L'INTERNAZIONALE-Periodico Comunista-

 

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editoriale aprile 2009

Oltre le macerie del capitalismo

In Abruzzo è franato un ordine sociale. Ed è franato, come al solito, addosso a chi di quest’ordine non ha nessuna responsabilità e non ne ricava alcun vantaggio. I quasi trecento morti e le migliaia di senzatetto dell’Aquila e della provincia, come le 2191 vittime fatte fino ad oggi dalla Eternit di Casale Monferrato, come i morti sul lavoro, 130 dall’inizio del 2009, ci dicono che il più grande pericolo per l’uomo non è rappresentato dalle forze naturali ma da un’organizzazione sociale che ha fatto il suo tempo. Il cuore di questa organizzazione, quindi la base di tutti i rapporti sociali, è la ricerca del massimo profitto per una minoranza di privilegiati.

I fatti di cronaca più tragici e più vicini a noi geograficamente rendono ancora più evidente quello che la crisi economica ci aveva già mostrato. Tutto il mondo, e non solo l’Italia, è scosso dalla crisi del capitalismo che rovescia i suoi effetti disastrosi, come i palazzi mal costruiti dell’Aquila, sulle popolazioni del pianeta.

Il quotidiano americano New York Times, commentando il vertice di Londra del G20, ha scritto che mentre nelle grandi capitali occidentali si discute di dare o meno ulteriori finanziamenti alle banche, in molte regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina la lotta è per il cibo. Secondo stime della Banca Mondiale, la crisi potrebbe causare nell’anno in corso un incremento di mortalità infantile calcolabile in un bimbo morto in più ogni 79 secondi. Ancora dallo stesso articolo si apprende che le maggiori società finanziarie internazionali avrebbero già ricevuto qualcosa come 8400 miliardi di dollari di “aiuti”. Secondo l’agenzia Oxfam, gli interessi di una sola settimana di questa cifra basterebbero a salvare la maggior parte delle donne che muoiono di parto nei paesi poveri.

Se l’uomo, inteso come collettività, non riuscirà ad impadronirsi dei mezzi tecnici e scientifici che ora esistono pressoché solamente come strumenti dell’accumulazione capitalistica, se non riuscirà ad imporne l’uso sociale, ponendo fine al  monopolio privato dei mezzi di produzione, ad ogni catastrofe ne seguiranno inevitabilmente altre. Partiamo proprio dall’esperienza del terremoto: giornali e televisioni ci hanno mostrato, tra le altre cose, l’importanza del volontariato. Che questo sia l’indice di un diffuso istinto di solidarietà non ci sono dubbi e non si può che esserne felici. Proviamo a porci, sulla base di questa esperienza, una domanda. Se si può soccorrere una popolazione con uno sforzo organizzato collettivo non dettato, nella gran maggioranza dei casi, da alcuna mira di vantaggio personale, perché non si potrebbero costruire buone case con lo stesso sistema? Meglio ancora: perché ciascun segmento di cui si compone l’attività lavorativa di una nazione o di una comunità ancora più larga non potrebbe essere pianificato e organizzato secondo il criterio del beneficio comune?

Le domande più semplici e le risposte più logiche, si tratti della chiusura di decine di fabbriche, della distruzione di raccolti di frutta, degli infortuni sul lavoro o del cemento armato fasullo dell’Aquila, ci conducono tutte alla necessità di farla finita con il capitalismo.

L’unica forza sociale che unisce in sé l’interesse immediato al superamento del capitalismo e la capacità di incepparne il meccanismo inumano è la classe lavoratrice. Il compito delle minoranze rivoluzionarie è quello di aiutarla a ritrovare la propria strada, le proprie idee, la propria bandiera.

Ancora una volta: il comunismo non è il passato ma il futuro dell’umanità.

 

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FIAT TORINO :

(APRILE 2009)

LA GALLINA, L’UOVO E… IL GUSCIO

In marzo le immatricolazioni auto in Europa sono calate del 9% su base annua. La Fiat, al contrario, ha visto crescere le vendite del 14,3% e la sua quota di mercato è salita al 9,1% dal 7,2% del marzo 2008. Marchionne, intanto, si sfrega le mani pensando al 35% delle azioni Chrysler che il Ligotto acquisirebbe nel caso l’accordo con Detroit andasse in porto.

La Fiat, dunque, pur in presenza della più grave crisi dal 1929 ad oggi, continua a registrare utili da capogiro. Fino a quando non si sa, perché l’effetto incentivi presto finirà, mentre la crisi pare sia destinata a durare ancora per molto. Nessun economista è in grado di prevederne gli sviluppi, tanto meno la fine.

E così, per mettere in sicurezza i profitti accumulati, la Fiat continua a far uso ora della cassa integrazione ora degli straordinari. A pagare sono i lavoratori con la perdita di salario, il superlavoro e, per quanto riguarda i precari, i licenziamenti.

Per i padroni è meglio la gallina oggi che l’uovo domani. Ai lavoratori è garantito solo il guscio, oggi e domani.

 

CASSA INTEGRAZIONE, STRAORDINARI E PIÚ TURNI

FIAT PRESENTA IL CONTO DELLA CRISI AGLI OPERAI

Tra aprile e maggio Termini Imerese e Pomigliano si fermeranno rispettivamente due e quattro settimane. Straordinari e aumento dei turni, invece, per gli operai delle Meccaniche di Mirafiori, straordinari per  quelli di Melfi. È l’unica redistribuzione del lavoro che la Fiat sa applicare.

 

MECCANICHE. SCIOPERI CONTRO IL SUPERLAVORO

Cinque sabati lavorativi dal 14 aprile per i 1500 lavoratori addetti alla produzione dei cambi sui tre turni. Non è stato risparmiato neppure il 25 aprile, festa della Liberazione, a dimostrazione che nel 1945 ci si liberò dei fascismo e degli occupanti tedeschi, ma non dei padroni. In questo periodo gli operai denunciano che le macchine spesso sono ferme per mancanza di pezzi da lavorare. Si sta fermi durante la settimana per lavorare il sabato.

Le condizioni di lavoro diventano sempre più insopportabili, così il 9 e il 17 aprile gli operai hanno fatto un’ora sciopero contro la decisione dell’azienda di applicare i 18 turni.

 

I VERI OSTAGGI SONO GLI OPERAI

A Bruxelles come a Grenoble. I lavoratori del più grande centro vendite della Fiat in Belgio, in lotta contro il taglio di 24 posti di lavoro su 90, hanno seguito l’esempio di quelli della Caterpillar-Francia che si battono per impedire i 733 licenziamenti decisi dalla multinazionale americana.

Il 31 marzo, quattro dirigenti della Caterpillar, che si rifiutavano di riprendere la trattativa e pretendevano la ripresa del lavoro, venivano bloccati negli uffici della direzione dagli operai e poi “liberati” il giorno dopo. Il 9 aprile, al rifiuto della Fiat-Belgio di ridiscutere i licenziamenti, i lavoratori trattenevano tre dirigenti negli uffici per cinque ore.

In Francia episodi analoghi si sono verificati recentemente alla Sony-France, alla 3M, alle aziende di componenti auto Faurecia (controllata Peugeot) e Molex. Ogni volta si è trattato della risposta dei lavoratori ai licenziamenti decisi dall’azienda.

I padroni accusano gli operai di terrorismo, di prendere in ostaggio le persone. I veri ostaggi sono i lavoratori, sequestrati per anni in catena di montaggio per creare profitto e poi costretti a restare a casa perché licenziati. I veri terroristi sono i padroni, che tentano di intimorire i lavoratori tagliando i salari e i posti di lavoro.

 

SCIOPERO ALLA TOYOTA (FRANCIA)

Alla fabbrica Toyota di Onnaing, nel nord della Francia, 400 lavoratori hanno scioperato da quando, il 6 aprile, il direttore ha esclamato : « piuttosto crepare che pagare al 100% i giorni di cassa integrazione !».

I lavoratori di questa fabbrica modello “alla giapponese” ne hanno abbastanza di subire ritmi e condizioni di lavoro devastanti a tal punto che dopo pochi anni si ritrovano con la schiena e le articolazioni distrutte, subendo per di più il disprezzo dei capi e della direzione, che col pretesto della crisi li mette in cassa integrazione un giorno si, un giorno no. La lotta degli operai Toyota ha avuto successo: il padrone integrerà la cassa integrazione al 95% e non ci saranno più le sanzioni disciplinari dapprima minacciate.

Come a Melfi alcuni anni fa, i lavoratori della fabbrica “modello” si sono ribellati. E tanto peggio per il direttore.

 

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PORTO LIVORNO:

 (GIUGNO 2008)

 

Il gruppo Tirrenia trasferisce

quattro società alle Regioni

 

Con il decreto legge 112/08, il governo trasferisce, su richiesta delle regioni e a titolo gratuito, le quattro società di navigazione, Toremar, Caremar, Siremar e Saremar - attualmente del gruppo Tirrenia Navigazione, gestito dallo Stato - rispettivamente alla Toscana, alla Campania, alla Sicilia e alla Sardegna.

I responsabili ai trasporti delle suddette regioni hanno messo subito le mani avanti: “non siamo gestori di compagnie marittime” dicono. Fanno notare di non gradire il “regalo” “se il governo, insieme alle navi, gratis, non pensa di finanziare il servizio per almeno due anni e porre le condizioni per un cambiamento dell’organizzazione del lavoro”. I marittimi sono avvertiti: il trasferimento dal gruppo Tirrenia alle Regioni non avverrà in modo indolore. Se non si organizzano, i lavoratori, subiranno le stesse, identiche condizioni di lavoro presenti nei settori privati: precarietà e bassi salari!

 

Pessime condizioni di vita per i camionisti

Il movimento dei camionisti all’interno degli spazi dei terminal sta ponendo dei grossi problemi alla sicurezza e, secondo il sindacato, andrebbe disciplinato meglio di quanto fatto finora. Certo, ma si dovrebbe anche parlare delle condizioni igieniche e di vivibilità di questi lavoratori, quasi tutti europei, costretti all’interno delle cabine dei camion per presidiare la merce. E comunque, con i salari che prendono, non potrebbero certo permettersi di alloggiare in una stanza con bagno e cucina!!

 

Continua l’agitazione a Gioia Tauro

 

Continua l’agitazione dei portuali di Gioia Tauro contro la Società MCT (Terminal Container Medcenter) in merito al pagamento del premio di produttività e alla sicurezza sul lavoro. Inoltre adesso se n’è aggiunta un’altra: l’azienda non vuole riconoscere la malattia giustificata da un “certificato bianco”. Il problema per i lavoratori è sempre lo stesso: o riescono a darsi un’organizzazione forte e determinata, con obiettivi chiari, o cederanno sempre più di fronte all’offensiva padronale!

 

F.lli Neri – Diversi salari tra i vecchi e i nuovi

Con le nuove assunzioni, in sostituzioni dei pensionati, ai Rimorchiatori Neri arrivano anche i primi iscritti alla Cisl e alla Uil e l’azienda li fa sedere al tavolo delle trattative, come delegati, per contrastare la Filt Cgil, maggioritaria per il 90% fra i lavoratori. L’intenzione della Flli. Neri è quella di far passare un’ipotesi di organizzazione del lavoro che richieda un ulteriore allungamento dell’orario di lavoro.

La Società fa leva sui bassi salari dei nuovi assunti - circa il 30% in meno rispetto agli anziani - e sulle condizioni di debolezza dei neo-lavoratori. La differenza salariale fra vecchi e nuovi peserà sempre sui futuri tavoli di trattative. Bisogna lavorare perché a parità di lavoro e di responsabilità ci sia lo stesso salario. Per ottenere questo risultato è necessaria la compattezza di tutti i lavoratori. La questione della parità salariale va riconquistata là dove è stata persa, cioè nel Contratto Collettivo Nazionale !

Lavoratori e padroni? Interessi inconciliabili

Il 19 giugno i lavoratori delle riparazioni navali hanno fatto un sit-in coi loro padroni davanti all’Autorità portuale, protestando per lo stato in cui versano i bacini che erano stati dati in concessione nel 2003 a Azimut Benetti a patto che provvedesse alla loro manutenzione e messa in esercizio. Oggi, infatti, i bacini sono inservibili o non vengono concessi alle 24 ditte delle riparazioni navali, che nei primi sei mesi del 2008 hanno dovuto rinunciare a ben 20 navi, con gravi ripercussioni sull’attività. Ma i 260 lavoratori del settore devono ricordarsi che, nonostante la momentanea convergenza di obiettivi, i loro interessi, calpestati dai vari speculatori coinvolti nel progetto “Porta a Mare”, non sono gli stessi dei loro padroni!

 

Le targhe onorifiche

dei dirigenti Azimut-Benetti

Giusto un paio di settimane prima i dirigenti del cantiere Azimut Benetti avevano sfilato a braccetto col vescovo e il vicario sotto la targa posta in loro onore per il magnanimo finanziamento di un progetto della Caritas. Pochi giorni più tardi eccoli a vantare una previsione di incassi per 300 milioni di euro nella seconda metà dell’anno. Dirigenti di raro spessore, dunque, filantropici, ma anche capaci di competere sul mercato! Stavano quasi per crederci anche loro, quando un trasformatore precipitato dal solaio di un capannone del cantiere che ha sfiorato la testa di un operaio e colpito alla gamba un altro li ha risvegliati bruscamente dal sogno. “Da tempo dicevamo che era pericoloso lavorare nel capannone”, hanno detto gli operai, “ma l’azienda ha sempre sostenuto il contrario”. Ora questi magnanimi e competenti dirigenti possono fregiarsi di una più appropriata “targa”: i sigilli della Usl apposti a quel capannone pericolante e l’ennesima dimostrazione che, nonostante i soldi non gli manchino, tengono gli operai del cantiere a salari da fame e pessime condizioni di lavoro.

 

Se 65 ore vi sembran poche…

Non ci sono leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro che tengano. Gli infortuni e le malattie professionali continueranno ad aumentare finché prevarranno logiche come quella contenuta nella direttiva approvata il 10 giugno dai ministri dell’Unione Europea. Essa prevede infatti la possibilità di superare il limite delle 48 ore di lavoro settimanali per arrivare - con accordi d’impresa o individuali - fino a 65 ore. Lo stesso si può dire della riforma contrattuale che i burocrati di Cgil, Cisl e Uil stanno discutendo con padroni e governo senza alcun mandato dei lavoratori. Qui l’intenzione è quella di demolire il contratto nazionale, vincolando l’aumento del salario alla produttività e, quindi, all’aumento dell’orario di lavoro. I lavoratori sono avvertiti: l’orario di lavoro continuerà ad allungarsi, in Italia come in Europa, fino a raggiungere il limite della loro resistenza o, speriamo molto prima, il limite della loro sopportazione.

 

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