro gruppo di militanti si batte per la prospettiva di un tale partito. Nel proclamare questo obiettivo non siamo soli. Altri raggruppamenti più o meno grandi o influenti lo fanno. Il particolare punto di vista che difendiamo ci distingue però in almeno due aspetti. Dal punto di vista programmatico, perché consideriamo l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre e dell’Internazionale Comunista, compresa la loro successiva difesa dalla reazione stalinista da parte di Trotskij, come l’eredità politica più importante che la storia del movimento operaio ci abbia lasciato. Inoltre, dal punto di vista del metodo di lavoro, perché pensiamo che occorra misurarsi costantemente con la necessità di un intervento nella classe lavoratrice, intesa nella sua totalità, senza pregiudiziali distinzioni tra “avanguardie” e tutto il resto o tra iscritti a questo o a quel sindacato. Inoltre siamo convinti che un partito rivoluzionario non possa formarsi attraverso gli intrighi e le mediazioni sottobanco tipici della politica parlamentare borghese. Le forze su cui possiamo contare sono la coerenza ai nostri principi, la convinzione della loro giustezza, la risolutezza e l’ostinazione nel difenderli e propagandarli, la costanza di un impegno che ci vedrà andare necessariamente controcorrente per un lungo periodo.

Questa impostazione ci porta mille miglia lontano dai riflettori della politica “ufficiale” ma ci spinge ad un contatto stretto con i lavoratori, i loro problemi, le loro preoccupazioni quotidiane. Ci consente soprattutto di guadagnarne la fiducia e la stima.

Per questa via potremo svolgere, nella misura delle nostre forze, un ruolo concreto nell’incoraggiare e organizzare nuove lotte del mondo del lavoro.

A questo proposito bisogna dire che se è giusto difendere la prospettiva di una lotta generale di tutti i lavoratori, come unica via per un miglioramento reale delle condizioni di vita della la maggior parte della popolazione, non bisogna per questo ignorare o scoraggiare le lotte parziali, di una categoria, di una fabbrica, di una città. L’opposizione della classe lavoratrice alle pretese padronali, alla chiusura di una fabbrica, ai licenziamenti, etc., deve sempre vedere il sostegno dei militanti rivoluzionari. Noi lavoriamo per l’unità dei lavoratori e per battaglie generalizzate, ma queste parole d’ordine saranno più comprensibili se saranno difese da quanti, nello stesso momento, si occupano di far riuscire nel modo migliore uno sciopero anche se indetto per uno scopo particolare e limitato e sentito solo da un settore determinato di lavoratori. (top)

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CONFERENZA D'ORGANIZZAZIONE 2003

DOCUMENTO POLITICO

Una ripresa che porta in grembo nuovi conflitti e nuove crisi

 

Per quanto varie voci ne abbiano sottolineato la fragilità, la ripresa dell’economia americana è ormai considerata un fatto indiscutibile dai maggiori centri di analisi economica e dai più accreditati specialisti.

L’andamento del capitalismo americano ha una enorme importanza per l’economia mondiale. Basti pensare che, dal 1995 a oggi, i due terzi dell’aumento mondiale della ricchezza si sono prodotti negli Stati Uniti.

La cosa che però ci interessa più da vicino è che si trattadi una “jobless recovery”, come la definiscono i giornali americani, cioè una ripresa che non crea posti di lavoro.In agosto, mentre si correggevano al rialzo tutte le stime sulla crescita economica, le statistiche registravano per il settimo mese consecutivo una diminuzione di posti di lavoro. (1)

Se qualche cosa insegna la rimessa in movimento della “locomotiva” americana è che i lavoratori non possono aspettarsi niente dai meccanismi spontanei dell’economia capitalista. (2)

L’Unione Europea nel suo insieme stenta ad agganciarsi alla ripresa. Se per gli Usa i pronostici sono di una crescita attorno al 4 o al 5 per cento nel 2003 e nel 2004, per i paesi dell’Unione si parla di un incremento dello 0,50 per cento nel 2003 e di un 1,5nell’anno successivo.

Nel corso dell’anno, spinti dallo spettro della crisi, i governi dei paesi un tempo all’avanguardia nella difesa intransigente del trattato di Maastricht, hanno messo all’ordine del giorno l’allentamento parziale dei vincoli che questo impose sul deficit pubblico. Germania e Francia hanno in sostanza messo in discussione uno degli dei dell’Olimpo di Maastricht: il “patto di stabilità”.

In questo come in altri casi la borghesia “riscopre” il ruolo dello stato come fattore propulsivo dell’accumulazione capitalistica. La maschera liberista sembra passare di moda e si fanno insistenti i richiami “all’interesse nazionale” come valore preminente rispetto al principio della libera concorrenza.

Anche la “globalizzazione” comincia ad essere trattata in modo più critico. La conferma più chiara di questo cambiamento di vento la si ha nel rapporto dei paesi più ricchi con la Cina.

Dopo averne elogiato per anni l’apertura progressiva al mercato mondiale, facendone un modello di riscatto dal sottosviluppo attraverso la “globalizzazione” dei rapporti economici, la Cina incontra ora una crescente ostilità in determinati settori della borghesia americana ed europea. La si accusa di “concorrenza sleale”, si invoca la protezione dello stato o delle istituzioni internazionali contro il “dumping sociale” o si dichiara puramente e semplicemente che non si vuole farsi sottrarre quote di mercato dall’aggressiva borghesia dagli occhi a mandorla. (3)

I paesi arretrati possono contare sulla “benevolenza” delle grandi potenze fintanto che aprono le loro porte alle incursioni dei grandi gruppi industriali, delle grandi banche, dei giganti della speculazione finanziaria americani, inglesi, giapponesi, tedeschi o italiani che siano. Quando però da semplice mercato di sbocco o da semplice piattaforma per la costituzione di nuove filiali di imprese straniere questi paesi cominciano a sviluppare una propria industria e a divenire concorrenti l’atteggiamento nei loro confronti cambia.

È una storia che si è già ripetuta altre volte ma le dimensioni geografiche e la popolosità di paesi come la Cina o l’India rendono il contrasto con l’insieme dei paesi imperialisti (cioè capitalisticamente più sviluppati) in prospettiva molto più drammatico. (4)

Nel complesso dell’economia mondiale, l’immediato futuro vedrà ragionevolmente una crescita differenziata del Pil tra un’Asia molto dinamica, un Nord America sostenuto e un’Europa quasi stagnante o in movimento a passo di tartaruga.

Non sembra che qualche briciola dei benefici della ripresa possa andare all’Africa. L’economia capitalistica ha condannato questo continente alla fame, alle malattie e alle barbarie delle guerre civili. (5)

Nel corso degli ultimi anni si è rafforzata più che la “globalizzazione”, definizione che lascia intendere una pura e semplice estensione dei rapporti economici di ogni paese con tutti gli altri, “l’insularità” delle maggiori economie. In altri termini ogni paese sviluppato svolge una parte sempre maggiore del proprio commercio esteso all’interno di “un‘isola” economica formata da più paesi. L’Ue è una di queste “isole” al cui interno ogni paese membro riversa mediamente il 60% delle proprie esportazioni.

Il mercato mondiale è quindi in realtà un “arcipelago” di “isole” economiche composte dai paesi più ricchi o da questi e le loro “periferie”.

Il commercio mondiale è fortemente concentrato nelle aree economiche più sviluppate. Inoltre il ruolo delle grandi multinazionali è enorme. Si calcola che un terzo delle esportazioni di tutto il mondo sia in realtà movimento di manufatti o servizi all’interno di singole imprese internazionalizzate di dimensioni gigantesche che suddividono il proprio ciclo produttivo in tutto il pianeta. Le prime 100 multinazionali sono in gran parte europee (53) o americane (23).

Gli investimenti diretti all’estero, che dovrebbero essere rivelatori delle uguali opportunità offerte dalla “globalizzazione”, si concentrano in realtà su un’area limitata del pianeta. Tra il 1990 e il 2001, secondo le Nazioni Unite, l’80% degli investimenti in uscita o in entrata hanno interessato Stati Uniti, Canada ed Europa Occidentale.

 


 

La crisi irachena mette a nudo il contenuto della politica internazionale

 

L’America ha ribadito con i fatti il suo ruolo di gendarme mondiale.

Henry Kissinger, prima dell’attacco anglo americano all’Iraq, metteva in guardia l’Europa occidentale da un eccessivo disaccordo con gli Stati Uniti. L’Europa, scriveva Kissinger, “deve prendere sul serio il fatto che il tentativo americano di dare forma a un nuovo ordine mondiale riflette un senso di responsabilità globale e non l’orientamento di questo o quel leader”. (La Stampa, 01/12/02).

L’ex segretario di stato americano sottolineava, ancora una volta, gli elementi di “continuità” della politica estera dell’imperialismo statunitense, indipendentemente dalla leadership in carica.

Il “senso di responsabilità globale” di cui parlava Kissinger è sostenuto in concreto da un apparato militare che è attualmente senza confronti. Il “budget” militare di Washington valeva, nel 2000, 280,6 miliardi di dollari secondo i dati del Sipri, un’agenzia internazionale specializzata nell’analisi delle spese per armamenti. (6)

Seguendo la classifica fornita da questa stessa fonte, bisogna sommare la spesa militare dei successivi 11 paesi per arrivare ad eguagliare l’ordine di grandezza di quella americana. Se si prendono in esame i paesi europei, si arriva a 133,5 miliardi di dollari mettendo insieme Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia. Per arrivare alla metà degli Stati Uniti bisogna aggiungere la Spagna e per raggiungere un 70% bisogna conteggiare Turchia e … Russia.

Ma l’Unione europea, di cui si parla a volte anche come “potenza” unitaria, è ancora molto lontana da un grado di integrazione tra le singole forze armate nazionali che la rendano un possibile “contrappeso” della superpotenza americana.

La campagna irachena, per l’imperialismo americano, è stata l’ennesima occasione per mostrare al mondo la propria invincibilità. Il dopo guerra però si è dimostrato molto più difficile da gestire.

Nel fumo degli attentati suicidi si perde anche l’illusione di un Iraq “democratico” messo in piedi dalle forze di occupazione. Quello che, secondo la retorica di Bush, avrebbe dovuto essere un “paese modello” per tutto il Medio Oriente è divenuto la dimostrazione vivente del baratro in cui possono precipitare tutti i popoli arabi a causa della politica imperialista.

La miseria, il brigantaggio, le malattie, una guerra civile strisciante sono il “dividendo della pace” del popolo iracheno.

 

La tracotanza americana ha accentuato i contrasti tra gli stati europei. Alla cieca fedeltà del governo inglese si sono accodati la Spagna, l’Italia, la Polonia.

La Francia e la Germania ne escono con l’immagine di “pacifisti”. Con la speranza di potersela giocare in seguito nel rapporto con la futura classe dirigente d’Iraq, e con i governi degli altri stati della regione.

Il gioco degli imperialismi tedesco e francese non è meno sporco di quello americano, è solo più ipocrita.

Gli anglo-americani controllano direttamente un’area cruciale del Medio Oriente assicurando posizioni di vantaggio in primo luogo alle proprie compagnie petrolifere e alle aziende impiantistiche. Ma questo avviene al prezzo di sacrifici sempre più intollerabili anche per la stessa opinione pubblica americana.

Anche l’idea di una pacificazione tra Israele e palestinesi che Bush aveva strombazzato come risultato necessario della “vittoria della democrazia” in Iraq è naufragata nella realtà di una guerra civile ancora più aspra, nelle crisi di governo dell’Autorità nazionale palestinese, nella costruzione di un muro di cemento che dovrebbe costringere il popolo palestinese in una sorta di enorme campo di prigionia.

I dissidi tra paesi europei che la guerra anglo-americana contro l’Iraq ha svelato, fanno sentire il proprio effetto anche nella definizione di un nuovo assetto istituzionale dell’Unione e di una sorta di “costituzione europea” che dovrebbe essere approvata nel maggio del 2004.

La bozza di “costituzione” europea, partorita dopo 16 mesi di fatiche della Convenzione per le riforme presieduta da Giscard D’Estaing è stata significativamente salutata dal prestigioso settimanale inglese “The Economist” con una copertina nella quale, sopra un cestino di rifiuti è posta la frase: “Dove archiviare la nuova costituzione”.

Giuliano Amato, che ha lavorato alla stesura della bozza ha sottolineato che non si tratta di una Costituzione ma di un trattato fra stati.

Del resto, non ci può essere una vera Costituzione perché non ci può essere una vera unificazione politica – almeno a breve termine. Un accenno alla natura delle difficoltà che incontra l’unificazione politica europea lo ha fatto l’economista di area governativa Renato Brunetta che ha indicato nella diversità degli “interessi strategici” dei vari Paesi dell’Ue, lo scoglio principale. Tra questi interessi Brunetta menziona i “mercati di sbocco” e gli “approvvigionamenti di materie prime”.


 

Il governo e l’opposizione su uno stesso terreno sociale

 

Se nei confronti delle altre potenze l’Europa si mostra divisa, nei confronti dei lavoratori trova una unità completa. Così l’attacco alle condizioni di lavoro e al sistema previdenziale fa parte della politica governativa della borghesia continentale di qualunque colore.

Berlusconi si muove in questo scenario. Il suo atteggiamento risente delle sue origini: un po’ uomo di spettacolo e un po’ imprenditore senza troppi scrupoli e senza nessuna cultura. Tutto questo si presta ad attacchi fin troppo facili da parte dell’opposizione parlamentare edi molti giornalisti italiani e stranieri.

Resta il fatto che il “Cavaliere” e la sua coalizione si collocano su un terreno sociale che è ben difficile distinguere da quello del centro-sinistra.

Questa considerazione vale tanto per l’attacco alle pensioni, che prosegue la strada aperta dalle “riforme” di Amato e di Dini, quanto per le nuove leggi sul mercato del lavoro che si muovono sulla stessa linea iniziata da Treu, ministro del lavoro dell’Ulivo e per l’appoggio per quanto “critico”, alle varie missioni di polizia internazionale dell’imperialismo italiano.

Le parole con cui Berlusconi ha sollecitato gli ambienti del “business” americano a investire in Italia sono quasi le stesse pronunciate a suo tempo da D’Alema: “vantiamo la forza lavoro più flessibile d’Europa”. (7)

Il passaggio al sistema maggioritario ha reso la politica italiana, se possibile, ancora più torbida.

Vi è una politica per le grandi masse. Una politica “urlata” che si serve di propri strumenti come la televisione o certi quotidiani. In questo ambito lo scontro governo opposizione assume sempre la tragicità delle sceneggiate in cui non ci sono mezzi termini, né possibilità di compromessi.

Negli ambienti del mondo delle banche, delle grandi imprese, del ceto accademico, in una parola nei “salotti buoni” della borghesia, la musica è tutta un’altra. Qui gli uomini del centro-sinistra non possono usare la demagogia “sociale” con la quale ingannano i lavoratori e si mostrano apertamente come i più coerenti difensori degli interessi del grande capitale.

 


Per una politica indipendente della classe lavoratrice

 

La grande mobilitazione che, dopo anni di torpore, aveva unito un gran numero di lavoratori in difesa dell’art.18 è divenuta una pedina in un gioco che non ha niente a che fare con gli interessi del mondo del lavoro.

Da un lato la componente dei DS legata a Cofferati ha utilizzato il movimento dei lavoratori per acquistare più forza nel partito e nel centro-sinistra, e successivamente l’eco delle grandi mobilitazioni è servita a Cofferati stesso come trampolino di lancio nella battaglia politica, qualunque fosse la sorte del “correntone” a cui si era legato.

Nel frattempo veniva sempre più depotenziato il carattere rivendicativo e operaio del movimento, ottenendo così anche di tranquillizzare il padronato. Se ne faceva di fatto una componente innocua di un eterogeneo schieramento d’opposizione di cui si cercava il consenso elettorale.

L’operazione di Bertinotti, il referendum sull’art.18, è stato il tentativo di impadronirsi della rappresentanza politica della protesta dei lavoratori. È finita con una sconfitta elettorale che, paradossalmente, il leader di Rifondazione ha cercato di smerciare come test del grado di popolarità della propria politica. Non a caso il titolo di “Liberazione” il giorno dopo il referendum era: “Si ricomincia da 11 milioni di sì”. Ma invece di fare di questi la base di partenza, pur distorta, di una politica indipendente della classe operaia, Bertinotti si è apprestato a traghettare questi consensi nell’ambito di una nuova politica di collaborazione di classe in appoggio ai progetti elettorali dell’Ulivo.

Ognuno a caccia di una propria quota di “prestigio” nella litigiosa compagine dell’opposizione parlamentare al governo Berlusconi, i leaders della sinistra riformista non hanno badato a sacrificare la cosa più importante e preziosa: la fiducia nelle proprie forze che molti militanti operai avevano acquistato sulla base degli scioperi e delle mobilitazioni. Cioè la più solida base di qualsiasi movimento rivendicativo.

Da tutto questo bisogna trarre gli insegnamenti giusti. Non si tratta per i lavoratori di “tenersi fuori dalla politica” ma di sviluppare una propria politica indipendente.

Se la classe dei lavoratori salariati, che è quella che manda avanti l’economia e che produce ogni ricchezza riuscisse ad unirsi politicamente dando voce ai propri interessi nei confronti delle altre classi sociali che compongono la società, questo fatto, di per sé, costituirebbe una vera e propria rivoluzione politica che farebbe tremare le classi privilegiate. (8)

Il primo gradino di questa politica è la coscienza di classe ma questa, a sua volta, ha bisogno di idee generali, di principi, di una visione di insieme dei rapporti sociali. Non si tratta di costruire dal niente tutto un patrimonio politico ma di impadronirsi di nuovo della tradizione del socialismo marxista.

Anche le lotte apparentemente più distanti dagli orizzonti del socialismo hanno bisogno di militanti operai che traggano forza da un sistema di princìpi e di convinzioni profonde.

Del resto, l’attacco al mondo del lavoro avviene, da parte della grande borghesia e dei suoi rappresentanti politici e “culturali”, evocando il pericolo dell’instabilità non solo per le singole aziende o per singoli rami produttivi ma anche dell’intera economia nazionale o – addirittura – europea.

Vi è quindi una dimensione “politica” della questione del lavoro, nel senso che delle condizioni in cui si svolge il lavoro salariato si occupano tutti gli strati della società a cominciare da quelli che traggono il maggiore vantaggio dal suo sfruttamento.

Abbiamo avuto modo di vedere quali frutti porti la visione politica della borghesia nella vicenda delle pensioni.

Dalla prima riforma Amato in poi, industriali, banchieri, economisti e anche gran parte dei vertici sindacali condividono uno stesso punto di partenza: il “costo” della previdenza è un peso da diminuire nel bilancio pubblico.

Le risorse per garantire delle pensioni che saranno comunque misere devono venire dagli stessi salari dei lavoratori.

Nessuno parla delle enormi quote di ricchezza che un operaio produce in 35 anni di lavoro e di quanto poco di questa ricchezza gli venga attribuita sotto forma di salario. nessuno dice in quale enorme misura si sia accresciuta la produttività per addetto negli ultimi decenni, nessuno è sfiorato neanche dal pensiero che sia il caso di “disturbare” i detentori di profitti i cui redditi pesano sempre di più rispetto alla massa salariale.

È chiaro che chi parla di economia non chiamando in causa i privilegi della borghesia se ne fa in un modo o nell’altro il difensore.

L’indipendenza della politica operaia significa proprio non arrestarsi di fronte ai privilegi della borghesia, non farsi intimorire dalla “scienza economica” che li maschera.

Ci sono tutti i presupposti economici, oltre a tutte le ragioni, perché i lavoratori rivendichino di andare in pensione ancora abbastanza giovani e con una indennità mensile rapportata alla retribuzione. Questo tra l’altro è un modo abbastanza concreto per difendere non solo il proprio tenore di vita ma la propria stessa esistenza. Non ci meraviglieremmo se la “speranza di vita”, il cui allungamento è diventato un argomento contro i lavoratori, si accorciasse sensibilmente in seguito al prolungarsi della vita lavorativa con l’esposizione ai rischi e il logoramento fisico che ne consegue.

Lo spezzettamento del mercato del lavoro di questi ultimi anni ha progressivamente tagliato fuori dalla contrattazione collettiva centinaia di migliaia di lavoratori, precari, interinali, immigrati. Questo fatto gioca interamente a favore del padronato ma non è una fatalità.

Nei contratti di categoria o in quelli delle aziende più grosse si può ottenere una trasformazione dei rapporti di lavoro precari in stabili a tempo indeterminato. Le conquiste contrattuali sono state spesso il preludio di norme estese a tutti i lavoratori.

La storia del movimento operaio conosce anche le forme organizzative attraverso le quali una massa di lavoratori precari o fluttuanti poteva essere unita e far valere il proprio peso.

Le “general unions” inglesi o anche le Camere del lavoro (9) in Italia nacquero per organizzare lavoratori che non potevano essere inquadrati in nessuna unione di mestiere.

È anche sulla base di simili forme di organizzazioni che può prendere forza la rivendicazione di un SALARIO MINIMO VITALE garantito per qualunque mestiere, per quanto frequentemente si cambi.

Si tratta di unire ciò che il mercato tende a dividere e a contrapporre. È la più antica e fondamentale funzione dei sindacati che oggi trova, nell’integrazione economica europea, un alveo più ampio in un cui dispiegare la propria azione. Alla prospettiva di una perenne lotta tra lavoratori di diverse età, nazionalità e razza si deve contrapporre quella di una solidarietà di classe che superi tutti questi steccati.


 

Per un partito operaio

 

Ogni sciopero che, prolungandosi nel tempo, assuma una certa importanza, tende a generare uno strato di “militanti dello sciopero”. La conferma più recente viene dalle lotte che tra i primi di aprile e la metà di giugno hanno opposto varie categorie del pubblico impiego al governo Raffarin in Francia.

Se quel movimento non è riuscito ad impedire la “riforma delle pensioni”, ha però cambiato l’atteggiamento di molti lavoratori nei confronti dei problemi della propria categoria quando non di tutta la classe lavoratrice,

Questi lavoratori sono diventati non solo scioperanti o ascoltatori di discorsi in assemblea, ma essi stessi organizzatori di scioperi e assemblee e, spesso, promotori di un collegamento con altri settori del mondo del lavoro.

Un partito operaio non è tale se non riesce a collegarsi e quanto più possibile a fondersi con questo strato di lavoratori d’avanguardia.

Naturalmente per un piccolo gruppo di militanti il problema si pone in termini assai diversi, ma non è possibile immaginarsi la crescita in forza numerica e in capacità politiche di un tale gruppo al di fuori delle lotte, per quanto parziali, settoriali, limitate del mondo del lavoro.

Non si tratta solo di portare il proprio punto di vista in movimenti che si determinano al di fuori della nostra volontà, ma anche di spingere, per quanto possibile e senza cadere nell’avventurismo, perché in una fabbrica o in una categoria si organizzino praticamente delle lotte rivendicative o di difesa per gli obiettivi più sentiti dai lavoratori. In questo modo un gruppo di militanti marxisti non si limita a proporre “punti di vista”, ma opera concretamente per far crescere, con l’esperienza, la capacità organizzativa e la coscienza di classe dei lavoratori.

È chiaro che questa impostazione contrasta con il verticismo delle burocrazie sindacali. Ma nessuna considerazione sulla opportunità di militare in un sindacato (10),assumendovi anche incarichi direttivi, può indurre dei militanti marxisti a privilegiare le relazioni di “buon vicinato” con la burocrazia sindacale rispetto al ruolo di esempio, di sprone e di stimolo tra i propri compagni di lavoro quando, in una lotta per un obiettivo condiviso da tutti, ogni energia in più può essere determinante.

Noi ci battiamo per una politica operaia e, dunque, per un partito operaio. Questo significa anche battersi a viso aperto, basandosi sulle proprie forze, per una nuova direzione rivoluzionaria del movimento operaio. Una tale battaglia non può essere condotta nel “marsupio” di una organizzazione riformista come “Rifondazione”, perché perderebbe di chiarezza e quindi di incisività in primo luogo nei confronti dei migliori militanti di questa stessa organizzazione.

Ma un partito o una direzione non si costruiscono solo con gli scioperi e le manifestazioni. Occorre una base politica generale: un programma. Il nostro programma è costituito dal grande patrimonio politico di generazioni e generazioni di militanti che hanno lottato con Marx ed Engels dalla metà alla fine dell’800, con Lenin e Trotskij nel corso della Rivoluzione d’ottobre e infine con Trotskij negli anni della reazione staliniana.

Gli intellettuali borghesi deridono questi riferimenti. “Roba vecchia”, dicono. Ma questo è semplicemente ridicolo in un’epoca in cui si difende l’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici o in cui antichi pregiudizi razziali o nazionalisti vengono riproposti come cultura contemporanea.

Per noi è chiaro che chi non trae il massimo insegnamento dalla storia passata del movimento operaio, socialista, comunista, non ha nessuna possibilità di sviluppare una iniziativa dello stesso segno nel proprio tempo.

La definizione sufficientemente precisa dei propri riferimenti programmatici non significa un atteggiamento di disprezzo o di sufficienza nei confronti di quei militanti o di quelle correnti politiche del movimento operaio che non vi si identificano appieno. Noi rivendichiamo al marxismo la capacità di coniugare la coerenza ai principi con la condanna di ogni atteggiamento settario.

Tra le varie forze che si richiamano al marxismo è auspicabile il confronto più aperto e franco.

Vi sono però alcuni punti che giudichiamo importanti e pregiudiziali per stabilire qualsiasi tipo di collaborazione con altri gruppi e movimenti.

Questi sono: l’assunzione del marxismo come base della propria azione politica, la democrazia dei militanti come pratica organizzativa, l’orientamento della propria attività in primo luogo verso i lavoratori salariati. (11)

Questi caratteri saranno, secondo il nostro parere, i contrassegni distintivi di un futuro grande partito operaio.

 

 

 

Note:

 

  • (1) Il rapporto annuale del “Census Bureau”, l’Istat degli Usa, racconta che il 12 % degli americani (35 milioni di persone) vive sotto la soglia della povertà e che negli ultimi dodici mesi sono circa 2 milioni i poveri in più. Precipita nell’area della povertà un numero sempre maggiore di famiglie bianche delle periferie delle aree metropolitane, vittime della perdita del posto di lavoro. (top)

 

  • (2)La maggiore flessibilità nei tassi di scambio dei maggiori paesi ed aree economiche” auspicata nel documento conclusivo della recente riunione del G7 a Doha, il 20 settembre 2003, riflette soprattutto il tentativo di dare stabilità alla ripresa americana. Lo scopo della Federal Reserve è quello di ottenere una riduzione consistente del deficit di bilancio attraverso una politica commerciale più aggressiva che faccia da volano alla crescita dei consumi interni e che non lasci alla sola espansione della spesa militare, non più sostenibile in questa misura, il compito di produrre profitti. La leva monetaria è del resto un metodo tradizionale per imporre alle altre potenze imperialiste il peso dell’egemonia. I primi effetti economici già si fanno sentire: mentre in USA aumentano ancora Pil ed investimenti, in Eurolandia c’è calo della produzione e tendenza alla stagnazione.(top)

 

  • (3) Attorno alla “concorrenza sleale” cinese si è alzato un gran polverone anche in Italia. È stata l’occasione per una campagna demagogica del ministro dell’ Economia, Tremonti, che ha cercato di collegarsi ai piccoli e medi industriali più “spaventati” dalla concorrenza dei tessuti e delle scarpe cinesi. Al forum tenuto a Prato il 18 ottobre 2003 ha rivendicato la necessità di introdurre nuovi dazi “per ripristinare condizioni sane in un mercato alterato”.Nel Mezzogiorno si sono perfino avute delle “serrate” organizzate dalle locali associazioni di piccoli e medi industriali per protestare contro la concorrenza dei prodotti cinesi(top)

 

  • (4) Nel 2002 la Cina ha attratto quasi 53 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, divenendo il primo paese nella importazione di capitali produttivi. Questo fatto contrasta con le capacità di consumo del mercato interno la cui crescita è molto inferiore a quella degli investimenti. In questo contrasto stanno le premesse di una crisi che potrebbe divenire esplosiva, trasmettendosi – attraverso il credito internazionale – al capitale finanziario di tutto il mondo. Ma, oltre a questo, c’è da dire che lo sviluppo di un capitalismo e di una borghesia, in Cina come in India, per quanto molto in ritardo rispetto ai paesi imperialisti, suggerisce inevitabilmente una “adeguata” politica estera. Ma in paesi delle dimensioni dell’India e della Cina, ogni passo in avanti che la classe dirigente compie nella definizione di una propria “sfera di interessi” regionale urta gli interessi dei paesi imperialisti e non può essere tollerato oltre un certo limite.(top)

 

  • (5) L’Africa, e in particolare quella subsahariana, è teatro di una tragedia permanente e dalle dimensioni immani. Miseria, malattie e guerre civili flagellano la grande maggioranza della popolazione mentre prosegue indisturbato il saccheggio delle risorse naturali del continente ad opera delle compagnie americane ed europee. Gran parte della popolazione africana vive con meno di due dollari al giorno. Nel 1997 il Pil pro capite (escludendo il Sudafrica) è sceso a 336 dollari contro i 525 del 1970 (calcolo in dollari del 1987). In Africa subsahariana vi sono quasi 30 milioni di sieropositivi. Scrive “Le Monde Diplomatique”: “Le zone di grande miseria coincidono, in Africa, con le aree di crescita esponenziale dell’Aids, in particolare le bidonvilles dei grandi agglomerati urbani, le città minerarie, le grandi piantagioni su scala industriale, come pure le zone dei conflitti armati e i campi profughi(top)

 

  • (6) Sono cifre già superate se si pensa che il ”budget” per le spese militari dell’anno fiscale 2003 era di circa 380 miliardi di dollari.(top)

 

  • (7) Nulla di strano, s’intende. Se solo si osserva la nomenclatura delle annunciate candidature europee 2004, nella eventuale lista Prodi-D’Alema ( Bazoli di Banca Intesa, Profumo di Unicredito, Padoa Schioppa e Monti) si comprende bene il codice di classe del loro programma elettorale. D’altro canto, neanche la cosiddetta “finanza rossa”, vale a dire quella galassia economica formata da cooperative, banche a controllo locale di sinistra, gruppi assicurativi cresciuti all’ombra dei sindacati e del cooperativismo, disdegna di stringere buoni rapporti con le aziende più “schierate” con il centro-destra come Mediaset. Del resto, notava sul “Sole 24 Ore” Lodovico Festa: “la finanza rossa è oggi, infine, influente nell’establishment. Se negli anni ‘80 gli uomini della finanza rossa erano visti come marziani e il PCI doveva usare gli “indipendenti” Guido Rossi o Luigi Spaventa, per dialogare con gli ambienti che contavano, ora le cose sono cambiate. Tra i banchieri bianchi o rossi (e anche certi azzurrini) è tutto un vantarsi di aver ascoltato gli ultimi consigli di D’Alema “.(top)

 

  • (8) Marx sottolineava la necessità della lotta politica prendendo ad esempio la rivendicazione della limitazione della giornata lavorativa: “(Essa) nonè mai stata regolata altrimenti che per intervento legislativo. Senza la pressione costante degli operai dall’esterno, questo intervento non si sarebbe mai verificato. Ad ogni modo, il risultato non avrebbe potuto essere raggiunto per via di accordi privati fra gli operai e i capitalisti. È proprio questa necessità di una azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte” .(“Salario, prezzo e profitto”)(top)

 

  • (9) Le “general unions”inglesi, tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, divennero la forma organizzativa con la quale la massa dei lavoratori senza un preciso mestiere e utilizzati, di volta in volta, nei lavori più pesanti e più dequalificati riuscì a far valere i propri diritti.(top)

 

  • (10) Crediamo che, in linea generale, i militanti marxisti del movimento operaio dovrebbero operare nella Cgil. La Cgil è infatti la più grande confederazione sindacale e senza dubbio la più forte nell’industria. Essa è, sia pure in modo molto blando, l’organizzazione sindacale che riflette più di un secolo di lotte dei lavoratori in Italia. Questo, lo ripetiamo, è il nostro orientamento generale e non certo un principio indiscutibile e sempre comunque applicabile.(top)

 

  • (11) Naturalmente, prima ancora dell’adesione formale a questi tre principi, occorre avere una concezione della militanza che ne fa un impegno serio e non uno dei tanti “hobby” che può offrire questa società. Inoltre bisogna essere assolutamente chiari sul fatto che definirsi “rivoluzionari” non significa abbandonarsi ad ogni genere di avventura politica. I rivoluzionari marxisti non sono avventuristi incoscienti, essi sanno che la società potrà essere trasformata radicalmente solo dalla grande maggioranza dei lavoratori. Questo, tra l’altro, spiega perché i rivoluzionari comunisti, fin dai tempi di Marx, sono irriducibilmente nemici di ogni terrorismo e di ogni indulgenza nei suoi confronti.(top)

 

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