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Conferenza d’organizzazione 2007
Documento politico
Economia mondiale:
un ottimismo interessato
Con
l’inizio del nuovo anno i più ascoltati portavoce
del grande capitale hanno rilasciato dichiarazioni
ottimistiche sulle prospettive dell’economia
mondiale. Per prendere alcuni esempi, Rodrigo Rata,
Direttore del Fondo Monetario Internazionale (FMI),
ha affermato in un’intervista: “L’economia
mondiale si sta muovendo verso un altro anno di
crescita, quindi è un’opportunità molto buona
per i governi di rafforzare le loro economie”.
Per il 2007 pronostica “una forte crescita in
Europa, un prolungamento della crescita in Giappone
e una crescita forte in molte economie
emergenti, in Asia ma anche in altre aree”.
Gli
fa eco Jean Claude Trichet, Presidente della Banca
Centrale Europea: “L’economia mondiale ha di
fronte ancora un anno di crescita soddisfacente e
non risentirà particolarmente del rallentamento
degli Stati Uniti”.
Tuttavia, al di là degli interessati entusiasmi, dei
rappresentanti di un capitalismo sempre più
“finanziarizzato”, e quindi sempre più obbligato
all’ottimismo per continuare ad attrarre capitali e
a drenare risparmi, i caratteri fondamentali
dell’economia mondiale non sono così rosa.
Nell’ambito dell’attività produttiva reale il
capitalismo continua a muoversi con affanno. In
altre parole, si conferma quella tendenza alla
crescita lenta e stentata che è ormai dagli anni ’70
un segno distintivo del capitalismo contemporaneo.
Anche l’indicatore del Prodotto Interno Lordo, per
quanto impreciso e spesso fuorviante come criterio
per la valutazione della “salute” di una economia,
rivela questa frattura tra il breve periodo di
slancio economico e quello successivo di marcato
rallentamento .
Uno
studio dell’OCSE, relativo al periodo 1950-1998,
prende in esame il PIL pro-capite a livello mondiale
e ne esce questo quadro: nel periodo d’oro
del capitalismo post-bellico, dal 1950 al 1973,
l’incremento medio annuo è stato del 2,93% ed è
piombato all’1,33% nel periodo successivo (The
World Economy: a Millennial Perspective , citato
in “L’ascesa della finanza” di Silvio
Andriani ).
I
tempi “gloriosi” dello sviluppo capitalistico sono
passati da un pezzo. Anche i tassi di incremento del
PIL cinese e indiano, per i quali è diventato di
moda sbalordirsi, non compensano il rallentamento
del resto del mondo. I dati OCSE ci mostrano un
incremento medio annuo del PIL pro-capite dei paesi
dell’ “Asia emergente” che balza dal 2,61 al 4,18
per cento nei due periodi considerati, ma le
Faltering economies, cioè le “Economie
vacillanti”, compresa l’ex-URSS, sono scese dal
2,94% del primo periodo, al decremento medio annuo
di -0,21%. Il che, tra l’altro, significa che un
terzo abbondante dell’umanità è diventata più povera
in beni di consumo e in servizi.
Più profitti, più
rendite finanziarie e più disoccupazione
Il fatto che l’economia, sotto
il capitalismo, si sviluppi da più di trenta anni in
modo stentato non significa che i profitti seguano
la stessa sorte.
Da
un po’ di tempo si leggono sui giornali dei commenti
che citano l’aumentato peso dei profitti a discapito
dei salari nella distribuzione della ricchezza.
Qualcuno si è persino spinto a scrivere che “il
capitale ha vinto sul lavoro”. E i fatti gli danno
ragione.
Se
prendiamo ancora qualche dato, sempre dalla stessa
fonte, scopriamo che, mentre nel 1980 il reddito dei
lavoratori incideva per il 56,6% sul totale del PIL,
nei paesi dell’attuale area dell’euro, nel 2003
questa percentuale era scesa al 48,9.
Per
la Gran Bretagna abbiamo rispettivamente 59,8% e
55,8%.
Andriani cita uno studio di G. Epstein e D. Power
dell'Università di Massachusets che illustra, per
vari paesi, un altro tipico aspetto
dell'imperialismo.
Negli anni ‘70 la rendita
finanziaria in Francia pesava mediamente per il
6,24% del Pil e i profitti di origine non
finanziaria per il 6,39%. Negli anni ‘90 le quote
erano rispettivamente 21,19% e 11,07%. Negli Usa
abbiamo 22,47% della rendita finanziaria negli anni
’70 e 10,65% dei profitti non finanziari, sempre
come quote del Pil. Negli anni ‘90 si ha
rispettivamente 33,49% e 9,97%.
I
lavoratori di tutto il mondo stanno pagando il
prezzo dell’ “ottimismo” del grande capitale. Per
documentare questa situazione non mancano certo i
dati. L'ultimo rapporto dell'International Labor
Organization (ILO),
agenzia delle Nazioni Unite, dice che "nel
2006 il numero dei disoccupati nel mondo è rimasto
ai suoi massimi storici nonostante la forte crescita
economica a livello globale". Parliamo di 195
milioni di persone, cioè più di tre volte e mezzo
l'intera popolazione italiana.
Sulle condizioni di molti di quelli che hanno il
"privilegio" di lavorare, il Rapporto dice: "La
forte crescita economica degli ultimi cinque anni ha
esercitato un impatto minimo sulla riduzione del
numero di lavoratori che vive con le loro famiglie
in condizioni di povertà ed ha riguardato solo pochi
paesi".
Il
direttore generale dell’ ILO, Juan Somavia ha
dichiarato: "anche quando si dovesse registrare
una forte crescita economica per tutto il 2007,
rimane forte la preoccupazione sulla prospettiva di
creare posti di lavoro dignitosi e quindi di ridurre
il numero di lavoratori poveri".
Oggi
i "lavoratori poveri", cioè quelli con un salario
inferiore ai due dollari al giorno, sono 1,37
miliardi!
Il
ruolo degli Stati
L'aumento delle rendite e dei profitti a scapito dei
salari
- in generale
- delle condizioni di vita dei lavoratori e
dei ceti popolari, non è stato il prodotto di leggi
economiche impersonali. È stato in gran parte uno
scopo perseguito consapevolmente dai rappresentanti
politici della borghesia e dei loro collaboratori
più o meno consapevoli che dirigono le grandi
organizzazioni sindacali.
A
partire dalla fine degli anni '70, le politiche
economiche dei vari governi si sono allineate allo
scopo fondamentale di sostenere le classi
capitalistiche nel ristabilire i tassi di profitto
erosi dalla crisi. A questo scopo sono stati
eliminati una quantità di ostacoli normativi e
istituzionali che ostacolavano un incremento dello
sfruttamento della forza-lavoro.
Oltre a questo, una parte crescente del budget di
Stato è stato indirizzato al sostegno dell'
"economia nazionale" di ogni paese. In altri termini
le casse del Tesoro di Stato si sono aperte per il
padronato. Questi processi sono ancora lontani
dall'essere compiuti e hanno potuto giovarsi, fino
ad oggi, della complicità dei vertici sindacali di
tutte le nazioni. Il risultato è che i tassi di
profitto hanno ricominciato a salire con l'inizio
degli anni '80 e alla fine dei '90 avevano già
superato il livello ante-crisi.
Come abbiamo visto, però, l'aumento dei profitti non
ha più significato un aumento degli investimenti
produttivi nella stessa proporzione e meno ancora di
forze di lavoro.
Parassitismo globale
Come
abbiamo visto, è aumentata la parte di rendite
finanziarie rispetto ai profitti un po' in tutti i
paesi sviluppati, cioè, in termini marxisti, nelle
aree in cui il capitalismo è divenuto imperialismo.
Questo è un tratto caratteristico della fase
superiore dell'economia capitalistica. Bukharin
parlava di "economia del rentier", cioè di quelli
che vivono della rendita che proviene dal semplice
possesso dei titoli azionari o di credito.
La
storia del capitalismo non è una evoluzione uniforme
e proporzionata nelle sue singole componenti. Così i
tratti tipici dell'imperialismo hanno assunto, nel
corso dei decenni, un'importanza diversa. Nella fase
attuale, il tratto parassitario legato all'aumento
del peso dell'economia finanziaria su quella
direttamente collegata alla produzione, torna in
primo piano. Lo sviluppo dei cosiddetti Investimenti
Diretti Esteri (IDE) nel mercato mondiale, preso
spesso a simbolo della "globalizzazione" e del
successo del capitalismo nel far progredire
l'umanità, è un fenomeno prevalentemente
parassitario e speculativo. Infatti, ai tempi in cui
Lenin, Bukharin e Hilferding scrivevano le loro
analisi sull’imperialismo, gli Stati e grandi
monopoli finanziari-industriali investivano nei
paesi coloniali o semi-coloniali costruendo
industrie, strade, porti e ferrovie. Certo, era
soltanto per il loro tornaconto, e questo apparato
era concepito esclusivamente in funzione del paese
imperialista che sfruttava la popolazione locale.
Tuttavia rimaneva a questa, magari abbozzata appena,
una rete di infrastrutture che prima non c'erano.
Gli
"investimenti" di oggi, al contrario, sono
prevalentemente acquisizioni dei titoli di proprietà
di imprese già esistenti e riguardano in gran parte
l'ambito dei paesi imperialisti. La concentrazione
capitalistica che ne risulta, spesso, non è nemmeno
concentrazione dell'apparato produttivo, che
potrebbe essere una certa razionalizzazione della
produzione, ma semplicemente concentrazione
finanziaria.
Nel 2006 gli IDE sono
cresciuti del 34% su scala mondiale. Le operazioni
di acquisizioni e fusioni, secondo un rapporto dell’UNCTAD,
organo delle Nazioni Unite che analizza il commercio
e lo sviluppo dell'economia internazionale,
"costituiscono una larga parte dei flussi degli IDE".
La
crescita più accentuata è stata nei paesi più
sviluppati con un 48%. Gli Stati Uniti riprendono il
loro primo posto come primo paese destinatario degli
investimenti esteri; superando la Gran Bretagna che
era in testa nel 2005. L'Unione Europea, considerata
nel suo complesso, continua ad essere la più grande
regione di destino degli IDE pesando per il 45% sul
totale.
Nella classificazione dell’UNCTAD, i paesi
destinatari degli IDE si dividono in tre grandi
gruppi: Paesi sviluppati, Paesi in via di sviluppo,
Europa sud-orientale e CSI (Comunità degli Stati
Indipendenti, cioè i paesi che componevano l’Urss
esclusi i tre stati baltici). Se globalmente gli IDE
hanno raggiunto i 1230 miliardi di dollari, i 2/3 di
questi, cioè 800 miliardi di dollari, sono finiti
nei paesi più sviluppati. I “paesi in via di
sviluppo” hanno visto decrescere la propria
importanza nell'ammontare complessivo degli IDE,
passando dal 38,67% nel 2004 al 36,46% nel 2005 fino
al 29,91% del 2006.
La
Cina ha richiamato, nel 2006, 70 miliardi di dollari
di IDE, l'India 9,5. L'Unione Europea 549 miliardi
di dollari.
Tirando le somme, un esame di alcuni degli aspetti
dell'economia mondiale più significativi ci dice che
la "forte crescita" che c'è stata e quella che ci
sarà, secondo gli economisti e i banchieri, non ha
portato e non porterà, nel complesso, nessun
miglioramento alle condizioni dei lavoratori. Le
nuove opportunità che la Cina e l'India offrono al
capitale finanziario mondiale, con lo sviluppo di
uno strato sociale privilegiato, minoritario, ma pur
sempre enorme in termini numerici, favoriscono la
dislocazione di parte delle produzioni dalla
madrepatria imperialista a questi nuovi mercati. Le
considerazioni che guidano queste "delocalizzazioni"
sono più la vicinanza di mercati di sbocco che il
livello bassissimo dei salari locali, specie nei
processi produttivi ad alta componente tecnologica,
dove l'importanza del "costo del lavoro" per unità
di prodotto è minima e da sola non compenserebbe le
difficoltà logistiche e organizzative di gestire una
fabbrica a migliaia di chilometri di distanza.
Ma
la crescita in paesi così popolosi di una piccola
borghesia, affamata di beni di consumo, che può
rappresentare un decimo della popolazione totale,
significa già più di 200 milioni di "clienti".
L'imperialismo trova così nuovi punti d'appoggio e
rafforza una certa "stabilità".
Si
rafforzano, con la "stabilità", i tratti reazionari
dell'epoca imperialista; il dominio del capitale
appare incontrastato, le classi dirigenti si sentono
sicure, tutto il cammino storico dell'umanità appare
concluso con il capitalismo, la prospettiva di una
società radicalmente diversa, del socialismo, viene
cancellata dai programmi politici di gran parte dei
paesi imperialisti anche solo come riferimento
formale o rituale.
Politica
internazionale nel segno della reazione
Anche la politica internazionale riflette, da tempo,
il clima reazionario generato dalle condizioni di
“stabilità” economica. Il crollo dell’Unione
Sovietica lo ha accentuato ulteriormente.
Basta scorrere le cronache della politica estera
degli ultimi mesi per avere una conferma di questo
giudizio.
I
giornali hanno svelato una “curiosità”: l’aereo
privato di Putin, tempestato di oro e pietre
preziose, ornato della vecchia aquila imperiale
degli zar, fornito di icona d’epoca e di sacre
scritture. Uno scoop da paparazzi, certo, ma
anche il segno di una trasformazione profonda dei
rapporti sociali in atto nei territori dell’ex Urss,
trasformazione che contribuisce da tempo a dare il
“tono” alle relazioni internazionali.
Tra
i segni più evidenti del carattere prevalentemente
reazionario della congiuntura politica
internazionale c’è senza dubbio l’influenza dei
movimenti religiosi. In Medio Oriente, ma anche
nelle periferie delle grandi città europee, tra gli
immigrati che provengono da paesi di tradizione
musulmana, le correnti dell’islamismo politico
rafforzano la propria influenza presentandosi nello
stesso tempo come difensori delle masse povere e
come custodi di tutti i pregiudizi religiosi più
retrogradi. Questo fenomeno, tra l’altro, ne
rafforza uno di segno uguale e contrario, rendendo
le correnti che rivendicano il cristianesimo come
segno di identità europea, più aggressive e
intolleranti. Anche i nazionalismi, non di rado
aggravati dal razzismo, hanno riacquistato
particolare vigore nelle regioni dell’Europa
orientale e dell’ex Unione Sovietica, attizzati
spesso dalla grande stampa quando non dagli stessi
governi.
L’imperialismo sa
distruggere ma non sa costruire
Con
le guerre balcaniche e, successivamente, con quella
dell’Afghanistan e quella contro l’Iraq,
l’imperialismo si è dimostrato particolarmente
incapace di costruire qualche cosa o anche solo di
ricostruire quello che aveva distrutto o che aveva
contribuito a distruggere. E’ un fatto che, se verrà
confermato dagli anni a venire, segna un’ulteriore
involuzione del sistema capitalistico mondiale verso
la barbarie: un altro tratto reazionario della
politica internazionale dei nostri tempi. Gli enormi
mezzi finanziari di cui dispongono gli Stati Uniti e
le altre potenze imperialistiche sono stati
impiegati con pieno successo nell’arte della
distruzione di vite umane, di strade, di ponti, di
ospedali, di fabbriche e di scuole, ma non hanno
consentito una “ricostruzione” che si avvicinasse
neanche minimamente a quella che la propaganda
bellica prometteva. In Iraq, dove l’amministrazione
Bush si appresta a inviare altri 21mila uomini, le
aziende americane, chiamate dal governo, hanno
divorato risorse economiche immense senza restituire
alla popolazione nemmeno l’ombra del sistema
sanitario precedente.
In
compenso, l’Iraq “pacificato” è diventato il terreno
di scontro delle potenze regionali, in primo luogo
l’Iran e la Siria, che si affrontano per il tramite
di gruppi armati locali, sciiti o sunniti. Oltre a
questa guerra per procura, alla quale comunque è
lecito supporre che non sia estranea neanche la
realpolitik di qualche potenza Occidentale, si
intrecciano e si sovrappongono mille faide di mafie
locali e signori della guerra, le cui truppe
aumentano con la miseria della popolazione.
In
questa vera e propria trappola, che segna in modo
particolare il fallimento della politica di Bush,
ogni giorno muoiono decine di persone, uccise dagli
attentati, dagli scontri militari o dalle epidemie.
La popolazione americana è sempre più ostile al
proseguimento dell’occupazione dell’Iraq e il
governo incontra l’ostilità di un numero sempre
maggiore di soldati. Seguendo le orme del tardo
impero Romano, il governo di Washington è costretto
a servirsi di un numero crescente di eserciti
“privati”, cioè di truppe mercenarie.
Nonostante il fiasco di una guerra il cui obiettivo
dichiarato era di “esportare la democrazia”,
l’apparato militare americano è impressionante. Nel
1995 il budget militare degli USA rappresentava un
terzo di quello mondiale; oggi ne rappresenta la
metà.
L’ordine del mondo capitalistico poggia
sull’egemonia di questo monopolio
militare-industriale.
Illusioni europeiste
La
supremazia di una grande potenza non significa la
paralisi delle relazioni internazionali. Queste sono
soprattutto il riflesso di forze economiche in
continuo movimento e la cui crescita diseguale rende
impossibile ogni assetto duraturo. A tutti i livelli
dei rapporti tra stati il grande capitale cerca di
servirsi degli apparati di potere per conquistare
nuovi mercati a scapito di altri concorrenti. Questo
genera conflitti, tensioni, negoziati, etc.
Negli ambienti di una certa sinistra riformista si è
rafforzato da tempo, un europeismo che si vuole
contrapporre allo “strapotere” statunitense.
Molti di questi sostenitori dell’Europa-potenza
hanno rinnegato il loro passato pacifista e
caldeggiano ora un vero esercito europeo, per
“bilanciare” la forza militare americana nello
scenario mondiale.
I
lavoratori europei non hanno nessun interesse ad
appoggiare simili disegni. La caduta delle barriere
doganali e la possibilità di circolare liberamente
nei paesi dell’Unione Europea rappresentano
indubbiamente un progresso, ma questo non significa
che si debba favorire la nascita di un altro colosso
imperialista. Una nuova superpotenza forse
“bilancerebbe” quella americana, ma molto più
probabilmente ci si accorderebbe, per spartirsi il
mondo e per sfruttare ancora di più le risorse
naturali dei paesi più poveri e le loro immense
riserve di forza-lavoro.
Questa accoppiata di gendarmi planetari non
tratterebbe i “propri” lavoratori meglio di quanto
già fanno i gruppi capitalistici dei singoli paesi
europei o, peggio ancora, degli Stati Uniti.
Al
di là dei sogni e delle illusioni della sinistra
“europeista”, la realtà del Vecchio Continente è
quella di una integrazione economica che si è spinta
molto avanti rispetto al passato, ma che è il
risultato di un comune interesse dei vari gruppi
capitalistici nazionali ad allargare i propri
mercati. Per il resto questi gruppi sono e rimangono
tedeschi, inglesi, francesi e italiani prima
che…europei.
Non
c’entra il patriottismo, ideologia alla quale la
grande borghesia non crede più da tempo. Il fatto è
che gli interessi internazionali di questi grandi
gruppi sono più spesso in contrasto di quanto siano
in armonia. Di conseguenza, il vecchio armamentario
degli stati nazionali, con le loro leggi, i loro
apparati amministrativi più o meno “addomesticati”,
i loro eserciti e le loro polizie, la loro politica
estera, rimane, realisticamente, la migliore tutela
delle posizioni acquisite.
Attualmente l’Unione Europea è un involucro al cui
interno si muovono tanto i contrasti tra le potenze
più forti: Inghilterra, Germania e Francia, quanto
le manovre per sfruttare tali contrasti da parte di
potenze più deboli come l’Italia o la Spagna.
L’allargamento ad Est, che vede quest’anno
l’ingresso della Bulgaria e della Romania, non
significa in alcun modo l’elevazione delle ex
“Democrazie Popolari” al livello dei paesi europei
più ricchi. Significa invece l’apertura definitiva
di un ampio campo di speculazione e di sfruttamento
a vantaggio delle banche tedesche, francesi o
italiane e dei gruppi industriali di questi stessi
paesi. Una situazione in cui anche le borghesie
dell’Europa orientale hanno da guadagnare, ma a
spese dei lavoratori della regione.
Libano, altro
focolaio di guerra
Lo
scorso 2 febbraio il generale Claudio Graziano ha
assunto il comando delle forze delle Nazioni Unite
inviate in Libano (Unifil). Quello italiano è il
contingente più numeroso, con circa tremila uomini.
L’attacco di Israele al territorio libanese è
avvenuto quando il governo di centrosinistra si era
da poco insediato in Italia. La politica estera
della coalizione guidata da Prodi ha così avuto un
primo terreno di prova. Alle prime notizie dei
bombardamenti, ufficialmente motivati con il
rapimento di due soldati israeliani da parte delle
milizie di Hezbollah, e alle prime immagini delle
distruzioni e delle vittime nei quartieri delle
città libanesi di confine, il neo-ministro D’Alema
ha dato prova di tutto il suo coraggio definendo
“esagerata” la reazione del governo israeliano. Con
questa prova di servilismo nei confronti del governo
Bush che aveva esplicitamente “autorizzato” l’azione
militare, il nuovo esecutivo italiano ha mostrato
quanto poco si distinguesse da quello precedente sul
terreno della politica estera.
L’invio di truppe ONU, fortemente caldeggiato dal
governo italiano, ha offerto a D’Alema e soci un
teatro in cui poter recitare il ruolo di grande
potenza. Il Centrosinistra si è preso gli elogi
dell’Amministrazione americana, del governo di
Gerusalemme, di quello libanese e perfino di
Hezbollah. Tutta questa fiducia è arrivata
naturalmente quando le distruzioni e i morti c’erano
già stati e i carri armati israeliani si stavano
ritirando dal Libano.
In
Italia si è presentata questa nuova avventura
libanese come un’impresa militare… di
centrosinistra, contrapposta a quella in Iraq,
voluta da Berlusconi. Ci si dimentica che la
commedia della politica parlamentare diventa
tragedia appena varca i confini nazionali e si
proietta in focolai di guerra come quelli del Medio
e del Vicino Oriente. Questo non è meno vero per il
Libano che per l’Iraq.
Il
Libano, per i tradizionali legami della sua classe
dirigente con il mondo Occidentale, è il concorrente
naturale di Israele nella regione. La politica
israeliana ha sempre teso, di conseguenza, a
combattere tutte le correnti politiche libanesi che
potevano in qualche modo minacciare la propria
supremazia.
L’uccisione in un attentato di Rafic Hariri, nel
febbraio del 2005 fu il segnale della rottura di una
fragile tregua fra i vari clan politici in cui si
divide la borghesia libanese, in particolare tra
quelli legati alla Siria e quelli legati all’Arabia
Saudita e alle potenze occidentali. Hariri era stato
primo ministro dal 1992 al 1998 e dal 2000 al 2004 e
della sua morte furono immediatamente incolpati i
servizi segreti siriani. L’attuale primo ministro,
Fouad Siniora, appartenente allo stesso clan di
Hariri, è un economista con una lunga esperienza nel
mondo finanziario e stretti legami con gli ambienti
delle grandi banche americane ed europee.
Il
ruolo giocato da Hezbollah durante e dopo il
conflitto con Israele ne ha accresciuto enormemente
la popolarità. Il “Partito di Dio”, le cui milizie
hanno saputo tener testa al più temibile esercito
della regione e che hanno sostituito le istituzioni
governative nell’assicurare soccorsi, cibo e
medicinali alle popolazioni colpite, ha avuto propri
ministri nell’attuale governo, ma ora ne reclama le
dimissioni, mobilitando centinaia di migliaia di
persone in una Beirut sotto stato d’assedio.
Una
situazione che sembra scivolare verso una nuova
guerra civile. Una vera trappola per le truppe ONU e
quindi anche per quelle italiane.
L’Italia nelle
correnti della politica e dell’economia mondiali
L’imperialismo italiano è pienamente inserito nelle
grandi correnti dell’economia e della politica
mondiale.
La
classe dirigente italiana condivide con quella di
tutte le grandi potenze la stessa attitudine
predatoria, lo stesso utilizzo dello strumento
militare, la stessa ipocrisia per nascondere la
sostanza imperialista della propria politica estera.
Accade così che torni di moda il vocabolario della
diplomazia ottocentesca. D’Alema parla di
“prestigio” della Nazione. E si vanta del “rispetto”
che l’Italia suscita ora nel mondo.
Il
“prestigio” dell’Italia esige un forte contingente
in Libano, il “prestigio” esige di non venir meno ai
propri doveri in seno all’alleanza Atlantica.
Questo torrente di buoni sentimenti patriottici
frutterà forse qualche appalto in più per le imprese
italiane. Intanto, comunque, l’industria bellica
riceve un nuovo impulso.
Il
ministro della Difesa, Parisi, intervistato da
“Famiglia Cristiana”, dice: “Il governo
precedente riconosceva a parole la sicurezza e la
difesa come obiettivi primari, ma poi nei fatti,
nonostante i ripetuti allarmi, distruggeva il
bilancio tagliando pesantemente le risorse”. La
Finanziaria attuale “ha corretto questa tendenza,
portando la percentuale del PIL dedicata alla Difesa
dallo 0,84% del 2006 allo 0,96% del 2007”.
Ma le ambizioni belliciste del “nostro” Ministro non
finiscono qui. Parisi intende infatti allinearsi al
più presto alla media europea che sarebbe di 1,41%.
Anche la politica economica si armonizza
completamente con quella ricordata di tutti i paesi
imperialisti. Il taglio alle spese sociali e l’uso
del budget statale per “aiuti” di vario tipo al
padronato contrassegnano tanto il periodo del
Centrodestra al governo quanto i primi mesi del
Centrosinistra.
L’attacco al sistema pensionistico e lo “smobilizzo”
del TFR sono figli di questa stessa logica.
Nel
caso del TFR, i grandi gruppi finanziari hanno
ottenuto lo smobilizzo di questa massa salariale che
rivendicavano da tempo. La loro è stata una vittoria
a metà perché, a loro volta, sindacati e
imprenditori hanno ottenuto di poter gestire questa
stessa massa di denaro attraverso i fondi
pensionistici chiusi, aziendali o di
categoria, nei cui consigli di amministrazione
siedono rappresentanti del padronato e delle
confederazioni sindacali, fondi che godono di
particolari agevolazioni fiscali.
Si
tratta indubbiamente di una delle pagine più
vergognose della storia del movimento sindacale
italiano: CGIL, CISL e UIL, dopo aver assecondato
attivamente lo smantellamento del sistema
previdenziale retributivo, dal 1995 in poi,
hanno collaborato a preparare il terreno alla
previdenza complementare privata, in parte gestita
da loro stessi, dato che i lavoratori di più recente
assunzione potranno avere dall’INPS, al massimo, un
60% della loro retribuzione normale. Nell’insieme si
tratta di un attacco alle condizioni di vita della
classe lavoratrice di cui non si è ancora percepita
diffusamente l’esatta portata. Invece, se il mondo
del lavoro non riuscirà ad imporre delle
contromisure, si prepara una generazione di anziani
poveri come da decenni non si vedevano nei paesi più
industrializzati.
Lenin scriveva, descrivendo le caratteristiche
sociali dell’epoca imperialista, che il capitalismo
moltiplica le divisioni tra lavoratori, riuscendo
perfino a beneficiare della collaborazione e, più
spesso, dell’indifferenza dei settori
momentaneamente più garantiti nell’attaccare
le condizioni di lavoro di quelli che hanno meno
tutele o meno forza contrattuale. Nel caso delle
varie riforme della Previdenza pubblica,
succedutesi fino ad oggi, il padronato e i suoi
complici più o meno consapevoli si sono appoggiati
sui lavoratori più anziani, toccati molto meno dagli
effetti di questo processo, per colpire quelli più
giovani.
Le forze del lavoro
L’economia nazionale non è che una parte di quella
mondiale. Ne subisce quindi tutte le spinte e le
brusche decelerazioni. Naturalmente, come ci ha
insegnato Trotskij, dire che l’economia di un paese
è la parte di un tutto più grande non
significa dire che ne è l’esatta riproduzione in
scala ridotta.
Permane la struttura tipica del capitalismo
italiano, fatta di una rete di piccole e medie
aziende, permane il gap con paesi come la
Germania e la Francia per quanto riguarda indicatori
come le spese per ricerca e sviluppo in rapporto al
PIL, permane l’addensamento delle produzioni in
settori meno qualificati tecnologicamente, permane
un grado di inefficienza dell’apparato burocratico e
della giustizia, una farraginosità delle norme e
delle leggi, un degrado delle infrastrutture viarie
e urbanistiche, che segnano una differenza
considerevole con i paesi europei più sviluppati.
Nonostante tutto questo, però, il capitalismo
italiano continua a far profitti. La vera fisiologia
del sistema capitalistico è colta solo in parte
dalle cifre delle statistiche ufficiali e dalle
analisi degli economisti.
Per
quanto riguarda ciò che ci interessa più
direttamente, vale a dire la consistenza numerica
della nostra classe sociale, possiamo dire che il
numero complessivo dei lavoratori salariati non è
diminuito negli ultimi anni.
Per
i lavoratori dell’industria si può parlare non tanto
di una riduzione del loro numero quanto di una loro
ridistribuzione in unità produttive più piccole.
Secondo uno studio della FIOM, l’occupazione delle
grandi imprese manifatturiere è scesa di 14 punti
percentuali dal 2000 alla prima metà del 2006. Nel
suo insieme, però, la massa dei lavoratori
dipendenti è aumentata. Secondo il Censis, si
è passati dai 13 milioni e 200 mila del 2000 ai 14
milioni e 500 mila del 2005. Vi è inoltre un vero e
proprio inganno statistico dovuto ai criteri di
classificazione delle prestazioni lavorative, per
cui spesso risultano addetti ai servizi (quindi
inseriti nel terziario) operai che sono
impegnati in attività manuali dentro le fabbriche.
Tutto questo porta indubbiamente a dei problemi in
ordine alla possibilità di organizzazione della
classe lavoratrice, storicamente facilitata dalla
grande concentrazione e dall’inquadramento sotto
un’unica catena di comando aziendale. In ogni
caso, nonostante intellettuali e sociologi più o
meno accreditati tentino da anni di convincerci che
non esiste più la vecchia classe operaia e che il
terziario elabora rapporti di lavoro nuovi, non
riconducibili al classico rapporto padrone-operaio,
i fatti, puntualmente li smentiscono.
La
base sociale per una politica operaia e per un
partito operaio si mantiene stabile. La prospettiva
di un tale partito non è l’impossibile richiamo a un
passato che non ritorna, è la risposta a una
necessità politica che è nelle cose. L’incremento
della precarietà nei rapporti di lavoro subordinato
non toglie niente a questa necessità ma la rafforza.
La “nuova” politica
del governo Prodi
La
classe operaia ha mostrato la propria disillusione
nei confronti del Centrosinistra, in modo plateale,
in occasione dell’assemblea di Mirafiori dello
scorso 7 dicembre. Quando gli operai FIAT hanno
duramente contestato i segretari nazionali della
confederazioni sindacali che erano venuti, in
sostanza, a cercare il loro appoggio alla politica
economica del governo Prodi, compreso il
prolungamento dell’età pensionabile, hanno dato voce
all’insoddisfazione di tutto il mondo del lavoro.
Più
silenzioso, ma sicuramente più esteso e più
profondo, il malcontento dei lavoratori dopo aver
visto le buste paga di gennaio. Quelle che, secondo
la propaganda governativa, avrebbero dimostrato nei
fatti chi ci avrebbe guadagnato dalle scelte del
governo in materia di indirizzi economici. In un
articolo apparso sulla Stampa del 31 gennaio,
un giornalista si domandava come fosse stato
possibile che tutti avessero creduto alla
redistribuzione delle ricchezze a vantaggio dei più
deboli di cui si parlava e si scriveva fino a quel
momento. Bastava fare due conti per capire che non
era vero, ma “L’Unione ha fatto miracoli nella
comunicazione dei contenuti della Finanziaria”
soffiando il primato a Berlusconi nella specialità
di darla a bere alla gente.
Nel
frattempo il dibattito politico all’interno del
Centrosinistra si concentrava sulla costituzione di
un nuovo partito democratico che dovrà assorbire
varie componenti dell’attuale alleanza di governo, a
cominciare da Margherita e DS. Questo ha causato dei
contraccolpi all’interno del partito di Fassino: la
sinistra interna, quella dei Salvi e dei Mussi, ha
cominciato a puntare i piedi e a parlare di
scissione. E’ difficile dire se nei prossimi mesi
assisteremo anche alla nascita di un altro partito
“socialista” ma lo scenario che si prepara sembra
proprio questo. Mussi e i suoi insistono sulla
necessità di non abbandonare il riferimento al
socialismo. Su questo terreno, giocando più
sull’immagine che sulla sostanza, hanno
indubbiamente qualche carta buona da giocare e da
far valere nell’elettorato di quello che fu il PCI.
La
fortuna elettorale di questo ipotetico partito
socialista di nuovo conio, in ogni caso, non potrà
essere il criterio per giudicarne il contenuto
politico. Quello che si può capire fin da ora,
infatti, è che il “socialismo” di Mussi e dei suoi
amici non è tanto migliore della “democrazia” di
Fassino e Prodi.
La
lunga decomposizione del vecchio partito stalinista
ha dato luogo a nuove crisi anche nel partito di
Bertinotti. In questo caso si sono avute due
scissioni motivate dall’ingresso di Rifondazione
al governo.
Per
la tradizione politica a cui dicono di riferirsi,
questi due “pezzi” di Rifondazione Comunista
ci appaiono più vicini e la loro evoluzione più
interessante. Ambedue infatti dicono di rifarsi al
trotskismo, quindi ad una eredità politica nella
quale anche noi ci riconosciamo.
Naturalmente è presto per dare un giudizio
definitivo su questi due gruppi. Possiamo solamente
augurarci che si liberino rapidamente dall’illusione
di essere già un “partito” e comprendano che un
partito operaio oggi in Italia potrà essere
solamente il risultato di anni e anni di lavoro
duro, costante e controcorrente. Un lavoro che non
si può basare sulla “visibilità” televisiva e che
non può essere surrogato dal formalismo burocratico.
Per che cosa bisogna
battersi
Il
nostro gruppo di militanti si batte per la
prospettiva di un tale partito. Nel proclamare
questo obiettivo non siamo soli. Altri
raggruppamenti più o meno grandi o influenti lo
fanno. Il particolare punto di vista che difendiamo
ci distingue però in almeno due aspetti. Dal punto
di vista programmatico, perché consideriamo
l’esperienza della Rivoluzione d’Ottobre e
dell’Internazionale Comunista, compresa la loro
successiva difesa dalla reazione stalinista da parte
di Trotskij, come l’eredità politica più importante
che la storia del movimento operaio ci abbia
lasciato. Inoltre, dal punto di vista del metodo di
lavoro, perché pensiamo che occorra misurarsi
costantemente con la necessità di un intervento
nella classe lavoratrice, intesa nella sua totalità,
senza pregiudiziali distinzioni tra “avanguardie” e
tutto il resto o tra iscritti a questo o a quel
sindacato. Inoltre siamo convinti che un partito
rivoluzionario non possa formarsi attraverso gli
intrighi e le mediazioni sottobanco tipici della
politica parlamentare borghese. Le forze su cui
possiamo contare sono la coerenza ai nostri
principi, la convinzione della loro giustezza, la
risolutezza e l’ostinazione nel difenderli e
propagandarli, la costanza di un impegno che ci
vedrà andare necessariamente controcorrente per un
lungo periodo.
Questa impostazione ci porta mille miglia lontano
dai riflettori della politica “ufficiale” ma ci
spinge ad un contatto stretto con i lavoratori, i
loro problemi, le loro preoccupazioni quotidiane. Ci
consente soprattutto di guadagnarne la fiducia e la
stima.
Per
questa via potremo svolgere, nella misura delle
nostre forze, un ruolo concreto nell’incoraggiare e
organizzare nuove lotte del mondo del lavoro.
A
questo proposito bisogna dire che se è giusto
difendere la prospettiva di una lotta generale di
tutti i lavoratori, come unica via per un
miglioramento reale delle condizioni di vita della
la maggior parte della popolazione, non bisogna per
questo ignorare o scoraggiare le lotte parziali, di
una categoria, di una fabbrica, di una città.
L’opposizione della classe lavoratrice alle pretese
padronali, alla chiusura di una fabbrica, ai
licenziamenti, etc., deve sempre vedere il sostegno
dei militanti rivoluzionari. Noi lavoriamo per
l’unità dei lavoratori e per battaglie
generalizzate, ma queste parole d’ordine saranno più
comprensibili se saranno difese da quanti, nello
stesso momento, si occupano di far riuscire nel modo
migliore uno sciopero anche se indetto per uno scopo
particolare e limitato e sentito solo da un settore
determinato di lavoratori. (top)
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CONFERENZA D'ORGANIZZAZIONE 2003
DOCUMENTO
POLITICO
Una ripresa che porta in grembo nuovi conflitti e nuove crisi
Per quanto varie voci ne abbiano sottolineato la fragilità, la ripresa dell’economia americana è ormai considerata un fatto indiscutibile dai maggiori centri di analisi economica e dai più accreditati specialisti.
L’andamento del capitalismo americano ha una enorme importanza per l’economia mondiale. Basti pensare che, dal 1995 a oggi, i due terzi dell’aumento mondiale della ricchezza si sono prodotti negli Stati Uniti.
La cosa che però ci interessa più da vicino è che si trattadi una “jobless recovery”, come la definiscono i giornali americani, cioè una ripresa che non crea posti di lavoro.In agosto, mentre si correggevano al rialzo tutte le stime sulla crescita economica, le statistiche registravano per il settimo mese consecutivo una diminuzione di posti di lavoro.
(1)
Se qualche cosa insegna la rimessa in movimento della “locomotiva” americana è che i lavoratori non possono aspettarsi niente dai meccanismi spontanei dell’economia capitalista.
(2)
L’Unione Europea nel suo insieme stenta ad agganciarsi alla ripresa. Se per gli Usa i pronostici sono di una crescita attorno al 4 o al 5 per cento nel 2003 e nel 2004, per i paesi dell’Unione si parla di un incremento dello 0,50 per cento nel 2003 e di un 1,5nell’anno successivo.
Nel corso dell’anno, spinti dallo spettro della crisi, i governi dei paesi un tempo all’avanguardia nella difesa intransigente del trattato di Maastricht, hanno messo all’ordine del giorno l’allentamento parziale dei vincoli che questo impose sul deficit pubblico. Germania e Francia hanno in sostanza messo in discussione uno degli dei dell’Olimpo di Maastricht: il “patto di stabilità”.
In questo come in altri casi la borghesia “riscopre” il ruolo dello stato come fattore propulsivo dell’accumulazione capitalistica. La maschera liberista sembra passare di moda e si fanno insistenti i richiami “all’interesse nazionale” come valore preminente rispetto al principio della libera concorrenza.
Anche la “globalizzazione” comincia ad essere trattata in modo più critico. La conferma più chiara di questo cambiamento di vento la si ha nel rapporto dei paesi più ricchi con la Cina.
Dopo averne elogiato per anni l’apertura progressiva al mercato mondiale, facendone un modello di riscatto dal sottosviluppo attraverso la “globalizzazione” dei rapporti economici, la Cina incontra ora una crescente ostilità in determinati settori della borghesia americana ed europea. La si accusa di “concorrenza sleale”, si invoca la protezione dello stato o delle istituzioni internazionali contro il “dumping sociale” o si dichiara puramente e semplicemente che non si vuole farsi sottrarre quote di mercato dall’aggressiva borghesia dagli occhi a mandorla.
(3)
I paesi arretrati possono contare sulla “benevolenza” delle grandi potenze fintanto che aprono le loro porte alle incursioni dei grandi gruppi industriali, delle grandi banche, dei giganti della speculazione finanziaria americani, inglesi, giapponesi, tedeschi o italiani che siano. Quando però da semplice mercato di sbocco o da semplice piattaforma per la costituzione di nuove filiali di imprese straniere questi paesi cominciano a sviluppare una propria industria e a divenire concorrenti l’atteggiamento nei loro confronti cambia.
È una storia che si è già ripetuta altre volte ma le dimensioni geografiche e la popolosità di paesi come la Cina o l’India rendono il contrasto con l’insieme dei paesi imperialisti (cioè capitalisticamente più sviluppati) in prospettiva molto più drammatico.
(4)
Nel complesso dell’economia mondiale, l’immediato futuro vedrà ragionevolmente una crescita differenziata del Pil tra un’Asia molto dinamica, un Nord America sostenuto e un’Europa quasi stagnante o in movimento a passo di tartaruga.
Non sembra che qualche briciola dei benefici della ripresa possa andare all’Africa. L’economia capitalistica ha condannato questo continente alla fame, alle malattie e alle barbarie delle guerre civili.
(5)
Nel corso degli ultimi anni si è rafforzata più che la “globalizzazione”, definizione che lascia intendere una pura e semplice estensione dei rapporti economici di ogni paese con tutti gli altri, “l’insularità” delle maggiori economie. In altri termini ogni paese sviluppato svolge una parte sempre maggiore del proprio commercio esteso all’interno di “un‘isola” economica formata da più paesi. L’Ue è una di queste “isole” al cui interno ogni paese membro riversa mediamente il 60% delle proprie esportazioni.
Il mercato mondiale è quindi in realtà un “arcipelago” di “isole” economiche composte dai paesi più ricchi o da questi e le loro “periferie”.
Il commercio mondiale è fortemente concentrato nelle aree economiche più sviluppate. Inoltre il ruolo delle grandi multinazionali è enorme. Si calcola che un terzo delle esportazioni di tutto il mondo sia in realtà movimento di manufatti o servizi all’interno di singole imprese internazionalizzate di dimensioni gigantesche che suddividono il proprio ciclo produttivo in tutto il pianeta. Le prime 100 multinazionali sono in gran parte europee (53) o americane (23).
Gli investimenti diretti all’estero, che dovrebbero essere rivelatori delle uguali opportunità offerte dalla “globalizzazione”, si concentrano in realtà su un’area limitata del pianeta. Tra il 1990 e il 2001, secondo le Nazioni Unite, l’80% degli investimenti in uscita o in entrata hanno interessato Stati Uniti, Canada ed Europa Occidentale.
La crisi irachena mette a nudo il contenuto della politica internazionale
L’America ha ribadito con i fatti il suo ruolo di gendarme mondiale.
Henry Kissinger, prima dell’attacco anglo americano all’Iraq, metteva in guardia l’Europa occidentale da un eccessivo disaccordo con gli Stati Uniti. L’Europa, scriveva Kissinger, “deve prendere sul serio il fatto che il tentativo americano di dare forma a un nuovo ordine mondiale riflette un senso di responsabilità globale e non l’orientamento di questo o quel leader”. (La Stampa, 01/12/02).
L’ex segretario di stato americano sottolineava, ancora una volta, gli elementi di “continuità” della politica estera dell’imperialismo statunitense, indipendentemente dalla leadership in carica.
Il “senso di responsabilità globale” di cui parlava Kissinger è sostenuto in concreto da un apparato militare che è attualmente senza confronti. Il “budget” militare di Washington valeva, nel 2000, 280,6 miliardi di dollari secondo i dati del Sipri, un’agenzia internazionale specializzata nell’analisi delle spese per armamenti.
(6)
Seguendo la classifica fornita da questa stessa fonte, bisogna sommare la spesa militare dei successivi 11 paesi per arrivare ad eguagliare l’ordine di grandezza di quella americana. Se si prendono in esame i paesi europei, si arriva a 133,5 miliardi di dollari mettendo insieme Francia, Gran Bretagna, Germania e Italia. Per arrivare alla metà degli Stati Uniti bisogna aggiungere la Spagna e per raggiungere un 70% bisogna conteggiare Turchia e … Russia.
Ma l’Unione europea, di cui si parla a volte anche come “potenza” unitaria, è ancora molto lontana da un grado di integrazione tra le singole forze armate nazionali che la rendano un possibile “contrappeso” della superpotenza americana.
La campagna irachena, per l’imperialismo americano, è stata l’ennesima occasione per mostrare al mondo la propria invincibilità. Il dopo guerra però si è dimostrato molto più difficile da gestire.
Nel fumo degli attentati suicidi si perde anche l’illusione di un Iraq “democratico” messo in piedi dalle forze di occupazione. Quello che, secondo la retorica di Bush, avrebbe dovuto essere un “paese modello” per tutto il Medio Oriente è divenuto la dimostrazione vivente del baratro in cui possono precipitare tutti i popoli arabi a causa della politica imperialista.
La miseria, il brigantaggio, le malattie, una guerra civile strisciante sono il “dividendo della pace” del popolo iracheno.
La tracotanza americana ha accentuato i contrasti tra gli stati europei. Alla cieca fedeltà del governo inglese si sono accodati la Spagna, l’Italia, la Polonia.
La Francia e la Germania ne escono con l’immagine di “pacifisti”. Con la speranza di potersela giocare in seguito nel rapporto con la futura classe dirigente d’Iraq, e con i governi degli altri stati della regione.
Il gioco degli imperialismi tedesco e francese non è meno sporco di quello americano, è solo più ipocrita.
Gli anglo-americani controllano direttamente un’area cruciale del Medio Oriente assicurando posizioni di vantaggio in primo luogo alle proprie compagnie petrolifere e alle aziende impiantistiche. Ma questo avviene al prezzo di sacrifici sempre più intollerabili anche per la stessa opinione pubblica americana.
Anche l’idea di una pacificazione tra Israele e palestinesi che Bush aveva strombazzato come risultato necessario della “vittoria della democrazia” in Iraq è naufragata nella realtà di una guerra civile ancora più aspra, nelle crisi di governo dell’Autorità nazionale palestinese, nella costruzione di un muro di cemento che dovrebbe costringere il popolo palestinese in una sorta di enorme campo di prigionia.
I dissidi tra paesi europei che la guerra anglo-americana contro l’Iraq ha svelato, fanno sentire il proprio effetto anche nella definizione di un nuovo assetto istituzionale dell’Unione e di una sorta di “costituzione europea” che dovrebbe essere approvata nel maggio del 2004.
La bozza di “costituzione” europea, partorita dopo 16 mesi di fatiche della Convenzione per le riforme presieduta da Giscard D’Estaing è stata significativamente salutata dal prestigioso settimanale inglese “The Economist” con una copertina nella quale, sopra un cestino di rifiuti è posta la frase: “Dove archiviare la nuova costituzione”.
Giuliano Amato, che ha lavorato alla stesura della bozza ha sottolineato che non si tratta di una Costituzione ma di un trattato fra stati.
Del resto, non ci può essere una vera Costituzione perché non ci può essere una vera unificazione politica – almeno a breve termine. Un accenno alla natura delle difficoltà che incontra l’unificazione politica europea lo ha fatto l’economista di area governativa Renato Brunetta che ha indicato nella diversità degli “interessi strategici” dei vari Paesi dell’Ue, lo scoglio principale. Tra questi interessi Brunetta menziona i “mercati di sbocco” e gli “approvvigionamenti di materie prime”.
Il governo e l’opposizione su uno stesso terreno sociale
Se nei confronti delle altre potenze l’Europa si mostra divisa, nei confronti dei lavoratori trova una unità completa. Così l’attacco alle condizioni di lavoro e al sistema previdenziale fa parte della politica governativa della borghesia continentale di qualunque colore.
Berlusconi si muove in questo scenario. Il suo atteggiamento risente delle sue origini: un po’ uomo di spettacolo e un po’ imprenditore senza troppi scrupoli e senza nessuna cultura. Tutto questo si presta ad attacchi fin troppo facili da parte dell’opposizione parlamentare edi molti giornalisti italiani e stranieri.
Resta il fatto che il “Cavaliere” e la sua coalizione si collocano su un terreno sociale che è ben difficile distinguere da quello del centro-sinistra.
Questa considerazione vale tanto per l’attacco alle pensioni, che prosegue la strada aperta dalle “riforme” di Amato e di Dini, quanto per le nuove leggi sul mercato del lavoro che si muovono sulla stessa linea iniziata da Treu, ministro del lavoro dell’Ulivo e per l’appoggio per quanto “critico”, alle varie missioni di polizia internazionale dell’imperialismo italiano.
Le parole con cui Berlusconi ha sollecitato gli ambienti del “business” americano a investire in Italia sono quasi le stesse pronunciate a suo tempo da D’Alema: “vantiamo la forza lavoro più flessibile d’Europa”. (7)
Il passaggio al sistema maggioritario ha reso la politica italiana, se possibile, ancora più torbida.
Vi è una politica per le grandi masse. Una politica “urlata” che si serve di propri strumenti come la televisione o certi quotidiani. In questo ambito lo scontro governo opposizione assume sempre la tragicità delle sceneggiate in cui non ci sono mezzi termini, né possibilità di compromessi.
Negli ambienti del mondo delle banche, delle grandi imprese, del ceto accademico, in una parola nei “salotti buoni” della borghesia, la musica è tutta un’altra. Qui gli uomini del centro-sinistra non possono usare la demagogia “sociale” con la quale ingannano i lavoratori e si mostrano apertamente come i più coerenti difensori degli interessi del grande capitale.
Per una politica indipendente della classe lavoratrice
La grande mobilitazione che, dopo anni di torpore, aveva unito un gran numero di lavoratori in difesa dell’art.18 è divenuta una pedina in un gioco che non ha niente a che fare con gli interessi del mondo del lavoro.
Da un lato la componente dei DS legata a Cofferati ha utilizzato il movimento dei lavoratori per acquistare più forza nel partito e nel centro-sinistra, e successivamente l’eco delle grandi mobilitazioni è servita a Cofferati stesso come trampolino di lancio nella battaglia politica, qualunque fosse la sorte del “correntone” a cui si era legato.
Nel frattempo veniva sempre più depotenziato il carattere rivendicativo e operaio del movimento, ottenendo così anche di tranquillizzare il padronato. Se ne faceva di fatto una componente innocua di un eterogeneo schieramento d’opposizione di cui si cercava il consenso elettorale.
L’operazione di Bertinotti, il referendum sull’art.18, è stato il tentativo di impadronirsi della rappresentanza politica della protesta dei lavoratori. È finita con una sconfitta elettorale che, paradossalmente, il leader di Rifondazione ha cercato di smerciare come test del grado di popolarità della propria politica. Non a caso il titolo di “Liberazione” il giorno dopo il referendum era: “Si ricomincia da 11 milioni di sì”. Ma invece di fare di questi la base di partenza, pur distorta, di una politica indipendente della classe operaia, Bertinotti si è apprestato a traghettare questi consensi nell’ambito di una nuova politica di collaborazione di classe in appoggio ai progetti elettorali dell’Ulivo.
Ognuno a caccia di una propria quota di “prestigio” nella litigiosa compagine dell’opposizione parlamentare al governo Berlusconi, i leaders della sinistra riformista non hanno badato a sacrificare la cosa più importante e preziosa: la fiducia nelle proprie forze che molti militanti operai avevano acquistato sulla base degli scioperi e delle mobilitazioni. Cioè la più solida base di qualsiasi movimento rivendicativo.
Da tutto questo bisogna trarre gli insegnamenti giusti. Non si tratta per i lavoratori di “tenersi fuori dalla politica” ma di sviluppare una propria politica indipendente.
Se la classe dei lavoratori salariati, che è quella che manda avanti l’economia e che produce ogni ricchezza riuscisse ad unirsi politicamente dando voce ai propri interessi nei confronti delle altre classi sociali che compongono la società, questo fatto, di per sé, costituirebbe una vera e propria rivoluzione politica che farebbe tremare le classi privilegiate.
(8)
Il primo gradino di questa politica è la coscienza di classe ma questa, a sua volta, ha bisogno di idee generali, di principi, di una visione di insieme dei rapporti sociali. Non si tratta di costruire dal niente tutto un patrimonio politico ma di impadronirsi di nuovo della tradizione del socialismo marxista.
Anche le lotte apparentemente più distanti dagli orizzonti del socialismo hanno bisogno di militanti operai che traggano forza da un sistema di princìpi e di convinzioni profonde.
Del resto, l’attacco al mondo del lavoro avviene, da parte della grande borghesia e dei suoi rappresentanti politici e “culturali”, evocando il pericolo dell’instabilità non solo per le singole aziende o per singoli rami produttivi ma anche dell’intera economia nazionale o – addirittura – europea.
Vi è quindi una dimensione “politica” della questione del lavoro, nel senso che delle condizioni in cui si svolge il lavoro salariato si occupano tutti gli strati della società a cominciare da quelli che traggono il maggiore vantaggio dal suo sfruttamento.
Abbiamo avuto modo di vedere quali frutti porti la visione politica della borghesia nella vicenda delle pensioni.
Dalla prima riforma Amato in poi, industriali, banchieri, economisti e anche gran parte dei vertici sindacali condividono uno stesso punto di partenza: il “costo” della previdenza è un peso da diminuire nel bilancio pubblico.
Le risorse per garantire delle pensioni che saranno comunque misere devono venire dagli stessi salari dei lavoratori.
Nessuno parla delle enormi quote di ricchezza che un operaio produce in 35 anni di lavoro e di quanto poco di questa ricchezza gli venga attribuita sotto forma di salario. nessuno dice in quale enorme misura si sia accresciuta la produttività per addetto negli ultimi decenni, nessuno è sfiorato neanche dal pensiero che sia il caso di “disturbare” i detentori di profitti i cui redditi pesano sempre di più rispetto alla massa salariale.
È chiaro che chi parla di economia non chiamando in causa i privilegi della borghesia se ne fa in un modo o nell’altro il difensore.
L’indipendenza della politica operaia significa proprio non arrestarsi di fronte ai privilegi della borghesia, non farsi intimorire dalla “scienza economica” che li maschera.
Ci sono tutti i presupposti economici, oltre a tutte le ragioni, perché i lavoratori rivendichino di andare in pensione ancora abbastanza giovani e con una indennità mensile rapportata alla retribuzione. Questo tra l’altro è un modo abbastanza concreto per difendere non solo il proprio tenore di vita ma la propria stessa esistenza. Non ci meraviglieremmo se la “speranza di vita”, il cui allungamento è diventato un argomento contro i lavoratori, si accorciasse sensibilmente in seguito al prolungarsi della vita lavorativa con l’esposizione ai rischi e il logoramento fisico che ne consegue.
Lo spezzettamento del mercato del lavoro di questi ultimi anni ha progressivamente tagliato fuori dalla contrattazione collettiva centinaia di migliaia di lavoratori, precari, interinali, immigrati. Questo fatto gioca interamente a favore del padronato ma non è una fatalità.
Nei contratti di categoria o in quelli delle aziende più grosse si può ottenere una trasformazione dei rapporti di lavoro precari in stabili a tempo indeterminato. Le conquiste contrattuali sono state spesso il preludio di norme estese a tutti i lavoratori.
La storia del movimento operaio conosce anche le forme organizzative attraverso le quali una massa di lavoratori precari o fluttuanti poteva essere unita e far valere il proprio peso.
Le “general unions” inglesi o anche le Camere del lavoro
(9) in Italia nacquero per organizzare lavoratori che non potevano essere inquadrati in nessuna unione di mestiere.
È anche sulla base di simili forme di organizzazioni che può prendere forza la rivendicazione di un SALARIO MINIMO VITALE garantito per qualunque mestiere, per quanto frequentemente si cambi.
Si tratta di unire ciò che il mercato tende a dividere e a contrapporre. È la più antica e fondamentale funzione dei sindacati che oggi trova, nell’integrazione economica europea, un alveo più ampio in un cui dispiegare la propria azione. Alla prospettiva di una perenne lotta tra lavoratori di diverse età, nazionalità e razza si deve contrapporre quella di una solidarietà di classe che superi tutti questi steccati.
Per un partito operaio
Ogni sciopero che, prolungandosi nel tempo, assuma una certa importanza, tende a generare uno strato di “militanti dello sciopero”. La conferma più recente viene dalle lotte che tra i primi di aprile e la metà di giugno hanno opposto varie categorie del pubblico impiego al governo Raffarin in Francia.
Se quel movimento non è riuscito ad impedire la “riforma delle pensioni”, ha però cambiato l’atteggiamento di molti lavoratori nei confronti dei problemi della propria categoria quando non di tutta la classe lavoratrice,
Questi lavoratori sono diventati non solo scioperanti o ascoltatori di discorsi in assemblea, ma essi stessi organizzatori di scioperi e assemblee e, spesso, promotori di un collegamento con altri settori del mondo del lavoro.
Un partito operaio non è tale se non riesce a collegarsi e quanto più possibile a fondersi con questo strato di lavoratori d’avanguardia.
Naturalmente per un piccolo gruppo di militanti il problema si pone in termini assai diversi, ma non è possibile immaginarsi la crescita in forza numerica e in capacità politiche di un tale gruppo al di fuori delle lotte, per quanto parziali, settoriali, limitate del mondo del lavoro.
Non si tratta solo di portare il proprio punto di vista in movimenti che si determinano al di fuori della nostra volontà, ma anche di spingere, per quanto possibile e senza cadere nell’avventurismo, perché in una fabbrica o in una categoria si organizzino praticamente delle lotte rivendicative o di difesa per gli obiettivi più sentiti dai lavoratori. In questo modo un gruppo di militanti marxisti non si limita a proporre “punti di vista”, ma opera concretamente per far crescere, con l’esperienza, la capacità organizzativa e la coscienza di classe dei lavoratori.
È chiaro che questa impostazione contrasta con il verticismo delle burocrazie sindacali. Ma nessuna considerazione sulla opportunità di militare in un sindacato
(10),assumendovi anche incarichi direttivi, può indurre dei militanti marxisti a privilegiare le relazioni di “buon vicinato” con la burocrazia sindacale rispetto al ruolo di esempio, di sprone e di stimolo tra i propri compagni di lavoro quando, in una lotta per un obiettivo condiviso da tutti, ogni energia in più può essere determinante.
Noi ci battiamo per una politica operaia e, dunque, per un partito operaio. Questo significa anche battersi a viso aperto, basandosi sulle proprie forze, per una nuova direzione rivoluzionaria del movimento operaio. Una tale battaglia non può essere condotta nel “marsupio” di una organizzazione riformista come “Rifondazione”, perché perderebbe di chiarezza e quindi di incisività in primo luogo nei confronti dei migliori militanti di questa stessa organizzazione.
Ma un partito o una direzione non si costruiscono solo con gli scioperi e le manifestazioni. Occorre una base politica generale: un programma. Il nostro programma è costituito dal grande patrimonio politico di generazioni e generazioni di militanti che hanno lottato con Marx ed Engels dalla metà alla fine dell’800, con Lenin e Trotskij nel corso della Rivoluzione d’ottobre e infine con Trotskij negli anni della reazione staliniana.
Gli intellettuali borghesi deridono questi riferimenti. “Roba vecchia”, dicono. Ma questo è semplicemente ridicolo in un’epoca in cui si difende l’esposizione del crocifisso negli uffici pubblici o in cui antichi pregiudizi razziali o nazionalisti vengono riproposti come cultura contemporanea.
Per noi è chiaro che chi non trae il massimo insegnamento dalla storia passata del movimento operaio, socialista, comunista, non ha nessuna possibilità di sviluppare una iniziativa dello stesso segno nel proprio tempo.
La definizione sufficientemente precisa dei propri riferimenti programmatici non significa un atteggiamento di disprezzo o di sufficienza nei confronti di quei militanti o di quelle correnti politiche del movimento operaio che non vi si identificano appieno. Noi rivendichiamo al marxismo la capacità di coniugare la coerenza ai principi con la condanna di ogni atteggiamento settario.
Tra le varie forze che si richiamano al marxismo è auspicabile il confronto più aperto e franco.
Vi sono però alcuni punti che giudichiamo importanti e pregiudiziali per stabilire qualsiasi tipo di collaborazione con altri gruppi e movimenti.
Questi sono: l’assunzione del marxismo come base della propria azione politica, la democrazia dei militanti come pratica organizzativa, l’orientamento della propria attività in primo luogo verso i lavoratori salariati. (11)
Questi caratteri saranno, secondo il nostro parere, i contrassegni distintivi di un futuro grande partito operaio.
Note:
- (1) Il rapporto annuale del “Census Bureau”, l’Istat degli Usa, racconta che il 12 % degli americani (35 milioni di persone) vive sotto la soglia della povertà e che negli ultimi dodici mesi sono circa 2 milioni i poveri in più. Precipita nell’area della povertà un numero sempre maggiore di famiglie bianche delle periferie delle aree metropolitane, vittime della perdita del posto di lavoro.
(top)
- (2) “La maggiore flessibilità nei tassi di scambio dei maggiori paesi ed aree economiche” auspicata nel documento conclusivo della recente riunione del G7 a Doha, il 20 settembre 2003, riflette soprattutto il tentativo di dare stabilità alla ripresa americana. Lo scopo della Federal Reserve è quello di ottenere una riduzione consistente del deficit di bilancio attraverso una politica commerciale più aggressiva che faccia da volano alla crescita dei consumi interni e che non lasci alla sola espansione della spesa militare, non più sostenibile in questa misura, il compito di produrre profitti. La leva monetaria è del resto un metodo tradizionale per imporre alle altre potenze imperialiste il peso dell’egemonia. I primi effetti economici già si fanno sentire: mentre in USA aumentano ancora Pil ed investimenti, in Eurolandia c’è calo della produzione e tendenza alla stagnazione.(top)
- (3) Attorno alla “concorrenza sleale” cinese si è alzato un gran polverone anche in Italia. È stata l’occasione per una campagna demagogica del ministro dell’
Economia, Tremonti, che ha cercato di collegarsi ai piccoli e medi industriali più “spaventati” dalla concorrenza dei tessuti e delle scarpe cinesi. Al forum tenuto a Prato il 18 ottobre 2003 ha rivendicato la necessità di introdurre nuovi dazi “per ripristinare condizioni sane in un mercato alterato”.Nel
Mezzogiorno si sono perfino avute delle “serrate”
organizzate dalle locali associazioni di piccoli e
medi industriali per protestare contro la
concorrenza dei prodotti cinesi(top)
- (4) Nel 2002 la Cina ha attratto quasi 53 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri, divenendo il primo paese nella importazione di capitali produttivi. Questo fatto contrasta con le capacità di consumo del mercato interno la cui crescita è molto inferiore a quella degli investimenti. In questo contrasto stanno le premesse di una crisi che potrebbe divenire esplosiva, trasmettendosi – attraverso il credito internazionale – al capitale finanziario di tutto il mondo. Ma, oltre a questo, c’è da dire che lo sviluppo di un capitalismo e di una borghesia, in Cina come in India, per quanto molto in ritardo rispetto ai paesi imperialisti, suggerisce inevitabilmente una “adeguata” politica estera. Ma in paesi delle dimensioni dell’India e della Cina, ogni passo in avanti che la classe dirigente compie nella definizione di una propria “sfera di interessi” regionale urta gli interessi dei paesi imperialisti e non può essere tollerato oltre un certo limite.(top)
- (5) L’Africa, e in particolare quella subsahariana, è teatro di una tragedia permanente e dalle dimensioni immani. Miseria, malattie e guerre civili flagellano la grande maggioranza della popolazione mentre prosegue indisturbato il saccheggio delle risorse naturali del continente ad opera delle compagnie americane ed europee.
Gran parte della popolazione africana vive con meno di due dollari al giorno. Nel 1997 il Pil pro capite (escludendo il Sudafrica) è sceso a 336 dollari contro i 525 del 1970 (calcolo in dollari del 1987). In Africa subsahariana vi sono quasi 30 milioni di sieropositivi. Scrive “Le Monde Diplomatique”: “Le zone di grande miseria coincidono, in Africa, con le aree di crescita esponenziale dell’Aids, in particolare le bidonvilles dei grandi agglomerati urbani, le città minerarie, le grandi piantagioni su scala industriale, come pure le zone dei conflitti armati e i campi profughi”(top)
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Nulla di strano, s’intende. Se solo si osserva la nomenclatura delle annunciate candidature europee 2004, nella eventuale lista Prodi-D’Alema ( Bazoli di Banca Intesa, Profumo di Unicredito, Padoa Schioppa e Monti) si comprende bene il codice di classe del loro programma elettorale. D’altro canto, neanche la cosiddetta “finanza rossa”, vale a dire quella galassia economica formata da cooperative, banche a controllo locale di sinistra, gruppi assicurativi cresciuti all’ombra dei sindacati e del cooperativismo, disdegna di stringere buoni rapporti con le aziende più “schierate” con il centro-destra come Mediaset. Del resto, notava sul “Sole 24 Ore” Lodovico Festa: “la finanza rossa è oggi, infine, influente nell’establishment. Se negli anni ‘80 gli uomini della finanza rossa erano visti come marziani e il PCI doveva usare gli “indipendenti” Guido Rossi o Luigi Spaventa, per dialogare con gli ambienti che contavano, ora le cose sono cambiate. Tra i banchieri bianchi o rossi (e anche certi azzurrini) è tutto un vantarsi di aver ascoltato gli ultimi consigli di D’Alema “.(top)
- (8) Marx sottolineava la necessità della lotta politica prendendo ad esempio la rivendicazione della limitazione della giornata lavorativa: “(Essa) nonè mai stata regolata altrimenti che per intervento legislativo. Senza la pressione costante degli operai dall’esterno, questo intervento non si sarebbe mai verificato. Ad ogni modo, il risultato non avrebbe potuto essere raggiunto per via di accordi privati fra gli operai e i capitalisti. È proprio questa necessità di una azione politica generale che ci fornisce la prova che nella lotta puramente economica il capitale è il più forte” .(“Salario, prezzo e profitto”)(top)
- (9) Le “general unions”inglesi, tra la fine dell’800 e i primi anni del ‘900, divennero la forma organizzativa con la quale la massa dei lavoratori senza un preciso mestiere e utilizzati, di volta in volta, nei lavori più pesanti e più dequalificati riuscì a far valere i propri diritti.(top)
- (10) Crediamo che, in linea generale, i militanti marxisti del movimento operaio dovrebbero operare nella Cgil. La Cgil è infatti la più grande confederazione sindacale e senza dubbio la più forte nell’industria. Essa è, sia pure in modo molto blando, l’organizzazione sindacale che riflette più di un secolo di lotte dei lavoratori in Italia.
Questo, lo ripetiamo, è il nostro orientamento
generale e non certo un principio indiscutibile e
sempre comunque applicabile.(top)
- (11) Naturalmente, prima ancora dell’adesione formale a questi tre principi, occorre avere una concezione della militanza che ne fa un impegno serio e non uno dei tanti “hobby” che può offrire questa società. Inoltre bisogna essere assolutamente chiari sul fatto che definirsi “rivoluzionari” non significa abbandonarsi ad ogni genere di avventura politica. I rivoluzionari marxisti non sono avventuristi incoscienti, essi sanno che la società potrà essere trasformata radicalmente solo dalla grande maggioranza dei lavoratori. Questo, tra l’altro, spiega perché i rivoluzionari comunisti, fin dai tempi di Marx, sono irriducibilmente nemici di ogni terrorismo e di ogni indulgenza nei suoi confronti.(top)
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